|
|
|
|
| La Stampa Domenica, 13 Settembre 1998 PRIMA PAGINA |
V ERAMENTE nauseabonde non sono le 445 pagine di Kenneth Starr sulle
peripezie erotiche del Presidente americano, né i dettagli che frugano famelici i segreti
di Bill Clinton e Monica Lewinsky. Neppure il mezzo scelto per disvelare il rapporto è di
per sé nauseante: Internet mette mondialmente alla gogna la massima autorità
statunitense, ma non erano meno feroci le liste di sospetti e le messe a morte al
Colosseo, in Roma antica, o la simulata messa a morte della giovane peccatrice Hester
Prynne nella Lettera Scarlatta di Nathaniel Hawthorne, o le più moderne tecniche di messa
a morte di una carriera politica, come nel Citizen Kane giudicato colpevole di avventure
extraconiugali in Orson Welles.
Ben altro è radicalmente nauseabondo: è la complicità eccitata dei giornalisti
americani che seguono l'affare Lewinsky e che attendono ebbri il rapporto Starr sul
proprio computer; è l'estasi zelante di radio e televisioni; è l'atteggiamento corrivo
di uomini politici d'ogni colore, d'ogni provenienza, non solo repubblicani ma anche
democratici. L'America si rinchiude in una sua asfissiante prigione fintamente
moralizzatrice - abitata da fantasmi del proprio passato puritano, custodita da magistrati
integralisti ossessionati dal sesso e dalla vita privata degli uomini politici - e son
rare, quasi inesistenti, le voci che nel tifone mantengono un equilibrio, rifiutano di
stare al gioco, rammentano che gli Stati Uniti non sono soli nel mondo e sono guardati con
apprensione o sprezzo oltre gli Oceani. Sono quasi inudibili le voci che prendono le
distanze, che rifiutano l'hybris che sommerge la nazione: l'hybris prepolitica
dell'insolenza invidiosa, della smisurata totalizzante Verità, del potere di giudici
inquisitori che usano la vita biologico-privata dei governanti come ingrediente novissimo
della lotta politica, e che hanno perso ogni senso di responsabilità, delle proporzioni,
dell'ironia.
Non c'è proporzione tra quel che è accaduto in un'anticamera della Casa Bianca e la
simultanea epocale ricaduta della Russia di Eltsin nel neocomunismo, e nelle mani del
vecchio Kgb impersonato da Primakov. Non c'è proporzione tra i peccadigli di Clinton e le
gole sgozzate dall'integralismo islamico in Algeria o tra un toccamento amoroso e
l'ennesimo genocidio dei musulmani in Kosovo, complici europei e americani. Ma nessun
giornalista Usa che rifiuti le oscene equiparazioni, che denunci la truffa di queste
grottesche Mani Pulite destinate a immobilizzare l'unica e ultima superpotenza mondiale.
Nessun giornalista, nessun politico americano che nauseato chieda di smettere - per
pietà! - l'immondo rituale d'un Presidente che da giorni batte ininterrottamente il mea
culpa, chiede scusa, promette espiazioni, pentimenti.
Qualche tempo fa, durante un viaggio in Ruanda, Clinton ebbe la saggezza tardiva di
domandare perdono per non aver saputo subito chiamare col suo nome il genocidio dei tutsi
dell'estate '94 (quasi un milione di trucidati, in 3 mesi). Durante il genocidio, egli
negò l'esistenza d'uno sterminio programmato, perché ancora non erano sufficienti i
seicento, poi settecentomila ammazzati. Ma quelle scuse non impressionarono, non si
insistette perché venissero reiterate e servissero da lezione nel futuro. Invece per
Monica è necessaria una preghiera di contri
zione giornaliera, il che fa supporre che il peccato di Clinton sia davvero assai più
ignominioso di quello commesso dai pianificatori di stermini nei Balcani, o Ruanda,
Cecenia, Algeria. Anche di tali genocidi esistono rapporti, con dettagli che inchiodano i
colpevoli. Ma questi non sono diffusi, né attesi con analoga ghiottoneria. Manca in essi
il dettaglio salace, salacious: aggettivo prediletto da Cnn. Manca la trasvalutazione
nichilistica di tutti i valori, che l'affare Lewinsky scatena, e propaga. Si parla molto
di Peccato nelle ultime ore, dal che si può dedurre: è più grave il peccato veniale,
che quello mortale.
