ALLEGATO 5
Allegato AK.
La Stampa
Domenica 3 Maggio 1998
LA NUOVA SOCIETA'
E I SUOI NEMICI
QUEL che accade in Europa in queste ore è vissuto da molti come un
compimento singolare di una lunga storia di guerre, di conquiste. Non è stata la classe
dei sacerdoti a precipitare la nascita dell'Euro, né la classe dei guerrieri. Non è
stato un Papa che si erge contro i barbari, né Napoleone, né un ideologo che pretende di
uniformare le anime. E' stato un insieme di sovrani che hanno presentito - con allarme, ma
in tempo di pace - il deperimento incessante della propria sovranità, e la vicina
decadenza d'Europa. Il gesto compiuto è forte, imperioso come può esserlo un gesto di
guerriero che di fronte al pericolo si predispone a mutate obbedienze. Undici capi di
Stato e di governo hanno fatto precisamente questo, ieri a Bruxelles: si sono disfatti
d'un sol colpo delle proprie vetuste sovranità sulle monete, hanno dato vita a una Moneta
unica che sarà amministrata non più da banche nazionali, ma da una Banca Europea e da un
governatore con poteri sovranazionali. C'è qualcosa di sconvolgente nel loro atto, e la
contesa attorno al nome del Governatore - che si è fatta cupa nella notte di ieri,
astiosa - ha i colori di un crepuscolo degli dei pieno di tumulti, anche se volontario.
Non è stata la guerra fredda a unirli così strettamente né il federatore amiricano come
negli Anni 50. Non erano alle porte orde di russi, e non è il classico rapporto
amico-nemico che li ha persuasi. Nuove circostanze storiche li hanno convinti, nuovi
incubi del passato, nuove conflittualità tra blocchi mondiali che minacciano la
sopravvivenza d'Europa, anche se l'avversario si chiama ormai concorrente, e non è
propriamente guerra né minaccia di fisica morte.
"Tutto non era perduto ma tutto si sentì perire", scriveva Paul Valéry nel
'19. Accade anche oggi. Non è conflitto d'armi ma la società europea ha suoi concorrenti
temibili, e suoi nemici colmi di furore. Alcuni dicono che l'Euro finisce le guerre,
conclude e compie una storia. In realtà l'Euro è il tentativo di ricominciarla, senza
perderne memoria. Non si spiega altrimenti l'enormità del gesto, delle rinunce
consentite. Non si spiega questo scopo che i sovrani europei hanno cercato con l'impeto
volontaristico di chi fronteggia un subitaneo ingente nemico: ma un nemico diverso dal
solito, appena intravisto in febbrili dormiveglia, più possente ancora del concorrente,
non veramente percepito, nominato. L'Euro è l'arma di un continente che si prepara, che
comincia a immaginare il proprio declino, che scruta orizzonti intuiti anche se
pudicamente velati: aspettando un nemico latente ma sempre possibile, sempre intimamente
sospettato, come i soldati nel Deserto dei Tartari.
Il nemico latente non viene dall'esterno, non ha le fattezze di autentico aggressore.
L'alleanza con l'America consente ancora queste nostre persistenti, scandalose
spensieratezze strategiche-militari, come si è visto nei Balcani (V.commento). Il nemico essenziale è un avversario
intimo, che i politici d'Europa hanno intravisto più volte dopo il '45 e che hanno
percepito con moltiplicata intensità il giorno in cui è caduto il muro di Berlino, e la
Germania si è riunificata, e le economie d'Europa occidentale hanno cominciato a
internazionalizzarsi, a divenire più vulnerabili, più dipendenti dalle forze del mercato
mondiale. Non poche finzioni e certezze consolidatesi durante la guerra fredda - sotto la
protezione Usa - accennarono a sfaldarsi in quell'occasione. Si sfaldò la sicurezza della
Francia, che cessava di esser la nazione indispensabile, la nazione centrale che de Gaulle
era riuscita a trasformare - surrettiziamente, con abilità di demiurgo - in vincitrice
della guerra e in depositaria di solitaria grandeur politica. Si sfaldarono le certezze
tedesche, che erano state invece negative: certezza di esser gigante economico, ma
condannato all'irrilevanza politica; certezza di avere un debito storico indelebile,
inibitore di sovranità. Tutte le nazioni d'Europa intuirono infine di esser falsamente
sovrane, in un'economia che mondializzandosi era meno governabile dagli Stati. I sovrani
erano sempre quelli, con i loro attributi di comando e i loro scettri cospicui. Ma gli
scettri erano impotenti, nessuna politica monetaria era davvero sovrana, e l'economista
francese Jean-Paul Fitoussi ha ragione: la tutela dei mercati sui singoli Paesi era
totale, la libertà di manovra del sovrano menzognera, da tempo gli imperatori erano nudi.
Molto più nudi di quello che potranno essere quando avranno addizionato le proprie forze,
dando a 290 milioni di europei una Moneta Unica, una Banca sovranazionale.
L'Euro è stato voluto per combattere questi nemici latenti, che ogni Stato sentiva dentro
di sé o che temeva dentro l'anima dell'altro: per combattere queste finzioni, queste
vecchie o rinnovate illusioni di forza, per far fronte allo sfaldarsi di queste mitologie.
L'Euro non mette fine a grandiosi Stati sovrani, non interrompe la continuità naturale di
una storia d'Europa immobile, necessaria. Mette fine a illusioni di sovranità, getta su
questa storia uno sguardo di scetticismo, di autodiffidenza. Abbandona le passioni per i
Paradisi, o per gli Inferni terreni. Scopre il valore infinitamente più durevole e umano
del Purgatorio: quest'invenzione medievale che riconciliò le fedi politico-religiose con
il profitto, il mercato, il capitalismo nascente, i bisogni imperfetti dell'uomo. Non a
caso si parla spesso di Purgatorio, a proposito di Maastricht.
Da questo punto di vista è vero che son stati i sovrani politici e non i banchieri a
volere tenacemente Maastricht. Ma sono stati i sovrani con tutto il fardello delle antiche
illusioni, delle antiche paure storiche, e per questo l'Euro nasce come edificio ancora
incompleto, politicamente opaco, privo di legittimazione. Mitterrand ha voluto imbrigliare
la forza egemonica dell'economia tedesca e della Bundesbank, il giorno in cui la Germania
si è riunificata, e Kohl ha inutilmente cercato di compensare la rinuncia al marco con
un'unità politica tra Stati europei. Per lungo tempo il Cancelliere insistette su questi
aspetti politici e di legittimazione democratica, senza convincere l'Eliseo. Si giunse
così a un compromesso di certo astuto - la Moneta non avrebbe probabilmente visto la
luce, se ad essa si fosse affiancata l'idea di un governo politico dell'Unione - ma il
compromesso spiega non poche ambiguità, opacità, rancori reciproci, nell'Europa
ridisegnata.
Sono ambiguità che non scompariranno facilmente, e l'ottimismo di Fitoussi sembra
eccessivo: la politica non tornerà in Europa automaticamente - grazie alla diminuita
tutela dei mercati sul blocco unificato - se i politici stessi non prenderanno
l'iniziativa, e non manifesteranno una volontà di potenza precisa, reale, adatta alle
mutate circostanze. Spetta a questi ultimi - e non ai banchieri centrali che sperabilmente
saranno indipendenti - il compito di rimeditare le sovranità nazionali, di escogitare
sopranazionalità europee più politiche, di dare legittimità alle istituzioni create, di
battagliare con dollaro e yen ma senza perder di vista le necessità di un pensiero
strategico concordato in Occidente. Spetta a loro l'obbligo di preparare l'imminente
allargamento all'Europa centro-orientale, evitando che la Moneta diventi un secondo Muro,
divisivo del continente.
Per far questo, sarà utile ripensare all'intimo nemico latente, che in un momento di
lucidità gli europei hanno deciso di combattere. Infatti il nemico è ancora assai
vigoroso, e tende anzi a risorgere nel momento in cui i sovrani perdono lo scettro
monetario. Risorgono le finzioni, le illusioni di potenza solitaria, le mitologie. Ci si
europeizza nella moneta, e le politiche dei partiti e degli Stati tendono a
rinazionalizzarsi, a farsi più umbratili, impermalite: le dispute attorno al nome del
Presidente della Banca Europea rivelano l'immane fatica con cui i capi politici si disfano
degli scettri, nel momento in cui c'è solo un Governatore - splendidamente isolato con il
suo direttorio - a incarnare la nuova volontà di potenza sovranazionale nell'Unione. Solo
alcuni lungimiranti, come D'Alema in Italia, vedono le odierne costituzioni democratiche
in pericolo, invocano schieramenti e programmi politici non più esclusivamente nazionali,
propongono l'elezione popolare non solo del Parlamento europeo ma dei futuri Presidenti
della Commissione di Bruxelles. Altrove c'è piuttosto regressione mentale: soprattutto in
Francia e Germania, dove si coalizzano forze che vogliono perpetuare o risvegliare le
finzioni di potenza, che scommettono sulle paure di masse sempre più ampie di
disoccupati, che resisteranno a ulteriori organi sovranazionali, che si adopereranno per
accrescere e non per colmare il deficit democratico dell'Unione.
L'espandersi delle destre estreme in Francia e Germania Est, le "zone nazionalmente
libere" create da neonazisti in città tedesche orientali, le reticenze
anticapitaliste dei neocomunisti in Francia o Italia, le xenofobie e i micronazionalismi
in Nord Italia, in Europa orientale, non promettono evoluzioni propizie: indicano mali e
patimenti che l'impassibile Moneta non basterà a medicare. Neppure il sacrificio
elettorale di Kohl - l'unico che pagherà forse l'avvento dell'Euro per cui tanto si è
battuto - è di buon auspicio. E' segno che un grande singolare progresso è stato
compiuto in tempo di pace, ma che l'Euro può esser avvelenato dallo stesso compromesso
ideologico che l'ha generato: non durano in eternità le diffidenze dei popoli verso la
propria storia, così come non si può scommettere su nazioni eternamente debitrici e
colpevoli, o eternamente creditrici.
Il tempo delle passioni dei risentimenti e delle invidie non è finito in Europa, alle
passioni patologiche occorrerà ancora una volta rispondere con le passioni edificatrici
della politica, e non è la pacificata beatitudine di Citera l'approdo verso cui stiamo
tutti salpando.
Barbara Spinelli
antologia
Commento: non è con la mitizzazione
dell'Europa, futura prima stella del mondo valutario (parole di Prodi del 2/5/98), ma è
con la globalizzazione delle idee assonanti e trascinanti le coscienze dei popoli tutti
del mondo che si risolveranno i veri problemi dell'umanità (V. i citati esempi di D'Alema
e Blair).
Non eleviamo, di fatto e nonostante le buone intenzioni da buon parroco miope, la barriera
dell'Euro contro qualcuno, ma apriamo ogni barriera con una prospettiva politica (di
unificazione globale sulla base di sinergie ideali degne dell'uomo di ogni latitudine
lingua, ideologia o religione), che POI sarà anche valutaria, e ben di più.
In tutto ciò non dimentichiamo mai storia e cultura, l'Europa non dobbiamo costruirl noi
oggi, l'ha già costruita la storia, non distruggiamola ancora una volta credendo di fare
chissà quali passi avanti.
Questi passi affondano invece nella più bassa espressione della natura dell'uomo:
l'interesse di pochi che prevarica quello di tutti gli altri. Meditiamo europei corrotti,
meditiamo...
Intus redi, in interiore homine habitat veritas, et si naturam tuam
mutabilem inveneris, trascende et te ipsum.
Suggeriva Agostino da Ippona, milleseicento anni fa, un "politico" globale, non
già solo europeo, con radici africane.
Com'era livida la smemorata baracca di Maastricht di ieri 2 maggio 1998 a Bruxelles!
Per contro, con quegli stendardi, con il megasimbolo dell'Euro;
sembrava una parodia del palazzo di $ Paperon De Paperoni $...
G. Losio
Presa di posizione sul commento:
Sull'idealità (falsa) dell'Euro sono più che d'accordo; l'integrazione europea deve
essere altro che la semplice messa in comune di una moneta, che non prevede (cosa che i
nostri euroentusiasti si sono dimenticati di dire al popolo europeista italiano) la
formazione di nessuno strumento politico di controllo comune. E quando dico potere di
controllo politico comune intendo dire che su quelle quattro funzioni fondamentali che
l'Europa dovrà coordinare per mantenere la moneta unita (politica economica generale,
relazioni esterne, difesa, e, appunto, la gestione della moneta) non esiste per ora
struttura *democratica* europea che possa mettere bocca. Non il parlamento europeo, non un
governo europeo che riceva la fiducia dal parlamento europeo, non un presidente
dell'Unione. A meno che non si voglia far credere che quindici ministri degli esteri che
litigano a ripetizione, all'unanimità o a maggioranza, senza nessun tipo di controllo o
verifica da parte degli elettori, sia un governo democratico.
