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ALLEGATO 4
Allegato AA.
January 21, 1998
Kohl Keeps Silent on Queries
Over Italy's Bid to Join EMU
By Maureen Kline
Staff Reporter of THE WALL STREET JOURNAL
MILAN -- German Chancellor Helmut Kohl, at a meeting with Italian Prime Minister
Romano Prodi, stopped short of endorsing Italy's membership in European economic
and monetary union next year.
"Romano must do his job as I must do mine," Mr. Kohl said at a
briefing with journalists in Rome. "Each does what he can. The Ecofin [EU
finance ministers'] meeting recognized the efforts of Italy, but from now on
there is little sense in going on discussing what one is doing and what one is
not doing. Wait with patience and calm for the fateful date."
EU leaders will vote May 3 on country membership in EMU, which is slated to
start on Jan. 1, 1999. The Kohl-Prodi summit came only a day after EU finance
ministers, meeting in Brussels, gave Italy a round of support for its efforts to
meet requirements to join EMU.
The Big Obstacle: Public Opinion
But Italy's public debt continues to be more than double the EMU requirement of
60% of gross domestic product, leaving the country open to criticism. At the
meeting in Rome, Mr. Kohl declined to answer questions regarding Italy's debt.
Observers say that in the countdown to May, one of the biggest remaining
obstacles to Italy's membership is German and Dutch public opinion. Both
countries will hold elections later this year, and their political leaders are
walking a fine line between being receptive to Italy's financial-austerity
efforts and catering to domestic pressure not to allow Italy's weaker currency
to join.
In Germany, opinion polls show more than 70% of Germans are against giving up
the strong mark for the new single currency, called the euro, and that figure is
rising as Italy's chances of joining look better.
"There's strong pressure in Germany against the membership of Italy, and if
Italy is allowed in the German people could say 'We have to thank Mr. Kohl for
this,'" says Adrian Ottnad, an economist at Bonn's Institute for Social and
Economic Research. "On the other hand, I'm skeptical that if it comes down
to deciding, Mr. Kohl would keep Italy out."
Zalm Says He Won't Quit
Mr. Ottnad expects that Mr. Kohl will continue to let more outspoken Dutch
politicians do the talking. "It would be not inconvenient for Mr. Kohl [if
the Dutch] help keep Italy out," says Mr. Ottnad.
In the Netherlands, a recent poll by market-research firm NIPO showed 38% of
those surveyed were opposed to Italy's participation in EMU. Last week, a Dutch
newspaper reported that Finance Minister Gerrit Zalm threatened to resign if
Italy is allowed to join the euro, though at Monday's meeting of finance
ministers, Mr. Zalm reassured Italian Treasury Minister Carlo Azeglio Ciampi
that he wouldn't resign.
At Tuesday's summit in Rome, Mr. Prodi, for his part, stressed that Italy is in
favor of a strong euro. "Italy and Germany want a Europe that is strong
economically and more united politically," he said, adding that European
monetary union must be based on rigorous criteria, "not only in the
interest of Germans but also, in this historic phase, of Italy."

Allegato AB.
Die Zeit
Infographik: Die EU altert

Der Anteil der über
Sechzigjährigen an der Gesamtbevölkerung wird laut Prognosen in den nächsten
Jahrzehnten kontinuierlich zunehmen - und zwar in allen Ländern der
Europäischen Union. Die Ursache dieser Entwicklung sind zum einen die steigende
Lebenserwartung, zum anderen die niedrigen Geburtenraten. Dies hat zur Folge,
daß der Anteil der unter Zwanzigjährigen bis zum Jahr 2020 in allen EU-Staaten
abnimmt - mit einer einzigen Ausnahme. In Luxemburg steigt er um 15,3 Prozent im
Vergleich zu heute, während er in der Bundesrepublik um 9 Prozent schrumpft.
(C) DIE ZEIT/GLOBUS 22.01.1998 Nr.5

Allegato AC.
La Stampa
Domenica 25 Gennaio 1998
Guerra dell'oro tra Italia e
Bruxelles
Stasera riunione tecnica all'Eurostat,
il verdetto sui 3050 miliardi di transazioni arriverà mercoledì
E Fazio scrive ai banchieri: operazione corretta
Raffaello Masci
ROMA. E' il giorno fatidico. Stasera a Lussemburgo l'esecutivo di Eurostat,
l'ufficio statistico dell'Unione europea, esprimerà il proprio parere "non
vincolante" ma politicamente assai rilevante, sulla "questione
dell'oro". Dovrà decidere cioè se i 3050 miliardi versati al fisco
dall'Ufficio italiano dei cambi per la cessione di alcune tonnellate di oro alla
Banca d'Italia possano essere considerati o no vere entrate, capaci di incidere
sull'indebitamento pubblico. La decisione formale di Eurostat sarà resa nota
solo mercoledì o giovedì prossimi in occasione del consiglio plenario
dell'Istituto di statistica.
Il Tesoro ha fatto sapere che, quale che sia il verdetto, il raggiungimento del
3% nel rapporto tra deficit e Pil, non verrebbe comunque messo in discussione e
quindi "anche una eventuale bocciatura da parte di Eurostat - dice il
presidente del Consiglio Prodi - non sarebbe una tragedia".
Comunque in Banca d'Italia e al ministero del Tesoro aleggia una certa
preoccupazione, ancorché dissimulata: una valutazione negativa di Eurostat
avrebbe infatti un peso politico non irrilevante nel dibattito in corso sulla
possibilità che il nostro Paese entri nell'euro fin dall'inizio. E purtroppo
negativa è già l'opinione espressa dai banchieri centrali europei con i quali
Eurostat si è sempre trovata in sostanziale sintonia.
