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La Repubblica, 12 Agosto 1999
Non roviniamo l'intesa
fra Germania e Francia
di HELMUT SCHMIDT
ANCHE in passato l'egoismo non è mai stato un
valore estraneo all'Unione europea. E anche alcuni ministri e persino governi
hanno salutato l'affermazione dei loro interessi nazionali negli ambienti
europei come importanti vittorie, in questo Maggie Thatcher è stata maestra. Ma
mai, negli ultimi tre decenni, un presidente di Stato francese e un Cancelliere
tedesco hanno lasciato intendere che per essi un interesse specifico dei loro
Paesi (o dei propri elettori) in questioni di politica agraria, finanziaria o
personale fosse più importante del progresso dell'integrazione nel suo insieme.
Fatti del genere non possono diventare abitudine!
Da quando, nel 1989, la riunificazione tedesca è diventata una realtà, Parigi
e Bonn hanno cominciato lentamente ad allontanarsi l'una dall'altra. Kohl,
allora, non ha avuto sufficiente considerazione della suscettibilità francese;
Mitterrand, insieme alla Thatcher si è opposto alla riunificazione.
DOPO che questa si è tuttavia realizzata, nell'intesa "2+4", si è
fatta strada l'impressione che la Germania dovesse sacrificare, in cambio, il
marco. In effetti, erano decenni che si andava preparando gradualmente l'avvento
della moneta comune europea. Ora, però, il ministro delle Finanze europeo e il
direttore della Banca Federale impongono con fermezza il loro concetto personale
ideologico-politico-monetario: la Banca Centrale Europea, secondo l'accordo di
Maastricht, è la banca centrale europea in assoluto più indipendente di tutta
la storia dell'economia. Ma dopo la firma, la Germania ha imposto come sede
Francoforte "oppure non se ne farà niente".
Dalla crisi di Maastricht si sono accumulate da entrambe le parti piccole e
grandi leggerezze politiche, mancanza di tatto e anche frecciate.
Contemporaneamente le Borse di Francoforte e Londra mostrano di voler fare causa
comune, la Daimler e la Chrysler si fondono. La Deutsche Bank si associa con il
Bankers Trust, dando luogo così alla banca più potente del mondo. Tutto
questo suscita l'impressione, in alcuni politici francesi, che i tedeschi
avrebbero deciso di recente di schierarsi con inglesi e americani, esautorando i
francesi. Una prospettiva pericolosa!
Comunque, la Germania è diventata, dal 1990, scomodamente grande per la maggior
parte dei francesi e l'economia tedesca altrettanto scomodamente florida. Anche
il trasferimento da Bonn a Berlino, che per noi tedeschi è, nel frattempo,
diventato ovvio, ha destato preoccupazione. La fiducia reciproca e la stretta
collaborazione tra Francia e Germania si basano, però, beninteso,
sull'interesse nazionale, sull'interesse strategico di entrambe le nazioni.
De Gaulle aveva propugnato una rivendicazione del potere francese in Europa.
Tuttavia il suo accordo dell'Eliseo del 1962 ha dato buoni frutti grazie a una
stretta collaborazione politica con la Germania. Sotto Pompidou e Brandt si è
sviluppata la collaborazione ancora frenata. Sotto Giscard d'Estaing e il
sottoscritto, questa collaborazione è stata consolidata: per i sette anni di
comune collaborazione, non si ritrova negli archivi alcuna differenza di
opinione, ma solo una serie di comuni, fruttuose iniziative. Le cose sono
rimaste così anche fra Mitterrand e Kohl, in ogni caso fino al 1989. Il tandem
Parigi-Bonn è stato per molti decenni non soltanto il fondamento
dell'integrazione europea, ma anche il suo motore. La parola di Helmut Kohl per
l'integrazione europea, si tratti di guerra o di pace, può avere avuto dei toni
troppo drammatici, ma di principio egli ha ragione: qualora si dovesse arrivare
all'arresto dell'integrazione, questo dovrebbe essere deprecato, persino da noi
tedeschi, se l'Unione Europea dovesse essere ridotta a una semplice zona di
commercio libero, dal mare del Nord fino al mar Nero, più alcuni altri
inserimenti marginali con valore istituzionale: non è più da escludersi, per
il futuro, un isolamento politico della Germania.