Sono infinitamente più perniciosi i peccati di adulterio e la saggia decisione di
mantenerli segreti, che non i cosiddetti "peccati che gridano al cielo". Gridano
al cielo il sangue di Abele, la corruzione di Sodoma e Gomorra, il clamore del popolo
oppresso in Egitto, l'ingiustizia verso il salariato povero e bisognoso, il pianto dello
straniero, della vedova, dell'orfano: così insegnano Genesi, Esodo, Deuteronomio. Ma
gridano sempre più flebili, inascoltabili nel frastuono suscitato dal peccadiglio
sessuale. Salta ogni gerarchia dei peccati, e con solerzia mai vista in altre occasioni si
chiede adesso di smacchiare l'insopportabile macchia Lewinsky. Forse perché smacchiature
simili son più facili, per i politici come per i giornalisti che non fanno più inchieste
solitarie ma attendono, passivi, i rapporti dei giudici-ayatollah. D'altronde è più
salace ascoltare il grido risentito di Monica - o ricostruire il lurido spionaggio
telefonico della sua amica ipocrita Linda Tripp - che mettersi in ascolto dello straniero
offeso, o di vedove e orfani. Si va al circo, e si manda a morte un Presidente Usa: in
fondo non fa male a nessuno. Nella noia che dilaga, ecco sopraggiungere provvidenziali il
pane, e il circo letale ma salace.
Se l'America fosse una nazione autarchica, chiusa, tutto questo sarebbe una traversia
gretta, ma non malefica. Invece la trasparente denudazione del Presidente fa male, molto.
Le istituzioni Usa regrediscono nel tempo, precipitano nei miasmi stregoneschi della
Lettera Scarlatta: si assiste all'immagine di un Presidente che va alla gogna marchiato
d'infamia come Hester Prynne, la lettera A come Adulterio ricamata di rosso sul petto, e
il mondo intero paga questo precipizio nella cultura ancestrale di un'America-Terra di
Dio: paga con il disordine dei mercati, col tremore di monete e Borse, con il caos
neocomunista che risorge indisturbato a Mosca, nel preciso momento in cui più
intensamente è richiesta una guida politica, psicologica, economica, del pianeta
globalizzato.
La tragedia politica di Clinton spogliato e frugato viene da lontano - dai bassifondi
dell'integralismo puritano statunitense - ma è al tempo stesso nuova, ominosa. Non è la
prima volta che l'America indica strade che l'Europa un giorno percorrerà. Il
pareggiamento di tutte le colpe è nello spirito dei tempi, e tutti vorrebbero dimenticare
le grida più esigenti, che urlano ai cieli. C'è poi lo svanire di ogni frontiera, in
America, tra il pubblico e il privato. Clinton avrebbe potuto difenderla sin dall'inizio,
ma lui stesso aveva edificato la trappola in cui è inciampato. L'aveva edificata nella
seconda campagna elettorale del '96, quando esaltò il ruolo assolutamente centrale della
famiglia e dei sentimenti, in politica. L'aveva edificata quando aveva civettato con i
movimenti che vogliono liberare la donna in quanto categoria biologica, avente speciali
diritti. Clinton stesso ha esaltato le virtù supreme del privato, del biologico, oltre
che della salute fisica, e oggi le virtù sguinzagliate si vendicano.
Il filosofo inglese Thomas Nagell è uno dei rari che hanno osato ribellarsi alla
"vergognosa farsa" dello scandalo: "E' l'erosione disastrosa delle preziose
ma fragili convenzioni del diritto alla personalità privata" scrive sul Times
Literary Supplement del 14 agosto. E difende un'antica tradizione della politica europea:
"La distinzione fra quello che un individuo espone al pubblico e quello che nasconde
o espone solo agli intimi è essenziale, per permettere a creature complesse come noi
tutti siamo di interagire senza costanti tracolli sociali, e senza azzannarci". Ma
son parole eretiche. Gridano ai cieli, ma non nei firmamenti di Internet. Parlano di
un'Europa ancora vaccinata dal maccartismo sessuale di Kenneth Starr, ancora legata alle
tradizioni di laicità e di separazione tra politico e privato, tra Gerusalemme celeste e
terrena. Ma tutto diventa possibile, quando saltano le gerarchie delle virtù, delle
colpe, degli obblighi. Tutto salta, quando appaiono anche da noi politici che propongono
"Finalmente Una Donna", alla presidenza della Repubblica. Non una donna con
precise competenze. Ma una creatura femminile in quanto tale, in quanto genere.