Una eventuale bocciatura della "questione oro" in sede europea
comporterebbe un aggravio del debito pubblico di 3050 miliardi e farebbe
lievitare il rapporto tra deficit e Pil dello 0,15%, portandolo dal 2,7% al
2,85% (secondo il Tesoro) o a percentuali meno lusinghiere (secondo la Banca
d'Italia) ma comunque sempre al di sotto della soglia del 3%. Il raggiungimento
del parametro di Maastricht non sarebbe in discussione, ma la fazione anti-lira
ne verrebbe rafforzata.
Quello di Eurostat sarebbe dunque un dispettuccio politico, un cavillo dettato
da un sostanziale pregiudizio negativo nei confronti dell'Italia. Meschinità?
Può darsi, ma intanto ieri sia il ministro del Tesoro Ciampi che il governatore
della banca centrale Fazio hanno dovuto spendere la loro autorità presso gli
alti papaveri monetari di Bruxelles inviando delle lettere.
Ciampi ha scritto al cancelliere dello scacchiere nonché presidente di Ecofin,
Gordon Brown, e al commissario europeo per gli affari monetari, Yves Thibault de
Silguy. Fazio ha inviato una lettera ai suoi colleghi ai vertici delle banche
centrali e al presidente dell'Ime Duisenberg.
Ciampi ha ricordato che i nostri criteri contabili consentono di conteggiare
nelle entrate fiscali plusvalenze del tipo di quella in questione, e che la
transazione è stata eseguita seguendo le regole dell'ordinamento italiano (che
per la Banca d'Italia risale al 1928 e per l'Uic al 1947). Sarebbe dunque
singolare - fa notare il ministro - se l'istituto di statistica europeo non ne
tenesse conto, il Sec '79, il sistema europeo di contabilità, ha infatti
rimandato l'omologazione tra i vari Paesi dell'Unione a dopo il '99. Quindi - è
la tesi di Ciampi - in base ai nostri sistemi di calcolo quei 3050 miliardi sono
soldi veri, a pieno titolo inseriti nel bilancio dello Stato.
Fazio, parlando ai banchieri - secondo alcune indiscrezioni - si sarebbe
dilungato in aspetti più tecnici per chiarire i termini dell'operazione e per
controbattere alle perplessità già espresse da molti di loro.
Il sottosegretario al Tesoro Piero Giarda, che ieri era a Napoli al convegno del
Forex, ha detto che "sulla base dei dati contabili non c'è ancora certezza
di un rapporto deficit Pil intorno al 3%. Ma, con o senza la questione dell'oro,
il rapporto deficit-Pil risulta al 3% o addirittura meno del 3%".
Anche il presidente del Consiglio ha minimizzato gli eventuali rilievi di
Eurostat: "In termini quantitativi gli effetti dei rilievi di Eurostat non
sarebbero una tragedia - ha detto -. Ritengo che l'operazione dell'oro sia stata
corretta, perché seguiva le nostre prassi e le nostre abitudini vigenti da
decenni. In Europa dovremmo avere tutti una contabilità comune, ma questo non
sarà possibile prima del 2000, quindi intanto noi dobbiamo fare i conti
seguendo la contabilità tradizionale dei singoli Paesi. E in questa
contabilità l'operazione sull'oro era perfettamente e totalmente corretta.
Questa è la nostra posizione, mi auguro che venga riconosciuta, ma se così non
fosse, ripeto, non sarebbe una tragedia".

Allegato AD.
Domenica 2 Febbraio 1998
Non perdiamo altro tempo con l'Europa del marco.
Non vogliamo portare i nostri capponi al
banchetto di tedeschi e olandesi.
I nostri garbugli ce li sappiamo e vogliamo azzeccare da soli o con chi piu' ci
piace.
Rilancio con grande determinazione la proposta del Prof. Franco Modigliani:
"un'unione monetaria a due tempi, che cominci con un Euro dei paesi latini
sotto guida francese, senza Germania e area marco. Eviterebbe unioni tra paesi
stabili e instabili, e darebbe tempo a questi ultimi di stabilizzarsi per
un'unione più vasta in un secondo tempo"
Poi tratteremo con l'area del dollaro o dello yen esattamente come con quella
del marco, se ci riusciremo e se ci fara' comodo, in una prospettiva globale.
Non imprigioniamoci nell'Europa di Francoforte! Per carita'!
Saluti
G. Losio
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Trattazione su "Quale Europa?"
http://www.losio.com/100citta/qualeeuropa.htm
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Destinatari:
On. Massimo D'Alema
On. Gianfranco Fini
Mr. Oliver Puech, Le Monde
Sig. Mino Fuccillo, L'Unita'
Posta di Riotta, Corriere della Sera
La Repubblica
Mailing list pro-prodi

Allegato AE.
Wirtschaftswoche 11/5.3.1998
INTERVIEW
'Wir wollen keine Stimmen kaufen"
Gratulation, Herr Ministerpräsident,
jetzt sind Sie Kanzlerkandidat, aber noch kein Kanzler! Wie wollen Sie Helmut
Kohl bei den Bundestagswahlen im Herbst schlagen?
SCHRÖDER: Es wird ein innenpolitischer Wahlkampf. Die Themen Modernisierung in
Wirtschaft, Gesellschaft und Staat sowie soziale Verantwortung werden bei uns im
Mittelpunkt stehen. Bei allem Respekt vor der Lebensleistung Helmut Kohls: Er
ist nicht mehr dazu in der Lage, die schöpferischen Kräfte des Landes zu
bündeln und ins nächste Jahrtausend zu führen.