Chi, come tedesco, è consapevole della storia europea degli ultimi duecento
anni (Napoleone, Bismarck, le due guerre mondiali, i crimini nazisti) non può
avere alcun dubbio: il coinvolgimento duraturo della Germania nel processo di
unificazione europea è nel comprensibile interesse patriottico e strategico a
lungo termine dei tedeschi, esso è una necessità vitale. Esso è ugualmente
nell'interesse vitale dei nostri vicini francesi (e, nota bene, anche
nell'interesse vitale dei polacchi). Esso può concretizzarsi in modo duraturo
soltanto se anche la nazione francese si lega analogamente, per l'altrettanto
comprensibile patriottismo francese. Jean Monnet era consapevole di questo,
altrettanto Giscard d'Estaing, altrettanto Mitterrand, altrettanto Jacques
Delors. I capi politici dalle due parti del Reno non devono, però, ritenere
semplicemente questa convinzione come data per scontata. Piuttosto essi devono
riproporre chiaramente la necessità del legame bilaterale delle loro due
nazioni nell'Unione Europea.
Quando ero piccolo, uno dei miei nonni era solito raccontare storie sgradevoli
del "tempo dei francesi" di Amburgo. Egli era nato negli Anni 50 del
secolo precedente, quattro decenni dopo la fine dell'annessione, da parte di
Napoleone, della nostra città natale, di cui egli sapeva soltanto per sentito
dire.
Non penso che avesse mai letto un libro; quello che raccontava era probabilmente
frutto della memoria collettiva tramandata e del risentimento degli amburghesi.
In modo analogo, ma infinitamente più consistente per propria personale
esperienza, milioni di persone si ricordano dell'occupazione tedesca,
dell'annessione, dei crimini e soprattutto dell'Olocausto. Anche molti tedeschi
si ricordano, per propria esperienza personale, di crimini e deportazioni di
congiunti di altre nazioni. Tutti i cattivi ricordi scemano solo lentamente,
soltanto nel corso di generazioni.
Il ricordo del genocidio degli ebrei resterà nella memoria per secoli. I
cattivi ricordi dei francesi e dei polacchi risalgono a Hitler, essi sono
altrettanti vividi. Quasi tutti i popoli europei portano con sé un bagaglio di
cattivi ricordi. Quando hanno deciso, tuttavia, di avviare l'integrazione
europea, hanno deciso di dare uno sbocco politico a un secolo di guerre europee
interne.
Il livello finora raggiunto dall'integrazione europea è un successo unico nella
storia dell'umanità. Da quanto testimoniano documenti o storie scritte, da
oltre quattrocento anni le popolazioni sono state annesse da conquiste militari
di regni più grandi. Ma mai in precedenza le nazioni sovrane hanno portato di
propria iniziativa in un'unione più grande i loro Stati democratici ben
organizzati. Anche la fondazione degli Stati Uniti d'America è stata, in
confronto alla creazione dell'Unione Europea, un processo relativamente semplice,
tanto più che è servita all'emancipazione dalle allora forze coloniali europee.
Contrariamente all'America, la maggior parte degli Stati membri dell'Ue
ripercorrono con la memoria una storia nazionale di migliaia di anni. Alcuni
sono assai più antichi, alcuni relativamente più giovani, ma, tranne alcune
eccezioni, essi hanno per molti secoli sviluppato la loro propria lingua
nazionale.
Quando hanno deciso di realizzare l'Unione Europea (o di volerci entrare), essi
hanno perseguito obiettivi strategici nell'interesse del loro futuro. Dipenderà
dai governanti francesi e tedeschi se, quando e come le nazioni unite nell'Ue
trarranno benefici dall'attuale situazione dell'unione e dal prevedibile
sviluppo futuro del mondo. Questa estate Helmut Kohl ha affermato al Bundestag: "Germania
e Francia costituiscono una comunità fondamentale. Senza
la loro stretta collaborazione, non ci sarà, in futuro, alcun importante
progresso nel processo di unificazione europea". Questo è esatto.
Le persone al vertice della classe politica in Francia dovrebbero saperlo:
Parigi deve decidere fra l'idea inconsistente di un ruolo particolare nazionale
nel mondo e la promettente possibilità della guida strategica dell'Europa. La
classe politica tedesca deve sapere: la Francia possiede, nel giudizio del mondo,
le carte vincenti storiche, culturali, di diritto internazionale e nucleare, che
noi tedeschi non abbiamo. Perciò noi abbiamo bisogno dei francesi, perciò
dobbiamo dare loro la precedenza. Herbert Wehner ha, una volta, espresso in modo
molto conciso il concetto "Senza la Francia non esiste niente".
