
DICHIARAZIONE DELL'EX
SINDACO WALTER VITALI
SUL MANIFESTO FEDERALISTA
Lintendimento del manifesto federalista che ho sottoscritto
insieme ad altri Sindaci e Presidenti di regione è di fornire un contributo al Parlamento
per modificare in modo significativo il testo di riforma costituzionale che sta per essere
esaminato dalle Camere. Non è certo quello di creare contrapposizioni o conflitti tra
Comuni e Regioni da un lato e Commissione Bicamerale dallaltro.
Il testo del manifesto insiste giustamente sulla necessità di
unalleanza tra città e regioni per avanzare congiuntamente proposte di riforma
federale. E quello che si sta facendo con esiti positivi tra Conferenza dei
Presidenti delle Regioni, ANCI e Coordinamento dei Sindaci delle città metropolitane.
Sulle proposte che si stanno elaborando si è già avviato un
confronto con il Presidente della Commissione Bicamerale, che sabato scorso a Bologna si
è manifestato disponibile a sostenerne laccoglimento.
Bologna, 16 gennaio 1998
Carta federalista
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Per un federalismo delle città e delle nuove
regioni
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8 gennaio 1998
1. Il federalismo virtuale della Commissione Bicamerale
Il testo di riforrna approvato dalla Commissione bicamerale dichiara
a parole l'istanza federalista, ma non è coerente nei fatti.
Da un lato si annuncia, una netta opzione federalista, a partire dal
titolo della parte II della Costituzione: "ordinamento federale della
Repubblica". Si affermano il principio di sussidiarietà, lattribuzione
generalizzata di funzioni amministrative ai comuni, lautonomia legislativa e
statutaria delle regioni, i principi della autonomia tributaria e finanziaria degli enti
territoriali.
Dallaltro lato, a ben vedere, tutte le decisioni essenziali
sono riservate al centro.
Se si guarda lelenco delle materie attribuite allo Stato, in
via esclusiva o sussidiaria, la conclusione è univoca: si parli di fisco, di
"prestazioni sociali minime", di "imprescindibili interessi
nazionali", di discipline generali in materia di istruzione, sanità, lavoro,
ambiente, tutte le determinazioni cruciali sono riportate al centro.
Tutto ciò verrebbe deciso dalla Camera dei deputati con il concorso
di un Senato costituito a doppio livello, composto per metà da senatori eletti
direttamente, con compiti "di garanzia", e per unaltra metà per le
"sessioni speciali" da componenti designati - secondo logiche di rappresentanza
partitica - dai consigli comunali, provinciali e regionali.
I1 Senato delIa Repubblica diventa in questo modo una assemblea
ibrida, composta da una molteplicità di soggetti, nessuno dei quali è in grado di
affermare la rappresentanza dei territori.
E evidente che così il pericolo della disarticolazione
istituzionale si accresce. Si rischia di produrre una miscela esplosiva tra protagonismi
localistici e inefficaci regolazioni centrali.
Il limite fondamentale della proposta della Bicamerale sta dunque
nella contraddizione tra autonomismo virtuale e centralismo reale.
Perciò va proposto un indirizzo diretto a modificare alcuni punti
essenziali e a mutare limpianto della proposta.
2. La necessità di una vera alleanza tra comuni e regioni
Bisogna riconoscere che se il compromesso tra le forze politiche si
è fin qui collocato su un punto così basso ciò dipende anche dalla debolezza della
azione delle forze federaliste.
Che nei partiti nazionali prevalesse una cultura centralista era
già noto. Meno scontato era il fatto che chi è impegnato nel governo quotidiano sul
territorio, a partire dai sindaci e dai presidenti di regione, non sia riuscito a
sviluppare una efficace azione comune.
Limpossibilità di realizzare, fin qui, nonostante i molti
tentativi effettuati, una autentica alleanza tra i soggetti naturali della riforma
federalista (città e regioni) è dipesa da un motivo di fondo: lessere prevalsa,
finora, la logica della appartenenza alle singole "corporazioni istituzionali"
in cui sullautonomia dei soggetti politici finiscono con il prevalere le primazie
delle ragioni di "corpo".
Ciò ha finora impedito che:
a) per quanto riguarda lassetto comunale, si aprisse una
discussione vera sulla necessità di superare lattuale frammentazione tra gli 8.100
comuni, a partire dalla esigenza di promuovere processi di gestione associata delle
funzioni, di unione e di aggregazione tra i comuni di minori dimensioni e di attribuire
uno statuto speciale ai grandi comuni, alle città metropolitane;
b) per quanto riguarda le province, si aprisse un confronto chiaro
sul ruolo dellistituto provinciale, la cui necessità funzionale non può essere
dichiarata in termini uniformi su tutto il territorio nazionale, dal Piemonte alla
Basilicata;
c)fra le regioni si aprisse una autentica riflessione autocritica
sul fallimento del vecchio regionalismo e sulla necessità di riformare in radice
lattuale assetto regionale.
