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ALLEGATO 6vai ai precedenti ALLEGATI AK ... AZAllegato BA. "Bombardamenti legittimi ma inutili"Il premier parla per la prima volta a un giornale italiano del raid
in Iraq e dell'Europa Barbara Spinelli
Allegato BB. MORALISTI
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| ALLEGATO >Date:
Mon, 21 Dec 1998 19:07:18 +0100 |
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Allegato BC.
La Stampa
Giovedì 31 Dicembre 1998
C I sono parole e gesti che ricordano la Grande Azione Parallela
immaginata da Musil, nei festeggiamenti che salutano in queste ore la nascita dell'euro, e
lo svanire di undici monete nazionali. Parole che giustamente celebrano l'evento, che
giustamente esprimono storica fierezza, ma che al tempo stesso svelano una contentezza
prematura, spesso incongrua. Sono parole imprecise, che ricorrono in non pochi discorsi
inaugurali e che parlano di ineluttabilità, di fatalità, di irreversibilità, di
automatici ingranaggi: è ineluttabile che dall'euro nasca un'unità politica dell'Europa,
è fatale che la Moneta Unica secerna la Spada Comune o la comune identità di cui tanto
si sente la mancanza. Si celebra quello che ancora non c'è - che ancora non si vuol fare
esistere - ma che è già presente sotto forma di fatale promessa nell' ingranaggio
dell'euro. Si festeggia un'Europa contenta, che ha chiuso il quaderno dei compiti, già
pronta per esser commemorata in solenni giubilei: esattamente come nel romanzo di Musil,
dove oggetto della celebrazione giubilante è l'impero austro-ungarico in via di
dissoluzione. Il giornale "Le Monde" parla addirittura di Euro-antidepressivo:
come se di ansiolitici avessimo oggi bisogno, e di sonni acquietati all'ombra d'una
potente Banca sovrannazionale che contiene il corpo d'Europa come la sacra ostia contiene
l'incarnazione di Dio.
Non di tranquillanti hanno invece bisogno gli europei ma piuttosto di occhi vigili,
inquieti, spalancati sui pericoli: pericoli paralleli alla Grande Azione. Pericoli che i
celebranti non sempre desiderano vedere. La
Moneta Unica è una poderosa impresa e certamente è una storica svolta, che fa seguito
alla prima svolta epocale rappresentata negli Anni 50 dalla Ceca, dalla messa in comune
dei due simboli delle guerre europee che furono il carbone e l'acciaio. Ma è un'impresa
che permette l'inizio, non la conclusione di un cammino. E' un mezzo che dà potenza
politica all'Europa solo se quest'ultima vuole la potenza che invoca, la costruisce, la
pensa allo stesso modo impavido, cocciuto, con cui ha inventato la moneta. Soprattutto non
è un'impresa irreversibile, immune ai flagelli: nessuna impresa umana lo è, come insegna
la rovina di Vienna e di tanti imperi che pretendevano all'invulnerabilità.
Non meno reversibile è dunque l'Europa monetaria. E' minacciata da nuovi narcisismi
nazionali, che rischiano di far ritorno. Può "esplodere psicologicamente e
politicamente se gli Stati cominceranno a litigare come mercanti di tappeti" attorno
ai contributi versati all'Unione, confida Jacques Delors al Figaro. E' messa in pericolo
da un'impotenza politica e strategica che accentua questi egoismi narcisisti delle élite.
La potenza politica non nasce spontaneamente. Nasce da un insieme di azioni forti,
ripetute, e simili tra loro, che gli Stati compiono ciascuno per conto proprio con l'idea
di costruire qualcosa di più efficace della moneta, o anche di comuni politiche
economiche, sociali: qualcosa che somigli a un'Europa Superpotenza, che affianchi alla
moneta la Spada Comune. Anche per la moneta d'altronde si è fatto così: gli Stati hanno
fatto intensi sforzi solitari, per poter costruire uno strumento - l'Euro- in grado di
competere con le potenze mondiali dell'economia.
Un'Europa superpotenza sa vedere e fronteggiare i pericoli che la circondano. Ha il senso,
acuto, di quelle che sono le autentiche svolte storiche. L'autentica svolta non avviene in
queste ore, ma è avvenuta nell'89 e nei primi Aa
Anni 90: con la liberazione degli europei centro-orientali dal comunismo, la fine della
guerra fredda, l'unificazione della Germania, il tracollo dell'Urss, il sorgere di una
Russia colma di risentimenti, e offesa, umiliata, somigliante alla Germania di Weimar. Si
dice che l'euro fu inventato per rispondere a simili sfide, ma anche questa è
un'imprecisione. Mitterrand volle imbrigliare la Germania ingrandita, e altri veri scopi
politici non sono mai stati meditati nell'Unione. Non sono stati meditati quando la fine
della guerra fredda scatenò le aggressività panserbe in ex Jugoslavia, o - a Sud - le
aggressività integraliste islamiche in Algeria o Egitto. Non sono stati meditati quando
gli europei centro-orientali bussarono alle nostre porte, invocando il gesto fatto da Bonn
verso l'altra Germania: invocando quello che chiamiamo ancora allargamento , e che alla
luce dell'89 dovremmo chiamare riunificazione dell'Europa. Non sono stati meditati quando
il Ruanda fu teatro di un genocidio più rapido ancora di quello ebraico - 850.000 morti,
in due mesi e mezzo - senza che gli europei, colmi di memoria come pretendono di essere,
si inquietassero.
Una superpotenza non si limita a litigare con l'America, lasciando che sia sempre ancora
lei a occuparsi della nostra sicurezza in Russia o nel Golfo Persico, in Medio Oriente o
in Bosnia e Kosovo. Non si limita a rivendicare un diritto al dissenso di cui già dispone
ampiamente, da quando il conflitto Eest-Ovest si è concluso. E' capace invece, se aspira
a divenire superpotenza, di intuire le minacce, nella consapevolezza che queste possono
esser affrontate in modo diverso ma sono pur sempre minacce che esigono risposte ferme,
rapide, non equivoche. E' una minaccia il postcomunismo che domina il Parlamento a Mosca,
che parla di "patria sovietica profanata", che accusa Eltsin di essersi
circondato di ebrei e di aver attuato un "genocidio del popolo russo". E' un
pericolo l'alleanza che si sta creando tra nazicomunisti serbi, bielorussi, russi -
protagonisti Seselj vice premier serbo e fautore di un genocidio in Kosovo, Lukashenko
presidente bielorusso e ammiratore di Hitler - con l'intento di combattere l'Occidente e
la "cospirazione sionista" contro l'anima slava. I compromessi europei con
Milosevic facilitano l'ascesa di un Milosevic russo, dotato questa volta di armi nucleari
e biologiche. I leader socialdemocratici europei sospettano i precedenti governi
conservatori, soprattutto in Germania, di aver troppo puntato su Eltsin, di non aver
dialogato con i parlamentari comunisti maggioritari nella Duma, di aver aperto troppo
presto all'Europa centro-orientale. Ma non fanno nulla, per cambiare le politiche verso
l'Est e riformare l'Unione. Non vedono la Weimar russa, dimenticano le saggezze del '45, e
si comportano come le democrazie negli Anni 20: ignorando le difficoltà della potenza
vinta, non aiutandola a ricostruirsi.
Non conviene infine dimenticare, in queste ore di contentezze, le vittime politiche che la
nascita dell'euro ha comportato. E' accaduto in Germania, e in Italia: con rara violenza
politica, son stati sacrificati sull'altare della Moneta Unica leader come Kohl e Prodi,
che questa moneta l'hanno più intensamente voluta. Ambedue avevano legato il proprio
destino di capi politici alla riuscita dell'impresa, e son stati gettati appena questa è
riuscita. Ambedue hanno dato un compito alto alla propria nazione, hanno avuto memoria dei
mali che affliggono i popoli rispettivi. Ambedue hanno mostrato capacità di guida, al di
là di innegabili difetti. Kohl fu l'unico ad avere fiuto storico dopo l'89, e a invocare
la riunificazione dell'Europa dopo quella tedesca. Prodi fu il primo politico italiano a
voler non solo l'ingresso nell'Euro ma la rivalutazione e razionalizzazione della politica
nel nostro Paese, come commenta amaramente Il Mulino . Fu il primo a dire, come Mendes
France quando negoziò la pace in Indocina: mi dimetto se non riesco a portare gli
italiani nella Moneta Unica. Jim Hoagland sul Washington Post scrisse in ottobre che Prodi
era stato una novità, nel cinico sistema partitico italiano.