Was genau verstehen Sie unter Modernisierung und sozialer Verantwortung?
SCHRÖDER: Vier Punkte sind mir besonders wichtig: Erstens müssen wir die
Innovationsgeschwindigkeit erhöhen. Es dauert bei uns einfach zu lange, bis aus
Ideen marktfähige Produkte werden. Ein aufgeschlossenes Verhältnis zur Technik
verlangt, daß wir zuerst die Chancen, danach die Risiken diskutieren. Dieses
Erbe der 68er Generation müssen wir abschütteln. Mein zweiter Punkt ist: die
Arbeitswelt muß noch flexibler gestaltet werden.
Was stellen Sie sich darunter ganz konkret vor?
SCHRÖDER: Die Betriebe sind in der Entwicklung von hoch flexiblen
Arbeitszeitmodellen oft schon viel weiter, als es in der öffentlichen
Diskussion dargestellt wird. Solche Bündnisse für Arbeit müssen wir auf die
gesamte Gesellschaft übertragen. Dann erübrigt sich auch die Diskussion um den
Flächentarifvertrag. Es kommt nicht darauf an, ob man Flächentarife will,
sondern auf die Frage, wie weit man sie öffnet, um den Besonderheiten einzelner
Betriebe Rechnung zu tragen.
Ihr dritter Punkt?
SCHRÖDER: Wir brauchen mehr Investitionen in Forschung und Entwicklung - und
zwar sowohl von privater als auch von öffentlicher Seite. Hier mußte sich der
Staat schon wegen der Finanzierung der deutschen Einheit in den letzten Jahren
stark zurückhalten. Sobald aber die Transferleistungen zurückgehen, weil sie
ihr Ziel erreicht haben, müssen die so frei werdenden Mittel wieder in diesen
Bereich investiert werden.
Viertens schließlich muß das Verhältnis zwischen Politik und Wirtschaft neu
austariert werden. Der Staat muß jene, die wirtschaftlich aktiv sind oder es
werden wollen, als Kunden begreifen und nicht als Gewaltunterworfene.
Überflüssige Regelungen müssen über Bord geworfen werden.
Sie sagen, die Ära Kohl sei zu Ende. Das haben die Sozialdemokraten im
Wahlkampf vor vier Jahren auch schon gesagt. Was ist jetzt anders?
SCHRÖDER: Der Kandidat ist ein anderer. Kohl ist für jeden erkennbar am Ende
seiner Kräfte - was ja nach mehr als 15 Jahren Regierungstätigkeit keine
Schande ist. Aber Vorsicht: Er ist immer noch ein Gegner, den wir nicht
unterschätzen dürfen. Die publizistische Unterstützung, die wirtschaftliche
Macht und der gesamte Regierungsapparat sind schon Pfunde, mit denen Kohl im
Wahlkampf wuchern kann. Er wird - wie schon vor vier Jahren - einen ausschließlich
vom Export gestützten Aufschwung als Rettung für den Arbeitsmarkt verkaufen
wollen. Das Versprechen, für einen Abbau der Arbeitslosigkeit zu sorgen, hat er
schon einmal gebrochen, und die Menschen werden es ihm nicht noch einmal
abnehmen.
Sie wollen sich vor allem um Wähler aus der von Ihnen so genannten 'neuen Mitte"
bemühen. Ab welchem Einkommen gehört man dazu?
SCHRÖDER: Für mich ist das keine Frage des Einkommens. Zur neuen Mitte
gehören Menschen mit bestimmten Qualifikationen und Funktionen. Ein
Facharbeiter versteht sich heute doch nicht mehr als Radikalinski, sondern
fühlt sich unabhängig von seiner parteipolitischen Präferenz genauso der
Mitte der Gesellschaft angehörig wie der Manager in einem größeren
Unternehmen, der Handwerker oder ein Selbständiger. Diese Leistungsträger
müssen wir erreichen.
Womit wollen sie diese Gruppen ködern?
SCHRÖDER: Darauf kommt es nicht an - wir wollen doch keine Wählerstimmen
kaufen. Wenn wir unsere Politik glaubhaft machen können, dann wird das Angebot
überzeugen.
Wenn sich ein Handwerker bei Ihnen darüber beklagt, daß er ab einem bestimmten
Einkommen von jeder zusätzlich verdienten Mark 60 bis 70 Prozent Steuern und
Abgaben hergeben muß - was sagen sie ihm?
SCHRÖDER: Dem sage ich, daß das zu viel ist. Deshalb haben wir die
betriebliche Vermögen- und die Gewerbekapitalsteuer abgeschafft. Daneben wollen
wir die Lohnnebenkosten wirklich nach unten drücken. Ehrlicherweise werde ich
ihm aber auch sagen, daß es eine wirkliche Entlastung bei Steuern und Abgaben
erst dann geben kann, wenn sich Ostdeutschland so weit erholt hat, daß wir
keine jährlichen Transfers von 150 Milliarden Mark mehr brauchen. Dennoch
wollen wir eine Steuerreform in Angriff nehmen, bei der auch der
Spitzensteuersatz gesenkt wird - wenn auch nicht so weit, wie sich das manche
wünschen.
Nach den bisherigen Plänen ist bei 49 Prozent Schluß.
SCHRÖDER: Warten Sie das offizielle Wahlprogramm ab.
Es ist außerdem geplant, die Lockerungen beim Kündigungsschutz, die die
Regierung Kohl beschlossen hat, wieder rückgängig zu machen. Da wird sich Ihr
Handwerksmeister aber freuen!