Sono piccoli segni, che sembrano dire i valori dominanti di domani: in un mondo economico
più aspro, feroce, disgregatore di famiglie, i sovrani fingeranno famiglie sempre più
pulite, e il Decalogo potrebbe rovesciarsi. Sempre meglio uccidere, che rubare o peggio
fornicare. Meglio l'indifferenza a genocidi e carestie, piuttosto che trascurare le virtù
essenziali: la salute, la biologia, e un'ossessione del sesso che sino a ieri sembrava
esclusivo appannaggio di emiri e sacerdoti integralisti.
Barbara Spinelli
antologia
![]()
La Repubblica
Mercoledì, 18 Novembre 1998
Pagina 4
di MARCO ANSALDO
ROMA - "Chiedo all'Italia di mediare tra noi e la Turchia per
favorire una soluzione politica della questione curda. Noi abbiamo abbandonato il
terrorismo e siamo pronti a un accordo di pace. La mia presenza testimonia una svolta
nella strategia del movimento nazionale curdo. Questa è la ragione per cui sono qui a
Roma, dove sono stato invitato da alcuni parlamentari. Venendo qui ho fatto un passo
giusto e importante. Italia non mi tradire".
È il messaggio che Abdullah Ocalan, presidente del Pkk, dà a Repubblica in quella che è
la prima intervista dopo la sua rocambolesca fuga dalla Siria. Un viaggio che alla fine di
40 giorni di mistero, mentre i servizi di intelligence di molti paesi lo stavano cercando
dopo il rifiuto della Grecia e della Russia di accoglierlo, lo ha portato a Roma. Un caso
che ha puntato sull'Italia i fari della diplomazia internazionale, e che sta causando una
grave crisi nei rapporti con la Turchia.
Il leader del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, è sempre agli arresti
nell'ospedale di Palestrina, nei pressi di Roma. "Sta abbastanza bene - spiegano i
suoi luogotenenti, i curdi che lo proteggono da ogni intrusione - come si sa ha qualche
problema di salute e i medici hanno tutto sotto controllo. Ma lo spirito è buono, lui è
quello di sempre ed è molto contento di stare qui. Ne è sempre più convinto".
Il leader del Pkk, capo terrorista per i turchi, presidente "zio"
("Apo") per i curdi, ha acconsentito volentieri a rispondere alle domande che
gli abbiamo fatto avere. Ocalan ha compitato le risposte lungamente, nella notte fra
lunedì e martedì, scrivendole di suo pugno su un quaderno a quadretti. Tredici fogli in
lingua turca, con in calce la data della stesura del testo ("16-11-998") che poi
ci ha inviato. Un documento politico che è una testimonianza d'eccezione in cui Ocalan
racconta la sua fuga, la svolta della lotta armata curda, la proposta di dialogo alla
Turchia, le ipotesi future. Eccolo.
Abdullah Ocalan, perché ha scelto l'Italia? Ha avuto un invito o dei contatti con il
governo italiano?
"I motivi fondamentali per cui sono venuto in Italia, e in Europa, alla ricerca di
una soluzione politica, sono legati alla grandezza storica del vostro paese, alla sua
società aperta, alla struttura democratica del vostro governo. E anche all'approccio
amichevole dei suoi dirigenti e della gente, oltre che all'invito di alcuni deputati e
senatori italiani. Ho fiducia che il vostro paese non agirà partendo da interessi
meschini, e non chinerà facilmente la testa alle minacce".
Pensa che l'Italia le concederà l'asilo politico? Non teme che possa estradarla in
Turchia oppure in Germania?
"Che l'Italia mi accolga o no dipenderè dalla forza dei valori che ho elencato
prima. Io non ho mai perso la fiducia e penso che tutto questo avrà alla fine un
risultato positivo. Non posso credere che l'Italia possa cadere nella vigliaccheria di
consegnarmi alla Turchia o alla Germania".