La verità, e Barbara, figlia di Altiero Spinelli, lo sa benissimo, è che non esiste, e
non può esistere una moneta unica senza una struttura politica unica che la tenga insieme
e detti le direttive fondamentali su quelle quattro questioni che rivestono carattere
precipuamente europeo. Il resto delle materie potrà venire regolato secondo il principio
della sussidiarietà tra i vari stati membri (a problema di dimensione locale, risposta
locale; a problema di dimensione nazionale, risposta nazionale ecc. ecc.).
Ma credere che quindici governi che si ritengono formalmente sovrani riescano a decidere
in armonia, è molto più utopico che richiedere un'ordinamento federale per l'Europa
oggi.
Piero Graglia
Storia del federalismo e dell'unità europea - Facoltà di Scienze
Politiche,
Università di Firenze
History of Federalism and European Integration - Faculty of Political
Sciences, University of Florence (Italy)
home: 0575-351100
Uni: 055-2757055

Allegato AL.
La Repubbica
Mercoledì 6 Maggio 1998
UN BAMBINO INDESIDERATO
L'Europa senza politica
divisa dalla sua moneta
di RALF DAHRENDORF
L'EURO è dunque nato. Ma che parto difficile è stato! E la più
grande difficoltà non è stato il processo in sé, ma un fatto inaspettato. Mentre i
parenti aspettavano ansiosi di vedere il bambino, di colpo è sembrato che i due genitori
dubitassero sul fatto di volere o meno il tanto desiderato erede. Metafore a parte, il
fatto significativo di quest'ultimo fine settimana non è la diatriba sul presidente della
Bce, ma la scoperta che la Germania e la Francia non sono più tanto ansiose di vedere
l'euro e di entrare in Euroland. Il voto del parlamento francese è stato molto più
risicato di quello che è sembrato, e anche molto più strano. Con l'astensione dei
gollisti, e con il voto contrario di un'importante parte di coloro che appoggiano il
governo, difficilmente lo si potrebbe definire una chiara approvazione dell'Ume.
IN GERMANIA la situazione non si è presentata molto diversa. Nel Bundestag, ci sono stati
gli oppositori scontati, come la Pds della Germania Est, che rappresenta l'opinione di
quelli che ritengono che sia ancora troppo presto per rinunciare al così recentemente
conquistato marco tedesco. Ma ci sono state anche astensioni da parte di alcuni
socialdemocratici esperti di economia e, per quanto riguarda il governo, quelle del conte
Lambsdorff, l'ex ministro, e del capo dei parlamentari della Fdp, Solms.
Nella seconda camera, il Bundesrat, il Minister Prasident della Sassonia, Biedenkopf, un
dirigente della Cdu di lunga data, ha avuto da ridire contro l'Ume, realizzata in questo
momento e con queste modalità. Pur non manifestandolo esplicitamente, sia il capo della
Csu bavarese Stoiber, che il candidato della Spd a cancelliere nonché ministro della
Bassa Sassonia Gerhard Schroeder, hanno condiviso il punto di vista di Biedenkopf.
Chiunque abbia avuto l' occasione di parlare nelle ultime settimane con degli
interlocutori a Bonn o a Parigi - e pure, ed è importante, all' Aja - avrà potuto
constatarlo: non c' è, in questi paesi chiave, entusiasmo per l'euro. Perché? In parte
perché tutti e tre i paesi attraversano una situazione di instabilità politica e hanno
un elettorato a cui non piace la nuova divisa. Le elezioni olandesi di oggi risolveranno
un problema, ci sarà da seguire con attenzione la vittoria o la caduta del più esplicito
oppositore dell'Ume, capo del partito Liberale (Vvd) e partner della coalizione
socialdemocratica Frits Bolkestein.
In Francia non sarà possibile trovare delle soluzioni a breve termine. Il paese si trova
impantanato, e lo stato dei suoi partiti, quanto meno di quelli di destra, lo riflettono.
La paura del successore di Le Pen è grande. L'Ume potrebbe subire un duro colpo se il
governo francese decidesse di concedere somme considerevoli di euro a gruppi sleali, in
barba al patto di stabilità. Ovunque in Europa ora si sente che l' anello debole della
catena euro non è l'Italia ma la Francia.
E cosa accade in Germania? Il cancelliere Kohl sembra intrappolato nel circolo vizioso
della legge di Murphy: tutto ciò che potrebbe andare storto, andrà storto per lui.
Insieme a lui, così sembra, un intero schieramento politico perderà la capacità di
gestire due, o tre posizioni allo stesso tempo: la Francia è l'amico più stretto, ma gli
Stati Uniti sono l'alleato più stretto e la Russia è il partner più importante.
L'Europa, un'idea un po' fumosa dell'Europa, rende questo accettabile sia in casa che
all'estero. Questo dato non è mai stato studiato in profondità, né la sua inesistente
logica, ma il fatto è che Kohl e, per molti anni, il suo ministro per gli Affari Esteri
Genscher sono stati maestri nel far sparire le contraddizioni reali in un mare di parole
che suonavano molto bene.
CHE può arrivare in seguito? Sappiamo grosso modo quello che sarà. Saranno uomini come
Schroeder e Schäuble. Non c'è in vista una generazione di uomini dell' età di Blair in
Germania. Ma si scorge all'orizzonte una serie di governi tedeschi meno francofili. Forse
francofilo è un termine che non è mai stato usato appropriatamente. Timothy Garton Ash,
il brillante storico britannico dell'Europa, lo ha espresso una volta con queste parole:
"La Germania", ha detto, "è un paese di anglofili convinti che il loro
rapporto più importante sia quello con la Francia". Il paradosso potrebbe scoprirsi
ora essere una contraddizione che non può che cadere in pezzi. È abbastanza probabile
che in Germania cresca l'influenza anglosassone. Questo appare evidente nella politica
economica dove si registrano ora forti pressioni a favore della liberalizzazione del
mercato del lavoro e dell'enfatizzazione della competitivit&a grave;, a scapito del
ruolo continuativo di un forte, per quanto corporativo, Stato. Ma anche negli affari
internazionali è probabile un allentamento dei vincoli con la Francia.
In termini d'Europa questo significa anzitutto un approccio molto più pragmatico. Sarà
l'interesse piuttosto che il sentimento a dominare probabilmente la politica europea della
Germania. E in un certo senso è sempre stato così. Il lungo pranzo di Bruxelles di
sabato scorso ha dimostrato ancora una volta quanto sia raro il vero europeismo e con
quanta forza siano rimasti radicati gli interessi nazionali. Ma nei prossimi anni il
pragmatismo tedesco per quanto riguarda gli affari europei si farà sentire più
esplicitamente.
Per certi versi questo potrebbe essere un dato positivo. Interessi onesti sono in linea di
massima meglio di ideali fumosi. Ma questo può significare guai. L'anno prossimo, il
dibattito europeo sarà dominato dalla discussione sul budget della Ue. La Germania e l'
Olanda hanno già espresso che non solo trovano un qualsiasi incremento del tetto del
1,27% del Pnl per l'Europa inaccettabile, ma che si aspettano anche di "riavere i
loro soldi" (per usare la cruda espressione della signora Thatcher). In questo
processo, il "rimborso" britannico arriverà sotto pressione, così come
succederà nel caso della Danimarca, che nonostante la sua ricchezza è un privilegiato
beneficiario di fondi dell'Ue. I fondi strutturali non verranno incrementati. Di
conseguenza, l'entusiasmo della Spagna - e di qualcun altro - per l'allargamento verso
est, che è già molto limitato, s'indebolirà ulteriormente. All'Europa occorrono nervi
saldi e all'Unione occorrono buoni presidenti nei prossimi diciotto mesi.
TUTTO ciò può essere considerato normale. Dibattiti seri, e persino gli scontri
d'interessi dimostrano dopotutto che l'Europa è reale. I paesi non si possono più
permettere di voltarsi la schiena; devono dialogare, negoziare, fare tentativi e
raggiungere accordi accettabili. Eppure, il lungo pranzo di Bruxelles ha rivelato delle
ostilità che non sono di molto aiuto. Dappertutto in Europa si possono sentire delle cose
terribili sulla Francia. La Germania viene dipinta debole e dominante allo stesso tempo.
La lontananza britannica mal si accorda alle altre situazioni. L'Italia è ancora, nel
Nord, oggetto di ciniche barzellette. L'Ume non aiuterà. Una Banca centrale sospesa a
mezz'aria perseguirà una politica di tipo tecnico che sarà insensibile alle vere
questioni politiche dei paesi membri. L'Europa verrà divisa dalla moneta unica, e non
unita.
Questo scenario definisce il compito che ci aspetta. C'è da sperare che l'Europa trovi un
pugno di uomini di Stato che vedano il problema e che abbiano un chiaro senso di ciò che
l' azione richiede. Ancora una volta, non è un'Europa tecnica, ma un' Europa politica
ciò che occorre, e occorre una nuova generazione che traduca nel suo proprio linguaggio
questo progetto.
(traduzione di Guiomar Parada)
antologia Dahrendorf

Allegato AM.
La Stampa
Giovedì 7 Maggio 1998
"Il Cancelliere martire dell'Euro"
IL LEADER DEGLI INDUSTRIALI TEDESCHI
"Ha sacrificato la politica interna all'Ue"
COLONIA
S IGNOR Hans-Olaf Henkel, lei è presidente del Bdi, l'associazione degli industriali
tedeschi: è d'accordo con il capo della Bundesbank Tietmeyer, quando definisce il
compromesso di Bruxelles "una perdita di autorità" per la Banca Centrale
Europea?
"Sono sempre d'accordo con Tietmeyer".
I mercati tuttavia sembrano ignorare le dispute franco-tedesche su Duisenberg. L'Euro è
partito bene. Restano pericoli di instabilità?
"Non credo. Il messaggio di Bruxelles non è stato una disputa ma il varo di un Euro
con un alto numero di partecipanti e con l'Italia, il rispetto del calendario, la messa a
punto dei tassi di cambio. Gli investitori sono più obiettivi dei mass media: il giudizio
decisivo è quello della Borsa e dei mercati".
Il professor Peffekoven, uno dei Saggi di Kohl, ha dichiarato alla Stampa: Chirac ha
voluto una moneta politica danneggiando l'indipendenza della Banca Europea. Condivide?
"No. Dobbiamo distinguere: la distribuzione degli incarichi è sempre un atto
politico, l'esercizio di un incarico deve essere apolitico. La politica ha il diritto di
decidere la distribuzione degli incarichi ed è possibile che in proposito nascano
contrasti. Ma sono certo che questo non influirà sul modo in cui Duisenberg, e poi
Trichet, lavoreranno".
Nessuna disfatta per Kohl, dunque?
"Le cose non sono andate come voleva il Cancelliere. Kohl aveva chiaramente detto che
non si doveva discutere di una spartizione del mandato del Presidente Bce. Ma pensiamo
cosa sarebbe successo se Kohl non avesse accettato quello che ritengo un cattivo
compromesso, e se ne fosse andato. Come avrebbero reagito i mercati, cosa sarebbe successo
al cambio marco-lira? Kohl si è comportato da uomo di Stato, anche se gli è costato in
politica interna".
Lei ha commentato con favore l'adesione dell'Italia all'Euro. Molti in Germania pensano il
contrario.
"Ho sempre detto ai tedeschi che l'Italia avrebbe dovuto entrare nell'Euro
dall'inizio, perché ha fatto più negli ultimi due anni che nei trent'anni passati. Ai
critici dell'Italia ripeto che questi successi parlano da soli. Del resto ha detto bene il
ministro Waigel: ogni Paese deve essere responsabile del proprio indebitamento e della sua
estinzione: un messaggio importante per i tedeschi, visto che l'Italia ha il 25% del
debito dell'Unione".
Torniamo in Germania. Lei è stato spesso critico nei confronti del governo Kohl. La pensa
ancora così, ora che l'Spd sembra avviata alla vittoria?
"La mia posizione sui programmi dei vari partiti dipende da quello che, secondo me,
contengono di positivo per lo sviluppo del Paese. Ho criticato la ''velocità'' delle
riforme di Kohl, qualche volta le loro dimensioni: non la loro direzione. Quel che mi
preoccupa è la direzione che vorrebbe prendere l'opposizione. Soprattutto i Verdi:
abbandono dell'energia nucleare, benzina a 5 marchi, ritiro della riforma pensioni".
E Schroeder?
