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Veronica Gāmbara
Poetessa, nacque a Pralboino nel 1485 e morė a
Correggio nel 1550. Abbandonō la sua cara Brescia per sposare il
principe emiliano Gilberto X.
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SALVE, MIA CARA PATRIAICon quel caldo desio che nascer suole
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"Personalita' non abbastanza riconosciuta, infatti, questa di Veronica : dirittura morale, impegno religioso ed evangelico, profonda cultura e gusto per le humanae litterae, fanno di lei una poetessa figlia del Rinascimento dall'indubbio spessore."
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da: http://mason.gmu.edu/~emoody/vgbiblio.html
Page Last Updated: 2 November 1997.
The reader will here find a list of those previous editions of Veronica Gāmbara's I have studied and used as a copy text for my translations. He or she will also find a list of anthologies that contain scattered poems by Veronica Gāmbara. I have listed all those editions of her letters and significant documents I have had access to, and all previous translators of Gāmbara 's poetry. Finally, I provide a selected bibliography of further significant and helpful scholarship.
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Pittore
fiammingo
Inizi del XV11 secolo
Ritratto di gentildonna
Olio su tela, cm 65 x 53
Provenienza: Municipio
Per lungo tempo si ritenne che il ritratto raffigurasse la poetessa Veronica Gāmbara sposa nel 1508 di Giberto X, signore di Correggio (da ciō la scritta fantasiosa apposta sul retro della tela: Veronica Gāmbara Principessa di Correggio 1508 nella sua etā di anni 24. Fatto in Brescia). L'equivoco ebbe origine dall'antico proprietario del dipinto, il correggese Antonio Alessandro Arrivabene, dilettante di storia patria, il quale, secondo quanto asserisce lo storico correggese Girolamo Colleoni in una lettera a Ireneo Affō dell'8 ottobre 1774, "battezzō un quadro a capriccio asserendolo il ritratto di Veronica Gāmbara" (G. Colleoni, Lettere a Ireneo Affō [Copialettere sec. XVI11], in BCC AMP 127). La tradizionale identificazione continuō per buona parte del Novecento, finché Riccardo Finzi (1962), non potendo pių sostenere, per ragioni di lampante anacronismo - giā manifestate da Augusta Ghidiglia Quintavalle (1959) in occasione del restauro del dipinto - l'identificazione con la Gāmbara, propose il nome di Anna Pennoni, moglie del principe Siro da Correggio. Tuttavia anche quest'ultima identitā ci sembra assai dubbia, non essendo suffragata da alcun indizio ed essendo pių probabile supporre un legame stretto con la provenienza del dipinto dagli Arrivabene (ramo collaterale della nota famiglia di Mantova). Attribuito da E. Bertolini ad ignoto fiammingo del primo Cinquecento, il quadro fu assegnato dalla Ghidiglia Quintavalle, sia pure in forma dubitativa, a Sante Peranda nel periodo in cui (1608-27) il pittore veneziano lavorava alle corti dei Pico e degli Este, mentre il Finzi (1962) accennava ad una vecchia attribuzione a Frans Pourbus il Giovane. Graziella Martinelli Braglia ha accolto il ritratto nel catalogo dei dipinti del Peranda, con la possibilitā della collaborazione del figlio Michelangelo nell'esecuzione dell'abito, a proposito del quale scrive: "Notevole l'interesse dell'immagine dal profilo della storia del costume: il pennello indugia sull'ampia gorgiera a merletto dal caratteristico motivo dei cuori con sovrapposte due frecce incrociate: nella veste disegni gigliati, a ricami di perle e di gemme; l'acconciatura, impreziosita dai puntali con rare perle a goccia, che valorizzano le diafane carni della dama. La presenza del garofano rosso appuntato fra i capelli, presso il nodo di perle, č probabilmente allusiva a una promessa di matrimonio, secondo una consuetudine nuziale fiamminga trapassata nella ritrattistica cortigiana". In realtā l'effigiata ci viene mostrata in una visione pių raggelata di quanto avvenga di solito nel Peranda, che suole animare le formule della ritrattistica internazionale con uno spirito comunicativo che presuppone da una parte i modelli rubensiani e dall'altra l'educazione veneziana del pittore. L'autore del quadro sarā probabilmente da ricercare tra i tanti fiamminghi scesi in Italia tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento, e che si esercitarono sovente nella ritrattistica di corte. La foggia dell'abito e il tipo di acconciatura inducono a ritenere il dipinto eseguito intorno al 1610, come si evince dal confronto con il Ritratto di gentildonna, firmato e datato, di Guilliam van Deynem (Genova, Palazzo Bianco, pubblicato su Il Tempo di Rubens, catalogo della mostra, Milano 1987, tav. 22). [GPL - VP]
Pittore