(copyright Die Zeit-La Repubblica
traduzione a cura del gruppo Logos)

La Repubblica, 3 Dicembre 2000
QUANTO PESA
LA GRANDE GERMANIA
di BERNARDO VALLI
I FONDATORI di quella che oggi è l'Unione Europea (Adenauer,
Schumann, De Gasperi, Spaak) volevano anzitutto evitare una ripresa dei
conflitti tra le due sponde del Reno: conflitti degenerati in due guerre
mondiali e in massacri senza precedenti, per il numero delle vittime, militari e
civili, nella storia dell'uomo. Rispolverare adesso, in modo cosi brusco,
all'avvio di un nuovo secolo che si spera più quieto del '900, le tragiche
origini della nostra pacifica avventura continentale, cominciata poco più di
cinquant'anni fa, può apparire esagerato alla stragrande maggioranza dei
contemporanei. I quali non hanno un ricordo diretto di quelle stragi e sono più
interessati alle odierne vicende della controversa bistecca europea che alla
laboriosa e spesso indecifrabile riforma delle istituzioni sul tavolo
all'imminente vertice di Nizza.
Ma la natura dei problemi da risolvere durante la riunione di capi di Stato e di
governo è squisitamente geopolitica, come erano geopolitiche le preoccupazioni
che animarono i padri fondatori nella seconda metà degli anni '40. Con
discussioni democratiche, ben inteso, e con toni garbati, come accade tra ormai
vecchi (e inevitabili) alleati, si tratta di adeguare l'Unione ai mutamenti
verificatisi dieci anni or sono, con la fine della guerra fredda, la caduta del
Muro, la riunificazione tedesca e il crollo dell'Urss.
NONOSTANTE i dissidi e le incomprensioni si dovrà comunque
arrivare, presto o tardi, a un compromesso. Ma dalla qualità di questo
compromesso dipenderanno tante cose nel nostro futuro europeo.
Il processo di integrazione ha compiuto i suoi primi passi e si è sviluppato in
un'Europa divisa. Esso coinvolgeva sei paesi che - se si osserva una carta
geografica - convergevano verso una grande capitale, la più vicina al loro
epicentro: Parigi. Adesso, se si tiene conto del progettato allargamento ai
paesi dell'Est (ossia del passaggio dagli attuali quindici membri a ventisette,
e col tempo anche a trenta), ci si accorge che la capitale al centro dell'Unione
è Berlino, da poco ridiventata capitale della Germania unificata. Preparare l'
Europa a questa nuova realtà significa toccare i punti sensibili della sua
Storia.
L'equilibrio tra Francia e Germania è mutato. La Repubblica di Berlino non è
più un gigante economico con i piedi politici d'argilla come era la Repubblica
di Bonn. Con il recupero delle regioni orientali postcomuniste il suo peso
demografico è cresciuto di almeno sedici milioni. E il nuovo Cancelliere non
intende nascondere sotto i vecchi complessi di colpa questa rispolverata
superiorità tedesca. La Francia ritiene invece che nulla o poco sia cambiato.
L'asse franco-tedesco, a lungo spina dorsale prima della Comunità e poi
dell'Unione, si è affievolito a tal punto che molti lo danno per finito e
parlano di crisi.
E' come se la frontiera del Reno si fosse di nuovo allargata: e né il tedesco
Schroeder, né i francesi Chirac e Jospin si danno troppo da fare per riportarla
alle dimensioni dei tempi di Kohl e di Mitterrand. Nessuno dei tre è un
campione di europeismo.
Su questo sfondo si terrà sulla Costa Azzurra il vertice conclusivo della
presidenza (semestrale) francese, la quale ha avuto, appunto, come compito
principale di riformare le istituzioni al fine di consentire all' Unione di
funzionare dopo l'allargamento a Est. Malgrado questo obiettivo comune, Parigi
ha preparato l'appuntamento con uno spirito assai diverso da quello che anima
Berlino. Per Erik Izraelewicz (di Les Echos) Parigi è rimasta fedele all'Europa
di Monnet e a quella della moneta unica, all'Europa del Trattato di Roma ("sempre
più intensa") da realizzare a piccoli passi: a un'idea che porta a vedere
l'Unione a quindici come un'estensione di quella a sei dei tempi eroici.
Insomma, Parigi riterrebbe che poco o nulla è cambiato dopo la caduta del Muro;
e non intenderebbe rivoluzionare una costruzione che giudica bisognosa di
ritocchi, non di rivoluzioni, essendo nella sostanza ultimata, completata.