SCHRÖDER: Der Kündigungsschutz ist doch gar kein Hindernis für
Neueinstellungen. Die Möglichkeit, bis zu 18 Monate befristete Arbeitsverträge
abzuschließen, ist flexibel genug.
Ihre Rentenpläne erschöpfen sich weitgehend darin, die Rentenversicherung von
Leistungen zu befreien, die da nicht hingehören. Experten wissen, daß das
nicht ausreicht.
SCHRÖDER: Aber das ist erst mal das Wichtigste. Wir müssen auch nach
Möglichkeiten suchen, das Rentenniveau langfristig zu stabilisieren. Ein
interessanter Ansatz ist das Beispiel der Schweiz, wo sich Frauen auch dann
rentenversichern müssen, wenn sie nicht erwerbstätig sind.
Noch eine Belastung! Da werden sich di-g Wähler aber freuen. Für viele ist
Rotgrün sowieso ein Schreckgespenst.
SCHRÖDER: Diese Gespenst wird doch nur noch vom politischen Gegner ins Fenster
gehängt. Klar ist: Bei ökonomischer und außenpolitischer Stabilität sowie
bei der inneren Sicherheit darf nicht gewackelt werden. Da gibt es bei den
Grünen gelegentlich Anwandlungen, die die SPD nicht zulassen darf. Meine
Erfahrungen mit einer rotgrünen Koalition in Niedersachsen und Wolfgang
Clements Erfahrungen in Nordrhein-Westfalen zeigen, daß es geht.
Nordrhein-Westfalen hat doch gerade das Gegenteil gezeigt. Herr Clement hat doch
Magengeschwüre gekriegt durch die Zusammenarbeit mit den Grünen. Wie wollen
sie verhindern, daß eine künftige Bundesregierung ständig Gefahr läuft,von
irgendwelchen Sonderparteitagen der Grünen in Frage gestellt zu werden?
SCHRÖDER: Wenn es zu einer solchen Konstellation kommen sollte - es sind ja
auch andere denkbar - , dann muß es einen wasserdichten Koalitionsvertrag geben.
An den wird sich jeder halten müssen.
Beispiel Kernenergie: Sie wollen den Ausstieg im Konsens mit der Atomwirtschaft,
die SPD 'so schnell wie möglich", die Grünen noch ein bißchen schneller.
Was gilt?
SCHRÖDER: So schnell wie möglich - das will ich auch. Die Frage ist, was ist
möglich. Die Zeiträume für ein solches Szenario sind länger als viele in
meiner eigenen Partei und bei den Grünen sich das gerne vorstellen. Die
geltenden Betriebsgenehmigungen sind rechtlich abgesichert - wollte man diese in
Frage stellen, käme das für den Staat teuer. Man kann es, wie die SPD 1996
beim Nürnberger Parteitag beschlossen hat, in zehn Jahren nur dann schaffen,
wenn es einen Konsens dafür gibt. Wenn's die Grünen noch schneller wollen,
dann müssen wir ihnen sagen, daß das nicht geht.
Ihr Konsens mit der Energiewirtschaft sah eine Option für die Weiterentwicklung
der Kernenergie vor. Halten Sie daran nach wie vor fest?
SCHRÖDER: Forschungs- und Entwicklungsaktivitäten dürfen wir nicht
einschränken - das wäre falsch und auch rechtlich nicht möglich.
Wie wollen Sie denn sicherstellen, daß Ihnen Ihr mächtiger Parteivorsitzender
nicht ständig dazwischenfunkt. Werden Sie Oskar Lafontaine zum
Bundespräsidenten vorschlagen?
SCHRÖDER: (Lacht) Jetzt ist es aber genug!
Wird Lafontaine denn als Fraktionsvorsitzender der Sozialdemokraten nach Bonn
gehen?
SCHRÖDER: Das ist noch nicht entschieden.
Werden die Wähler es vor der Wahl erfahren?
SCHRÖDER: Auf jeden Fall. Spätestens im Frühsommer steht meine Mannschaft.
PETER GRÄF/KONRAD HANDSCHUCH

Allegato AF.
Dow Jones Newswires -- April 3, 1998
Tietmeyer: Italy, France Cut '97
Defs With Temp Measures
Dow Jones Newswires
BONN -- Deutsche Bundesbank President Hans Tietmeyer said Friday that Italy and
France fulfilled the Maastricht treaty's budget deficit criterion in 1997 'only
with temporary measures.'
Tietmeyer was testifying on Europe's currency union project before the finance
committee of the Bundestag, or lower house of parliament.
Meanwhile, he said Italy and Belgium won't be able to meet the aims of the
Stability and Growth Pact in the 'medium-term.' The pact requires countries
participating in currency union to post balanced budgets or budget surpluses as
of 1999.
Echoing statements expressed last week in the Bundesbank's harshly worded
critique of the state of convergence ahead of currency union, Tietmeyer added
that Italy's temporary measures chopped off one percentage point from its budget
deficit-to-gross domestic product ratio, which stood at 2.7% in 1997. Had Italy
neglected to take the temporary measures, the ratio would have been 3.7%
France, meanwhile, cut its deficit-to-GDP ratio by 0.6 percentage point in 1997,
also with temporary measures, bringing it down to 3.0%, Tietmeyer said.
The Maastricht treaty for currency union states that countries must keep budget
deficits below 3% of GDP, except in temporary or extraordinary circumstances.
Tietmeyer reiterated that the Bundesbank still has doubts about whether Belgium
and Italy have taken sufficiently strong fiscal measures to alleviate the
Bundesbank's concerns about the stability of their fiscal positions.