I sacrifici di Kohl e di Prodi - non veramente spiegati o smentiti dai successori - non
sono promettenti. Non rendono più semplice la mobilitazione dei cittadini attorno a nuovi
difficili compiti, il superamento delle retoriche Azioni Parallele, e l'edificazione
dell'Europa Superpotenza di cui resta così grande necessità.
Barbara Spinelli
antologia
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| Allegato BD. Monday, January 4, 1999 What You Need
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emu: a large, flightless bird, similar to the ostrich but somewhat smaller |
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LONDON
After 40 years of negotiating that began when European leaders signed the Treaty of Rome in 1957, EMU takes wing Monday. The 11 countries participating in economic and monetary union turned over control of their monetary policy to the new European Central Bank. Officially, the euro is now a currency. It can be used to buy, trade and sell.
It may at times seem arcane, but EMU is one of the greatest adventures Europe has ever embarked upon. Here's a cheat sheet on the euro, how it came to be, and what it means for Europe and for the U.S.:
Q: What is EMU?
A: It stands for economic and monetary union, the formal name for the system under
which participating countries will share the same currency. It was debated for decades.
Finally, in 1992, European Union countries signed the Maastricht Treaty, named after the
town in the Netherlands where it was signed, that created the common currency and set up
the criteria for countries to join.
Q: Why is Europe doing this?
A: Partly because it's one more step -- albeit a giant one -- in Europe's quest for
closer political integration. But there are real economic reasons, too: A single currency
is the logical consequence of a single European market, in which goods, people and
services travel freely across national borders. A common currency eliminates exchange
costs when you convert one European currency into another and eliminates the uncertainty
associated with exchange-rate fluctuations.
Q: Why is the EMU considered to be so important?
A: Eleven sovereign nations have decided at once to do away with printing their own
money, one of the most important prerogatives of a state, hand over their monetary policy
to a supranational body and literally destroy their own currency. It means an end to the
days when member European countries could devalue their currencies to gain
competitiveness. And it makes Europe a force to be reckoned with on the world scene, even
if it remains a collection of states, not a unified, federal state like the U.S.
Q: What will the common currency be called, and what's it
worth?
A: The euro. It's worth $1.17 as of Jan. 1, but that's subject to the whims of the
currency markets.
Q: When does it go into effect?
A: Technically, it began on Jan. 1. But practically, it starts Monday for paperless
transactions. All cash transactions will continue to be in national currencies until Jan.
1, 2002, when euro bills and coins start circulating. Then, there will be a transition
period of up to six months, when the euro will be used along with the national currencies.
Q: If euro notes and coins don't exist, what good is the
currency
A: Consumers and businesses can now open bank accounts, write checks and borrow
money in euros. Travelers can buy euro travelers checks. Stocks and bonds will be quoted
in euros.
Q: How do the euro-savvy refer to the bloc of 11 countries
in the euro?
A: "Euroland" is the hottest. "Euro-zone" is common, but not as
snappy.
Q: What happened this weekend?
A: The 11 euro countries locked in the exchange rates between their national
currencies and the euro. The mark, the lira and the others will now trade at the same rate
against the euro until they completely disappear in 2002. But the euro's value will vary
day to day against the dollar and other non-member currencies in the exchange markets.
Q: Which countries are in EMU?
A: France and Germany, which together account for 55% of Euroland's output. Plus
Italy, Spain and Portugal, the so-called Club Med countries, which squeaked in by the
skins of their teeth. The other members are Finland, Ireland, Belgium, the Netherlands,
Luxembourg, Austria.
Q: What are the criteria for joining?
A: To be an EMU member, countries had to be a part of the European Union. They also
had to meet five criteria:
Q: So who's not in EMU?
A: There are four remaining European Union countries that aren't in the single
currency. Greece flunked all of the Maastricht criteria. Sweden, Britain and Denmark
passed, but declined to join the party.
Q: Why would Britain not want to be in the single
currency?
A: Many Brits don't trust the French or the Germans. They don't like the idea of
linking their economic fate to a continent where they've lost so many lives at war. They
fret about a further erosion of national sovereignty. And they really hate that their
beloved queen would be banished from the euro's banknotes.
Q: So why do France and Germany want to be in the single
currency?
A: Germany wants to make sure it never gets into another war with the rest of its
neighbors. To prevent that, German leaders want to cement themselves to the continent
economically, figuring it's harder to have conflict with countries when their economies
are tied so tightly to your own. Helmut Kohl put it best. The single currency, he argued,
"means the difference between peace and war."
France sees the euro as a way to dilute Germany's economic power and give itself a larger voice in European affairs.
The countries in the euro are also sick of playing second fiddle to America's dollar on world markets. They figure that by forming one monetary bloc, they'll have more clout than individually.
Q: What does the euro mean for America?
A: If Europe gets this right, Euroland will be a more nimble competitor, which
could eventually cost jobs in the U.S. Europe has traditionally lagged behind the U.S. in
privatization, deregulation and productivity. But now, partly to prepare for the euro,
European countries and companies are streamlining to become more competitive.
And whatever happens to the euro will affect American exports abroad: If the euro is strong, this could help U.S. exports by making them seem cheaper on world markets than European goods; if the euro is weak, U.S. exports would be more expensive, which could hurt the U.S. economy and further widen America's trade deficit.
But there's a silver lining: U.S. multinationals, already used to doing business in the vast U.S. market, are expected to do well in the new, continent-sized euro-zone.
Q: What's the impact on the dollar?
A: Some economists say the greenback's role as the world's most powerful currency
is threatened by the euro. They argue that central banks and institutional investors will
rebalance their portfolios by selling dollars and buying euros, which would weaken the
dollar.
Q: What happens when I go to France on vacation?
A: Nothing much right now, although if you're that hot to use the new currency, you
could get traveler's checks in euros. For the next three years, the euro will be used for
paperless transactions. This means that if a boutique in Paris posts prices in euros, you
may use your Visa card to pay for your Hermes scarf in euros. But you can't pay for it in
cash in euros, because there won't be any euro bills or coins until 2002. In the meantime,
banks in Euroland are required to let customers keep their accounts in either euros or the
national currencies, and all interbank transfers will be done in euros.
Starting in 2002, you will have 10 years to get rid of your old francs, marks or lire by trading them in at the bank. After that, they're no longer valid.
And airline tickets will be priced in euros.
Q: Does this mean the days are over when it was cheaper to
buy a round-trip Frankfurt-Paris-Frankfurt ticket than a Paris-Frankfurt-Paris ticket?
A: Well, those days are numbered. One of the big changes EMU will bring is price
transparency in Europe. In the past, it was harder for European consumers to tell how much
more expensive a bottle of aspirin was in Spain than in Belgium, because that aspirin was
priced in both pesetas and Belgian francs. But with one currency that will change. A euro
in Spain will be equal to a euro in Belgium, which should, the theory goes, prod companies
toward more uniform pricing.
Q: What happens if I own a stock or bond in a European
currency?
A: Stocks and bonds will be automatically redenominated in euros as of Monday, and
their prices will now be listed in euros. European government-bond yields may vary
slightly from country to country, depending on the perceived credit standing of the
issuer.
Q: Who's going to manage the whole thing?
A: The European Central Bank, which will be based in Frankfurt. The ECB will set
interest rates for Euroland and manage the monetary policies for the 11 countries. The
ECB, Euroland's equivalent to America's Federal Reserve, has a tough job ahead of it. It
must choose the right policy course for Europe's slowing economic growth. It must make
sure Euroland governments adhere to agreed-on fiscal policy limits. It's got to win the
public's confidence. And, perhaps most important, the ECB must guard its political
independence from Euroland national governments who might try to use monetary policy to
spur their own economies. The ECB also has to carry out foreign-exchange operations,
manage the official reserves of Euroland, and promote the smooth operation of the payment
systems.
