L'insegnamento
religioso nelle scuole statali, le iniziative dei cattolici per
una cultura popolare, il «femminismo cattolico»: questi i
principali temi approfonditi, ora con un paziente lavoro di scavo,
in una documentazione ancora inesplorata, ora con relazioni di
sintesi e con interpretazioni dei momenti storici considerati,
nelle 14 comunicazioni del convegno «Cultura scuola e società
nel cattolicesimo lombardo del primo novecento», organizzato dal
Cedoc, il 24 e 25 novembre scorsi.
Ma il senso del convegno non risulterebbe appieno (così come il
legame tra le singole comunicazioni non sarebbe immediatamente
avvertibile) se non si menzionasse l'ampia e sottile introduzione
di Giorgio Rumi su «Il problema della cultura cattolica italiana
nel novecento», essenziale punto di riferimento per situare e
spiegare la miriade di iniziative locali dei cattolici lombardi
nel campo della scuola e della cultura in rapporto a un progetto,
lombardo rispetto all'origine e all'«humanitas» dei suoi
promotori, ma di importanza e di impegno nazionale, per la
creazione di una classe dirigente alternativa rispetto a quella
liberale.
Un problema, quello appunto della
formazione di una classe dirigente, rimasto secondo Rumi, per
molto tempo insoluto proprio per l'incapacità del mondo cattolico
di elaborare proposte effettive, concrete (con quale cultura? e
dove si forma questa élite intellettuale?), che non fossero
nostalgico richiamo del passato. Occorre arrivare ai primi decenni
del novecento perché prenda vita, a Milano, la prima importante
iniziativa: l'Università cattolica, che, nelle intenzioni del suo
fondatore, Padre Agostino Gemelli, avrebbe dovuto segnare la
presenza, l'espansione e, infine, l'egemonia culturale cattolica
nel mondo.
Un progetto, quello di Padre Gemelli, connotato da un deciso
integralismo e da una concezione di tipo gerarchico della società
(importante, in questo senso, l'esperienza diretta della vita
militare durante la guerra '15-'18); da considerare, tuttavia,
secondo Rumi, come perfettamente inserito nello spirito del suo
tempo, il tempo appunto dei grandi totalitarismi.
Negli stessi anni,a Brescia matura
un'esperienza culturale e umana che, nel categorico rifiuto
dell'odio antimodernista, si propone di mettere la Chiesa in grado
di muoversi nel mondo. Il gruppo che si potrebbe definire «Brescia-Fuci»
(G.B. Montini, Bendiscioli, Bevilacqua, la Morcelliana), si muove
secondo l'esigenza della «lettura dei segni dei tempi», con una
attitudine alla trasformazione della realtà storica. Ciò che
Gemelli vive in termini di egemonia, in Montini è esigenza
critica («ruminare non basta, occorre assimilare»); |
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e questo
atteggiamento culturale «inventivo e missionario e non più
difensivo e tutorio», si esprimerà più compiutamente nel
pensiero e nell'azione del futuro Paolo VI, nella convinzione che
la cultura (e quindi l'intellettuale) debba interpretare la fame e
la sete di giustizia nel mondo e nella speranza che il pensiero
umano, cui non devono costituire impaccio i legami col passato, è
orientato per sua natura verso la verità.
In queste fucine di intellettuali possiamo dunque trovare le
radici dell'autogoverno culturale da parte dei cattolici. Ma non
solo qui. Come ha fatto acutamente notare don Fappani, fu
soprattutto nelle parrocchie, nella loro attività oratoriale e
nelle scuole popolari da esse organizzate e ospitate, che si
formò una classe dirigenziale di base (operatori sociali,
dirigenti sindacali, futuri leader di partito ecc.). E, sotto
questo aspetto, Brescia conobbe a partire dalla fine dell'800, un
fervore di iniziative: dalle scuole serali fondate da Giuseppe
Losio (con l'appoggio della Banca S. Paolo), presto diffuse
dalla città in provincia, alle scuole serali del popolo di don
Zamboni e di don Giovanni Frosio, dalla scuola popolare per le
ragazze di don Domenico Baldini (istituita nel 1883, presso S.