"Bisogna distinguere fra i discorsi filoeconomici di Schroeder e le ''clausole
scritte in piccolo'' nel programma del partito. Il programma spesso non è accettabile:
dovranno lavorarci sopra, soprattutto se prenderanno la guida del Paese. Per quanto
riguarda Schroeder, ha un buon feeling con l'economia e alcune imprese: parla la loro
lingua, le ascolta e sta imparando. Continuerà a imparare anche se governerà il
Paese".
Non avrebbe problemi a collaborare con un Cancelliere Schroeder, dunque.
"Il presidente degli industriali deve collaborare con qualunque democratico diventi
Cancelliere".
Ma Kohl può ancora farcela?
"Certo: ha superato molte situazioni difficili, in passato".
In passato non c'erano 5 milioni di disoccupati.
"E' vero, e la disoccupazione è appunto il sintomo che la via delle riforme è
debole. Ma una grande responsabilità del mancato avvio di riforme fondamentali come
quella fiscale ce l'ha l'Spd, col suo ostruzionismo. Se negli ultimi 10 anni le riforme
sono state insoddisfacenti, in Germania, le ragioni sono tre: il disturbo della
riunificazione, una coalizione che agisce spesso in ritardo, il blocco brutale
dell'opposizione".
Se vincerà, Schroeder farà ministro del Lavoro il sindacalista Riester. Una scelta
felice?
"Una scelta interessante e originale, la migliore fra quelle possibili. Riester è un
uomo aperto ed è contestato nel suo ambiente, così come lo sono io nel mio. Avviene
sempre, con i riformatori".
Consiglierebbe a Schroeder di portare altri tecnici al governo?
"Certo. L'esempio migliore è Prodi: ha esperienza internazionale, ha guidato una
grande impresa ed è uno stimato economista. In Europa, al mondo, non c'è un altro caso
simile".
Prodi tuttavia è sotto accusa per aver accettato le 35 ore.
"Sì. Ma quello è stato un ricatto".
Emanuele Novazio

Allegato AN.
La Repubblica
Mercoledì 20 Maggio 1998
"Stop alle sanzioni grazie all'Italia"
Prodi a Ginevra: "Così abbiamo mediato per Libia e Iran"
In un colloquio riservato con Clinton il presidente del Consiglio avrebbe chiesto di
togliere l'embargo
dal nostro inviato GIANLUCA LUZI
GINEVRA - Roba da far morire di invidia Bertinotti. La scena si svolge nella hall tutta
marmi del Palazzo dell'Onu, dove si svolgono le celebrazioni per i 50 anni del Wto. Alle
tre meno venti entra Romano Prodi, appena arrivato da Roma, soddisfattissimo per aver
convinto Clinton a togliere l'embargo anche a Libia e Iran. Pochi minuti prima era
arrivato Fidel Castro. Prodi lo vede e si apre in un gran sorriso: "Come va,
presidente?". "Muy bien", risponde il lìder maximo abbracciandolo
calorosamente. E i due rimangono avvinghiati per un bel po' battendosi reciprocamente le
mani sulle spalle, parlando fitto fitto come vecchi amici che si ritrovano dopo tanto
tempo. Ma non è finita, perché passa non più di un minuto ed entra un'altra leggenda
vivente: Nelson Mandela. E in un tripudio di flash i tre leader continuano per una buona
mezz'ora a parlare tra loro. Fidel Castro alto, in doppiopetto blu gessato. Mandela con
una camicia verde acqua a ricami neri e oro. Tra loro il Professore, felice di trovarsi
con due protagonisti della storia.
Ed è soprattutto con Fidel che il presidente del Consiglio ha trovato una sintonia
particolare. Fidel ha invitato Prodi a Cuba: "Vieni a trovarmi". "Mi
piacerebbe molto", ha risposto il presidente del Consiglio, anche se questo non
significa automaticamente che l'invito è stato già accettato. Molti sono i problemi
politici ancora da risolvere, ma la fine dell'embargo deciso da Usa e Unione europea va in
quella direzione. E questo è stato l' argomento principale del colloquio fra Prodi e
Castro, il quale nel discorso ufficiale non era stato tenero con gli Usa e con l'accordo
che toglie le sanzioni. "Eppure - ha ripetuto Prodi a Castro cercando di convincerlo
- l'accordo va nella giusta direzione, te lo assicuro. Passo dopo passo abbiamo preso la
via giusta ed è una cosa molto importante". Prodi ha anche chiesto a Castro quali
conseguenze e prospettive prevede per il suo paese dopo la visita del Papa e
l'eliminazione delle sanzioni, ma soprattutto ha cercato di convincerlo che l'accordo tra
Europa e Usa rappresenta un risultato importante per Cuba.
Ma la fine dell'embargo riguarda anche Iran e Libia e Prodi ha rivelato il ruolo avuto
durante il G8 di Birmingham. "Pensateci, prima di dire che il G8 è stato un
fallimento. Invece è stato un incontro informale nel quale abbiamo preparato questi
eventi, ha rappresentato una inversione nella politica delle sanzioni. Con Clinton e Blair
- racconta Prodi - avevo fortemente sostenuto la necessità che anche la Libia e una parte
del commercio con l'Iran fosse liberato dalle sanzioni. Successivamente questa posizione
ha prevalso".
A Birmingham, secondo quanto riferito dal portavoce del presidente del Consiglio, in un
colloquio riservato Prodi ha chiesto a Clinton di togliere l'embargo a quei due paesi in
cui l'Italia ha forti interessi economici e investimenti: il petrolio libico e il gasdotto
iraniano. Prima dell'intervento italiano i due paesi non erano affatto compresi
nell'elenco di quelli a cui sarebbero state tolte le sanzioni. "La cosa importante -
può dire adesso Prodi - è un cambiamento nella politica delle sanzioni come strumento di
regolazione dei rapporti con Iran, Libia e Cuba e questo è un fatto grosso. L'Italia -
rivendica Prodi - ha contribuito molto soprattutto nei riguardi della Libia e
nell'investimento degli oleodotti in Iran. Questo mi ha riempito di soddisfazione perché
per l'Italia significa moltissimo. Sono paesi con i quali abbiamo avuto tradizionalmente
un grande commercio. Io sono sempre stato coerente con le decisioni della politica
occidentale e questa è la politica che dobbiamo fare: leale ma sempre facendo presente i
limiti della politica delle sanzioni. Nel momento in cui le sanzioni vengono alleviate
c'è soddisfazione, perché è una politica che ha prevalso. Soprattutto gli interessi
italiani hanno prevalso. E questo è molto importante".

Allegato AO.
Corriere della Sera
Sabato 13 Giugno 1998
INTERVISTA AL SOCIOLOGO LIBERALE
Dahrendorf: in Italia meglio un premier alla Blair che un
presidente alla Chirac
«Andare al centro e tenere buona l'estrema sinistra?
Non so se D'Alema ce la farà»
Riccardo Chiaberge
Un mese fa, l'apoteosi dell'euro. Adesso le esequie della
Bicamerale, la riscossa di Berlusconi, le crepe sempre più vistose nella maggioranza. Che
succede? Appena ammessi nell'Eden di Maastricht, stiamo di nuovo scivolando in purgatorio?
Cerchiamo conforto in un grande europeo e sincero tifoso dell'Italia, Ralf Dahrendorf.
«Ma no, europei lo siete ormai a pieno titolo, e nessuno vi caccerà più via - assicura
il sociologo liberale -. E poi, dopo un evento così importante è normale che uno si
senta esausto, e che i problemi che erano stati temporaneamente accantonati ritornino a
galla tutti insieme».
Grazie, Lord Dahrendorf, le sue parole ci fanno meglio del Prozac.
Ma la domanda è: riusciremo a restare competitivi con istituzioni così decrepite?
«Certo, alcune riforme vanno fatte, come i poteri e il metodo di
elezione del presidente o del primo ministro. Ma non credo che queste innovazioni siano
determinanti ai fini del ruolo dell'Italia in Europa. Molti altri Paesi stanno
affrontando, con maggiore o minore successo, delle riforme istituzionali. Qui in
Inghilterra, per esempio, la questione scozzese terrà impegnato il Parlamento nelle
prossime settimane, e l'Irlanda del Nord è ben lontana dall'aver conseguito un assetto
stabile».
Ma tornando all'Italia, può il governo dell'Ulivo sopravvivere al
naufragio della Bicamerale?
«Prodi è stato molto attento a tenere separato il lavoro del suo
governo da quello della commissione parlamentare per le riforme. Perciò non vedo un nesso
tra questo fallimento e il futuro della coalizione».
Berlusconi propugna una repubblica presidenziale, con un presidente
alla francese che possa sciogliere le Camere e dirigere la politica estera. Lei come
giudica questo progetto?
«I precedenti non sono molto confortanti. L'esempio peggiore è
quello di Israele, dove il primo ministro è eletto direttamente dal popolo ma deve
presiedere un governo che è espressione del Parlamento. Neanche l'esperienza francese mi
sembra particolarmente riuscita: la "coabitazione" tra un presidente e un primo
ministro di colori diversi non è mai una situazione felice. Soprattutto se il presidente
decide la politica estera. Secondo me la ricetta migliore per noi europei resta un sistema
parlamentare con un forte primo ministro».
Il cancellierato alla tedesca, insomma?
«Anche il premier inglese ha gli stessi poteri, perché viene
nominato in quanto capo del partito vincente».
Dunque la leva decisiva è la legge elettorale?
«Io ne sono convinto. Sono un liberale assai poco ortodosso perché
rimango favorevole al sistema del "first past the post": l'uninominale secca, a
un solo turno».
Che voto merita, secondo lei, il governo dell'Ulivo?
«Io vedo le cose da lontano, ma da quello che posso capire gli
darei nove. Devo riconoscere però che i suoi predecessori gli hanno spianato la strada.
Berlusconi è stato solo una breve parentesi, ma sia Amato sia Ciampi hanno dato un grosso
contributo al risanamento della finanza pubblica e al ristabilimento della credibilità
del governo centrale».
E D'Alema? Come presidente della Bicamerale è il grande sconfitto
del momento.
«Non lo conosco abbastanza da poterlo giudicare. Mi pare che sia
riuscito a spostare il suo partito verso il centro, su posizioni compatibili con
l'appartenenza all'Ulivo. Avendo assistito agli sforzi di Blair per trasformare il Labour
Party, so che è un'impresa davvero strenua».
In questi giorni però il capo della Quercia sta cercando di
ricucire con Rifondazione comunista. Altro che convergenza al centro...
«Tutti i partiti post-socialisti devono fare i conti con l'estrema
sinistra. Ma se uno ha il sistema elettorale britannico, non ha motivo di
preoccuparsene».
Appunto: noi non ce l'abbiamo.
«Ahimé sì, e allora ci deve essere pur qualcuno che mantenga
aperto il dialogo con queste frange. E' una scelta davvero lacerante, andare verso il
centro e allo stesso tempo cercare di acquietare l'estrema. Non so se D'Alema ce la farà,
ma il suo è un lavoro al quale certamente non ambirei».
Avrà certamente letto che, grazie a Kohl e ad Aznar, nel Parlamento
europeo i seguaci di Berlusconi e quelli di Prodi siederanno fianco a fianco, nei banchi
dei Popolari. Qualcuno di loro deve essere fuori posto, non le pare?
«Eh, eh, non saprei. Ma vede, questi gruppi del Parlamento di
Strasburgo sono messi assieme per ragioni strettamente tattiche. Io non ne farei un
dramma».
Le forze politiche di ispirazione cristiana, in Italia, sono divise.
La Chiesa sta premendo su di loro perché boccino la legge sulla procreazione assistita e
diano maggiore sostegno finanziario alle scuole confessionali. Lei come giudica, da
liberale, questo tipo di interferenze?
«Beh, in linea di principio io penso che non si debbano mai
confondere le questioni teologiche con quelle politiche. Tuttavia nella Camera dei Lord ci
sono ben ventisei vescovi, con i quali ho appena finito di litigare proprio sul problema
delle scuole religiose. Malgrado tutto, non mi pare che la loro posizione rappresenti una
minaccia per la democrazia inglese».
Il 23 giugno, il nostro Parlamento dovrà approvare l'allargamento a
Est della Nato, e i comunisti sono contrari.
«Vorrà dire che Bertinotti si troverà in compagnia di Henry
Kissinger, che non è propriamente un suo idolo! Scherzi a parte, io spero che l'Italia
dica di sì, l'allargamento è necessario per la semplice ragione che l'Unione europea non
è riuscita ad agganciare le democrazie dell'Est. Ma se anche la ratifica non dovesse
passare, l'Italia non verrà per questo radiata dalla comunità internazionale».
Prodi sostiene che per un investitore il Mezzogiorno d'Italia è
ormai conveniente come il Galles o l'Irlanda. Se lei fosse un industriale, dove metterebbe
i suoi soldi?