Q: Who's going to head the ECB?
A: Wim Duisenberg, the former Dutch finance minister and head of the Dutch Central
Bank, who comes from the same anti-inflation school as Hans Tietmeyer, the head of
Germany's Bundesbank. That's probably a good thing, because the ECB has been modeled after
the Bundesbank, which will stay in business but only have one representative participating
in ECB interest-rate decisions.
Q: What's the biggest challenge facing the new single
currency?
A: Unemployment. European countries have notoriously higher jobless rates than
America, and Euroland is no exception: the projected 1998 unemployment rate for the 11
countries is 11.8%. While EMU shouldn't worsen unemployment in Europe, most economists
don't think it will relieve unemployment, at least not in the short term, unless it
contributes quickly to growth. But political pressure is building to use monetary policy
to spur economic growth, and a high jobless rate will only increase that pressure.
What's more, Euroland has less labor-market flexibility than America. Americans in an economically sagging region routinely pack up and move to more prosperous parts of the country. Legally, Europeans from one European Union country can work in any other EU state. But inconsistent application of the law, along with general confusion and language differences, make it more difficult for people to leave home. Without labor mobility as an agent to counter unemployment, the euro could run into trouble.
Q: Can any of the Euroland countries bail out of EMU? Can
they get kicked out?
A: Yes, and no. Remember, national governments joining EMU are surrendering control
over their monetary policy to the ECB. If things don't go well, they could be pressured by
domestic political forces at home to pull out so that they can once again use their
monetary policy to try to fix their economy, though the complexity of such a move would be
huge. And, while countries don't get booted if their fiscal policies don't stick to the
Maastricht criterion, they can be fined under the so-called Growth and Stability Pact.
Q: What's the best way to remember who's in EMU?
A: Try following this guide now popular in the British newspapers. The key to
remember: BAFFLING SIP:
B -- Belgium
A -- Austria
F -- Finland
F -- France
L -- Luxembourg
I -- Italy
N -- Netherlands
G -- Germany
S -- Spain
I -- Ireland
P -- Portugal
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Allegato BE.
La Stampa
Domenica 17 Gennaio 1999
I N apparenza è cosa molto progressista e moderna, il bisogno
sempre più diffuso che hanno i politici, i filosofi, anche i commedianti, di esser
ricevuti dal Santo Padre: il bisogno di farsi vedere, ascoltare, legittimare, dalla somma
autorità morale che Giovanni Paolo II incarna sul finire di questo millennio. Francesco
Merlo parla sul Corriere della Sera di una voga specialmente estesa presso gli atei
tormentati, di un "Papa ridotto a griffe " , di una Chiesa romana che
sostituisce la legittimazione garantita ieri dai romani salotti. L'ultimo grido è baciare
anelli pontificali o cardinalizi, senza però rinunciare alle intime miscredenze. L'ultimo
grido è il gusto medievaleggiante di santi, salvifici toccamenti. Nelle sale vaticane,
dove il Pontefice riceve, si sperimenterebbe la felice fusione tra modernità, moda, e
mondanità.
Sicché è comprensibile, lo sdegno espresso su questo giornale da Vattimo. Perché il
Pontefice riceve tanti atei, e non si mette in ascolto dei pensatori cristiani che
dissentono dalle dottrine ufficiali? Perché non apre le porte a credenti come lui, o come
Pietro Prini che ha l'ardire di parlare dello scisma sommerso di una società ansiosa di
diventare più aperta, più libera, meno rabbuiata dalla morale delle Scritture, fondata
sul peccato, la colpa, l'inferno?
Tutti questi interrogativi si possono capire: sono anch'essi peraltro molto progressisti,
moderni. Un teologo immensamente popolare in Germania, Eugen Drewermann, propone analoghe
liberazioni dall'idea di colpa, e simili congedi dalle troppo esigenti Scritture, Bibbia
ebraica in testa. Ma sono interrogativi che acquistano senso solo se è vero quel che si
dice: il Papa non è che griffe. Solo se è vero che il Medio Evo è questione di gusto :
buono o cattivo, secondo i criteri di una religione completamente estetizzata.
Non è così in realtà, e il Medio Evo non è purtroppo quel gusto leggero,
inconsistente, di cui si parla. Il Medio Evo avanza dissimulato dietro volubili maschere,
ma nei fatti torna con pesantezza gravosa, spesso torva, impaurente. Alla vigilia del
Duemila sono di ritorno non pochi terrori, che divorarono l'anno Mille: terrori
apocalittici delle epidemie - l'Aids al posto dell'antiche pesti, lebbre -, terrori di
invasioni straniere contaminanti, dei brutali faubourg ovvero periferie cittadine dove
accorrevano contadini immiseriti dall'assenza di lavoro, terrore di razze o classi
pericolose - degli ebrei e dei cavalieri imbarbariti, nell'anno Mille. E paura delle
violenze di individui o di bande non più governabili da poteri pubblici centrali, che
solo i sacerdoti riuscivano ogni tanto a moderare. Il Medio Evo torna sotto forma di
privatizzazione di spazi sempre più vasti della Cosa Pubblica , che si assottiglia oggi
come attorno all'anno Mille si assottigliò l'antica Res Publica con il suo diritto
romano, l'antico impero carolingio con i suoi sacralizzati legislatori politici. Dicono
che Eurolandia faccia rinascere l'Europa carolingia: ma non basta l'Unica moneta per
resuscitare l'Unico sovrano, non basta l'invenzione nominalistica di Eurolandia perché
nell'Unione riprenda corpo una Res Publica comune. Questa ricaduta nel Medio Evo
feconderà forse nuove crescite, come accadde dopo il Mille. Ma nel frattempo si assiste a
una frammentazione feudale-privatistica del settore pubblico, a un logorarsi dei poteri
centrali e dei collettivi, a una delegittimazione dei politici classici, a un crescente
monopolio esercitato dalla Chiesa sulle schegge sparse, impaurite, della società. Non è
dunque improntato a levità e ancor meno a modernità, questo rifugiarsi presso il
Pontefice: statisti come D'Alema ammettono un fallimento dell'autonomia e del prestigio
della politica, cercando legittimazioni al Vaticano. Non hanno più in mano i poteri
conferiti dalla gestione del Welfare, e sono costretti a riconoscere il ritorno della
privata Carità cristiana, che lo Stato Sociale aveva laicizzato. Sono sempre più
sorpassati da associazioni non governative, più o meno religiose: associazioni simili ai
caritatevoli ordini di mendicanti, che sorsero dopo l'anno Mille per fronteggiare miseria
e solitudine degli individui. Sotto lo sguardo stupito di laici osservatori, alcuni
cardinali di curia usano percorrere lunghi corridoi nei sacri palazzi, tra due ali di
poveri che si mettono obbedienti in fila per il bacio dell'anello.
Ma le analogie si fermano qui, perché ai vertici della Chiesa nulla è come prima e anche
il mondo non è quello di ieri. E' sempre un trono quello attorno al quale si assiepano
spenti sovrani, ma il trono è tragicamente vuoto. Il vicario di Cristo non è più il
grande legislatore. Non può frenare i progressi di una scienza che spodesta
definitivamente Dio e il potere che questi aveva sull'ora e la natura delle nascite,
sull'ora della morte, sulla congiunzione fecondante tra uomo e donna. Non ha
l'edificatrice forza politica, di reinvenzione dell'impero, che ebbe di fronte al
millenarismo Gerbert d'Aurillac, divenuto papa Silvestro II e potentissimo legittimatore
della nuova stirpe degli Ottoni in Germania, dei Capeti in Francia. Il trono è vuoto, son
vuote le chiese, le scuole di teologi e sacerdoti. Il Duemila s'avvicina, e manca
soprattutto la più spettacolare, catechizzante, sublime, delle risposte escogitate dalla
Chiesa dopo l'anno Mille: mancano le cattedrali gotiche, immensi bianchi bastimenti di
fede, naviganti in un mare di miseria.