Afra, raggiunse in pochi anni il numero di 1200 ragazze
frequentanti), al circolo di S. Tommaso, ai circoli della
gioventù cattolica, alle scuole serali della Pace e a tante altre
ancora, fino a quelle forme speciali di intervento educativo
(peculiari del mondo cattolico) per la riabilitazione dei minorati
e per l'educazione dei sordomuti, dei ciechi, ecc.
Quale spirito suscitava e animava tutte queste attività? In primo
luogo, per Fappani, c'era la spinta alla evangelizzazione e
promozione umana, che è dovere morale di ogni credente; ma
sicuramente diffuso e vivo, agiva pure uno spirito di rivalsa nei
confronti della politica laizizzatrice della classe dirigente e,
sempre secondo Fappani, la necessità di intervenire con strutture
private nel campo dell'educazione popolare in seguito al
fallimento della scuola pubblica e al suo rifiuto da parte delle
masse popolari.
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Probabilmente di questa
spinta per la cultura popolare fu, a Brescia, la casa
editrice «La Scuola», le cui origini sono state
ripercorse, con ampia comunicazione da Enzo Giammancheri. La
sua fondazione risalente al maggio del 1904
(celebrazione
del centenario) per decisione
dei membri del terzo gruppo dell'Opera dei Congressi,
quasi tutti bresciani (tra i firmatari dell'atto
costitutivo della società, otto laici, tra cui, N.
Rezzara, G. Montini, L. Bazoli, G. Losio e sei sacerdoti,
tra cui A. Zammarchi e L. Fossati) rispondeva
principalmente ad un motivo funzionale: si voleva il
rilancio di «Scuola italiana moderna», il
periodico didattico dell'Opera dei Congressi, fondato nel
1893, che, per lo scarso livello professionale, non
risultava competitivo e conduceva una vita stentata
(800-900 abbonamenti). La rivista rinnovata non avrebbe
dovuto essere decisamente confessionale (per motivi
competitivi), sarebbe stata affidata in direzione ad un
laico, mediante concorso, e, soprattutto, avrebbe dovuto
godere della collaborazione di esperti di buon livello.
L'atteso rilancio avvenne: già nell'anno scolastico
1904/05 il numero degli abbonati salì a 2500; nel 1913/14
erano 7500. Dal catalogo delle pubblicazioni dei primi
dieci anni di attività è inoltre possibile cogliere la
linea editoriale: oltre ai testi scolastici e ai libri per
gli alunni frequentanti le scuole popolari, serali,
festive (scritti soprattutto da G. Losio) e ai primi testi
di divulgazione scientifica (ad es. «Nei cieli» di A.
Maffi, amico di Zammarchi, a sua volta studioso di
meteorologia e astronomia), la casa editrice intervenne
con la collana «problemi di cultura generale», nel
dibattito sull'insegnamento religioso nelle scuole (la
pubblicazione delle «Osservazioni sulla morale
cattolica» del Manzoni, con prefazione del Crispolti, è
da vedere come risposta polemica all'obbligo fatto dal
ministro Nasi di leggere nelle scuole i «Diritti
dell'uomo» di Mazzini). |
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Una polemica, quella
dell'insegnamento della religione nelle scuole di stato, che
finiva per proiettarsi al di fuori dell'ambito dell'istituzione
scuola, per toccare e coinvolgere questioni di politica culturale
e di controllo di guida delle masse. Le posizioni che
contrapponevano i laici ai cattolici, sulla questione della
religione nelle scuole, non erano affatto nette e monolitiche: in
entrambi i gruppi vi erano atteggiamenti assai diversificati tra
loro, anche se, nella polemica, il campo avversario veniva
considerato e combattuto come un tutto unico. A questo proposito,
la comunicazione di Luciano Pazzaglia ha messo a fuoco il
dibattito all'interno del mondo cattolico, semplicisticamente
liquidato dai laici come ottusamente conservatore.
Dal Fogazzaro, che non condivideva l'idea di introdurre
l'insegnamento religioso nelle scuole(ma che nella migliore
tradizione separatista, riteneva che lo stato dovesse sostanziare
gli insegnamenti di forti idealità religiose), al Card. Ferrari,
per il quale solo nella scuola i ragazzi potevano apprendere e
educarsi alla fede (essenziale a questo proposito il tradizionale
catechismo), c'era di mezzo una notevole varietà di posizioni
che, ora ispirandosi alle tesi moderniste, ora rifacendosi al
conservatorismo e alla tradizione, testimoniavano quanto veramente
sofferta fosse per i cattolici tale questione.