«Guardi, la formula irlandese è una combinazione di due
ingredienti: gli incentivi economici e la stabilità del contesto socio-istituzionale. E
quest'ultimo è il fattore cruciale. In Irlanda o nel Galles non c'è pericolo che un
manager venga sequestrato, o che le regole del gioco vengano continuamente stravolte. Ecco
dove sta l'handicap, se non dell'intero Sud, di una parte di esso. Ma questo Prodi lo sa
meglio di me».
antologia Dahrendorf

Allegato AP.
La Repubblica
Lunedì 15 Giugno 1998
IN EUROPA IL CENTRO NON C'È PIÙ
Il caso Berlusconi e la rissa nel Ppe
di RALF DAHRENDORF
LA DECISIONE del gruppo parlamentare del Partito popolare europeo al Parlamento di
Strasburgo di accogliere Silvio Berlusconi nelle proprie file solleva due interrogativi,
il secondo dei quali molto più importante del primo: qual è esattamente il significato
della composizione dei "gruppi" al Parlamento europeo? E inoltre: sono in atto
nei sistemi partitici europei cambiamenti significativi, destinati a riflettersi sia sul
Parlamento europeo sia a livello nazionale?
Alla prima domanda si può essere tentati di dare una risposta cinica. I gruppi
parlamentari europei sono interessati sopra ogni altra cosa a ingrandirsi il più
possibile, dato che le cariche - vale a dire le poltrone dei membri della presidenza, dei
presidenti delle commissioni e così via - vengono distribuite in proporzione alle
rispettive dimensioni. Negli ultimi anni il gruppo maggiore è stato quello socialista,
essenzialmente grazie all' elevato numero di parlamentari laburisti britannici, mentre gli
altri gruppi sono stati penalizzati dall'attuale sistema elettorale.
L'ANNO prossimo, le posizioni cambieranno, dato che il Regno Unito sta introducendo per
l'Europa una forma di rappresentanza proporzionale. Comunque, grazie all'aggiunta di venti
parlamentari di Forza Italia, il gruppo del partito popolare si ritroverà indubbiamente
rafforzato nella gara per le cariche e per altre prerogative.
Giochi del genere sono possibili perché il Parlamento europeo, in quanto istituzione, è
tuttora la Cenerentola d'Europa. La sua presenza nel Trattato di Roma è chiaramente
dovuta a un ripensamento. Infatti l'Assemblea, com'era denominata allora, non si inserisce
naturalmente in uno schema in base al quale a proporre era un' istituzione europea, la
Commissione, mentre a disporre era il Consiglio dei ministri, cioè il circolo dei
rappresentanti nazionali.
Molte cose sono cambiate da allora. La Commissione non detiene più un vero monopolio sul
piano propositivo; molte iniziative provengono dal Consiglio, il quale a sua volta è
divenuto un po' più europeo e un po' meno nazionale. L' una e l'altro vivono ormai con
disagio la mancanza di una legittimazione democratica.
L'intervento di Duisenberg al Parlamento europeo è soltanto l' ultimo degli episodi che
stanno ad illustrare questo sviluppo. Il Parlamento europeo è oggi considerato come
l'organo che assicura in parte la legittimità per altri versi mancante. E tuttavia
continua a non essere un parlamento a tutti gli effetti; e di conseguenza i suoi atti e le
notizie che lo riguardano, compresa anche la composizione dei suoi gruppi parlamentari,
passano spesso inosservati, e in definitiva non contano poi molto.
Tutto ciò va detto però con una riserva. Al punto in cui siamo, quanto avviene nei
gruppi del Parlamento europeo sta suscitando un certo interesse a causa dei cambiamenti in
corso nel sistema dei partiti in Europa. Da qui discende la seconda e più significativa
domanda: a cosa porteranno questi cambiamenti? Come si presenteranno in futuro, diciamo
tra cinque anni, i gruppi parlamentari in generale e quelli del Parlamento europeo in
particolare?
I cambiamenti in atto riguardano sia la destra sia la sinistra tradizionali. Si può,
quanto meno, dubitare che il New Labour di Blair e il vecchio partito socialista di Jospin
appartengano alla stessa famiglia politica. Tra gli amici politici di Blair stanno già
circolando voci che reclamano una riorganizzazione dei gruppi. Il primo ministro
britannico preferirebbe trovarsi nella stessa barca con i democratici americani piuttosto
che con i socialisti più tradizionali di qualche altro paese. Alcuni degli amici europei
di Tony Blair, compresi forse anche i democratici di sinistra italiani, potrebbero
desiderare di unirsi a lui nel suo nuovo mondo. È sempre più diffuso il sogno di un
vasto schieramento di centro-sinistra, per lo più alla testa di una maggioranza.
Il gruppo eterogeneo, molto più esiguo, che al Parlamento europeo si definisce
"liberale, democratico e riformista" va dai liberali olandesi, chiaramente
appartenenti alla destra, ai liberal-democratici britannici, che oltre a essere vincolati
a una coalizione di fatto con il governo Blair sono senz' altro più a sinistra del New
Labour in termini programmatici; e probabilmente non sarebbero affatto contrari ad entrare
a far parte di un nuovo raggruppamento di centro-sinistra.
Sul versante della destra tradizionale, la trasformazione è anche più fondamentale. Gli
eventi francesi degli ultimi mesi la dicono lunga in questo senso. Ormai la coalizione tra
gollisti e giscardiani è tramontata, e gli stessi giscardiani sono in via di
disgregazione.
Dietro a queste tendenze appare evidente un cambiamento di grande rilievo. I democratici
cristiani del dopoguerra sono ormai una forza esaurita. Hanno giocato un ruolo
estremamente importante nella creazione dell'ordine europeo dopo il 1945. Vengono in mente
i nomi di De Gasperi, Robert Schumann e Adenaeu r, così come quelli dei democratici
cristiani dell'Olanda e del Lussemburgo; il "socialista" belga Paul- Henry Spaak
era già allora quasi un democratico cristiano onorario. Ma tutto questo è acqua passata.
I democratici cristiani olandesi sono fuori dal governo per la seconda legislatura
consecutiva; e nel prossimo settembre si profila una sconfitta anche per Helmut Kohl. Il
partito popolare austriaco sta lottando, e se gli ex democristiani italiani sono presenti
in tutto lo spettro politico, nessuno prevede che possano riconquistare la maggioranza
come formazione politica unita.
Chi prenderà il loro posto? La frammentazione dei gruppi è resa anche più drammatica
dalla volatilità dell'elettorato. E per ora stiamo assistendo solo all'inizio di questi
due fenomeni. I "movimenti" quali la Lega nord, o altrove i gruppi nazionalisti,
emergeranno e forse torneranno a scomparire. Il superamento della soglia del 4 o del 5 per
cento da parte di formazioni "non partitiche" di pensionati, di oppositori dell'
Ume o di difensori dell'automobile coglierà tutti di sorpresa. Si creeranno, con più o
meno successo, sempre nuovi gruppi che si attribuiranno la definizione di liberali o
centristi. Un'estrema destra, a lungo contenuta nell'alveo dei grandi partiti di
centro-destra, troverà acque in cui navigare. Non si comprende ancora bene quali saranno
le tematiche capaci di aggregare insieme tutte queste formazioni. Certo, in Gran Bretagna
si ha l'impressione che i conservatori non abbiamo ormai più alcuna prospettiva, a fronte
di un New Labour populista al governo.
In un certo senso, il Parlamento europeo riflette tutte queste incertezze. Dal momento che
la posta in gioco a Strasburgo non è alta, è più facile sia entrare a far parte di un
gruppo sia uscirne. Il Parlamento europeo è, tra le altre cose, un caleidoscopio di
costellazioni in perenne mutamento. Se dopo le elezioni del 1999 emergerà un gruppo di
centro-sinistra sul modello di Blair, ci si dovrà chiedere se il posto giusto per un uomo
come Prodi non sia questo piuttosto che il Ppe.
Guardiamo perciò al Parlamento europeo cercando di vedere da piccoli segnali quelli che
saranno gli sviluppi futuri. È però anche chiaro che l'avvenire non si crea a
Strasburgo. Nel sistema dei partiti sono in atto cambiamenti di fondo, destinati a
protrarsi nel tempo.
(traduzione di Elisabetta Horvat)
antologia Dahrendorf

Allegato AQ.
La Repubblica
Mercoledì 22 Luglio 1998
QUATTRO DIFETTI ITALIANI
di RALF DAHRENDORF
DOPO gli sforzi compiuti per entrare a far parte a
pieno titolo della nuova Europa, la politica italiana sembra ricadere nei suoi percorsi
tradizionali. La commissione bicamerale ha portato a un nulla di fatto. I magistrati e i
politici continuano a giocare i loro ambigui giochi (almeno per quanto può apparire
dall'estero). In attesa che la scadenza del semestre bianco, connessa all'elezione del
presidente della Repubblica, renda impraticabile un cambiamento di governo, tutti sembrano
manovrare per mettersi in una posizione vantaggiosa, piuttosto che perseguire gli
obiettivi necessari. Dove sembrava esserci chiarezza, ora c'è confusione.
In genere, mi sono sempre astenuto dal commentare le questioni di politica interna
italiane. Anche se sono mosso da amicizia per il paese e da ammirazione per la sua
società civile, non sono così al corrente di tutti gli aspetti della politica italiana
da sentirmi autorizzato a dare giudizi. In linea di massima, intendo attenermi a questa
condotta, tuttavia mi sento di esporre alcuni commenti animati da uno spirito positivo di
fratellanza europea.
L'Italia non ha bisogno e non dovrebbe uniformarsi a modelli di altri paesi. Le culture
sociali, politiche ed economiche sono diverse da un paese all'altro, e sono proprio queste
differenze a rendere l'Europa quello che è, un'entità forte delle sue diversità. Ma vi
è un requisito che va rispettato, da chiunque guardi all'Europa come il modello di un
ordinamento liberale. Si tratta dell'esistenza di un nucleo di istituzioni pubbliche
credibili, legittime ed efficaci.
LE QUALI non devono essere così estese come quelle francesi, né invadenti come avviene
in Svezia; e non devono nemmeno dar luogo necessariamente a una definizione di governo e
opposizione così netta come quella in vigore nel Regno Unito. Queste istituzioni possono
avere un carattere più marcatamente politico o giudiziale, ma se non c'è una stabile
struttura statuale, la libertà non può prosperare. Una Costituzione scritta, e spesso
citata, può anche costituire un vantaggio, ma di per sé non basta.
L'America Latina è, sotto molti aspetti, un cimitero di costituzioni; diversi paesi ne
hanno sperimentate più di due o tre in una sola generazione, ma nella maggior parte dei
casi sono rimaste solo pezzi di carta. È la costituzione vivente quella che conta, cioè
un connubio di norme e prassi. Le norme devono essere accettate, applicate, e talvolta
corrette (ma non per servire gli interessi di chi è al potere). Le correzioni sono
necessarie quando cambiano le circostanze e le propensioni fondamentali dell'opinione
pubblica, per esempio riguardo ai referendum.
Guardando all'Italia, vi sono quattro punti che preoccupano un osservatore mosso da
amicizia verso il paese.
Il primo punto riguarda il rapporto tra il potere politico e quello giudiziario. Si tratta
di una questione controversa nella maggior parte dei paesi. Le tentazioni del
finanziamento dei partiti, in particolare, hanno portato i giudici nell'arena politica
quasi ovunque in Europa. Ovviamente i politici che hanno infranto la legge devono ricevere
lo stesso trattamento di tutti gli altri cittadini: il potere non è mai una scusante per
gli illeciti o i reati commessi. Tuttavia, la magistratura deve sempre mantenersi al di
sopra di ogni sospetto di intromissione negli affari politici. I suoi procedimenti e i
suoi verdetti devono essere chiaramente imparziali. Essa deve anche astenersi
dall'intervenire, se il caso non rientra in un vero e proprio profilo di reato, ma
piuttosto riguarda lo standard di moralità pubblica. Nel Regno Unito, vi è una
"commissione sugli standard" che definisce i limiti degli interessi personali
ammissibili nelle attività di politici e figure di rilievo pubblico. Comunque, il tema
dei confini tra il potere politico e quello giudiziario richiede un'attenzione
particolare.
In secondo luogo, vi è il problema che riguarda la stabilità delle istituzioni
politiche. Gli italiani amano la moda, e qualcuno vorrebbe trasferire in politica la
propensione ai mutamenti rapidi che è propria della moda. Niente di male, purché non
venga inficiata la necessità di una continuità di base del sistema. Vi sono buoni motivi
a favore di mandati parlamentari quadriennali o quinquennali, come avviene nella maggior
parte dei paesi. Ogni tentativo dovrebbe essere fatto per costruire governi destinati a
durare in carica per tutto il periodo della legislatura. Si può anche procedere
all'elezione diretta del capo dell'esecutivo, anche se non si tratta di un fattore in sé
determinante: nel Regno Unito vi è stabilità senza elezione diretta; in Israele, invece,
vi è instabilità nonostante l'elezione diretta, mentre in Francia si assiste a una
problematica "coabitazione". Ciò che importa davvero, è che una volta formato
un governo in seguito alle elezioni si presume che possa restare in carica sino a quando
il popolo avrà un'altra occasione per giudicarlo.
