LIMES - rivista italiana di geopolitica
Rubrica il Punto
Afghanistan: più soldati per una guerra persa
di Lucio Caracciolo, 25/11/2009
Obama ha deciso: la
campagna afghana non si può vincere, quindi mandiamo più soldati sul
terreno. La logica di questa scelta non è ovviamente strategica, ma
puramente domestica. Il presidente degli Stati Uniti sa che deve
chiudere in un modo o in un altro la partita dell’Afghanistan entro il
2011. Obiettivo: evitare che diventi argomento della campagna
presidenziale del 2012. Se i soldati americani fossero ancora impegnati
in massa contro gli insorti afghani, continuando a subire perdite
importanti, la rielezione di Obama sarebbe a rischio.
Per finire una guerra che non si può vincere, teoricamente c’è
una via più diretta. Alzare bandiera bianca, e ritirarsi in buon ordine,
vessilli al vento. Ma questa strada, che risparmierebbe molte vite
umane, è domesticamente impraticabile. Sarebbe un’ammissione di
fallimento, equivalente alla rinuncia di Obama alla ricandidatura. Lo
spettro di Jimmy Carter, che ormai aleggia sulla Casa Bianca, finirebbe
così per materializzarsi.
L’unica alternativa a questo punto, ragionando in termini di
politica interna, è quella decisa da Obama. Ossia l’invio di circa
30mila uomini sul terreno, da concentrare nelle città, a sostegno della
cosiddetta afghanizzazione della guerra. In parole povere, si tratta di
preparare gradualmente, ma velocemente, il passaggio del testimone della
sconfitta dagli americani ai loro "amici" afghani. Perché alla fine di
questo gioco, ai collaborazionisti locali di Obama, Karzai in testa, non
resterà che aggrapparsi disperatamente all’ultimo elicottero in partenza
dall’ambasciata Usa di Kabul, prima che i loro nemici gli taglino la
gola.Tra la salvezza dei suoi "figli di puttana" afghani e la sua
rielezione, Obama non può avere dubbi.
Dal punto di vista del presidente degli Stati Uniti, questo
approccio ha un senso. Il problema per noi è che siamo parte della
guerra senza potervi/volervi difendere i nostri interessi, a cominciare
dalla sicurezza dei nostri uomini sul campo.
Già nelle scorse settimane gli emissari di Washington hanno sondato gli
alleati europei e non solo, sollecitandone il rafforzamento dei
rispettivi contingenti e la disponibilità di risorse civili e
finanziarie a supporto della cosiddetta afghanizzazione.
Nei prossimi mesi
altri soldati affluiranno sotto le bandiere della missione a guida Nato
nel contesto di una campagna militare sulla quale non hanno alcun
controllo. Già oggi il segretario generale della Nato Rasmussen chiederà
sostanziosi rinforzi a Berlusconi. Prepariamoci quindi a questa
prospettiva. E al conseguente, inevitabile quanto lezioso dibattito
politichese su rinforzi e non rinforzi. Evitando naturalmente di dire
che si tratta di partecipare a una guerra altrui, per altro già
considerata persa da chi la guida.