Qualcuno ritiene che gli Stati Uniti abbiano manovrato per farla partire da Mosca, dopo la
fuga dalla Siria, e abbiano fatto sì che lei venisse arrestato dalle autorità italiane.
Lei che ne pensa?
"Si può pensare teoricamente ad una manovra degli Usa. Possibilità simili possono
venire in mente, di tanto in tanto. Quello che accadrà qui ora potrà chiarire anche
questo. Ma credo che gli Usa avrebbero preferito paesi più deboli rispetto all'Italia, un
paese che ha personalità e resta fedele alle decisioni che prende".
La Turchia la accusa della morte di 30 mila persone: donne, vecchi, bambini, medici,
insegnanti, e di aver distrutto una parte del territorio turco. Come si difende?
"Il motivo per cui sono venuto qui è la mia intenzione di aprirmi a tutta l'Europa.
E inoltre, perché voglio raccontare all' Europa che cosa ha fatto un terrorismo di Stato
che non ha pietà, che è insensibile ai valori della libertà, e che è contro le genti
dell'Anatolia e della Mesopotamia che della civiltà sono state la culla. Voglio spiegare
la vera faccia di un regime che da 75 anni esercita il suo potere con demagogia e con
mille inganni. Voglio far sì che l'Europa sappia. Non dimenticate i popoli più antichi
della Storia: gli armeni, gli assiri, i greci. La barbarie turca ha distrutto questi
popoli con tutte le loro ricchezze culturali. La fine dei gloriosi Imperi romani
d'Occidente e d'Oriente fu causata da quella barbarie. Oggi gli italiani sono chiamati a
giudicare quel terrorismo, devono avere la forza di chiedere il conto a tutte e due le
parti in causa, portando a Roma un tribunale internazionale, rispettando la loro grande
tradizione giuridica. È anche per questo che sono qui, e aspetterò. Farà altrettanto la
Repubblica turca?
Il ricorso alla lotta armata ha ancora un valore per voi?
"Continuare o no la lotta armata non dipende da noi. Quale altra scelta rimane se non
quella di difendersi contro un regime che non riconosce una tregua unilaterale e che
insiste per una resa incondizionata? Se metti un gatto in un angolo, non cercherà di
battersi con le unghie e con i denti?".
Ma lei è davvero pronto al dialogo?
"Noi siamo pronti a dialogare con la Turchia, con l'Europa e con gli Stati Uniti. Per
questo sono qui. In questo sarò fino all' ultimo costruttivo, insistente, affinchè si
capisca quale è la realtà e la sincerità delle parti per un accordo di
compromesso".
Allora è finito il rapporto del Pkk con paesi come Siria, Iraq e Iran? È meglio per i
curdi affidarsi alle armi della diplomazia?
"Con Iran, Iraq e Siria non si sono sviluppati rapporti forti in senso politico. La
loro struttura politica non è ancora arrivata al punto di poter accettare i curdi, ma è
evidente che vorremmo sviluppare i rapporti amichevoli.
Un altro punto riguarda i rapporti con i curdi di Iran, Iraq e Siria. Il nostro movimento,
in tutte le varie componenti, è riuscito a costruire l'unione nazionale democratica del
popolo, che continua a rafforzarsi.
Non appoggiarsi alla diplomazia, però, è stato senza dubbio un grave errore da parte di
noi curdi, e ora è molto importante sviluppare questo aspetto. Ma attendersi tutto dalla
diplomazia - come fanno alcuni leader - è molto pericoloso. Su questi due punti stiamo
cercando di fare grande attenzione".
Quali sono allora oggi gli obiettivi del Pkk?
"Intanto resistere alle grandi operazioni di distruzione del nostro paese che
continueranno senza tregua tutto l'inverno, e neutralizzarle. Ma bisogna anche lanciare
un'iniziativa politica, se ci saranno elezioni in Turchia, presentandosi con un movimento
che abbia nel suo programma democrazia e pace. L' obiettivo fondamentale del mio arrivo
qui, come ho detto, è contribuire a una soluzione politica internazionale".