In terzo luogo, vi è la vexata quaestio della legittimità. O, più chiaramente, delle
modalità in cui l'elettorato esprime la propria volontà nel momento in cui ne ha
l'opportunità. Personalmente, sono un sostenitore di lunga data del sistema
rappresentativo, e cioè del governo parlamentare. Non approvo dunque l'abitudine che si
sta diffondendo alla democrazia referendaria. Le decisioni richiedono un dibattito p
onderato, e ci vuole il tempo necessario. I referendum possono aiutare in taluni frangenti
critici, specialmente se consultivi, ma possono anche divenire uno strumento nelle mani di
demagoghi. Detto questo, è chiaro che il ruolo dei partiti è cambiato, e che molte
persone hanno perduto fiducia nei loro confronti.
Sotto questo profilo, il sistema elettorale ha una sua importanza, ma anche in questo caso
si può dire che esso non risolve di per sé tutti i problemi. Attualmente in Gran
Bretagna si ricerca una possibile combinazione del modello uninominale con quello del voto
di lista. Forse si tratta di una prospettiva praticabile. Tuttavia, si potrebbe obbiettare
che il sistema uninominale - malgrado la sua apparente "ingiustizia" - presenta
il grande vantaggio di costringere il parlamentare a coltivare il rapporto con i suoi
elettori se vuole essere rieletto. Così si riduce la distanza tra elettorato e
istituzione parlamentare. Va anche aggiunto che il sistema maggioritario uninominale rende
più probabili i governi dotati di maggioranza parlamentare. È una valida base per la
stabilità, al pari dell'elezione diretta del capo dell'esecutivo.
Il quarto punto riguarda più la sostanza della politica, che le sue istituzioni. La
misura migliore della legittimazione del nucleo di istituzioni pubbliche è il rapporto
con il fisco, ovvero il consenso da parte dei cittadini - ovviamente riluttanti - verso il
carico fiscale quale onere equo e necessario. Questo consenso non può mai essere il
risultato della sola azione coercitiva. Richiede un accorto comportamento da parte di chi
esercita il potere, sia in termini di preferenze, che di necessità dell'opinione
pubblica. La maggior parte di noi si esprime a favore di uno Stato più leggero rispetto
al modello degli anni Sessanta, e anche questa è una buona idea. Anche la trasparenza
della spesa pubblica aiuta. Ma il punto fondamentale è che l'indice migliore della
legittimazione di un sistema è il grado di adempimento e consenso rispetto al carico
fiscale.
Quando mi riferivo all'Europa quale modello di sistema liberale, l'accezione del termine
non voleva assumere una connotazione di partito. Volevo piuttosto descrivere un equilibrio
tra ordine pubblico e libertà individuali che racchiude i valori degli Stati europei. Per
dirla altrimenti, vi sono molti modi per raggiungere lo scopo, e non c'è un solo schema
costituzionale possibile. Se non si riesce a conseguire gli obiettivi qui descritti, non
sarà possibile realizzare un sistema davvero liberale. Sembra che l'Italia debba ancora
fare dei passi in avanti sotto questo aspetto. Non è la sola ad averne bisogno, ma
nell'interesse dei suoi cittadini deve procedere in questa direzione.
(Traduzione di Paolo Maggi)
antologia Dahrendorf

Allegato AR.
La Repubblica
Martedì 1 Settembre 1998
"Non bisogna cedere al panico ma è ora che
l'Europa si svegli"
Il Nobel Modigliani resta ottimista e ricorda: il
bubbone speculativo doveva esplodere
dal nostro corrispondente ARTURO ZAMPAGLIONE
antologia Modigliani
NEW YORK - Franco Modigliani trascorre le vacanze sulla
costa dell'Atlantico con un occhio "attento" sulle bozze della autobiografia -
trecento pagine che Laterza pubblicherà in autunno - e un occhio "distratto"
sul Dow Jones alle prese con il nuovo tonfo. Perché "distratto"? "Perché
sono convinto - spiega il premio Nobel - che a Wall Street ci fosse una enorme bolla
speculativa, alimentata dall'illusione di rapidi guadagni. E trovo che la correzione di
rotta sia del tutto prevedibile e in un certo senso salutare. Mesi fa avevo dichiarato che
il livello giustificabile del Dow Jones, in rapporto all'economia reale era di 7.500
punti. Adesso ci siamo. Anche se non si possono escludere aggiustamenti ulteriori".
Ma non c'è il rischio che la situazione sfugga di mano? Che la miscela del rublo e del
Sexgate, della testardaggine giapponese e dell'effetto domino, faccia esplodere una
depressione tipo anni trenta? E che cosa devono fare banchieri centrali e ministri del
tesoro per evitare il peggio? A tutte queste domande rivoltegli da Repubblica Modigliani
risponde con la proverbiale chiarezza. Ma prima di tutto vuole rivolgere un appello
all'Europa.
Un appello, professore?
"Sì, ritengo che l'Europa, in questa fase, abbia una grande responsabilità per la
stabilizzazione dell'economia mondiale. Finora è stata troppo immobile, troppo passiva,
limitandosi a guardare i suoi tassi di disoccupazione che salivano e gli indici delle
borse mondiali che scendevano. E' ora di svegliarsi, di non delegare più agli Stati Uniti
il ruolo-guida, di liberarsi dalla pericolosa ossessione della Germania".
Si riferisce a quello che il suo collega del Mit Paul Krugman chiama sul New York Times la
"retorica della stabilità dei prezzi"?
"Sì. E sono in pieno accordo con le posizioni di Krugman. Io lo vado ripetendo da
almeno tre anni: la politica miope della Bundesbank ha forse frenato l'inflazione dieci
anni fa, ma oggi l'inflazione non è più un pericolo, e quella politica sicuramente
blocca lo sviluppo. A tutto danno dei disoccupati. Purtroppo questa linea perdente viene
avallata da quasi tutti i paesi europei, a cominciare dalla Francia di Jospin, che da un
lato si accoda alla politica monetaria tedesca, e dall'altro imbocca la folle strada delle
35 ore".
E l'Italia?
"Carlo Azeglio Ciampi è uno dei pochi ad aver avuto il coraggio di dire che la Banca
europea non può essere un'isola separata dal resto del continente. Bisogna incoraggiare
lui e il governo italiano perché continuino a premere in questa direzione: anche perché
- ripeto - è il momento dell'Europa. Tocca all'Europa dare un segnale alle economie in
crisi del mondo, accelerando lo sviluppo, aumentando gli investimenti a ritmi superiori al
10 per cento all'anno".
Torniamo alla crisi internazionale, esaminandone, ad una ad una, le componenti principali.
Cominciamo dal Sexgate: un suo collega premio Nobel, Paul Samuelson, sostiene che
l'indebolimento di Bill Clinton aprirà la strada alle politiche sbagliate e dannose dei
repubblicani.
"L'indebolimento della Casa Bianca è reale e dannoso. Ma non penso che i
repubblicani abbiano né la forza né il desiderio di estromettere Bill Clinton. E in ogni
modo la situazione economica del paese continua a essere buona, i profitti non sono stati
erosi in modo significativo dall'andamento asiatico. L'America resta, in questo momento
così critico per la finanza mondiale, una roccaforte solida. E anche se il bubbone di
Wall Street sta scoppiando, facendo perdere miliardi a chi si illudeva di cavalcare la
speculazione, gli effetti non sono del tutto dannosi".
Ma l'Asia, dopo più di un anno, non si è ancora ripresa. Il Giappone sembra
aggrovigliato nelle sue contraddizioni. E ora si è aggiunto anche lo scivolone della
Russia.
"Al tempo. In Estremo Oriente, a gu ardar bene, si intravedono già i primi, timidi
segni di assestamento: ad esempio in Thailandia e in Corea del Sud. Certo, il Giappone è
ancora in mezzo al guado: io l'ho sempre detto che, lì, le contraddizioni politiche ed
economiche erano peggiori che in Italia... Ma prima o poi dovranno tagliare il cancro,
liberarsi delle banche piene di debiti e lo yen tornerà a salire".
E il nuovo pericolo russo, come lo vede?
"Anche a Mosca c'è stata una bolla speculativa: un boom di capitali in entrata, un
boom in uscita, con conseguente scivolone monetario. La mia impressione è che non ci
siano scorciatoie: la svalutazione creerà inflazione e disoccupazione e, quindi, più
sofferenze".
Qualche suo collega ipotizza uno scenario da brivido: che queste componenti della crisi
mondiale evolvano, tutte, nel peggior modo immaginabile; che tutti i banchieri e i
politici prendano decisioni sbagliate, aumentando ad esempio i tassi di sconto, quando
andrebbero abbassati, o chiudendo le frontiere quando andrebbero aperte. C'è, a suo
avviso, un rischio del genere? Siamo veramente sull'orlo dell'abisso?
"Tutto è possibile, ma anche del tutto evitabile. Conosciamo gli strumenti necessari
e penso che saranno usati. Temo però che bisognerà avere un po' di pazienza, perché il
nervosismo dei mercati si calmi e la situazione economica si stabilizzi. E' necessario che
il Fondo monetario ripensi gli strumenti per aiutare alcuni paesi. Ma non vedo un rischio
imminente di crollo economico".
Che ne dice, però, di un pericolo politico? Cioè che la globalizzazione sia considerata,
a torto, come la causa del malessere di questi giorni e che in tutto il mondo riprendano
fiato i difensori del protezionismo? Richard Gephardt, ad esempio, che è capogruppo
democratico alla Camera dei rappresentanti e candidato alla Casa Bianca nel 2000, è un
nemico del libero scambio: una sua vittoria potrebbe imprimere una svolta isolazionista
all'America.
"Questo sì, è un pericolo vero. Con il protezionismo, non bisogna mai dimenticarlo,
diventiamo tutti più poveri".

Allegato AS.
La Stampa
Domenica 6 Settembre 1998
LA RIVOLUZIONE CRIMINALE DELLA RUSSIA
I DRAMMI DI MOSCA
S ONO anni ormai che in Russia si evoca l'avvento di Boris Godunov -
dopo la misteriosa morte dello zarevic Dimitri, legittimo successore di Ivan il Terribile
- e si parla dell'incessante Epoca dei Torbidi, che affliggerebbe la nazione postcomunista
esattamente come nei quindici anni tra il 1598 e il 1613. Nei Tempi dei Torbidi il centro
politico si sfalda, il sovrano è delegittimato, e si assiste al vuoto di potere, alla
rovina dello Stato, a forme sotterranee di insurrezione anarchico rivoluzionaria. I
Torbidi sono chiamati tempi di smuta - di sedizione, di discordia - e sempre secernono la
figura dell'Usurpatore, dell'Impostore, che pretende di essere legittimo erede di zar Ivan
per venir smascherato, ogni volta, come falso Dimitri . Cose simili accadono nella Russia
di oggi, con innumerevoli Impostori che affollano la sala del trono e che aspirano invano
alla legittimità del regno.
Solo che i Torbidi non nascono da un unico incidente, non sono la conseguenza di un
regicidio che interrompe bruscamente la continuità del trono, come nel caso di Boris
Godunov. Anche il dispotismo comunista fu per oltre settant'anni un'epoca torbida, gremita
di Usurpatori: sicché l'Impostura russa è ormai secolare, è una smuta che tende ad
auto-rigenerarsi come un tumore, e a produrre sempre nuove imposture, nuovi "falsi
Dimitri". E' di questa secolare impostura che la nazione russa soffre, non da anni ma
da decenni, ed è il perpetuarsi dell'impostura che rende così impervio - e difficile da
seguire - quello che nei primi tempi sembrava arduo ma non impossibile: la transizione dal
sistema comunista all'economia di mercato, nonché alle istituzioni della democrazia.