'The measures taken thus far aren't sufficient to rid the Bundesbank of its
doubts,' Tietmeyer said.
There are still 'considerable doubts' about Belgium and Italy's fiscal fitness
for the project, he said, noting that those countries require additional
measures to get debt under control.
Italy and Belgium should adopt Finance Minister Theo Waigel's proposal at the
York meeting of European central bankers and Finance Ministers to reduce short
term debt, Tietmeyer said.
While the Bundesbank considers monetary union 'justifiable' from the standpoint
of stability policy, that 'doesn't equal' a recommendation as to the members of
the union, he said.
Earlier in his speech, Tietmeyer cautioned that relatively weak economic growth
and joblessness in Europe could create inflationary pressure.
Nevertheless, the price stability situation in Europe in general is 'excellent,'
he said.

Allegato AG.

The following declaration has been
drafted by Profs. Wim Kösters (University of Bochum), Manfred J. M. Neumann
(University of Bonn), Renate Ohr (University of Stuttgart-Hohenheim) and Roland
Vaubel (University of Mannheim). It has been signed by 165 German-speaking
Professors of Economics (date: 19 February 1998).
The Euro starts too early
Professors of economics on the
planned start of European Monetary Union.
1. There is no alternative to European integration. The single currency will be
part of it – at least for the core of Europe. However, the Euro comes too
early.
2. The consolidation of public budgets has made progress. Nevertheless, it has
not advanced enough, especially in large countries such as Italy, France and
Germany. The process of consolidation started too late and halfheartedly. In
spite of an unusually low level of interest rates, hence reduced costs of debt
service, and in spite of numerous examples of creative accounting, the core
countries have not succeeded in reducing deficits markedly and sustainably below
the 3 per cent reference value. Moreover, the average debt ratio of the member
states has not come down since 1991 but has risen by 15 percentage points. As a
result, it now exceeds the 60 per cent reference value of the Maastricht treaty
by a large margin. This is contrary to the spirit of the treaty.
3. The treaty rightly requires persistence of convergence. To ensure this the
so-called „stability pact" has been invented. However, the pact cannot
guarantee budgetary discipline. The threat of sanctions is credible, if at all,
only if the deficit reference value is violated by one country or very few
countries. Given that sanctions are not automatic, it is unlikely that a
qualified majority will enforce the pact when a larger number of countries
simultaneously violates the limit. The pact cannot ensure the stability of the
Euro.
4. Since 1991 the structural problems of Europe have worsened. Unemployment has
continued to rise. Notably Germany and France – the driving forces of European
integration – are not well prepared to cope with the more rapid structural
change and the stiffer competition in a monetary union. The Euro does not solve
the unemployment problem of Europe. Given that exchange rates are no longer
available for adjustment, labour markets need to become much more flexible –
in Germany as well as elsewhere. An unambiguous change of trend is missing in
this respect. If such a trend change is not achieved before the start of
monetary union, we will have to expect useless experiments of demand stimulation
and above all political pressure on the European Central Bank.
5. The current state of economic affairs is most unsuitable for starting
monetary union. An orderly postponement for a couple of years – supplemented
by conditions on further progress with respect to budgetary consolidation –
has to be seriously considered as a political option. Postponement must not be
seen as a political catastrophy. No party can infer from it that the process of
integration has come to an end. The persistent success of the Euro is more
important than its starting date.
6. An orderly postponement would not be a reason for any country to reduce its
efforts at consolidating public budgets. Reducing effort would be a signal that
the country either does not make budgetary discipline an objective of its own or
that it is unable to take the necessary action. It would be a fundamental error
to start monetary union with such a country.
7. Should the attempt of reaching unanimous agreement on an orderly postponement
fail, it will be of utmost importance to apply the convergence criteria without
any indulgence. Then it must not be declared a taboo that the monetary union
starts with a smaller group of countries. On the contrary, with regard to
sustainability, the convergence criteria need to be applied as rigorously as
possible – as strictly as the treaty permits. Governments who do not take the
examination of convergence seriously, undermine the confidence in the actual
independence of the European Central Bank and in the stability of the Euro. The
start of monetary union would suffer from a heavy burden if the Euro is expected
to be weak – inside and outside the monetary union.

Allegato AH.