Berlino pensa diversamente. L'esatto opposto. Non può certo far finta di
ignorare il Muro che gli è crollato tra le braccia, né quel che è accaduto ai
suoi confini in seguito alla decomposizione dell'Urss. Deve quindi trarre le
coinseguenze.
Dove la Francia vede una costruzione compiuta, della quale si deve rinnovare il
meno possibile, la Germania immagina un " cantiere permanente". Per la
prima l'allargamento a Est è una prospettiva da allontanare, per la seconda è
al contrario una realtà che prefigura già "l'allargamento
dell'allargamento". Per i tedeschi l'Unione europea è senza limitazioni
geografiche: non solo a livello politico e industriale, ma anche nell'opinione
pubblica, l'ingresso dei cechi, degli ungheresi, dei polacchi e degli altri
popoli vicini è atteso con disinvoltura, spesso con impazienza. Per i francesi,
a tutti i livelli, rappresenta una minaccia.
L'Unione che si estende a Est significa un ingrandimento della zona di influenza
tedesca. Parigi non gradisce certo il trasloco dell'epicentro europeo verso
Berlino. Parigi gioca, è vero, su posizioni difensive. Non sempre a torto.
Quando rifiuta, ad esempio, come se la riunificazione non fosse avvenuta, di
tradurre in voti il maggior peso demografico tedesco (82 milioni di abitanti in
Germania contro poco meno di sessanta in Francia, Gran Bretagna e Italia) si
richiama a un principio non tanto sbagliato. Jacques Delors dice che "un
uomo senza memoria non può disegnare l'avvenire": e si riferisce al patto
di parità esistente tra i due paesi: nel Trattato di Roma (1957), sottolinea
l'ex presidente della Commissione europea, era infatti implicito che i tedeschi
orientali fossero potenziali cittadini d'Europa.
Venendo meno a quel patto di parità si rischia di ferire lo spirito della
grande avventura pacifica, cominciata per mettere fine alle tragedie del "secolo
breve", sulle due sponde del Reno. Fissare i voti di ciascun paese, nei
Consigli europei, basandosi esclusivamente sul numero degli abitanti, sarà nel
futuro una grande conquista: significherà l'emergere di una sola nazionalità,
quella europea. Ma siamo molto lontani da questo traguardo.
Gli Stati nazione sopravvivono, e, pur essendo fonti di discordie e gelosie,
restano per il momento inviolabili, e sono in definitiva un ancoraggio
rassicurante per gli individui che smarriscono facilmente la loro identità in
un mondo sempre più uniforme. In questa situazione, il peso demografico,
calcolato con la pura aritmetica, ristabilirebbe fastidiose superiorità
nazionali. E questo non serve neppure alla Germania federale.
Un altro dissidio franco-tedesco, riguardante la futura Costituzione di cui si
dovrebbe un giorno dotare l' Unione, è abbastanza significativo. Il presidente
tedesco, Rau, a Berlino, e il presidente italiano, Ciampi, a Milano, hanno
ribadito nei giorni scorsi la necessità di una legge fondamentale che
riorganizzi le istituzioni europee. Per entrambi i capi di Stato sarebbe un
documento utile per rafforzare e accelerare l'integrazione tra i paesi membri,
vecchi e nuovi. L'ottica francese è diversa: la Costituzione dovrebbe servire
anzitutto a proteggere gli Stati nazionali dalle pretese dell'Unione e delle
istituzioni comunitarie. Dovrebbe stabilire dei confini e funzionare da barriera.
Non è un caso se gli euroscettici inglesi esprimono concetti molto simili.
Questo tema non è in programma a Nizza, ma rivela lo spirito che anima i vari
protagonisti del vertice. Gli interessi nazionali peseranno come sempre, ma
questa volta conterà molto anche la Storia, quindi le reciproche concessioni,
indispensabili per arrivare a un accordo, saranno più difficili del solito.

e l'Italia...

... è in panchina!

MOTTO DELL'EUROPA CHE CONTA:
MISSTRAUEN
ITALIEN
DIFFIDARE DELL'ITALIA
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Was
für ein Europa ist das ???? |
Che razza di
Europa è questa ???? |
| Report: Opel plants in Germany safe if Fiat takes
stake
Douglas A. Bolduc
Automotive News Europe
April 27, 2009 07:39 CET
Opel's German factories would keep operating and the
General Motors subsidiary would not be burdened with Fiat's large debt
if the rival European automakers form a partnership, the online version
of German news magazine Der Spiegel reported late Sunday.