La transizione è più che ardua invece, perché il comunismo non era semplicemente uno
statalismo: non era una tradizionale economia dirigista, nazionalizzatrice. Il comunismo
è stato qualcosa di radicalmente differente dal socialismo dirigista, e lo Stato era una
finzione verbale che serviva a dissimulare il vero potere economico e politico, esercitato
in maniera prima totalitaria e poi esclusivamente mafiosa dal Partito e dalle sue
nomenclature. Lo Stato con le sue forme classiche in realtà non esisteva nel comunismo
reale, né esisteva un'idea di interesse generale, o nazionale: lo Stato era il Partito ,
e da questo veniva monopolizzato, confiscato, e snaturato. La rivoluzione comunista
generò questo statalismo bastardo, che infine fallì economicamente e spiritualmente. Ma
non cessarono le abitudini che la rivoluzione aveva suscitato: le abitudini all'esercizio
mafioso del potere, all'arricchimento illegale di nomenclature e oligarchie, alla
connivenza tra politica di partito e criminalità comune: connivenza di cui son piene le
pagine di Varlam Shalamov, impareggiabile evocatore dell'universo concentrazionario e
della natura profondamente mafiosa, criminogena, del totalitarismo comunista.
Quel che avvenne nei primi Anni 90 non fu dunque una reale rottura di continuità: fu
l'incancrenirsi di una malattia preesistente, fu una seconda rivoluzione che s'incaricò
di disvelare il punto d'arrivo della precedente. La precedente era stata condotta
all'insegna del comunismo, nel '17. La seconda avvenne tra la fine del regno di Gorbaciov
e l'inizio dell'epoca di Eltsin, e prese le forme di un'autentica Rivoluzione Criminale .
Il male dell'economia russa non è l'eccesso di mercato, come molti occidentali e
moltissimi russi oggi dicono. Il male non è stato causato dal riformista Gaidar, o più
recentemente dal troppo debole Kirienko, capo di governo licenziato il 23 agosto: è stato
causato dall'estensione del crimine e della mafia, che si sono impossessati dell'economia
e che continuano a gestirla allo stesso modo in cui la gestivano i comunisti. E' quello
che mi disse Egor Gaidar, qualche mese prima del tracollo di agosto: "Quando il
comunismo si fa da parte, il capitalismo non nasce come la Venere dalle onde del mare, in
tutta la sua bellezza. Nasce tutto coperto di piaghe, di ferite. Nasce in una nazione dove
son state completamente distrutte tradizioni essenziali, per il funzionamento umano del
mercato: tradizioni come il senso della legge, il rispetto del lavoro umano, l'esecuzione
dei contratti, la circolazione corretta delle merci e del denaro, la considerazione e la
stima per la proprietà privata. "Nasce come capitalismo predatore, figlio della
rivoluzione criminale-mafiosa seguita alla lunga rivoluzione comunista. Il principale
obiettivo delle riforme russe, per Gaidar, era "la lotta spietata alla
criminalizzazione dell'economia, e ai grandi gruppi finanziari che sono al tempo stesso
proprietari dei mezzi di informazione e ricattatori delle élite politiche".
Questa lotta è stata tentata da Kirienko, ma gli oligarchi glielo hanno impedito e hanno
obbligato Eltsin a richiamare il loro vecchio protettore: Viktor Cernomyrdin, padrone del
Gazprom e garante di una "dittatura economica" che non svantaggerà vecchie e
nuove nomenclature. Oligarchi e nomenclature possono contare inoltre sulla Duma, che solo
apparentemente è un parlamento: in realtà è un'Assemblea che raduna le nomenclature
legate alla rivoluzione criminale russa.
La Duma esiste solo per bloccare riforme democratiche, e la nascita di un effettivo
mercato non fondato come oggi sul baratto. In essa predomina un'alleanza solida, tra
comunisti e neofascisti russi.
La Duma ha fatto di tutto, per bloccare l'unica riforma che avrebbe dato istituzioni
democratiche più solide al Paese: la privatizzazione delle terre, inutilmente tentata da
Gaidar e Kirienko. E' quello che sostengono rari politici, come Konstantin Borovoy che
guida un minuscolo partito democratico (Partito della libertà economica): "La
privatizzazione delle terre inaugurerebbe un rapporto finalmente diverso, non più
fittizio, tra il deputato e la sua base elettorale, la sua constituency. Ed è ovvio che
la Duma la respinga: se l'approvasse, la sua stessa ragione d'esistere finirebbe. E' ovvio
perché alla perpetuazione dell'impostura è oggi interessata la grande maggioranza delle
élite postcomuniste".
Protetti dalla Moneta Unica, i politici europei non si allarmano più del necessario, di
fronte allo svanire del Cremlino. Sanno che la Russia non è solo uno spazio economico, ma
anche una temibile potenza nucleare. Sanno che un'esplosione sociale potrebbe sfociare in
emigrazioni poderose verso le più prospere nazioni europee. Ma pur sapendo non si agitano
troppo, e forse l'unico veramente inquieto - ed esigente con i politici russi - è Helmut
Kohl: che ha in mente gli sviluppi futuri dell'Unione europea, che teme una Russia
nazionalista e vendicativa ai confini orientali del continente, e che ha investito sulle
promesse riformatrici di Eltsin un gran numero di energie, e di denaro.
Solo Kohl sa forse che l'Euro può molto, ma non è sufficiente. Il tracollo russo
minaccia da vicino la crescita in Europa centrale e orientale - in Ungheria, Repubblica
ceca, Polonia, e più ancora in Bulgaria, Romania, nei Paesi baltici che hanno intensi
commerci con la Russia. Tanto più costoso ma anche più urgente diventa l'allargamento
dell'Unione al Centro Europa, e a questo converrà che i nostri responsabili pensino, dopo
essersi rallegrati per la stabilità dell'Euro. Più ancora che nel passato, sarà utile
includere l'Europa orientale nei propri calcoli, quando si discuterà sulle future spese e
sulle risorse dell'Unione. Più ancora che nel passato sarà utile puntare sulla
democratizzazione della Russia, e condizionare nuovi aiuti alla lotta contro le imposture
secolari che tuttora affliggono la sua economia, la sua politica, le sue evanescenti
istituzioni statali. Clinton non ha la forza carismatica, per un'impresa che implica una
meditazione più vasta sull'esperienza comunista, e sul capitalismo banditesco nato nel
suo seno. Clinton esige le riforme ma apre al tempo stesso ai comunisti di Ziuganov,
illudendosi di poter suscitare un mercato democratico con il contributo delle forze che
più l'ostacolano. Questa potrebbe essere l'ora degli europei, e forse anche di Kohl o di
Schroeder alla vigilia delle elezioni tedesche: l'ora di andare infine alle radici delle
due rivoluzioni russe, e aiutare questa grande e umiliata nazione a uscire dall'Epoca dei
Torbidi che da quasi un secolo la tiene prigioniera.
Barbara Spinelli
antologia

Allegato AT.
La Repubblica
Venerdì 13 Novembre 1998
Le incognite dell'Euro
Troppo aspre le critiche al Governatore Fazio: il
quadro politico è ancora incerto
di GIORGIO LA MALFA
NON c'è dubbio che le cose dette e scritte dal Governatore della
Banca d'Italia negli ultimi mesi e due giorni fa sul Financial Times sull'Euro, la Banca
Centrale Europea e la situazione dell'Italia tocchino questioni delicate e difficili e
rendano necessaria una discussione approfondita. Da questo punto di vista a me sembra che
Repubblica abbia fatto bene, con gli articoli di Rampini e Riva, a entrare nel vivo delle
questioni poste dal Governatore. E io stesso vorrei entrare in questo dibattito,
premettendo però che mi sembra francamente eccessivo suggerire, come sembra fare Massimo
Riva, che con le sue affermazioni il governatore della Banca d'Italia stia appannando
"il pur solido prestigio dell'istituzione che rappresenta". Riva rimprovera a
Fazio di non riconoscere l'autonomia della Banca Centrale Europea e nello stesso tempo
aggiunge che se il governatore si colloca fuori dalla linea del governo italiano, è bene
che si faccia da parte. Con buona pace dell'autonomia della Banca d'Italia.
Nel merito, a me sembra che le preoccupazioni di Fazio siano così riassumibili: l'Euro
nasce al di fuori di un accordo di integrazione politica degli Stati nazionali europei e
dunque al di fuori di un quadro di riferimento istituzionale e politico che deve
sorreggere e accompagnare la politica monetaria. Il rischio è che questa costruzione
possa risultare asimmetrica nei suoi effetti sulle economie dei paesi membri accentuando
non solo alcuni problemi come la disoccupazione, che riguardano l'economia europea nel suo
complesso, ma anche i fenomeni di dualismo che in essa esistono e si manifestano.
Quanto all'Italia, sembra dire il Governatore, essa ha assunto gli impegni della moneta
unica senza tenere conto che, venendo meno quel margine di flessibilità costituito dalla
possibilità periodica di un aggiustamento del cambio, se non vengono introdotte delle
flessibilità nel funzionamento dei mercati, le conseguenze possono essere molto negative.
Egli esprime poi una terza considerazione sulla natura dei rapporti tra le banche centrali
europee e la Banca Centrale Europea che tende, per così dire, a preservare più a lungo
possibile nel tempo il potere delle banche centrali, quasi come elemento di prudenza in
una costruzione altrimenti troppo sbilanciata.
Se quella che io così ricostruisco è la visione dei problemi del governatore della Banca
d'Italia, a me non sembra che si tratti di affermazioni destituite di fondamento e tali da
giustificare reazioni aspre. Infatti, che il disegno dell'Euro non sia di sé completo e
non possa essere migliorato, è dimostrato dalle posizioni che legittimamente stanno
prendendo diversi governi europei. Essi ritengono che debba essere introdotta nella
gestione dell'Euro una considerazione diretta dei problemi della disoccupazione, fino a
suggerire, come ha fatto l'on. D'Alema in un'intervista all'Herald Tribune, di raccogliere
una proposta che all'inizio di quest' anno avevamo avanzato Franco Modigliani e io nel
silenzio se non nell'avversione di tutti e di escludere quindi dai limiti del "patto
di stabilità" gli investimenti pubblici.
Ugualmente è emerso in queste settimane dalle posizioni del nuovo governo tedesco un
diverso atteggiamento in materia di tassi di interesse e di tassi di cambio. In
particolare è stata autorevolmente sostenuta la necessità di attribuire agli organi
politici dell'Unione la decisione sul valore esterno dell'Euro che pure ha un riflesso
diretto sulla politica monetaria. Infine, quanto all'Italia, è altrettanto evidente che i
pur significativi risultati ottenuti sulla strada della riduzione del deficit pubblico
lasciano ancora aperto il problema di come trovare le risorse per gli investimenti.
Se questi sono i problemi, come si può imputare al Governatore della Banca d'Italia di
parlarne e di esprimere la preoccupazione che un Euro squilibrato possa finire per pesare
sulle condizioni delle aree più deboli e più periferiche dell'Europa? Tra l' altro non
credo che i richiami di Fazio si contrappongano alle posizioni del ministro del Tesoro.
Credo anzi, come è sempre stato da quando io seguo la politica della Banca d'Italia, che
il Governatore possa dire con più chiarezza le cose che spesso il ministro del Tesoro,
per la sua collocazione, deve dire in maniera più sfumata.
La mia opinione è che l'Euro sia una costruzione importante ma nel quadro di un rapido
passaggio dall'Europa degli Stati alla Federazione europea. L'Euro, collocato in un quadro
in cui gli Stati nazionali continuano a sopravvivere, giustifica interrogativi e
preoccupazioni.
L'autore è segretario del Partito
repubblicano italiano

Allegato AU.
Financial Times
FRIDAY NOVEMBER 13 1998
Ciampi backs flexible budget targets
By James Blitz and Wolfgang Münchau in Rome
Carlo Azeglio Ciampi, Italy's treasury minister, yesterday threw his
weight for the first time behind calls for a flexible interpretation of the European
Union's Growth and Stability Pact, designed to ensure fiscal responsibility in countries
joining the single currency next year.
Backing moves for infrastructure investment to be excluded from government budget
calculations, Mr Ciampi said there was now "room for manoeuvre" for a
redefinition of the pact that could boost economic growth and employment across Europe.
In an interview, Mr Ciampi insisted Italy, like other participants
in the single currency project, must "stick to the principle" set out in the
Maastricht treaty of maintaining tight budgetary policies. But he added: "How fast we
go depends on the economic situation."
The stability pact sets strict limits on countries' budget deficits to strengthen the
economic cohesion of the euro-zone.
Mr Ciampi has been widely hailed as the tough and uncompromising steward of Italy's public
finance reform in recent years. His move towards a more flexible stance may cause renewed
concern among central bankers who fear that a reinterpretation of the stability pact will
undermine the stability of the euro.
Mr Ciampi, who is next week holding his first bilateral meeting with Oskar Lafontaine, the
new German finance minister, said amending the pact could trigger additional investment in
public infrastructure, adding: "There's room for manoeuvre in this way."
He insisted, however, there should be no scaling down of Italy's determination to reduce
public debt to 107 per cent of gross domestic product by 2001. He said Italy's
privatisation programme would have to be speeded up to keep the debt cutting plan on
target.