La straordinaria saggezza di questo Pontefice è di essere tragicamente consapevole, di
questo vuoto di fede e di potere civilizzatore. La sua ultima enciclica su Fede e Ragione
non è il tentativo di ristabilire il dominio della Chiesa sul pensiero. E' invece una
autentica rivoluzione, nella storia del cattolicesimo e del papato. E' l'appello,
disperato, a smettere "le mete troppo modeste nel filosofare"; a ritrovare non
solo "l'audacia" ma la più "completa autonomia" di un pensare
metafisico profondo; a metter da parte la distruttiva "sfiducia nella ragione"
che impregna le moderne o postmoderne filosofie: perché una filosofia debole condanna
anche la fede a divenir debole. Senza l'aiuto di un pensare ardito - che riscopra la
metafisica, la filosofia dell'essere - la fede si trasmuta in mero "sentimento,
esperienza", e corre il rischio di non essere più una proposta universale. "E'
illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggiore
incisività". Senza ragione, la fede si degrada a "mito, superstizione": a
setta. ( Fides et ratio , paragrafi 47, 48, 56). Mai il papato era andato così lontano:
come quando fa iniziare la vera filosofia prima del cristianesimo, con la preziosa
scoperta greca del principio di non contraddizione ("l'uomo è per natura
filosofo"), o quando estende al massimo l'autonomia del ragionare: "La filosofia
manifesta la legittima aspirazione ad essere un'impresa autonoma, che si avvale delle sole
forze della ragione. Pur nella consapevolezza dei gravi limiti dovuti alla congenita
debolezza dell'umana ragione, questa aspirazione va sostenuta e rafforzata"
(paragrafo 75).
Alla disperazione dell'appello non basta rispondere con appelli a costumi più tolleranti
della Chiesa, a dottrine più pragmatiche e consolatorie verso la società libertaria. A
cospetto del Medio Evo che torna, del sovrano spento, del trono papale vuoto, son ben più
radicali le debolezze, le mancanze, e i compiti. Ricominciare un pensiero forte, perché
sia forte anche la fede. Rafforzare la fede, perché l'uomo sia "provocato" a
pensare con la potenza dei filosofi e tragici greci. La sociologia pragmatica è certo
utile per aumentare il numero di sacerdoti, ma la sociologia non somiglia alle eresie e
non riempie il vuoto dei troni, pontificali e non. Disperatamente urgente è riprendere a
pensare, a giudicare colpa e peccato, bene e male: per non dare tutti i poteri alla
scienza, secondo la quale "quel che è tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso
moralmente ammissibile" (paragrafo 88). Urgente nell'era del re-individuo sono la
responsabilità e il senso del limite, oltre alla libertà di fare o non fare. Altrimenti
diverremo veramente Ultimi Uomini, che hanno disimparato a distinguere il permesso dal
proibito e conoscono solo il binomio, magari emancipatore ma di sicuro deprimente, del
possibile-impossibile o del fattibile-infattibile.
Barbara Spinelli
antologia
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Allegato BF.
La Repubblica
Domenica 31 Gennaio 1999
DUNQUE il partito di Prodi (più Di Pietro, più alcuni sindaci in
cerca di un secondo lavoro) ci sarà ed è inutile camuffarlo da movimento: un movimento
che presenta liste elettorali, costituisce gruppi parlamentari, recluta candidati, è un
partito né più né meno. Tuttavia nega tenacemente di esserlo. Perché? Bisogna
interrogarsi con molta attenzione su questo punto che è capitale per capire che cosa stia
accadendo nel centrosinistra. E bisogna risalire alla vittoria di Berlusconi (insieme alla
Lega di Bossi) nel '94.
A far data dall'inizio degli anni Novanta una percentuale sempre più consistente di
italiani scoprirono che i partiti erano ferri vecchi, arrugginiti e corrosi, ormai da
buttare; erano chiusi ai bisogni e alle speranze che emergevano dalla società, incapaci
di interpretare e di rappresentare i cittadini, famelici nell'arrembare le istituzioni e i
posti di comando, guidati da ristrettissime e inamovibili gerarchie: per di più, come se
già non bastasse, erano corrotti fino al midollo o se volete fino all'anima. Anzi non
avevan più anima perché s'erano venduta anche quella.
Nel '94 Berlusconi (e la Lega) si presentavano come il classico movimento anti-partito.
Perciò una folta maggioranza di elettori li votarono senza badare troppo al sottile:
conflitto d'interessi, antiche e recenti compromissioni con Craxi, gravi pendenze
giudiziarie in arrivo, tutto ciò non fu minimamente preso in considerazione. Berlusconi
(e la Lega) promettevano un liberismo totale, un "fai da te" in cui chi
sgomitava di più avrebbe vinto la gara; uno Stato finalmente in ritirata; la maggioranza
degli elettori scelse questa strada.
Poi sono accadute molte cose che qui non vale la pena di ricordare poiché sono cronaca
recente. Ma un punto è rimasto ben fermo e cioè l'antipatia o addirittura l'odio contro
i partiti. È una caratteristica tipica della società italiana, ha radici molto antiche e
fa tutt'uno con l'antipatia nei confronti del Parlamento.
Negli altri grandi paesi dell'Occidente e in particolare in Europa l'antiparlamentarismo e
l'antipartitismo non sono sentimenti diffusi. Non come in Italia, per lo meno. Si dirà
che in Germania, in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna, i partiti sono migliori e
funzionano meglio che da noi; ma sarei molto cauto in proposito. La verità è che gli
italiani, nella media, sono più individualisti, più protagonisti, se volete più
creativi degli altri. Per parecchio tempo furono tenuti insieme dal cemento delle
ideologie, ciascuna delle quali si materializzava in un partito. Poi quel cemento si
sciolse e non fu sostituito da alcun altro. E così riemersero i connotati permanenti:
protagonismo, individualismo e un pizzico di istinto anarchico. Si può essere anarchici
di destra e di sinistra, anarchici moderati o radicali, ma pur sempre anarchici.
Ho detto che quest'impasto di sentimenti e di vocazioni ha in sé qualche cosa di creativo
e quindi di positivo. Ma anche di caotico e di distruttivo. Comunque buona parte degli
italiani è così e questo è un dato di fatto e non un'opinione. Con i dati di fatto è
perfettamete inutile polemizzare.
PERCHÉ l'Ulivo vinse nel '96? Perché non si identificava in un partito e perché il
leader che era stato scelto per guidare la coalizione non apparteneva a nessun partito.
Prodi fu ben accetto non perché fosse più moderato di D'Alema, non perché fosse
rassicurantemente cattolico (figuriamoci, questo è un paese di miscredenti che non sanno
di esserlo) ma perché fu vissuto come un tecnico, un grande tecnico dell'amministrazione
dell'ecomomia, fuori dai partiti.
Berlusconi intanto si era logorato con le sue mani e, ancor peggio, aveva messo le mani
maldestramente nella politica. Prodi invece era nuovo di zecca. Lo chiamavano Mortadella
ma era un soprannome affettuoso. Fu disegnato da Forattini come un parroco bonario ma
furbo quanto basta. Cominciò da subito a litigare con D'Alema. Non si iscrisse mai al
Partito popolare. Piacque. L'Ulivo prese in tutte le varie consultazioni elettorali
abbastanza di più della somma dei voti dei partiti che lo componevano. Quello era il
famoso "valore aggiunto" del quale Prodi legittimamente si ascrive il merito.
Il valore aggiunto da solo servirebbe a ben poco; per questo si chiama aggiunto. Ma anche
i valori ai quali esso si aggiunge servirebbero a poco: senza l'aggiunto in più, infatti,
avrebbero perso la gara. Questa è la contraddizione di oggi: può l'aggiunto mettersi in
gara contro quelli ai quali si aggiunge? E possono questi ultimi disgiungersi
dall'aggiunto?