Perché al momento di fuggire dalla Siria, dopo le minacce di guerra della Turchia se i
curdi non avessero lasciato Damasco, ha scartato l'ipotesi di andare in un paese
scandinavo, oppure in Iraq e in Corea del Nord dove la sua organizzazione ha buoni
contatti?
"Per due motivi. Primo, il contributo di questi paesi ad una soluzione politica è
limitato. Secondo, essi non hanno tutte le particolarità che ho elencato per
l'Italia".
Per quale motivo la Russia non le ha concesso asilo?
"In realtà non si tratta di un rifiuto. Piuttosto, come si sa, c'è un contrasto fra
il Parlamento e il governo, e la Russia è un regime totalitario. Inoltre ci sono ampi
settori inquinati dalla corruzione economica, ricattati della Turchia. Anche gli Stati
Uniti hanno giocato un ruolo importante usando efficacemente l'arma dei crediti economici.
È stata una questione di coincidenze temporali. Ma non si è trattato di una posizione
rigida, come ha scritto la stampa".
Lei che cosa propone per il Kurdistan, una confederazione?
"Abbiamo detto molte volte alla Turchia che siamo pronti a ogni soluzione, a
condizioni democratiche e su base pacifica. Ma Ankara non accetta la nostra identità,
cioè non accetta il fatto che siamo curdi e non prepara un progetto politico per una
soluzione. Il loro obiettivo è svuotare il Kurdistan dai curdi, così come hanno svuotato
l'Anatolia da armeni, assiri e greci. Nel sud del nostro paese e a Cipro vogliono
completare lo stesso disegno. Questa è una politica molto pericolosa, e per noi è molto
difficile resistere da soli. In tutto ciò la Turchia non prende forza soltanto
dall'Europa, ma non esita a collaborare con ogni tipo di regime - soprattutto per quanto
riguarda la questione curda - e non riconosce alcuna questione di principio".
Lei si è sempre professato marxista-leninista. Ma oggi il comunismo è alle corde in
tutto il mondo. I suoi punti di riferimento ideologici sono sempre gli stessi?
"Se si intende il sistema che formava la colonna vertebrale dell'Unione Sovietica,
noi non ci siamo mai appoggiati a questo sostegno. E quel sistema non ha mai voluto
riconoscerci. Con una definizione, io giudico questo sistema come capitalismo di Stato che
si impone dall'alto in un paese arretrato. Questo capitalismo ha contribuito a indebolire
i valori ideali del socialismo, gli ha fatto del male. La dissoluzione del comunismo noi
non la valutiamo come una dissoluzione del socialismo, piuttosto come una tappa che
bisogna attraversare per un socialismo maturo. C'è, naturalmente, la necessità di
proporre delle analisi nuove e concrete, bisogna definire obiettivi e programmi, nuovi
modelli di organizzazione. Su questo continuiamo a restare impegnati. L'umanità e l'
utopia del socialismo hanno bisogno l'uno dell'altro più che mai".
In calce alle risposte, Abdullah Ocalan ha scritto la data e un messaggio di saluto:
"Attraverso questa intervista desidero presentare i miei ringraziamenti e il mio
rispetto al popolo italiano e a tutti quelli che mi sono amici".
![]()
La Stampa
Domenica, 24 Settembre 1998
PRIMA PAGINA
I N apparenza sono immagini nuove, che colgono di sorpresa e
sconvolgono gli spettatori sensibili, benestanti, pacifici, che tutti noi siamo in Europa
occidentale: canotti e navigli colmi di profughi kosovari si precipitano sulle coste
italiane, e queste barche ebbre di spavento non svegliano ricordi, non accendono presagi,
non dicono nulla su loro che corrono barcollanti verso di noi, su noi che attoniti stiamo
a guardare. Eppure i kosovari - albanesi fuggono da inferni che l'Europa conosce, per
averli in questo XX secolo non solo visti, ma traversati: fuggono la guerra, le
persecuzioni etniche, la morte violenta. Non sono diversi dalle masse di europei che
fuggirono il nazismo, ebrei e non. Non sono diversi dai russi ed ebrei scampati al terrore
sovietico, o dai boat people che più recentemente - negli Anni '70 - fuggirono il
comunismo indocinese, e s'imbarcarono su navigli non sempre salvati dall'avaro Occidente.