“It will be made clear that the Fiat Group's debts
will not be carried over,” a source in Turin told the magazine. “The bad
debts will not threaten the project.”
Last week Fiat reported that its net debt rose to 6.6
billion euros in the first quarter from 5.9 billion euros at the end of
2008.
Fiat would, however, not commit to keeping output
capacity at each Opel site at current levels, Spiegel reported.
Unpopular proposal
Initial reaction to reports of the possible
mega-fusion has been negative.
European Union Industry Commissioner Guenter Verheugen
questioned Fiat's ability to do separate deals with two struggling
automakers given its high debt level.
Fiat also is negotiating to take a 20 percent stake
Chrysler LLC. Fiat and Chrysler have until April 30 to complete the
pact.
Opel union officials also have spoken out against a
deal with Fiat because they fear massive job losses. Meanwhile, reports
that supplier Magna International is interested in Opel have received
positive feedback.
German Economy Minister Karl-Theodor zu Guttenberg
told Spiegel on Saturday: "We'll obviously examine their possible entry
quite seriously."
Spiegel's Turin source said that, contrary to reports,
Fiat and Opel will not sign a letter of intent for the partnership on
Tuesday.
“There is no such paper,” the source said. “Also,
there have been no talks between Fiat and Opel's shareholders.”
6 million cars a year
Fiat CEO Sergio Marchionne plans to merge Fiat Group
Automobiles with Opel, its U.K. sister brand Vauxhall and GM's Latin
American operations, three people familiar to the matter told Automotive
News Europe.
Combining Fiat with Chrysler and GM's Latin American
and Opel/Vauxhall operations would create a 6.65-million unit giant,
which would be the world's No. 2 automaker ranked by units sold on last
year's numbers.
It would give Marchionne the economies of scale that
he craves.
"You need at least 5.5 million to 6 million cars (a
year) based on shared vehicle architectures to have a chance of making
money. Fiat is not even halfway there. So we need to aggregate,"
Marchionne told ANE last November. |
Rapporto: Opel impianti in Germania francobollati se
Fiat prende gioco Douglas A. Bolduc
Automotive News Europe
Aprile 27, 2009 07:39 CET
Le fabbriche tedesche di Opel saranno tenute operative
e la filiale General Motors non sareà gravata di un partenariato col
grande debito Fiat se il rivale automobilistico europeo, la
versione online del giornale tedesco Der Spiegel notizie riportate in
serata di domenica.
"Sarà chiarito che i debiti del gruppo Fiat non
saranno sopportati" una fonte di Torino ha detto alla rivista. "I
crediti inesigibili non minacceranno il progetto".
La settimana scorsa, la Fiat ha comunicato che il suo
debito netto è salito a 6,6 miliardi di euro nel primo trimestre dai 5,9
miliardi di euro alla fine del 2008.
Fiat, tuttavia, non si impegnerebbe a mantenere la
capacità di produzione in ogni sito Opel ai livelli attuali,
riporta Spiegel.
Proposta impopolare.
La reazione iniziale al rapporto della possibile
mega-fusione è stato negativo.
Il Commissario all'Industria Europea Guenter Verheugen,
ha messo in discussione la capacità Fiat di fare offerte distinte con
due case automobilistiche in crisi a causa del suo elevato livello del
debito.
Fiat sta anche negoziando di prendere un 20 per cento
di Chrysler LLC. Fiat e Chrysler hanno tempo fino al 30 aprile per
completare il patto.
Funzionari sindacali Opel hanno anche parlato contro
un accordo con Fiat perché temono massicce perdite di posti di lavoro.
Nel frattempo si osserva che il fornitore Magna International è
interessata e in Opel hanno ricevuto un feedback positivo.
Il ministro dell'Economia Tedesco Karl-Theodor zu
Guttenberg, riporta Spiegel sabato, ha detto: "Noi, ovviamente,
esamineremo molto seriamenteil loro possibile ingresso "
La fonte Spiegel in Torino ha detto che,
contrariamente alle voci, la Fiat e Opel non firmeranno martedì una
lettera di intenti per la collaborazione.
"Non esiste la lettera", ha detto la fonte. "Inoltre,
non vi sono stati colloqui tra Fiat e gli azionisti Opel ".