Se questo divorzio avvenisse il centrodestra vincerebbe a mani basse. Infatti il
centrodestra, che per due anni e mezzo preferiva colloquiare con D'Alema e detestava
Prodi, adesso colma di lodi il Prodi disgiunto. Il disordine e la rissa nel campo di
Agramante: non è sempre stato questo l'obiettivo di ogni buon generale? Non è così che
si vincono le battaglie e anche le guerre? Non cadde Berlusconi perché la Lega si
disgiunse? E Prodi non è caduto per la disgiunzione di Bertinotti (anche se non lo nomina
mai)? Il caso si ripete.
***
Il Prodi disgiunto piace a quegli italiani (molti anche nel centrosinistra) ai quali i
partiti stanno indigesti. Perciò raccoglierà voti, tanto più in compagnia di Di Pietro
- che è disgiunto per definizione - e dei sindaci. Il voto proporzionale delle elezioni
europee rende possibile la disgiunzione perché ognuno può pensare e pesare per sé.
Prenderà voti anche fuori dal centrosinistra? Giorni fa, parlandone con Prodi, gli ho
posto questa domanda. Mi ha risposto: "Il mio obiettivo è quello: ottenere che
almeno la metà dei voti della mia lista provenga dall'altra metà del campo". E se
non sarà così, gli ho domandato. "Allora sarebbe un vero dramma" ha risposto.
Lo penso anch'io, sarebbe un vero dramma. Ma perché mai gli elettori del centrodestra
dovrebbero votarlo? Essi sanno che, dopo le europee proporzionalistiche, si tornerà al
maggioritario e il Prodi disgiunto oggi dovrà tornare inevitabilmente ad aggiungersi
domani agli odiati partiti del centrosinistra.
Temo dunque che lo sfondamento a destra di Prodi non ci sarà o sarà minimo. Ci sarà
più confusione e più rissa sotto l'Ulivo. Stabilità e governabilità diventeranno più
improbabili e il centrodestra se ne avvantaggerà. Tutto ciò è già scritto e chi non lo
vede non vuole vederlo.
***
Tutto sommato, per chi fa di mestiere l'osservatore queste diatribe in chiave di stretto
politichese interessano assai poco. La vertenza Prodi-Marini è un fatto di palazzo; così
pure la contrapposta rivendicazione fra Prodi e D'Alema su chi di loro abbia inventato
l'Ulivo. Che ce ne importa di chi l'ha inventato?
Invece ci importa molto di avere un governo che governi a dovere, ci importa che i
deputati italiani che saranno eletti a Strasburgo abbiano un buon programma per l'Europa,
ci importa che ci sia una buona classe dirigente locale e nazionale.
L'Europa e il mondo intero attraversano una crisi economica molto seria. Il problema è di
far crescere la domanda di consumi e di investimenti; soprattutto di consumi, senza i
quali gli investimenti non partiranno, quali che siano gli incentivi e la flessibilità
dei salari. A Davos queste cose le hanno ribadite tutti gli economisti e i politici
riuniti a convegno, ma sulle terapie non si sono fatti passi avanti.
Ora, c'è una sola terapia per far ripartire i consumi: aumentare il potere d'acquisto
delle famiglie e quell'obiettivo si può realizzare soltanto alleggerendo la fiscalità
sui redditi personali.
Per puntare su questo obiettivo ci vogliono due condizioni: un governo stabile in grado di
governare il ciclo economico per quanto è possibile, e un'azione in Europa che faccia
spazio a una politica espansiva anche a costo di un rallentamento negli obiettivi
rigoristici del pareggio dei bilanci entro il 2002.
Tutto ciò che indebolisce stabilità del governo e compattezza della maggioranza
parlamentare che lo sostiene va dunque contro gli interessi fondamentali del paese.
Del resto non fu Romano Prodi - quand'era al governo - ad affermare che la stabilità del
governo "è un bene in sé"? Certo se il governo non governa allora la
stabilità cessa di essere un bene e può diventare un male. Siamo a questo?
Queste domande avevo posto a Romano Prodi due domeniche fa, riaffermandogli stima e
riconoscenza per quanto fece durante i due anni e mezzo del suo governo.
Egli per spiegare la sua posizione ha scritto un articolo che "Repubblica" ha
pubblicato domenica scorsa, ma in quell'articolo non ha risposto a nessuno degli
interrogativi che gli avevo posto. Sicché torno a domandare. Che Prodi sia congiunto o
disgiunto è questione da politicanti. Ma io chiedo: con quale programma il suo drappello
andrà a Strasburgo? A quale gruppo si iscriverà nell'assemblea dell'Europa? Quale
politica economica sosterrà? E quale sarà la posizione del suo gruppo parlamentare a
Montecitorio rispetto al programma del governo D'Alema sull'occupazione, sulla crescita
economica, sulla scuola, sulla giustizia?
Noi elettori abbiamo diritto di saperlo dai capi del "partitone" auspicato da
Massimo Cacciari. Deleghe in bianco no, grazie, abbiamo tutti già dato.
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Allegato BG.
La Repubblica
Lunedì 1 Febbraio 1999
di RALF DAHRENDORF
SECONDO un mito duro a morire, l'Europa è come un ciclista: se
smette di pedalare cade. Perciò, per non rischiare il collasso, deve continuamente
inseguire sempre nuovi obiettivi. Evidentemente, chi ha perpetuato questo mito non è mai
andato in bicicletta; altrimenti saprebbe che se un ciclista vuole smettere di pedalare,
gli basta mettere i piedi per terra. Forse l'Europa ha bisogno proprio di questo: mettere
i piedi per terra, anziché tenere gli occhi puntati verso sempre nuove stelle, ogni volta
più lontane. Si vedrebbero allora con maggior chiarezza alcuni problemi molto seri legati
all'avvento dell'euro, che in un modo o nell'altro dovranno essere affrontati.
Con il manifesto di Vienna per le elezioni europee di quest'anno, la sinistra europea ci
invita a concentrarci soprattutto sull'occupazione. I suoi autori hanno incominciato forse
a rendersi conto che gli effetti dell'Ume sull'occupazione saranno scarsi, se non
inesistenti. L' euro può rafforzare ulteriormente le imprese già forti, e promuovere in
questo senso la crescita; ma una crescita di questo tipo sarà necessariamente
"jobless"; in altri termini, farà perdere più posti di lavoro di quanti possa
crearne. Semmai è concepibile che la Banca Centrale Europea prenda in considerazione
misure contro la deflazione.
MA questo problema riguarda la Germania molto più degli altri paesi di Eurolandia. E il
"patto per l'occupazione"? A mio parere, è destinato a rimanere un pezzo di
carta. Se mai ha posto qualche obiettivo, è sul piano nazionale, non su quello europeo.
Non esiste infatti un interesse di lotta alla disoccupazione autenticamente europeo. I
lettori saranno forse choccati da quest'affermazione. Il fatto è che dobbiamo distinguere
tra interessi analoghi in tutti, o in quasi tutti i paesi europei, e interessi comuni.
Tutti gli stati membri hanno lo stesso interesse a contenere la disoccupazione ai più
bassi livelli possibili, ma da ciò non si può desumere l' utilità di un'azione comune
per conseguire questo risultato. (E lo stesso può dirsi per la riforma del welfare). E'
difficile immaginare misure contro la disoccupazione che possano essere adottate soltanto,
o quanto meno in maniera ottimale, dall'Unione Europea. Se il problema si presenta
dovunque, i rimedi sono nazionali, se non addirittura regionali o locali, e in larga
misura la soluzione non dipende neppure dai governi.
Ciò dipende in parte dal fatto che la disoccupazione non ha lo stesso significato nei
diversi paesi, tanto che neppure le statistiche ufficiali sono comparabili; e il sostegno
pubblico ai disoccupati presenta enormi differenze. La Germania assicura indennità di
disoccupazione superiori ai salari di molti lavoratori britannici. In Italia, i
disoccupati possono spesso ricorrere ad alternative che non esistono in Vallonia (Belgio).