Complete List of Signatories of the
Declaration «The Euro starts too early»
Professor
Dr. Roland Vaubel
Universität Mannheim
Seminargebäude A 5
Zimmer A 141
D-68131 Mannheim
Tel.: ++ 621 / 292 - 5131
Fax.: ++ 621 / 292 - 2788
Aberle, Gerd (Gießen)
Ashauer, Günter (Köln)
Baltensperger, Ernst (Bern)
Bartling, Hartwig (Mainz)
Baßeler, Ulrich (Berlin)
Becker, Wolf Dieter (Bonn)
Bender, Dieter (Bochum)
Berg, Hartmut (Dortmund)
Bergen, Volker (Göttingen)
Berthold, Norbert (Würzburg)
Besters, Hans (Bochum)
Betge, Peter (Osnabrück)
Biethahn, Jörg (Göttingen)
Blankart, Charles B. (Berlin)
Bliemel, Friedhelm (Kaiserslautern)
Blum, Ulrich (Dresden)
Bohley, Peter (Zürich)
Bös, Dieter (Bonn)
Bössmann, Eva (Köln)
Bombach, Gottfried (Basel)
Caesar, Rolf (Hohenheim)
Cezanne, Wolfgang (Cottbus)
Claassen, Emil (Paris)
Corsten, H. (Kaiserslautern)
Dickertmann, Dietrich (Trier)
Eickhof, Norbert (Potsdam)
Engel, Günther (Göttingen)
Eschenburg, Rolf (Münster)
Fehl, Ulrich (Marburg)
Feser, Hans-Dieter (Kaiserslautern)
Folkers, Cay (Bochum)
Francke, Hans-Hermann (Freiburg)
Frank, Werner (Göttingen)
Frerich, Johannes (Bonn)
Frowen, Stephen F. (London)
Fuhrmann, Wilfried (Potsdam)
Gabisch, Günter (Göttingen)
Gaertner, Wulf (Osnabrück)
Gäfgen, Gérard (Konstanz)
Gandenberger, Otto (München)
Gans, Oskar (Heidelberg)
Gebauer, Wolfgang (Frankfurt)
Gemper, Bodo (Siegen)
Görgens, Egon (Bayreuth)
Gröner, Helmut (Bayreuth)
Gutmann, Gernot (Köln)
Hahn, Oswald (Erlangen-Nürnberg)
Hartwig, Karl-Hans (Münster)
Hasse, Rolf (Hamburg)
Häuser, Karl (Frankfurt)
Helmstädter, Ernst (Münster)
Herdzina, Klaus (Hohenheim)
Herz, Bernhard (Bayreuth)
Heuß, Ernst (Erlangen-Nürnberg)
Hieber, Manfred (Bonn)
Hildenbrand, Werner (Bonn)
Hölscher, Reinhold (Kaiserslautern)
Homburg, Christian (Koblenz)
Homburg, Stefan (Hannover)
Hoppmann, Erich (Freiburg)
Jarchow, Hans-Joachim (Göttingen)
Kath, Dietmar (Duisburg)
Kaufer, Erich (Innsbruck)
Kerber, Wolfgang (Marburg)
Kernig, Claus D. (Trier/Freiburg)
Kirsch, Guy (Fribourg)
Klenner, Wolfgang (Bochum)
Knieps, Günter (Freiburg)
Koester, Ulrich (Kiel)
Konrad, Anton (München)
Kösters, Wim (Bochum)
Kraus, Willy (Bochum)
Kruse, Jörn (Hohenheim)
Kuhn, Helmut (Göttingen)
Lang, Franz Peter (Braunschweig)
Lechner, Hans H. (Berlin)
Lehmann-Waffenschmidt, Marco (Dresden)
Lenel, Hans-Otto (Mainz)
Littmann, Karl-Konrad (Speyer)
Loef, Hans-E. (Siegen)
Lücke, W. (Göttingen)
Luckenbach, Helga (Gießen)
Lüdeke, Reinar (Passau)
Lux, Thomas (Bonn)
Mertens, Peter (Erlangen-Nürnberg) |
Meyer, Klaus (Kopenhagen)
Mitschke, Joachim (Frankfurt)
Molsberger, Josef (Tübingen)
Monissen, Hans (Würzburg)
Mückl, Wolfgang (Passau)
Müller, Herbert (Gießen)
Müller-Groeling, Hubertus (Kiel)
Müller-Merbach, Heiner (Kaiserslautern)
Nachtkamp, Hans H. (Mannheim)
Neubauer, Werner (Frankfurt)
Neumann, Manfred J.M. (Bonn)
Neus, Werner (Tübingen)
Oberender, Peter (Bayreuth)
Ohr, Renate (Hohenheim)
Petersen, Hans-Georg (Potsdam)
Pfähler, Wilhelm (Hamburg)
Piesch, Walter (Hohenheim)
Pohmer, Dieter (Tübingen)
Preuße, Heinz Gert (Tübingen)
Richter, Rudolf (Saarbrücken)
Rieter, Heinz (Hamburg)
Rinne, Horst (Gießen)
Rohde, Klaus (Bonn)
Rose, Manfred (Heidelberg)
Rudolph, Heinz (Bochum)
Rübel, Gerhard (Passau)
Schäfer, Wolf (Hamburg)
Schellhaaß, Horst (Köln)
Scheper, Wilhelm (Kiel)
Scherf, Wolfgang (Gießen)
Schittko, Ulrich K. (Augsburg)
Schlotter, Hans-Günther (Göttingen)
Schmidt, Günter (Saarbrücken)
Schmidt, Ingo (Hohenheim)
Schmidtchen, Dieter (Saarbrücken)
Schönfeld, Peter (Bonn)
Schröder, Jürgen (Mannheim)
Schüller, Alfred (Marburg)
Schulz, Wilfried (München)
Schumann, Jochen (Münster)
Schweizer, Urs (Bonn)
Seel, Barbara (Hohenheim)
Seitz, Tycho (Bochum)
Sell, Axel (Bremen)
Siebke, Jürgen (Heidelberg)
Smeets, Heinz-Dieter (Düsseldorf)
Socher, Karl (Innsbruck)
Sondermann, Dieter (Bonn)
Spahn, Peter (Hohenheim)
Steiger, Otto (Bremen) /Danke für Ihre Notiz vom 02/04/2002! G.