Una vera alleanza tra i soggetti naturali del processo di riforma
federalista (città e regioni) esige dunque di liberarsi dalla logica corporativa e di
produrre un progetto chiaro, anzitutto sul piano dei principi e poi su quello delle
specifiche proposte istituzionali.
3. Le condizioni di una azione unitaria tra città e regioni
E evidente che un vero processo di riforma federalista della
Repubblica può essere avviato solo attraverso una azione congiunta tra Città e Regioni.
Le Città infatti rappresentano la forza di una identità storica,
la ricchezza della tradizione municipale, i luoghi aggregativi fondamentali della
cittadinanza, del riconoscersi dei cittadini come parte di un aggregato collettivo. Dopo
il crollo del sistema dei partiti, che faceva dei sindaci lostaggio provvisorio di
coalizioni rissose, lelezione diretta dei sindaci è stato il primo atto concreto di
fuoriuscita dalla prima repubblica. E oggi i sindaci hanno una grande forza
rappresentativa, tratta dalla diretta legittimazione popolare. Occorre però che tale
autorevolezza si traduca in effettiva capacità di governo. Questo esige di liberare i
comuni dalle infinite pastoie burocratiche centralistiche e di fare corrispondere
responsabilità politica e capacità di azione, autonomia amministrativa e responsabilità
fiscale. E evidente tuttavia che tale concreta capacità di azione del govemo locale
non può essere esercitata nello stesso modo negli 8.100 comuni italiani. Dire che tutti
gli 8.100 comuni italiani possono svolgere "la generalità delle funzioni
amministrative", come recita lart. 56 della proposta della Bicamerale, è una
evidente ipocrisia. Bisogna differenziare le funzioni e gli statuti delle grandi città,
dei comuni intermedi, e dei piccoli comuni, per i quali va promosso un processo di
integrazione funzionale e di aggregazione strutturale. La forza delle Città, in altri
termini, può dispiegarsi solo a partire dal superamento del municipalismo campanilistico,
che è linterfaccia del centralismo statale.
Altrettanto evidente è il fatto che il federalismo possibile in
Italia, così come ha un bisogno vitale delle Città allo stesso modo non può certo
prescindere dalle Regioni. Ma da quali regioni? Non certo dallattuale configurazione
dellassetto regionale, che costituisce una delle eredità più negative della prima
repubblica. Il regionalismo in Italia è fallito per la buona ragione che esso è
consistito - come si è felicemente detto - nel "regionalismo partitocratico":
tradotto in regioni intese come enti sub-statali, agenzie di spesa statale derivata,
governate da un ceto politico privo di ogni vera autonomia e disposto a concepirsi come
sotto-livello di quello nazionale. Queste vecchie regioni vanno radicalmente superate. Ma
ciò non toglie che un serio processo di riforma federalista abbia il bisogno vitale di
una nuova dimensione del governo regionale e che debbano essere apprezzati gli sforzi di
chi, al governo delle attuali regioni, ha cercato di rideclinare lesperienza
regionale in questa chiave.
In conclusione, il federalismo in Italia può diventare possibile
solo alla condizione di realizzare una autentica alleanza tra città e regioni promossa
dai diretti responsabili politici dei governi regionali e locali, fondata su due obiettivi
strategici: dare efficacia al governo comunale, a partire dalla definizione di uno statuto
speciale per le grandi città, e costruire nuove regioni.
4. Quattro proposte alla Bicamerale e al Parlamento
Una piattaforma comune e una azione congiunta tra i rappresentanti
dei governi locali e regionali, che la presente Carta intende promuovere, può fondarsi su
quattro precise proposte di modifica del testo della Bicamerale, così di seguito
riassunte.
4.1 Riduzione delle competenze riservate allo Stato
Occorre attribuire allo Stato centrale solo le funzioni che non
possono essere svolte a livello regionale e locale, trasferendo tutte le altre al livello
più vicino possibile ai cittadini. In particolare vanno perciò ridotte le competenze
atttribuite allo Stato dallart. 58, comma 1 del testo della Bicamerale e va previsto
che lo Stato possa emanare solo disposizioni di principio, soggette comunque ad
approvazione bicamerale, nelle materie di cui allart. 58, comma 2.