E' difficile immaginare una politica che produca gli stessi effetti a Bari, a Dortmund o a
Mons. La Germania non è riuscita neppure a varare una politica capace di aiutare in
eguale misura i disoccupati di Dortmund, nella zona occidentale, e quelli di Rostock,
nell'ex Rdt. Un'altra ragione, ancora più importante, si apparenta alla vera risposta da
dare alla domanda sul dopo-euro. Ciascuno degli stati membri dell'Unione sarebbe felice di
poter accogliere qualche società giapponese o americana in grado di creare posti di
lavoro. E molti cercheranno di trovare il modo per attirare gli investimenti. Non si
versano lacrime francesi quando la Renault chiude una fabbrica in Belgio. La verità è
che i paesi dell'Unione sono in concorrenza tra loro quando si tratta della creazione di
posti di lavoro. E forse è giusto che sia così. Ecco la vera questione per l'Europa:
fino a che punto siamo in concorrenza, e qual è il grado di coordinamento di cui abbiamo
bisogno?
Su questa questione, i pareri sono diversi, come dimostra il dibattito sull'armonizzazione
fiscale. Ma le posizioni divergono seguendo linee caratteristiche. Se prendiamo come
esempio la questione fiscale, i paesi in cui la tassazione è elevata sono interessati
all'armonizzazione, o almeno al coordinamento, e chiedono che venga eliminata la
"concorrenza sleale" dei paesi a minor livello di tassazione. Quelli in cui il
livello dell'imposizione fiscale è basso sono invece favorevoli alla competizione in
campo fiscale: sanno benissimo che in assenza di armonizzazione, nei paesi in cui il fisco
è più esigente le tasse dovranno diminuire.
Si può immaginare che un conflitto analogo sorga sulla questione occupazionale. I paesi
con alti livelli di disoccupazione possono essere indotti a suggerire misure suscettibili
di ridurre i vantaggi concorrenziali degli altri stati, insistendo ad esempio su standard
sociali comuni, che portino all'aumento dei contributi sociali là dove attualmente sono
bassi. E' questa la posizione tedesca, mentre i britannici sostengono che se la Germania e
gli altri paesi con situazioni analoghe vogliono ridurre la disoccupazione, devono
adottare misure a livello dell' offerta; e finché rifiutano di farlo, non hanno il
diritto di lamentarsi del problema.
Ma queste divergenze sottendono problemi politici profondi. Ad esempio, il problema della
Germania. La via tedesca deve diventare quella europea? Ovviamente, si può rovesciare la
domanda e chiedersi se il modello britannico debba valere anche per gli altri paesi. Si
pone inoltre una questione più ampia, e di più immediata pertinenza: è possibile
sostenere una politica monetaria comune, condotta da un'istituzione indipendente quale la
Banca centrale europea, in un contesto di accanita concorrenza in importanti settori della
politica economica e sociale? La Banca centrale (nella misura in cui ha potuto adottare
una posizione nella prima settimana della sua esistenza) è nel complesso agnostica su
questa questione. I suoi responsabili si concentrano sulla stabilità dei prezzi, che
rientra nella loro responsabilità istituzionale, e pensano di possedere gli strumenti per
conseguirla. E non la ritengono incompatibile con la competizione nel campo della politica
economica e sociale. Si può dire forse che nel complesso sono favorevoli a questa
competizione, in quanto costituisce un'ulteriore garanzia dell'indipendenza della Bce.
Se la posizione di Oskar Lafontaine guadagnerà terreno, la Banca centrale sarà invitata
di tanto in tanto a sacrificare la stabilità dei prezzi in nome di altri obiettivi. Ma
qui ci addentriamo su un terreno per ora non sperimentato - che però potrebbe esserlo
presto, se il manifesto di Vienna divenisse politica di governo in vari paesi.
Secondo il mio punto di vista, la propensione dei dirigenti della Banca centrale è
corretta. Esiste un forte rischio che l'Unione Europea divenga sempre più sinonimo di
protezione, prestata dai paesi con i conti in regola a beneficio degli altri; tutto questo
riguarda anche i "near abroad", i paesi vicini esterni all' Ue, e i "far
abroad", cioè gli Stati Uniti, il Giappone e altri. Come i neodemocratici degli
Stati Uniti, i neosocialdemocratici europei tendono al protezionismo. E date le dimensioni
che l'Unione europea ha ormai acquistato, una scelta del genere potrebbe apparire come una
reale possibilità. C'è già chi afferma con tono trionfante che la crisi asiatica non ha
scalfito Eurolandia; e non sono mancate le dichiarazioni aggressive nei riguardi del
dollaro. Misure di armonizzazione - o anche di coordinamento - rischiano di rafforzare
atteggiamenti eurocentrici di questo tipo, e soprattutto di creare rigidezze che in
definitiva danneggerebbero la forza creativa, innovativa dell'Europa e delle sue economie.
La competizione è una buona cosa, e non soltanto per ragioni strettamente economiche.
Favorisce i consumatori, libera dai controlli, incoraggia l'innovazione e mantiene vive le
comunità. Nella scelta tra competizione e coordinamento, l'Europa si trova su uno
spartiacque. Potrebbe usare l'euro per consentire a ogni paese o regione, e alla vita
economica europea nel suo complesso, di dare il meglio di sé; così come potrebbe usarlo
per ostruire le arterie della vita economica e sociale. Non si tratta qui di un altro
Trattato di Maastricht o di Amsterdam. Saranno le azioni portate avanti giorno per giorno
a decidere se potremo rallegrarci di essere cittadini dell'Unione europea.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
antologia Dahrendorf
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Allegato BH.
La Stampa
Sabato 6 Febbraio 1999
ORANGE (Avignone)
DAL NOSTRO INVIATO
Accompagnare Daniel Cohn-Bendit nella città provenzale di Orange, dove governa un sindaco
del Fronte Nazionale lepenista e dove le periferie sono difficili, serve a smuovere non
poche cose nelle menti di chi osserva da vicino questa singolare campagna per l'Europa
condotta in terre francesi da un ex-sessantottino d'origine tedesca. Aiuta a ripensare da
capo la politica tradizionale, e i motivi per cui tanti elettori ne sono disgustati, o a
volte perfino inorriditi: non solo in Francia, ma anche da noi in Italia. Aiuta il
giornalista a non fissare troppo intensamente lo sguardo su quel che accade nei palazzi, e
a vedere come vivono - lontani dai maquillages delle capitali, lontani dalle redazioni
assiepate ai piedi dei sovrani - i singoli individui che provano a vivere in società: con
le loro ansie e disillusioni raramente raffigurate o espresse, con la loro speciale
nozione del tempo, con le loro aspettative. Aiuta a capire la più importante, la più
perturbante di queste attese: l'attesa d'Europa, così come si aggruma sotto forma di
interrogativi torbidi o speranzosamente incerti, adesso che la Moneta è fatta e che gli
Stati hanno perduto non pochi poteri sovrani che ancor ieri possedevano.
Dany il Rosso è in campagna fin dall'autunno '98, e ha cominciato i comizi nelle pieghe
della Francia subito dopo la nascita dell'euro, a gennaio. E' il primo politico a parlare
un linguaggio eterodosso, che tiene conto di quel che è avvenuto in questo continente
negli ultimi 10-12 anni, tra Cernobil, la caduta del Muro e la nascita della Moneta. Per
questo ha uno strano sorriso, quando gli chiedono come mai si sia gettato così
precocemente nella battaglia: in mezzo a un così grande silenzio, a un così vasto
disinteresse per il Parlamento di Strasburgo che sarà rinnovato solo più in là, nel
mese di giugno. Ha un sorriso che s'infiamma divertito dentro il celeste degli occhi -
strani immutati "occhi stellanti", come in Thomas Mann - ma che al tempo stesso
sembra raggelarsi stupefatto: "Troppo precoce per chi? Possibile che mi facciano
tutti quest'insulsa domanda? Troppo tardi, semmai! Infinitamente troppo tardi per queste
città e periferie cui son state raccontate mille storie sull'euro, e che non vedono
sorgere nulla all'orizzonte! Certamente troppo tardi, se si guarda all'urgenza delle
paure, delle attese disordinate, che la nuova Europa suscita nel cittadino: non solo
l'Europa della moneta, ma l'Europa che sta per riunificarsi con l'Est, l'Europa
confrontata con guerre e massacri ai propri confini!".