I boat people dell'Adriatico sembrano senza storia, sono come esterni alla nostra memoria
d'Europa. Per questo son così spesso confusi con gli immigrati economici. Per questo
vengono chiamati in blocco: extra-comunitari , forestieri che profittano della nostra
benevolenza, delle nostre troppo spalancate frontiere.
Questa volta non è questione di avarizia, ma piuttosto di smemoratezza, di inattitudine
al ragionamento, alle associazioni mentali. Da un anno la guerra in Kosovo è
quotidianamente vista in televisione - come furono viste le guerre in Croazia e Bosnia,
come son viste le odierne guerre contro i civili o i crimini del terrorismo islamico -ma
questo guardare è fine a se stesso, è divenuto puro voyeurismo. I politici europei non
hanno sinora fatto altro che guardare separatamente le due immagini - gli orrori bellici
da una parte, i disperanti esodi dall'altra - senza pensare le due cose come un evento
unico, governabile solo se meditato nella sua indissociabilità. Gli stessi dispositivi
schierati nel Kosovo - gli osservatori dell'Osce - sono dispositivi di voyeur , non di
protettori da stragi. E' come se gli occidentali avessero distaccato sul teatro di guerra
l'occhio dei nostri privati apparecchi televisivi. Politici e osservatori fingono di agire
ma in realtà sono lì per guardare, esattamente come noi - all'ora di cena - quando
pasciamo gli occhi con i cibi dei telegiornali.
Qui è il dramma di un'Europa occidentale che non sa pagare prezzi per la propria
sicurezza. Che ha dimenticato non solo la storia ma la base stessa del ragionare che è il
principio di non contraddizione. Non è possibile infatti avere i due vantaggi in
contemporanea: l'inattività strategica nelle guerre balcaniche, e il contenimento di
fuggitivi e migranti che affluiscono in Occidente. Le guerre di oggi tendono quasi tutte a
essere guerre terroriste contro i civili (molto più del primo e secondo conflitto
mondiale) e dunque al dilemma non si sfugge: o l'Europa si assume il compito di pacificare
le proprie aree di interesse vitale - a Est e Sud Est, a Sud nell'Algeria insanguinata
dall'integralismo islamico - o sarà continuamente e necessariamente sommersa da fuggitivi
e da migranti per metà economici, per metà politici. O i capi dell'Unione cominciano a
pensare simultaneamente la natura delle guerre presenti e future, la natura degli esodi
presenti e futuri, la natura dei nuovi nemici d'Occidente - e su questo pensare edificano
una comune politica estera, una comune strategia verso profughi e migranti - o le loro
democrazie vacilleranno.
Non è in gioco solo l'etica, né sono in gioco soltanto le porte aperte che la democrazia
pretende di garantire. Per esser forti e stabili, quest'ultima ha bisogno di porte per
l'appunto: e ogni porta è fatta per essere spalancata o anche chiusa, quando sorge
insicurezza. Ogni porta è costruita per esser usata in due sensi, altrimenti non sarebbe
tale. Soprattutto l'Unione europea ha bisogno di chiarire quali siano le sue nuove
frontiere, come esse vadano protette. Ma le frontiere si tracciano non già per
rinchiudersi e occuparsi esclusivamente dei propri affari interni, bensì per divenire
capaci di aprirsi: per occuparsi di quel che accade fuori dei propri perimetri. I confini
si definiscono per meglio riconoscere l'importanza delle periferie e dei popoli limitrofi,
per meglio curarsi della loro quiete, della loro eventuale pericolosità. Le frontiere
sono mentali oltre che geografiche, e segnalano un modo di convivere politicamente, di
fare le guerre, di osservare le leggi dell'etica e dell'interesse, di immaginare società
aperte, ma non prive di regole e divieti.