Separately, Mr Ciampi favoured moves towards the formation of an economic government for
Europe once the euro had started. "I don't think we will have a federal government
but something in between a federal state and a federation of states," he said.
He also appeared to back calls by his German and French counterparts for a reduction in
the euro benchmark rate, currently at 3.3 per cent.
Mr Ciampi said there was room for "a dialectic confrontation between central bankers
and governments," adding: "There's nothing sacrilegious for central bankers to
say something about fiscal policy and that goes for governments as well. Saying that a
fall in the interest rate is right for the economic situation is not a crime."
Nor did Mr Ciampi rule out the possibility of supporting the creation of target exchange
rate zones by European governments participating in the euro as a means of exercising
influence over the ECB's monetary policy.

Allegato AV.
La Repubblica
Domenica 15 Novembre 1998
La terra promessa del Neoliberismo
di GIORGIO BOCCA
FRA I MOLTI effetti della caduta del Muro di Berlino, a est del
comunismo, c'è anche il neoliberismo conformista e apodittico che impedisce di ragionare
su vizi e virtù dello statalismo da cui è stata segnata la nostra economia nella seconda
metà del secolo. Come se la creazione di una finanza e di un'industria di Stato iniziata
nel fascismo e compiuta dopo gli anni sessanta, che ci era invidiata da molti paesi quasi
come una terza via, a metà fra il sociale e il liberismo, non sia altro, oggi, che un
ingombrante errore del passato di cui bisogna liberarsi senza rimpianti e discussioni.
Seppellito l'ideologismo e qualsiasi lotta di religione che contrapponeva socialismo e
capitalismo ora se ne è rifatto un altro in cui tocca allo statalismo essere "il
regno del male" e al liberismo quello del bene. Assioma che trova autorevole conferma
nelle direttive europee. Ragion per cui se un'azienda pubblica va male e perde denaro la
colpa non è di una cattiva gestione o di condizionamenti politici, ma di essere "di
Stato". Privatizzare è la parola d'ordine, e chi non lo fa presto e senza discutere
è un nemico del progresso: i progressisti di ieri sono diventati i reazionari di oggi.
Ma davvero la nazionalizzazione dell' industria elettrica fu solo un errore economico? Se
ben ricordiamo, le ragioni che unirono a richiederla il centrosinistra degli anni '60 non
erano solo di efficienza e di razionalizzazione, ma anche strategiche e sociali.
L'industria elettrica privata sembrava, almeno da noi, incapace di affrontare i
giganteschi investimenti per l'energia, specie nel campo del petrolio e del gas in cui
partivamo quasi da zero, non pronta a una distribuzione sociale anche nei luoghi dove non
sarebbe stata remunerativa. E, infine, "il capitalismo delle bollette" in regime
di oligopolio distraeva dei grandi capitali da nuove intraprese.
Tutte queste buone ragioni sono scomparse? Può darsi ma nessuno ce lo ha spiegato. La
discussione è stata sostituita dalla propaganda neoliberista che dalla caduta del
comunismo ha tratto la convinzione di poter tornare senza danni al capitalismo ruggente di
principio del secolo: il venerdì nero di Wall Street e la grande crisi del '29 cancellati
dalla mondializzazione.
L'economista Delai dice che una delle ambiguità del nostro tempo è di vederci condannati
"a essere liberisti con dimensioni sociali o sociali con aperture liberiste". Ma
a volte la propaganda neoliberista dà l'impressione che si viva sotto una sola fede,
quella della massimizzazione dei profitti e della riduzione dei costi. Non certo della
riduzione degli sprechi che in una libera concorrenza scatenata diventano ogni giorno più
assurdi: basti pensare a quelli automobilistici, alla dispendiosa ricerca di sempre nuovi
gadget, di sempre nuovi bisogni come se un mezzo di trasporto ormai tecnologicamente
maturo dovesse essere il Nautilus del capitano Nemo o una capsula spaziale.
L'adesione completa al liberismo cancella tutti gli errori anche macroscopici
dell'economia privata, delle fabbriche come delle banche. Se la privatizzazione di Telecom
non va bene la colpa non è degli errori commessi dal nuovo nucleo privato di comando ma
delle cattive abitudini del precedente statalismo. Dall'economia il culto del privato si
trasferisce all'intera gamma delle umane attività: scuole private, polizie private, poste
private, centrali del latte private, farmacie private, ospedali privati sorvolando sulle
peculiarità nostrane che dovrebbero indurre a una certa prudenza come la presenza
condizionante in quattro regioni, e perciò nella politica, di potentissime malavite
organizzate.
Il passato statalista va dimenticato. Si parla di privatizzazione dell'Eni e si affida
alla propaganda il compito di raccontare un Mattei grande corruttore piuttosto che grande
creatore di un'industria dell'energia che i potentati privati consideravano allora, quando
se ne discusse nella Costituente, come impossibile e dannosa, meglio affidarsi al dominio
delle "sette sorelle". Sono davvero scomparse oggi, tutte le ragioni economiche
e sociali che spinsero Mattei, De Gasperi e Vanoni a volere l'Eni di stato?
E quest'azienda di stato non è forse una delle tre o quattro aziende italiane a
dimensione multinazionale?
La propaganda del fascismo cercò di convincere gli italiani che era un ottimo affare
spendere soldi e vite umane nella conquista di povere terre africane, in un colonialismo
ormai al tramonto, ma ora le propagande, le mode del neoliberismo si succedono senza
concedere il diritto di replica, da "piccolo è bello" al "fast food"
buono, dall'"andare a Gemba" del miracolo giapponese al "just in time"
di Melfi automobili, altro miracolo che però non evita la cassa integrazione. Novità a
loro modo tutte inevitabili in un mondo che cambia di continuo e dove la concorrenza è
sempre più forte in spazi e risorse sempre più stretti. Ma, come consigliava Hanna
Arendt, cerchiamo di non rinunciare a pensare, cerchiamo di capire che cosa ci sta dietro
le cortine fumogene della propaganda: per esempio che tutto ciò che è di stato non è
per definizione brutto e cattivo anche perché alla fin fine, neoliberismo e statalismo,
siamo noi responsabili di ciò che va e di ciò che non va in questo e in altri paesi.

Allegato AW.
La Stampa
Sabato 21 Novembre 1998
LA SPINA CURDA IN EUROPA
SI è molto parlato di Europa socialista negli ultimi
tempi, e di una nuova era di solidarietà fra gli Stati dell'Unione a seguito dell'avvento
di Schroeder in Germania, di D'Alema in Italia, di Jospin e Blair in Francia e Gran
Bretagna. Si è profetizzata una politica estera più vigile eticamente, e anche più
attiva, più responsabilmente coerente, più unitaria. Si è disquisito a lungo attorno
alle angustie dell'Europa monetaria, e alla politica che dovrebbe tornare ad avere un suo
visibile e fiero primato, su economia e mercati. Nessuna coerenza è tuttavia percepibile
nelle diplomazie dell'Unione, nessun nuovo senso di responsabilità comune, ma piuttosto
un dilettantismo ben distribuito, un'ipocrisia impressionante, un disinteresse esplicito,
ostentato, alla nascita di quell'Europa politica che tanto si invoca a parole, che tanto
si disattende e si sprezza nell'azione. La vicenda dell'arresto di Abdullah Ocalan
conferma questa frivola vacuità dei propositi socialisti, nel vecchio continente: dopo
molta retorica e molte dichiarazioni di ideale complicità il governo italiano è lasciato
solo, a fronteggiare l'ira del governo turco per il trattamento riservato al capo del Pkk,
il partito dei lavoratori curdi. E' lasciato solo dalla Germania socialdemocratica in
primo luogo, che aveva emesso un mandato di cattura internazionale per Abdullah Ocalan,
che è all'origine dell'arresto di quest'ultimo in Italia, e che ha tuttavia deciso
all'ultimo minuto -, dopo qualche ipocrita tergiversazione - di non presentare più
l'attesa richiesta di estradizione.
Si può capire il disappunto del presidente D'Alema, che nei giorni scorsi aveva invocato
una totale solidarietà europea e che oggi vede la Germania rinchiudersi in se stessa,
curare i propri esclusivi interessi, e scivolare nell'irresponsabilità, nella
pusillanimità, nell'incoerenza etica oltre che giuridica. Il Pkk e il suo leader sono
considerati fuorilegge dai governanti tedeschi, e sospettati di precise azioni terroriste
in Germania: il ministro degli Esteri Joshka Fischer aveva espresso un giudizio
inequivocabile in materia, sin dai primi giorni dell'arresto di Ocalan, e la posizione di
Bonn sembrava assai più intransigente e severa di quella italiana. Ocalan non riceveva
nessuna patente di capo rivoluzionario dalle sinistre tedesche, e il Pkk era trattato alla
stregua di un'organizzazione criminale, non di una romantica forza di liberazione come
avviene in Italia. Ma troppo grande è stata la paura di rappresaglie curde sul territorio
della Repubblica federale, troppo complicato è apparso un eventuale sforzo europeo di
pensare con più coerenza la questione turca, le sofferenze delle popolazioni e dei
villaggi curdi sistematicamente distrutti, le violenze terroriste infine, compiute dal
partito di Ocalan. Lasciar solo il governo italiano alle prese con questo partito e con
l'ira di Ankara era la via più comoda, e le sinistra di Schroeder non ha esitato a
imboccarla. Era la via che consentiva di non agire, di non assumersi responsabilità, di
sospendere ogni attività di pensiero. Era la via che evitava ai socialismi d'Europa un
chiarimento sulle passate e presenti illusioni terzomondiste, sulle passate e presenti
ideologie di liberazione, sulla politica più o meno efficace, più o meno coraggiosa, da
adottare verso la Turchia. Così l'Europa dei socialisti si infrange sul caso Ocalan,
vacuo edificio immaginato da dilettanti cui è capitato di governare. Né serve a
riaggiustarla l'irritazione verso l'America, che in queste ore sembra accomunarli e dar
loro le ali: l'America che mostra di avere in dispregio i principi dello Stato di diritto,
che non capisce il rifiuto del governo italiano di estradare Ocalan, che solo si preoccupa
della posizione geo-strategica della Turchia nella Nato. Italiani ed europei protestano
non senza ragione contro queste insensibilità, ma da parte loro non hanno che idee
sentimentali, dunque irresponsabili, sulla questione curda come su quella turca.
L'incongruenza e una certa dose di dilettantismo non sono vizi solo tedeschi. Ci sono
impreparazioni e incoerenze anche nella condotta della classe politica italiana, del
governo D'Alema. C'è un giustificato rifiuto di consegnare Ocalan in obbedienza a
principi giuridici che vietano l'estradizione verso nazioni dove vige la pena di morte, ma
c'è anche una volontaria ignoranza della natura radicalmente criminosa del Pkk, dei
delitti accumulati da Ocalan, dei sospetti pesanti che gravano sui suoi uomini, sulle sue
milizie, sui suoi attentatori kamikaze, sui suoi legami con l'integralismo islamico o con
i dispotismi mediorientali. Gli altri movimenti autonomisti che esistono in Turchia
conoscono assai bene la pericolosità di un partito che esibisce ancora sui suoi manifesti
le immagini di Stalin, di Mao, di Lenin. Non si fidano delle promesse mansuete di Ocalan,
e serbano una memoria acuta dei numerosi assassini di dissidenti del Pkk, commessi dal
partito marxista su ordine del leader protetto ieri dalla Siria, e oggi dall'Italia. Il
Pkk esercita un potere mafioso, spesso omicida, sulle comunità curde di Francia e di
Germania. E' responsabile di sangue versato, e di commercio di droga in Europa. Lo stesso
Ocalan è sospettato di aver architettato l'assassinio di Olof Palme, nel 1986 in Svezia:
i magistrati di Stoccolma vorrebbero peraltro poterlo interrogare, in Italia.
Solo le forze politiche italiane sembrano fidarsi di lui, delle sue esibite inedite
mitezze. Le nostre sinistre hanno l'impressione di aiutare un movimento di liberazione nel
Terzo Mondo, e fra tutti i movimenti curdi hanno scelto il più rumoroso, il più
violento, il più stalinista, e il più nocivo alla causa della minoranza perseguitata. Lo
hanno scelto in stato di estasi pseudorivoluzionaria, come se non avessero responsabilità
governative ma si trovassero ancora all'opposizione, dove tutti i sentimentalismi e
permissivismi sono leciti. Difendono lo Stato di diritto ma poi si comportano
ideologicamente, da militanti, dimenticando perfino Montesquieu e le regole base della
divisione dei poteri: non si possono interpretare altrimenti le pressioni del ministro
delle Giustizia Diliberto, sulle decisioni dei magistrati a proposito della custodia di
Ocalan.