Questo dice Dany, fin dalle prime ore della campagna: questo spostarsi di linee, di
coordinate storiche e strategiche, che i massimi tecnici della Moneta conoscono, ma che
hanno custodito nel segreto delle menti e dei dossier per troppo tempo, con troppa
gelosia. La nascita dell'euro dovrà scombussolare non solo il lessico e le promesse
mantenibili del politico, ma anche i tempi, i ritmi del pensare, del reinventare la
politica come pedagogia. "E' non solo sterile ma insultante, attendere che cominci la
campagna ufficiale per fare quattro o cinque discorsetti saccenti sull'Europa, e poi
ritornare alle abituali politiche nazionali come se nulla fosse successo. E' insultante
per gli elettori, ed è inutile per i rappresentanti che andranno a Strasburgo". Un
politico che non sia in grado di ascoltare la società per lungo tempo - mettendosi a
sedere al suo fianco con pazienza, curiosità, ambizione pedagogica - è un politico
finito. Cohn-Bendit lo ripete, sempre: "E' un politico che non prende sul serio
l'Europa di cui pretende di parlare".
Lui invece prende sul serio l'Europa. La prende talmente sul serio che ha deciso di usare
questa campagna per nominare il politico ideale che a suo parere dovrebbe divenire
Presidente della Commissione di Bruxelles. Non dovranno essere solo i governi a decidere
il nome, dice: il Parlamento deve influenzare la scelta degli Stati, come suggerito da
Delors o, in Italia, da Tommaso Padoa-Schioppa. Dany fa la sua proposta proprio qui, in
terra lepenista. Il candidato delle sinistre alle Europee non può essere che Romano
Prodi, annuncia: "Prodi che per primo ha inventato e guidato una sinistra di
coalizione: il movimento dell'Ulivo, che tutti noi, in Francia come in Germania, abbiamo
poi imitato". Cohn-Bendit cita ancora Prodi, quando propone il suo piano per la
costruzione di grandi progetti europei - ferrovie, infrastrutture estese ai Paesi dell'Est
candidati all'ingresso nell'Unione - che potrebbe esser finanziato con parte delle riserve
rese disponibili dalle banche centrali nazionali. "L'idea è di Prodi e deve essere
il progetto delle sinistre", ricorda Dany nelle periferie e nel comizio finale a
Orange. Ma l'ex Premier italiano è soprattutto l'uomo europeo di cui c'è bisogno, spiega
ancora Cohn-Bendit, per evitare che il continente diventi una potenza troppo sbilanciata
verso l'Est, come forse la Germania vorrebbe: "Prodi è la garanzia che l'Europa si
concentrerà sull'Est, sull'ex Urss, ma anche sul Sud e il Mediterraneo, sulla Turchia e
l'Algeria". Per questi motivi "non è raccomandabile la candidatura del
socialista austriaco Vranitzky, esclusivamente attratto dall'Est. Né la candidatura dello
spagnolo Solana, perché il capo simbolico d'Europa è meglio sia un politico decisamente
civile, non un civile che ha guidato la Nato".
E' dunque un autentico appello, quello che Cohn-Bendit lancia indirettamente a Prodi. Un
appello colmo di riconoscimenti, ma anche di aspettative, di domande, di sfide esigenti,
severe. In fondo è chiesto a Prodi e ai suoi uomini di fare quello che ha fatto lui,
Dany: di prendere il pullman o il treno -subito, senza indugi, senza minimamente curarsi
di quel che fanno gli altri politici - e di partire in campagna per parlare infine
dell'essenziale: non dei rapporti interni fra partiti, non delle lotte fra questa e quella
poltrona romana, non dell'ultima telefonata di Prodi con Marini o col cardinale Ruini, non
dell'ultimo scontro tra questa o quella corrente cattolica, fra questa o quell'idea di
carriera nazionale, ma per parlare assieme agli elettori, e non semplicemente davanti a
loro, dell'Europa ancora imperfetta che urge rafforzare e inventare politicamente,
strategicamente.
Cohn-Bendit candida con entusiasmo Prodi ma tra le righe abbiamo intuito un invito,
pressante: esci infine allo scoperto - sembra dire il nuovo homo europaeus che è il
candidato star della Francia -, rompi con le retoriche abitudinarie e non lasciarti
imprigionare dai discorsi partitici che fatalmente ti diminuiscono! Esci perché hai
potuto misurarlo sul mio caso, sullo scandalo che ho suscitato come sui successi che ho
avuto nella Francia profonda: non è mai troppo presto, in ogni caso è sempre troppo
tardi per occuparsi e parlare d'Europa.
Ancora non si sa quel che farà Prodi. Non si sa se saprà divenire un Cohn-Bendit
italiano, un homo europaeus anche lui. Se uscirà dal cerchio dei complici chiacchiericci
nazionali, e si rivolgerà agli italiani per prendere il tempo - lungo - di ascoltarli. Se
saprà convincere i propri uomini che l'Europa è il compito, qui e ora: che occorre certo
riformare le istituzioni italiane - rafforzando il bipolarismo, spezzando l'antica unità
dei cattolici, lavorando per la creazione di una sinistra profondamente composita, capace
di competere limpidamente con un fronte di centro destra - ma che le elezioni europee non
sono fatte per un dibattito solo nazionale. Non sono fatte per decidere il futuro
candidato alle presidenziali, in Francia. Non sono fatte per determinare chi guiderà
l'Ulivo e chi succederà a D'Alema o Scalfaro. Non sono fatte per quel che dicono Di
Pietro, o alcuni sindaci: "Andiamo alle europee per contarci", e nient'altro.
Il voto per il Parlamento di Strasburgo serve per meditare le politiche d'Europa e per
l'Europa, per dare un compito faticoso, nuovo, all'Unione che ha oggi una poderosa e
federale Banca Centrale, che ha drasticamente ridotto il potere dei sovrani nazionali, e
che perciò stesso inquieta le popolazioni. A questo pensa Cohn-Bendit, quando elogia i
successi europei di Prodi ed evoca la maniera di far politica che questi ha inaugurato:
una maniera fondata sul colloquio diretto con la popolazione, e su una sorta di contratto
politico con l'elettore. E' l'unica maniera - mi dicono a Orange i collaboratori del
candidato verde - per riconquistare l'elettorato che si rifugia nell'astensione o peggio
nel ribellismo, perché deluso da partiti e sovrani che tendono oggi a fare le due cose in
simultanea: che esibiscono poteri centrali invadenti e al tempo stesso sterili, che
mostrano i muscoli e al tempo stesso nascondono i poteri che hanno volontariamente
sacrificato per avere un'Europa più forte.
Sono precisamente questi inganni e autoinganni dei politici, che accentuano il malessere
nelle società. Cohn-Bendit lo constata nelle varie tappe della sua campagna: "Ho
l'impressione di essere divenuto una specie di divano dello psicanalista, sul quale si
stende una collettività in preda alle angosce, alle paure, che si interroga senza esser
davvero ascoltata. E' proprio quello che voglio, d'altronde: permettere che i cittadini
prendano finalmente la parola e interrompano tanti ostili silenzi, grazie alla mia
presenza".
E' soprattutto nelle zone difficili che Dany si esercita in quest'arte politica che
riscopre la pedagogia lenta, e l'ascolto. E' nelle periferie violente dove son svanite
tutte le autorità, e innanzitutto si è sfaldata l'autorità delle famiglie, dei padri.
"La società francese non è in crisi ma è in piena mutazione - spiega il candidato
- come peraltro nel resto d'Europa occidentale. E' in mutazione il lavoro, l'apprendimento
scolastico. Si parla molto di impieghi per i giovani, ma anche gli adulti devono essere
occupati. Gli emigranti adulti che esercitano la funzione di padri, in prima linea. Forse
soprattutto gli adulti debbono oggi essere reintegrati nella società: perché in zone
sempre più vaste d'Europa siamo ormai alla seconda, alla terza generazione di
disoccupati. E un giovane che vede il padre umiliato non ha più rispetto né dei
genitori, né di se stesso, né della proprietà, né della polizia, né della scuola che
è divenuta educatrice esclusiva, surrogato della famiglia in sfacelo".