L'Unione ha oggi una comune moneta , e una comune frontiera. Ma solo la moneta è
amministrata da istituzioni federali, mentre nessuna struttura sovranazionale regola le
migrazioni e si predispone ad accogliere i profughi, a parte le utili ma vaghe restrizioni
di Shengen. Di profughi e migranti si occupano i ministri degli interni, e troppo poco i
ministri degli Esteri, della Difesa. Durante la guerra in Bosnia fu la Germania ad
accogliere il più gran numero di fuggitivi - 400.000, contro 30.000 in Francia - senza
che nessun Paese si offrisse di suddividere il fardello. Fardello pesante per Kohl,
perché già la Repubblica Federale aveva assorbito dopo l'89 un numero straordinario di
immigrati tedeschi: ben 20 milioni, provenienti dall'ex Germania Est e da altri paesi
Postcomunisti. Oggi è l'Italia che si trova sola, con un fardello assai più leggero ma
che inquieta i cittadini. E' sola e il resto dell'Unione guarda, come se non esistesse per
tutti gli Stati membri un'urgenza di pensare, di agire, di assistere economicamente i
democratici, nelle zone conflittuali.
Naturalmente si può sempre aspettare Washington: come in Bosnia, Medio Oriente, Iraq. Ma
in Kosovo l'America è senza idee, e le idee che ha sono rischiose. L'uso esclusivo
dell'aviazione, la paura di scendere dal rifugio dei cieli e di avventurarsi in costose
missioni terrestri, non avranno necessariamente gli effetti calmanti che ebbero in Bosnia.
L'Armata per la liberazione del Kosovo, l' Uck, è animata da forte integralismo islamico,
si sentirà legittimata dai bombardamenti Usa, e cercherà forse di collegarsi con gruppi
integralisti in Albania soprattutto, e Macedonia. L'azione americana rischia di creare un
potente Stato islamico nel cuore d'Europa, più minaccioso della piccola Bosnia. Tutto
questo Milosevic lo sa, lo adopera a proprio vantaggio, e spetta quindi agli europei di
schierare un dispositivo veramente efficiente, che protegga le popolazioni, punti con
decisione sul democratico Rugova, e sia in grado di contenere sia la nascita di un
Afghanistan balcanico, sia il perpetuarsi delle pulizie etniche serbe. Non un dispositivo
di voyeur. Ma un dispositivo di protezione terrestre dei civili, composto di europei e
accompagnato eventualmente dall'aviazione Usa.
I profughi non sono eguali agli immigrati. Non tollerano il metodo dei contingenti, mentre
per gli immigrati si imporranno prima o poi quote europee, fissate da un Ufficio federale
dell'immigrazione. Ma non sempre è subito distinguibile il confine che divide le due
categorie di fuggiaschi. Spesso le difficoltà economiche si accentuano in situazioni di
fragili tregue, di terrorismi diffusi. In ambedue i casi si sente la mancanza di una
politica estera europea, e non solo di un coordinamento di Interni e Giustizia.
Una politica europea è attenta alle nuove mafie internazionali che operano in Europa
postcomunista ed ex Urss; che instaurano torbidi legami tra Albania, Algeria e
Afghanistan; che mescolano guerra, commercio d'armi, droga, criminalità nei Paesi
ospitanti. Una politica estera utile ha memoria delle riuscite come dei fallimenti
americani. Ha memoria dei massacri interrotti in Bosnia ma anche dell'Afghanistan, dove
Washington si è liberata dei sovietici per abbracciare il totalitarismo dei talebani.
Tutte queste cose l'Unione può cominciare a farle, con l'aiuto di Washington ma non senza
autonomia. Sono le sue periferie che vacillano. Ma può cominciare solo se non si chiude
in una sua isola di oblio, di noncuranza. Solo se scopre che la storia d'Europa è davvero
ricominciata: con i suoi antichi conflitti, le sue circolazioni e confusioni di popoli, la
potenza delle sue grandi tradizioni.
Barbara Spinelli
antologia
![]()
La Stampa
Domenica, 21 Febbraio 1999
PRIMA PAGINA
S ULLE prime pagine dei giornali occidentali, è apparsa nei giorni
scorsi un'immagine che crea non poco disagio, in chi segue simultaneamente le vicende del
popolo curdo e del popolo albanese in Kosovo. Ecco Abdullah Ocalan, capo del Partito dei
lavoratori del Kurdistan (Pkk), ammanettato e bendato alla maniera di Hannibal Lecter, il
cannibale nel Silenzio degli Innocenti... La sua figura di prigioniero umiliato campeggia
davanti a due bandiere turche, e possiede la stessa forza torbida, e intorbidante, che
emana dall'antropofago incatenato del film: è una forza che strega le menti, sino a
infettarle. Che scombussola qualsivoglia buona coscienza, conducendola sull'orlo di un
abisso. Difficile non provare vertigini, in queste ore di escalation militare delle forze
Nato nel Kosovo minacciato da epurazione etnica. Difficile non fare paralleli tra il
popolo albanese che l'Occidente vorrebbe proteggere nella regione balcanica, e il popolo
curdo che lo stesso Occidente vorrebbe dimenticare in Turchia, come già lo dimentica in
Iraq o Siria, in Iran o nel Caucaso. Difficile pensare le due realtà separatamente,
quando l'anima riceve dalla foto di Ocalan - come ha scritto questo giornale due giorni fa
- un sì grande pugno allo stomaco.