Questione che, se partiva dal tentativo di contrastare il
monopolio dello stato liberale in campo scolastico, assumeva poi
il valore di una libertà da conquistare e mantenere. Importante e
sicuramente «moderna» la posizione di Gallarati Scotti che,
criticando il formalismo stereotipo del catechismo incapace di
creare nel fanciullo una vita religiosa, proponeva di abolire
l'insegnamento religioso dalle scuole elementari (visto come una
pura concessione dello stato laico al sentimento religioso
popolare) e di creare delle scuole di religione, con un catechismo
ripensato su basi nuove.
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La
polemica fu sicuramente viva anche a Brescia e i periodici
cattolici, quali «Scuola italiana moderna» e «La madre
cattolica», la ripresero frequentemente. Mons. Zammarchi,
constatando come un insegnamento meramente catechistico potesse
essere rifiutato dai ragazzi perché didatticamente sbagliato,
propose di utilizzare la lanterna magica, Egli stesso, con uno
spirito creativo e pratico tutto bresciano, ne costruì una con
560 diapositive. Quando il comune di Brescia, nel 1906, proibì
l'insegnamento della religione nelle scuole, Zammarchi propose e
realizzò, in locali dotati delle necessarie strutture e vicini
alle scuole pubbliche, delle scuole di religione.
Rimane ora da considerare un ultimo
aspetto riguardante l'attenzione dei cattolici ai nuovi problemi
che la modificazione della società andava maturando: la figura
della donna e tutta la problematica connessa alla sua funzione
sociale. Ne hanno parlato Franco Molinari e Francesco Turelli,
analizzando il primo il periodico milanese «In cammino» fondato
da Antonietta Giacomelli e il secondo la rivista bresciana «La
madre cattolica».
Nella affermazione della sacralità della famiglia di tipo
tradizionale e, quindi, dell'eternità dell'amore, e nella
convinzione che il divorzio fosse una sciagura e sicuramente
meglio, per i figli, fosse l'indissolubilità del matrimonio, le
due riviste si ritrovavano accanto nel delineare una figura di
sposa e di madre di tipo tradizionale. L'attenzione per il
contesto sociale, fatto di sfruttamento di donne e fanciulli sul
lavoro e per i pericoli derivanti dalle condizioni della miseria
(degradazione morale, prostituzione), spinsero il periodico
milanese alla ricerca di possibili rimedi, quale l'apertura di
ricreatori per le operaie, e alla richiesta di una legislazione
sociale anche al fine di equiparare i salari delle donne a quelli
degli uomini.
Più lento il cammino della rivista bresciana verso una apertura
per le nuove realtà sociali: l'emancipazione della donna è
dannosa (niente lavoro, visti con diffidenza gli studi superiori),
solo educando i figli la donna può diventare artefice del
progresso. A partire dai primi del novecento, anche di fronte ai
«pericoli del socialismo» (vuole il divorzio e il libero amore),
la rivista accettò che la donna uscisse dall'ambito familiare
perché così poteva meglio difendere i sacri diritti della
famiglia. In entrambi i periodici, comunque, un elemento
decisamente classista: le madri popolane sono incapaci di educare;
necessario quindi il buon esempio dai ceti alti.
Alla fine di questo quadro
complesso e articolato sugli atteggiamenti e le iniziative della
cultura cattolica lombarda ai primi del secolo è possibile porre
un quesito d fondo: è una cultura, questa, aperta al mondo
oppure, saldamente arroccata su posizioni difensive, concepisce i
rapporti col mondo moderno in termini di conservazione?
L'impressione è che nel mondo cattolico convivessero (e ancora
convivano) ambedue le tendenze, con una ricca molteplicità di
posizioni variamente sfumate, tanto che riesce sicuramente arduo,
per non dire impossibile, definire in modo unitario un
atteggiamento culturale dei cattolici.
Emilio
Venturini |
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