E' la tesi centrale di Cohn-Bendit, questa dell'ascolto e del divano: "Altrimenti le
giovani generazioni si rifugiano nelle strategie ultime, pur di attrarre l'attenzione
sulle proprie difficoltà. Si rifugiano nell'integralismo del Fronte incarnato dal sindaco
Bompard, qui a Orange o in altre città del Midi. O si rifugiano in sommosse urbane sempre
più violente. Quando Le Pen ha successo vengono almeno sociologi e giornalisti, per
occuparsi di noi e ascoltarci: si dicono gli elettori che votano estrema destra per motivi
non solo razzisti ma sociali. Quando bruciano città e banlieues vengono gli esperti e gli
inviati del governo per scoprire la nostra esistenza, si dicono inconsciamente i violenti
che cercano uno sfogo alla loro noia atemporale, sconfinata, senza futuro".
Cohn-Bendit non è permissivo. E' favorevole a punire infrazioni, ma non sembra convinto
dalla maniera dura, specie sulle droghe leggere. Soprattutto se la maniera dura dà
protezione ad alcuni quartieri, ma "lascia intere periferie, con trentamila abitanti
senza neppure un posto di polizia". Lo dice nel quartiere delle Torri, a Orange, dove
c'è insicurezza e neppure i cassonetti funzionano.
Naturalmente si possono ascoltare i cittadini in differenti modi, sul divano. Si possono
raccontare loro favole avvincenti, sulle facili soluzioni che verranno: Berlusconi con
grande successo credette di poter imboccare questa via, agli inizi degli Anni 90. Ma si
possono prospettare anche vie in salita, più difficili: è il tentativo di Cohn-Bendit.
La via stretta non è semplicemente e narcisisticamente voglia di "contarsi",
come partito vecchio o novissimo. E' voglia che l'elettore conti, e che l'Europa conti di
più là dove gli Stati sovrani perdono energie, e che gli Stati-nazione pesino invece con
rinnovata forza là dove l'Europa non esiste. La via stretta non abolisce i partiti e non
cerca salvezze nell'antipolitica, nella demagogia. Ma di certo constata lo svigorirsi di
antiche strutture partitiche - a questo servono le visite dei politici nelle pieghe delle
nazioni, nei quartieri difficili, nelle periferie, nelle città come Orange in Provenza -
e il parallelo moltiplicarsi di nuove associazioni, di nuovi modi di far politica, di
nuove forme di volontariato, di azione umanitaria non governativa, che hanno scarsi legami
con le classiche organizzazioni della politica. La campagna di Cohn-Bendit dà voce e
spazio a simili associazioni, con volontarismo. E' una possibile strada. In ogni caso è
una strada che sarà utile percorrere, quando l'Unione si troverà a dover progettare -
con queste nuove forze mediatrici - una comune politica dell'immigrazione, o della droga.
Quando i politici cominceranno a competere attorno a diverse idee dell'Europa, e non solo
a diverse idee delle nazioni. Quando riconosceranno che "l'Europa non è solo l'euro
ma è un progetto di civiltà, un metodo di pacificazione tra i popoli", come dice
Cohn-Bendit a Orange. Quando ammetteranno che "l'Unione come modello di civiltà è
senza futuro, se non si occupa dei massacri e dei disordini ai propri confini, e non
interviene con proprie forze di prevenzione, di aiuto umanitario, ma anche con proprie
truppe di combattimento", per fronteggiare le minacce che la circondano.
Barbara Spinelli
antologia
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Allegato BI.
La Stampa
Domenica 7 Marzo 1999
' L EUROPA è in gabbia, l'America galoppa. L'euro stenta a
decollare, la crescita, specie in Italia, si è quasi fermata, suscitando l'ennesima
polemica a distanza tra i ministri Ciampi e Visco e il Governatore della Banca d'Italia
Fazio. La disoccupazione si riassorbe a fatica. Per trovare espansione e ottimismo, nuovi
investimenti e nuovi posti di lavoro bisogna attraversare l'Atlantico. Sono bastate poche
settimane per sciupare la magìa dell'euro e bisogna valutare con serietà la prospettiva
di una depressione alla giapponese. Lo ha ammesso in maniera velata, una decina di giorni
fa, il presidente della Commissione, Jacques Santer, alla vigilia dell'inconcludente
vertice europeo di Petersberg; lo ha affermato più chiaramente ieri il commissario Emma
Bonino, rilevando la mancanza di un progetto politico europeo.
In realtà, non esiste neppure un progetto economico, come la recente riunione milanese
dei socialisti europei ha posto tristemente in luce. La Banca Centrale Europea, costituita
per garantire stabilità dei prezzi, sembra scrivere piuttosto la ricetta per una
recessione, dal momento che, mantenendo stabile il costo del denaro con inflazione
calante, di fatto rincara i tassi in termini reali. I governi nazionali, impietriti dal
"patto di stabilità", non riescono a impostare politiche convincenti. E con la
"guerra delle banane", che oppone Unione Europea e Stati Uniti, la Commissione
sembra essersi cacciata in un pasticcio con poche vie d'uscita.
Prima che economica, la gabbia dell'Europa è culturale e civile. Gli europei si stipano
di fronte ai televisori per guardare il Festival di Sanremo - o i suoi equivalenti in
altri Paesi - e disertano le consultazioni elettorali; ovunque, e non solo in Italia, la
classe politica affronta le prossime elezioni europee in termini puramente partitici e
nazionali. Lo stentato decollo dell'euro è il risultato di difficoltà organizzative ma
anche di disaffezione politica.
Da questa situazione si può uscire non tanto con programmi di rilancio confezionati da
esperti a tavolino quanto con la percezione degli europei che l'euro è la loro moneta e
che l'Europa è il loro Paese. In caso contrario, ci ritireremo nella nostra gabbia,
dietro le sbarre della nostra miopia e indifferenza a guardare il Nordamerica che si
allontana al galoppo.
Mario Deaglio
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Non per essere ripetitivo, ma io l'avevo detto.
Qualcuno insorgerà dicendo che l'Europa val bene una recessione momentanea, io dico che
l'Europa valeva anche prima dell'Euro ed ora forse ci vorranno più tempo ed energie per
riprendere un progetto politico che rinverdisca e faccia evolvere nella giusta direzione
il trattato di Roma. Anche il 25 marzo del 1957 a Roma Martino, Spaak ed Adenauer avevano
freddo.
Se vuoi farti una ragione di quanto è avvenuto, e perché, ricomincia
daccapo!
G. Losio, 8/3/99
Dopo la rinuncia del popolo
Danese all'Euro, per referendum, mi torna di straordinaria attualità la visione di
Franco Modigliani circa la priorità di
un Euro dei
Paesi al di fuori dell'area del Marco, io direi di tutti i Paesi dell'Europa del Sud in prospettiva a lungo termine. In prospettiva a medio termine
di Portogallo, Spagna, (Francia), Italia e Grecia. Questo Sarebbe il Pese più
importante della Comunità dopo l'unificazione della Germania!
Io amo in particolare il Portogallo, la Spagna ed anche la Grecia e sarei felice se la Francia fosse del gruppo, ma non necessariamente. Necessariamente invece accanto e prioritariamente
alla unificazione valutaria, un chiaro disegno di unificazione politica sulla base di una struttura regionale
macroregionale di questo nuovo Stato
che io fin d'ora chiamerei "della speranza", o "della vita" per il suo naturalissimo destino alla
sussidiarietà tra i livelli di governo ed alla
solidarietà, prodromo in eludibile per affrontare nel medio lungo termine il tema dell'Africa, del Medio Oriente, nello spirito dell'amore "di Soverato" tra tutti ipopoli dell'Europa del Sud.
Che cosa ne pensi?
G. Losio 03/10/2000
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