Losio
Steinmann, Gunter (Halle)
Stobbe, Alfred (Mannheim)
Stöttner, Rainer (Kassel)
Theurl, Theresia (Innsbruck)
Thieme, Jörg (Düsseldorf)
Tietzel, Manfred (Duisburg)
Tolkemitt, Georg (Hamburg)
Tuchtfeld, Egon (Bern)
Uebe, G. (Hamburg)
Ulrich, Volker (Greifswald)
Vahrenkamp, Richard (Kassel)
van Meerhaeghe (Deurle)
van Suntum, Ulrich (Münster)
Vaubel, Roland (Mannheim)
Vollmer, Uwe (Leipzig)
von Hauff, Michael (Kaiserslautern)
von Stein, Joh. Heinr. (Hohenheim)
von Weizsäcker, Robert (Mannheim)
Vosgerau, Hans-Jürgen (Konstanz)
Wagenhals, Gerhard (Hohenheim)
Wagner, Franz W. (Tübingen)
Watrin, Christian (Köln)
Weber, Axel (Bonn)
Weck-Hannemann, Hannelore (Innsbruck)
Wegehenkel, Lothar (Ilmenau)
Wenzel, Heinz-Dieter (Bamberg)
Wille, Eberhard (Mannheim)
Willgerodt, Hans (Köln)
Willms, Manfred (Kiel)
Woll, Artur (Siegen)
Zimmermann, Klaus W. (Hamburg)
Zink, Achim (Karlsruhe)
Zink, Klaus J. (Kaiserslautern)
Zohlnhöfer, Werner (Mainz) |

Allegato AI.
Corriere della Sera
Domenica, 26 Aprile 1998
PRIMA PAGINA
Il rischio di un referendum sull'unità
LA VIA ITALIANA AL FEDERALISMO
Ernesto Galli della Loggia
CONTINUA A PAGINA 14
Come se non bastassero gli altri già in
cantiere, anche un bel referendum sull'unità nazionale: è questa la bomba a
orologeria che la politica italiana sta inconsapevolmente piazzando sotto il
proprio tavolo avendo deciso - nella Bicamerale prima e nel Parlamento dopo - di
mettere da parte lo Stato italiano fin qui esistente e di inventarsene uno
nuovo, all'insegna di un federalismo casereccio invadente e sgangherato. In
questo modo è più che probabile, è inevitabile infatti, che il referendum
finale previsto per l'insieme di norme di revisione della Costituzione vigente
si trasformi, come dicevo, in un referendum sull'unità nazionale; diventi
l'occasione chiave a disposizione dei cittadini per decidere se l'Italia e lo
Stato italiano devono ancora esistere, a un dipresso nella configurazione
attuale, o se invece, al posto dell'una e dell'altro, è meglio che ci siano
Palermo, il Molise, Domodossola, l'Emilia, e quant'altro di metropolitano, di
comunale e regionale offre il lussureggiante localismo della penisola: il tutto
tenuto insieme più o meno dallo stesso saldo vincolo che dentro l'unione
europea unisce la Grecia e il Lussemburgo.
Non sembri esageratamente pessimistico questo
giudizio sul federalismo che ci aspetta. + inevitabile, infatti, che il potere
conferito nei giorni scorsi alle future regioni di legiferare in materie come
l'istruzione (dalle elementari all'università), l'assetto del territorio, la
tutela della salute, le reti di trasporto e l'ordinamento della comunicazione,
la sicurezza del lavoro, la protezione civile, la produzione di energia, è
inevitabile, dicevo, che un tale potere darà luogo nel giro di pochissimo tempo
alla scomparsa di qualsivoglia carattere unitario di quell'insieme
rilevantissimo di stili di vita e di pensiero, di comportamenti, di modi di
sentire, di abitudini in senso lato antropologico-culturale, che finora sono
stati decisivi nella definizione del Paese Italia.
Quando non si studiano più nella stessa scuola
gli stessi programmi, non si adoperano più gli stessi trasporti, non si
usufruisce più della stessa assistenza sanitaria amministrata con i medesimi
criteri, quando in una calamità non si può contare più sugli stessi soccorsi,
quando non si pagano più le medesime tasse, è arduo continuare a sentirsi
parte di qualcosa di comune, o continuare a sentire di avere qualcosa in comune.
Né valgono le due obiezioni che sempre si
sentono a questo proposito: e cioè che altrove un federalismo anche molto più
coerente e pronunciato di quello che abbiamo adottato noi non ha affatto messo
in pericolo l'unità del Paese, e che comunque nel caso italiano lo Stato
conserva il potere di stabilire le norme quadro anche nelle materie di
competenza regionale.
Non vale la prima obiezione perché ogni Paese ha
una storia diversa da quella di ogni altro. In Italia, per esempio, la
dimensione locale ha storicamente sempre avuto uno spiccato carattere
oligarchico-notabilare, ha sempre rappresentato la salda tutela degli interessi
dei pochi e dei più ricchi rispetto agli interessi dei molti e dei più poveri.
E questo - mi dispiace per Cacciari - anche in Veneto, anche sotto l'illuminato
governo della Serenissima. I contadini di questa regione, cioè gli otto decimi
dei suoi abitanti, non sarebbero stati per secoli una plebe derelitta, incolta e
affamata, se le varie oligarchie di Treviso, di Vicenza e compagnia bella,
padroni della loro sorte, non li avessero sfruttati per secoli fino all'osso e
tenuti in quelle condizioni fino a cinquant'anni fa, dimostrando così in quale
considerazione tenessero il benessere dei propri beneamati corregionali.
Quanto alle leggi quadro dello Stato, delle due
l'una: o queste leggi saranno effettivamente definitorie e vincolanti, ma allora
addio potestà legislativa delle regioni; ovvero tali non saranno, ma allora
addio garanzie contro una patologica frammentazione del quadro legislativo
regionale.