6 milioni di automobili all'anno
Il CEO Fiat Sergio Marchionne pianifica di fondere
Fiat Auto con Opel, la sua filiale nel Regno Unito Vauxhall e le
operazioni latino-americane GM's, tre elementi che conoscono la materia
riporta Automotive News Europe.
La combinazione delle attività di Fiatcon Chrysler e
GM's latino-americani e Opel / Vauxhall crea un gigante di 6,65 milioni
di unità, che sarebbe il n ° 2 del mondo automobilistico graduatoria in
quanto a di unità vendute considerando i numeri dello scorso anno.
Si darebbe a Marchionne l'economia di scala che egli
cerca.
"Abbiamo bisogno di almeno da 5,5 milioni a 6 milioni
di vetture (all'anno), sulla basa dell'architettura condivisa del
veicolo per avere una possibilità di fare soldi. Fiat non è nemmeno a
metà strada. Per questo abbiamo bisogno di aggregare," ha detto
Marchionne all' ANE lo scorso novembre. |
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DER SPIEGEL 26.
April 2009
AUTOINDUSTRIE Opel-Fans hoffen auf das Magna-Wunder
Von Anselm Waldermann
Sie misstrauen Fiat, deshalb plädieren sie
für den anderen Interessenten:
Der Autozulieferer Magna soll den Zuschlag für Opel bekommen, fordern
Betriebsräte und Politiker. Hinter dem Unternehmen stecken ein
schillernder Multimilliardär - und russische Geldgeber. |
DER SPIEGEL 26
aprile 2009
AUTOINDUSTRIE i sostenitori di Opel sperano in un
miracolo da Magna di Anselm Waldermann
Essi diffidano di Fiat, questo è il motivo per cui
essi applaudono chiunque altro:
il fornitore automobilistico Magna deve essere aggiudicati per Opel,
chiedono consigli eri e politici. Dietro la società ci sono un
abbagliante multi-miliardario e donatori russi. |
Se devono
scegliere tra abbaglianti investitori multimiliardari russi e una società, come
la FIAT che è il simbolo dell'industria italiana i tedeschi non hanno dubbi:
meglio mille volte i russi.
Der Spiegel, 07/05/2009

Sueddeutsche Zeitung 26/05/2009

WirtschaftsWoche 26/05/2009

il trend è negativo dal 7 al 26 maggio, il
governo tedesco non sceglierà mai FIAT, con le lezioni politiche di settembre in
vista, salvo intervento di Obama, ma alla fine chi finanzia sono i tedeschi
Ci resterà l'amara ironia dei pochi, che però
non fanno politica
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WirtschaftsWoche,
dai commenti
dei lettori
http://www.wiwo.de/unternehmer-maerkte/fuenf-gruende-die-fuer-magna-sprechen-397995/
von
Lutz am 23.05.2009 08:52 Uhr
bekanntlich ist jeder besser als die Italiener...
China mit seinen (defekt) Raubkopie...
Russland mit seiner berühmter chernobyl-technik...
GM
mit seinen Desastern (die weiterhin Fiat Dieselmotoren kaufen
muss)...
und
als Beweis für magnas Spitzentechnik wird das Konzept eines bmw
roadster gezeigt, von magna entwikelt, als wären fiats ferraris
rote Pizzas mit Paprika...
lächerlich,
das
Ganze endet wie bei Continental... die ist heute wieder pleite,
Pirelli ist noch ein hochangesehenes Unternehmen.
Weiter so!
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Traduzione da
Wirtschafswoche, commenti dei lettori all’articolo:
http://www.wiwo.de/unternehmer-maerkte/fuenf-gruende-die-fuer-magna-sprechen-397995/
Da Lutz il
23.05.2009 ore 08:52
notoriamente
tutti sono meglio degli italiani ...
La Cina, con
le sue (difettose) copie pirata ...
La Russia, con
la sua famosa tecnologia-Cernobyl ...
GM con le sue
catastrofi (che hanno ancora bisogno di acquistare i diesel
Fiat) ...
e come prova
di alta tecnologia di Magna il concetto viene mostrato con una
BMW roadster, sviluppato da Magna, come se le Ferrari di Fiat
fossero pizze rosse con paprika…
Ridicolo.
Il tutto
finirà come per Continental…che ora è fallita ancora una volta,
mentre Pirelli è ancora una società altamente rispettata.
Avanti così! |
ore 8,07 del 27 maggio 2009 Sueddeutsche Zeitung
LA SVOLTA?

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