Eppure questa potrebbe essere l'occasione per riaprire veramente la questione curda:
questione lasciata marcire subito dopo la prima guerra mondiale per colpa delle potenze
occidentali, e in particolare per colpa dell'Inghilterra che promise uno Stato
indipendente ai curdi, nel 1920 quando si disfò l'impero ottomano, per poi tradirli
nell'ignominia pur di non perdere il controllo sul petrolio del Kurdistan. Questa potrebbe
esser l'occasione per discutere con Ankara, per convincerla al rispetto delle sue
minoranze, per riparlare delle condizioni di ingresso in Europa. Ma per poter polemizzare
efficacemente con le autorità turche, per ottenere l'abolizione della pena di morte e
l'addomesticamento delle arroganze militari, urge anche una condanna inequivocabile del
terrorismo Pkk.
Non si possono organizzare tavole rotonde amichevoli-permissive con esponenti di questo
partito, non si può insistere nel preferirlo sistematicamente a tutti gli altri movimenti
curdi-democratici, socialisti, avversari di Ocalan - e poi meravigliarsi quando esplode il
rancore dell'opinione turca, o quando il governo di Ankara si irrigidisce minaccioso. In
politica estera non si può avere il gelato caldo: non si può avere la passione bollente
delle manifestazioni terzomondiste, e la fredda etica delle responsabilità governative.
Il Pkk è oggi assai indebolito dopo anni di guerriglia. Molti curdi lo evitano, e lo
temono. Molti curdi fuggono dai villaggi del Sud-Est turco controllati dal partito di
Ocalan. Molti autonomisti vedono segretamente di buon occhio l'arresto del capo
terrorista, e sperano che l'Europa aiuti a far chiarezza sulle sue malefatte. Di certo
sono ostili a una sua estradizione in Turchia, ma è assai probabile che preferiscano un
processo e una punizione all'asilo politico auspicato in Italia. E' quello che gli europei
stentano a capire e a discutere fra loro, in queste ore di massima tensione con Ankara. E
non è casuale che stentino in particolare le sinistre in Italia e in Germania: due
nazioni che hanno conosciuto il terrorismo, che ancora faticano a ripensarlo, e che stanno
dimostrando di non saperlo sino in fondo rammemorare.
Barbara Spinelli
antologia

Allegato AX.
La Stampa
Domenica 6 Dicembre 1998
MEMORIA DELL'ORRORE
OBLIO DEL CORAGGIO
LA GERMANIA DISCUTE DI OLOCAUSTO
NON sarà male, in questi ultimi giorni dell'anno, che
i responsabili europei ricordino con gratitudine quel che Kohl ha lasciato loro in
eredità. La Moneta Unica che prenderà forma il primo gennaio, il nuovo poderoso potere
sovrannazionale che s'incarna nella Banca centrale europea, la calma con cui undici
governi e undici Banche centrali hanno accettato di abdicare a preziosi diritti sovrani:
tutti questi eventi non sarebbero così semplici, se Kohl non li avesse voluti con
testarda costanza, con senso acuto dell'urgenza, senza badare alla propria crescente
solitudine in patria. E' come se il Cancelliere avesse presentito i pericoli che potevano
venire dalla stessa sua nazione, e si fosse affrettato a incasellarla presto dentro
l'Europa prima che fosse troppo tardi: prima che si cristallizzassero nuove forme di
nazionalismo, prima che avvenisse il cambio di generazione ai vertici dello Stato, prima
che la nazione si stancasse di ricordare orrori ed errori della propria storia. Dobbiamo
al suo straordinario fiuto dell'ora propizia - già manifestatosi ai tempi
dell'unificazione nazionale -se l'Euro si è potuto fare con la vecchia Germania da lui
diretta, e non con la nuova Germania mutante, disinvoltamente concentrata sui propri
interessi, priva ormai di complessi verso il passato, che Gerhard Schroder rappresenta.
E tuttavia sarà questa nuova Germania che avremo di fronte, nell'Unione. E' con questa
nazione che toccherà discutere, costruire ulteriori pezzi d'Europa, preparare il futuro.
Non sarà una Germania facile, nonostante le affinità tra socialdemocratici, laburisti,
socialisti, che oggi governano nel vecchio continente. Una prima prova è già venuta col
caso Ocalan. Sarà una Germania che si congeda dalla politica della memoria praticata da
tutti i Cancellieri, fino a Kohl. Sarà un Paese con un potente sotterraneo desiderio:
chiudere il capitolo di Auschwitz, smettere la memoria ossessiva dei crimini, delle colpe.
Ridivenire nazione normale, entrare nel futuro con un grande gesto liberatorio che liquidi
il passato: questa è l'ambizione di buona parte dei nuovi dirigenti tedeschi, il cui
passato non è la guerra ma il Sessantotto. Il ritorno alla Normalità è motivo
ricorrente in tutti i discorsi di Schroder.
E' motivo ricorrente anche in altre nazioni europee, e per questo è così essenziale il
dibattito che si è aperto in Germania subito dopo la vittoria di Schroder, attorno a temi
come la memoria, la rimozione, l'oblio. E' stato lo scrittore Martin Walser a rompere per
primo il tabù, l'11 ottobre, in occasione del Premio per la pace dei librai tedeschi. Da
allora la disputa si è estesa, facendosi sempre più passionale, aggressiva, fino ad
aprire un fossato fra un certo numero di intellettuali e la comunità ebraica tedesca.
Nella sua allocuzione, Walser non nega Auschwitz, non nasconde l'onta del passato. Chiede
però che onta e memoria e coscienza diventino qualcosa di privato, di intimo, di
sottratto al pubblico. Si erge contro le commemorazioni pubbliche, ritenute ipocrite. Si
adira contro la "strumentalizzazione" politica del genocidio, contro la Shoah
usata "come clava morale" per intimidire permanentemente un popolo.
Queste inquietudini sono molto comprensibili, in una nazione che continua a cercare un suo
modo per elaborare il lutto, e per non restare prigioniera del passato. Ed è vero che il
genocidio degli ebrei è frequentemente strumentalizzato. Basti pensare alle grida
indignate di intellettuali americani, quando Scientology fu proibita in Germania. Basti
pensare agli intellettuali di sinistra come Gunter Grass, che vedevano nella divisione
della Germania una giusta punizione inflitta dai vincitori della guerra. Walser si
incollerisce non senza ragione, solo che la collera non serve a universalizzare
l'esperienza del male, a denunciare gli stermini moderni in Bosnia, Ruanda, Algeria. La
collera lo conduce a più intimistiche convinzioni: all'elogio della rimozione,
dell'indifferenza, al diritto sacrosanto di "non guardare" il male, di
"voltare la testa da un'altra parte", di nascondere le emozioni nell'inviolabile
santuario interiore della coscienza, di pensare il "mondo più bello, molto più
bello di quello che sembra".
Ignatz Bubis, presidente del Consiglio centrale ebraico in Germania, accusa Walser di
antisemitismo latente. Teme il successo, che sta avendo. Teme la legittimazione, che lo
scrittore dà a discorsi di estrema destra. Attacca con violenza chi difende lo scrittore,
come Klaus von Dohnanyi ex sindaco socialdemocratico di Amburgo, e critica intellettuali
neo-nazionali come Botho Strauss o Hans Magnus Enzensberger. Ma l'autodifesa ebraica non
è convincente, perché il pericolo indicato da Walser esiste - il pericolo delle
commemorazioni vuote, ostentate - e non si può affrontarlo con grida di sdegno. Quel che
colpisce nello scrittore non è peraltro il suo "guardar via" dalla Shoah, ma il
suo "guardar via" da tutti i crimini, passati presenti o futuri. Per
sopravvivere e scrivere non si può guardare il male, ininterrottamente: l'aspirazione è
alla bellezza, all'armonia, dice il poeta a conclusione del discorso. Già comunista nel
dopoguerra, Walser lascia il secolo con passo leggero, libero di tutti i passati: pronto a
vivere come se nulla fosse in una asettica, planetaria Normalità. L'escamotage fa
impressione, e il successo di pubblico è assicurato.
L'escamotage è reso possibile non solo dalla privatizzazione, ma dalla nazionalizzazione
della memoria e della coscienza. Nella misura in cui si riduce a fenomeno solo tedesco, il
genocidio hitleriano diventa esperienza non più condivisibile con altri, oltre che
incomparabile. Auschwitz non insegna alcunché di universale, sulla natura dell'essere
umano e sull'orrore che può sempre riprodursi. Lo scrittore israeliano Friedlander
osserva stupefatto che "lo stesso pubblico che ieri ha applaudito Goldhagen ,
applaude oggi Walser". Ma l'oblio invocato da Walser è perfettamente coerente con il
fenomeno Goldhagen. Goldhagen costruisce tutto il suo libro sull'idea di un millenaria
pulsione sterminatrice degli ebrei, nel popolo tedesco. E' precisamente per questa via che
la memoria si nazionalizza, poi evapora del tutto. Il popolo tedesco torna con Goldhagen a
essere collettivamente colpevole, e non moralmente responsabile come nei testi postbellici
di Jaspers. Il passaggio dalla colpa collettiva all'innocenza collettiva avviene senza
intralci, in Walser. E' quel che aveva previsto il filosofo Glucksmann, a proposito di
Goldhagen: "La Germania così diabolizzata resta chiusa nella sua eccezione, nel suo
famoso Sonderweg. Diventa incomparabile: la sua malattia è troppo congenita per esser
contagiosa, e non concerne dunque il mondo esterno. D'un sol colpo, la tragedia tedesca
non insegna più nulla a nessuno" (André Glucksmann, Le Bien et le Mal , Laffont
97).
Non è casuale che Walser abbia parlato due settimane dopo la vittoria di Schroder. Lo
scrittore ha intuito che il clima cambiava, e che era giunto il momento di affossare
cinquant'anni di politica della memoria. Schroder non nasconde che questa è la sua idea
della normalità ritrovata, e molti suoi pensieri sono affini a quelli di Walser. Anche il
suo ministro della Cultura, Naumann, condivide le tesi dello scrittore sulla
privatizzazione della coscienza. I tedeschi sono adesso adulti - ripete il Cancelliere sin
da quando cominciò la sua campagna contro l'Euro - e non devono più provare di esser
democratici, in casa propria o in Europa. Per questo Schroder ha disertato le
commemorazioni francesi sulla fine della guerra '14-'18, mostrando indifferenza per
l'immagine di Mitterrand e Kohl che si tengono per mano davanti ai sepolcri di Verdun. Per
questo osteggia il monumento all'Olocausto, che secondo Kohl dovrebbe esser costruito a
Berlino in memoria delle vergogne nazionali. Per Walser il monumento è "un
incubo". Per Schroder è accettabile, "solo se sarà cosa gradevole
andarvi".
Questa nazionalizzazione del passato tedesco complicherà il dialogo tra europei, già
assai esile. Inciterà le nazioni a rinchiudersi e a privatizzare le varie esperienze del
male, piuttosto che a pensare assieme una politica della memoria, e di analisi critica
delle passate guerre o dei passati crimini. Il dibattito tedesco ci riguarda direttamente,
giacché anche noi dovremo decidere: che posto lasciare al passato nel futuro che si sta
preparando, e come ricordare gli orrori per scongiurarli. E quale rapporto con il passato
potranno avere i cittadini di Stati-nazioni che tendono a sciogliersi nell'Unione. Il
rischio è quello di un'amnesia generale, cui verrà dato il nome - eufemistico - di
Normalità .
E' strano come in questo la Germania sia speculare al pensiero ebraico contemporaneo.
Anche per Israele lo sterminio hitleriano è un evento intimo, un fatto ebraico-tedesco
che ha poche valenze universali. Per l'ebreo il genocidio è il destino di un popolo
eletto nell'innocenza, e non a caso porta un nome ebraico che non si vuol tradurre: il
nome di Shoah, sterminio. Sicché non sorprende la reazione, spesso esagerata, di Bubis.
La disputa tedesca è feroce, e interroga anche gli ebrei, sul passato in Germania ed
Europa. Difendendo Walser, Dohnanyi si chiede ad esempio "quale sarebbe stato il
coraggio degli ebrei, se Hitler avesse liquidato ''solo'' gli zingari, i malati mentali,
gli handicappati". E' una questione posta già nell'86 da Jakob Taubes, filosofo
ebreo: "Noi ebrei tedeschi non siamo stati messi alla prova. Non avevamo scelta, e
chi non ha scelta possiede capacità di giudizio limitate, sul dittatore e sul fascino che
esercitò". Gli europei hanno oggi questa libertà di scelta, e possono dunque
giudicare il secolo e le sue storture. L'Europa è condannata a svanire come potenza, se
segue l'invito estetizzante di Walser e volta la testa dall'altra parte, immemore, quando
di fronte gli si accampa il male.
Barbara Spinelli
antologia