A chiarire quale sia il grado di pericolosissima
confusione ideologica che presiede al federalismo italiano ci ha pensato del
resto, l'altro giorno, il consiglio regionale del Veneto approvando con i voti
di quei noti partiti moderati che dicono di essere Forza Italia, il Ccd e il Cdu,
una mozione in cui si chiede né più né meno che di consentire «al popolo
veneto di pronunciarsi con un referendum sulla propria autodeterminazione»,
cioè, in parole più semplici, di costituirsi in Stato diverso da quello
rappresentato dalla Repubblica italiana.
In realtà, se a un certo punto la stragrande
maggioranza della classe politica ha deciso che bisognava imboccare a tutti i
costi la via del cosiddetto federalismo, ciò è avvenuto senza alcuna vera
elaborazione culturale, senza alcuna riflessione sulla nostra storia, ma al
contrario nell'assenza più totale di qualunque tensione etico-politica degna di
questo nome. L'unità nazionale definita nei suoi ordinamenti dalla Costituzione
della Repubblica e dalle larghe autonomie che essa consente, è stata destinata
alla rottamazione semplicemente per ragioni di opportunismo e di demagogia.
Parliamoci chiaro. Il federalismo di Forza Italia
è mosso dall'unico interesse di fare un bell'accordo di desistenza elettorale
con la Lega per poter ottenere la maggioranza dei seggi; l'Ulivo, dal canto suo,
cerca anch'esso di ingraziarsi la parte più ragionevole dell'elettorato
leghista per ottenere il medesimo scopo. Sono queste le alte motivazioni ideali
del federalismo italiano, il suo profondo sfondo culturale. Non è un caso, di
nuovo, se prima della comparsa della Lega non risulta che mai, neppure una
volta, il minimo proposito federalista abbia fatto capolino nella biografia sia
di D'Alema sia di Berlusconi (o di qualunque altro loro compagno di partito o di
schieramento). Entrambi, guarda un po', sono diventati federalisti solo quando
hanno cominciato a sentire il fascino, o il problema, dei voti leghisti.
Non è solo questo però. + vero infatti che la
patetica, generale, conversione italiana al federalismo è anche una delle
manifestazioni significative che in Italia ha assunto quella più vasta crisi
della politica che caratterizza tutto l'Occidente attuale. + una crisi che si
manifesta nella perdita di senso degli ideali tradizionali, nella perdita di
consapevolezza della funzione dirigente della politica, nella perdita di
qualità di chi vi si dedica professionalmente. + in questo vuoto che nessuna
posizione è più tenuta ferma, che destra e sinistra si scambiano uomini e
programmi, che non si lotta più davvero per nulla, perché nulla è ritenuto
più davvero decisivo, che si diviene pronti a seguire ogni corrente. + in
questo vuoto che l'unica bussola diviene «la gente» e ciò che si pensa - a
torto o ragione - che essa pensi.
La politica federalistica italiana costituisce un
esempio da manuale di questa subalternità ai presunti voleri del pubblico. Ci
si è convinti che «la gente», che gli italiani vogliono il federalismo, e
dunque avanti con il federalismo! Nessuno però si chiede: ma quanti italiani lo
vogliono realmente? E cosa intendono per federalismo? Quali contenuti concreti
danno a questa formula, cosa si aspettano dal federalismo che magari potrebbero
avere altrimenti e che il federalismo non gli darà mai? E «la gente», poi,
non vuole forse anche la pena di morte per i pedofili, un condono edilizio ogni
anno, non vuole anche evadere il fisco a piacere?
Ma nessuno sembra interessato a porsi e a porre
queste domande. Nessuno sembra colto dal sospetto che forse il compito di una
classe dirigente non è già quello di trarre le conseguenze meccanicamente da
ciò che crede o vuole «la gente», bensì piuttosto è quello di stabilire con
tali sentimenti od opinioni un rapporto di scambio e dunque, nel caso, anche
pedagogico, di ascolto ma insieme anche di chiarificazione e di direzione.
Sarebbe bene ricordarlo. Infatti, per le classi
politiche che lo dimenticano la smentita può rivelarsi assai sgradevole. Come
per l'appunto sarebbe, per tornare all'inizio del nostro discorso, un referendum
sulle riforme istituzionali che divenisse per forza di cose un referendum
sull'unità nazionale (e magari, insieme, anche sulle questioni della
giustizia). I federalisti della ventiquattresima ora sembrano non rendersene
conto, ma in realtà è davvero col fuoco che essi stanno scherzando.

Allegato AJ.
AKN Kronos
ADN0230 7 02/05/1998 15:31
EURO: L'ANTROPOLOGA IDA MAGLI, E'
UN GIORNO DI LUTTO
Roma, 2 mag. - (Adnkronos) -
''Il varo della moneta unica, e in particolare l'ingresso dell'Italia in questo
sistema, rappresenta per me un giorno di lutto''. L'antropologa Ida Magli non si
unisce al coro dei plaudenti e segnala come lo storico evento ''sia di fatto il
primo passo per la perdita della sovranita' italiana''. Per la nota studiosa,
autrice del pamphlet ''Contro l'Europa. Tutto quello che non vi hanno detto di
Maastricht'', gia' ristampato in sei edizioni da Bompiani, l'unificazione
economica e monetaria e' ''contro la natura dei popoli, i quali nel giro di
qualche anno, mi auguro, non potranno far altro che ribellarsi a questa
dittatura. Abbiamo lottato per secoli per avere una patria e ora viene imposto,
con una decisione a tavolino, un corso alla storia che sembra interessare solo
ai governanti. E' terribile pensare che non sia piu' la vita democratica dei
popoli a contare ma solo le decisioni di un gruppo ristretto di banchieri''.
(Pam/Pn/Adnkronos)
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