bolognese-romanoGirolamo da Correggio (1511-1572), figlio del conte Giberto X e di Veronica Gāmbara, intraprese la carriera ecelesiastica all'ombra dello zio cardinale Uberto Gāmbara. Fu elevato al cardinalato nel 1561, e nel 1568 Filippo II lo fece nominare vescovo di Taranto. A Correggio, di cui era conte "in condominio" coi cugini Camillo e Fabrizio, promosse importanti innovazioni istituzionali. Morė a Roma nell'ottobre del 1572. Quirino Bigi afferma che questo dipinto "fatto in Roma da valente pennello, fu acquistato dal defunto nostro storiografo Antonioli". Non vi sono elementi per sostenere l'affermazione del Bigi, il quale probabilmente pensō a Roma proprio a causa della data che nel quadro si legge 1571. In tale anno il cardinale risiedeva a Roma, prima di recarsi come legato straordinario ad Ancona. La scritta ai lati dell'effigiato: HIERONYMUS CORRIGIA AB AUSTRIA S.R.E. CARDINALIS MDLXXI, č sicuramente posteriore all'esecuzione del dipinto. I signori di Correggio infatti si vantarono, per ragioni di propaganda dinastica, alleanze e affinitā di stemma (una fascia bianca in campo rosso), di essere parenti degli imperatori d'Austria. Il diritto di fregiarsi ufficialmente di tal nome venne perō riconosciuto soltanto dopo il diploma d'investitura conferito dall'imperatore Rodolfo II al conte Camillo nel 1580 (A. Ghidini, Camillo da Correggio, in D.B.I., 29, Roma 1983, p. 433). La data 1571, per quanto apposta sul quadro in epoca posteriore, puō essere tuttavia considerata plausibile per quanto riguarda l'esecuzione del dipinto, come indica l'etā dimostrata dal personaggio, che sarebbe morto l'anno successivo a 61 anni. Il cardinale, presentato in un aspetto di solenne imponenza, indossa il manto e la berretta rossa ed ha le spalle coperte da una sopravveste di pelliccia. Dietro il braccio sinistro si nota un campanello (sul quale č appena visibile lo stemma del cardinale) appoggiato su un libro, probabilmente liturgico. Secondo il Bertolini il ritratto doveva essere assegnato alla scuola veneta, con la possibilitā che l'autore fosse Giovan Battista Moroni. Successivamente il dipinto č sempre stato collegato, in forma pių o meno dubitativa, al nome di Bartolomeo Passerotti. In realtā le sigle ritrattistiche passerottiane, caratterizzate da acute notazioni realistiche e da gestualitā anticonformiste che mettono in dubbio l'ufficialitā della rappresentazione, non trovano riscontro nella tela correggese, dove inoltre l'immagine č realizzata senza ricorrere a quelle pennellate rapide e spezzate cosė tipiche dei ritratti passerottiani. Istruttivo puō risultare il confronto con il Ritratto del cardinale Filippo Boncompagni del Passerotti, risalente al 1573-74 (pubblicato da E. Negro in Arte Emiliana. Dalle raccolte stoiriche al nuovo collezionismo, Modena 1989, p. 48, tav. 26), dove le differenze con il ritratto correggese, sia di carattere tecnico che stilistico, appaiono palesi, nonostante alcune somiglianze iconografiche, come la presenza del campanello e la lettera tenuta in mano da entrambi i prelati. A questo proposito sarā da notare che la carta retta dal cardinal Girolamo č vergata da ghirigori simulanti una scrittura, mentre nel Passerotti le scritte sulle lettere che compaiono nei quadri sono sempre perfettamente leggibili. Escludendo il Passerotti, l'autore del ritratto sarā comunque da ricercare sull'asse Bologna-Roma: essendo il 1571 una data troppo precoce per l'attivitā ritrattistica di Lavinia Fontana, il dipinto potrā forse meglio essere accostato ai rari esempi del padre Prospero (si veda in particolare il Ritratto di un senatore Malvasia della Galleria Estense di Modena), ma non sarā da escludere la paternitā di un autore operante in Roma, influenzato dai modi dei tanti bolognesi attivi nella cittā pontificia nei decenni centrali del secolo XVI e lontano dalle formule ritrattistiche, pių glaciali e distaccate, diffuse da Siciolante da Sermoneta e Scipione Pulzone. [GPL - VP]
Bottega
del Moretto da BresciaE' una copia della tavola, di analogo soggetto e di minori dimensioni, dipinta da Alessandro Bonvicino detto il Moretto e oggi alla Galleria di Capodimonte a Napoli. Il quadro č stato probabilmente realizzato nella bottega del maestro bresciano ad opera di uno dei suoi allievi, quale potrebbe essere, ad esempio, Agostino Galeazzi (P. Begni Redona, comunicazione orale). La tela correggese riproduce fedelmente l'Ecce Homo del Moretto, un'opera databile agli anni 1540-50, tipica, nelle sue espressioni di austero naturalismo e di profonda devozione religiosa, dell'ultima fase del Bonvicino: le uniche differenze nei confronti dell'originale riguardano la scritta ECCE OMMO ai piedi del Cristo, e, nel paesaggio, l'assenza del pastore con la pecora sulle spalle e alcune modifiche negli edifici. Le ampie lacune che cancellano in parte il corpo di Cristo ostacolano la leggibilitā dell'opera, che comunque, rispetto al prototipo morettiano, č dipinta in maniera pių secca, denunciando minore morbidezza di modellato e pių aspra durezza di contorni. Si puō ipotizzare che il quadro sia stato inviato da Brescia a Veronica Gāmbara (1485- 1550), illustre poetessa di origine bresciana e, dal 1518, vedova del conte Giberto X da Correggio. La famiglia Gāmbara ebbe stretti rapporti con il Moretto: il cardinale Uberto Gāmbara, fratello di Veronica, fu il committente della Madonna in gloria e santi della parrocchiale di Sant'Andrea a Pralboino e, nella stessa chiesa, anche la Madonna in trono e i santi Rocco e Sebastiano č probabilmente riferibile alla committenza di un membro dello stesso casato (P. Begni Redona, in Alessandro Bonvicino. Il Moretto, catalogo della mostra, Bologna 1988, p. 81). L'Ecce Homo sarebbe una testimonianza delle strette relazioni fra Veronica e la sua terra d'origine, forse un dono inviato da una famigliare alla Gāmbara nei suoi ultimi anni di vita, se si valuta il quadro coevo o appena posteriore alla tavola di Napoli. [GPL]