4.2 Nuovi comuni e nuove regioni come soggetti fondanti del
processo dii riforma federalista
Occorre che la riforma costituzionale esprima in maniera chiara
lesigenza di fare dei Comuni, a partire dalle grandi città metropolitane, e delle
nuove Regioni i soggetti fondanti del processo di riforma federalista.
Ciò va tradotto in chiare formulazioni costituzionali.
Per quanto riguarda le regioni e la loro stessa identità va
affermato un principio chiaro. Si tratta di avviare la fase costituente di nuove regioni
da due essenziali punti di vista. In primo luogo lemancipazione delle nuove regioni
dalla vecchia eredità partitocratica, a partire dalla affermazione in costituzione del
principio della elezione diretta dei presidenti di regione. In secondo luogo la
trasformazione delle regioni in federazioni di città e quindi in istituzioni dedicate a
funzioni di legislazione, alta amministrazione e governo politico unitario della
dimensione regionale, e non a compiti di mera gestione. In questo senso è essenziale
attribuire ai Comuni un potere di codeterminazione dei nuovi statuti regionali, prevedendo
che tali statuti debbano essere approvati, in via di prima attuazione costituzionale,
anche da Consigli delle autonomie composti dai sindaci dei comuni di maggiore dimensione
demografica e dagli altri rappresentanti delle comunità locali.
4.3 Statuti regionali di autonomia speciale e statuti speciali
delle città metropolitane
Il federalismo implica un equilibrio più flessibile tra principio
di uguaglianza e di autonomia, e dunque non potrà che essere progressivo e differenziato.
Esso in ogni caso esige il superamento della regola di uniformità
disposta, imperativamente, dal centro. E quindi feconda, e da sviluppare,
lidea che ogni regione possa promuovere "progetti speciali di autonomia"
da costruire in accordo con i comuni e gli enti locali, la cui approvazione sia rimessa al
pronunciamento di un organo federale nazionale (il Senato federale). Sui progetti di
"autonomia speciale" le regioni dotate degli adeguati strumenti statutari
potrebbero promuovere referendum regionali consultivi, da agganciare al referendum
nazionale sul progetto di riforma costituzionale complessivo. Sarebbe, questo, un modo
concreto per non ridurre il pronunciamento dei cittadini, nelle díverse realtà
territoriali, del nord e del sud, ad una dimensione puramente passiva, di accettazione
plebiscitaria o di rifiuto subalterno.
Al tempo stesso si dovrà stabilire che le città metropolitane
possano dotarsi di statuti speciali che prevedano anche poteri normativi. Gli statuti
speciali sono approvati, sentite le Regioni, dal Senato federale. Gli stessi statuti
speciali possono avere una loro differenziazione che tenga conto della peculiarità delle
diverse città metropolitane ed in particolare delle grandi città.
4.4 Il Senato federale
La proposta della Bicamerale per quanto riguarda composizione e
funzioni della seconda Camera è del tutto inaccettabile. Si propone infatti un Senato
misto a doppio livello, con una composizione tale da non assicurare alcuna autentica
rappresentanza dei territori.
Anche qui bisogna avere il coraggio di scegliere. Va respinta ogni
soluzione ibrida e pasticciata, guardando alle esperienze federali più forti e garantendo
che la seconda Camera sia efficacemente investita di funzioni di raccordo federale tra
centro e periferia ed abbia competenze deliberative in tutte le materie di interesse
regionale e locale.
Ferma restando una netta preferenza per la soluzione di un Senato
alla tedesca, composto esclusivamente da rappresentanti dei Governi regionali e locali, si
ritiene che la soluzione mista dovrebbe quanto meno essere anchessa caratterizzata
dalla presenza diretta degli esecutivi regionali e locali.
Senza di ciò si scelga allora un Senato allAmericana
fortemente ridotto nel numero dei componenti, eletto direttamente dai cittadini con
modalità tali da assicurare la effettiva rappresentanza dei territori.
Conclusioni
Sulla base dei principi qui enunciati i firmatari della presente
Carta federalista si impegnano a favorire la presentazione al Parlamento di emendamenti
coerenti con il presente documento e a sviluppare conseguenti iniziative politiche.
Antonio Bassolino, sindaco di Napoli
Bruno Bracalente, presidente della Regione Umbria
Massimo Cacciari, sindaco di Venezia
Vannino Chiti, presidente della Regione Toscana
Antonio La Forgia, presidente della Regione Emilia-Romagna
Walter Vitali, sindaco di Bologna