Ma pensare difficilmente non vuol dire rinunciare all'attività stessa di pensare, e
dunque di distinguere, di paragonare con lucida mente. Si può provare a meditare
sull'orlo dell'abisso, con lo stomaco in disordine, e anzi è probabile che il pensiero si
affini in simili condizioni: complicandosi, arricchendosi, grazie al vertiginoso sguardo
che il vecchio continente è costretto a gettare non solo sulle realtà circostanti, ma
anche dentro se stesso. Si vedranno allora con più precisione le differenze che esistono
tra la situazione degli albanesi in Kosovo e la situazione dei curdi in Turchia. Si
comprenderanno forse le ragioni per cui le menti degli europei e degli occidentali tendono
a confondere l'orrenda foto di Ocalan con i patimenti degli albanesi kosovari, e non
capiscono come mai i propri governi applichino due pesi e due misure, nelle loro strategie
verso la Serbia di Milosevic e la Turchia di Ecevit.
Le ultime peripezie di Ocalan e l'arresto di molti curdi democratici sono un disonore
nella storia recente della Turchia, e le democrazie occidentali non potranno ignorare per
molto tempo ancora la guerra spietata che Ankara conduce contro questo popolo, e contro
ogni sua forma di espressione culturale, linguistica. Ma l'autodeterminazione territoriale
cui aspira il partito di Ocalan non può divenire priorità assoluta, soprattutto per
l'Europa che ha memoria delle proprie guerre fratricide, e in particolare della più
assurda delle guerre che è stato il '14-'18. Prioritaria per gli europei è la democrazia
ed è la libertà: non la separatezza di una singola etnia, o razza. Lo stesso intervento
militare in Kosovo è prospettato per facilitare forme democratiche di autonomia e di
convivenza dentro i confini della ridotta Federazione jugoslava, e non per soddisfare gli
integralismi indipendentisti presenti nell'Uck, l'esercito di liberazione del Kosovo. La
mediazione occidentale è possibile perché il popolo albanese è stato in grado di
esprimere non solo una leadership fanatica ma una leadership democratica, negli ultimi
dieci anni: la leadership di Ibrahim Rugova, che ha praticato la resistenza passiva, che
ha creato un funzionante sistema economico e culturale parallelo, che si è opposto a
violente secessioni. Se la situazione si è imputridita in questa regione jugoslava, se
gli indipendentisti pan-albanesi hanno accresciuto le proprie forze, è perché gli
occidentali hanno sacrificato il Kosovo pur di avere la complicità di Milosevic nella
pace di Dayton, e perché hanno ignorato per anni la battaglia pacifica, gandhiana, di
Rugova e dei suoi fedeli. Detto questo Rugova resta pur sempre il loro interlocutore
cruciale, e Rugova non ha nulla in comune con Ocalan.
Rugova non ha praticato il terrorismo, la malavita. Non ha irregimentato la diaspora,
così come Ocalan e il suo partito staliniano irreggimentano la diaspora curda in Europa,
organizzando autoimmolazioni o insurrezioni illegali di militanti, controllando i santuari
esteri con metodi fondati sul racket e l'assassinio. Il leader kosovaro non ha mai detto,
come Ocalan in un'intervista allo Spiegel del '96: "La mia gente è pronta ogni
minuto a morire per me, se io glielo ordino". Per Rugova la democrazia ha appunto
priorità assoluta, e solo in subordine - di fronte alle ignavie occidentali - il confine
mutato e il territorio diventano essenziali. Il presidente degli albanesi kosovari tiene
conto della storia europea, ha appreso le lezioni del postcomunismo, e come i democratici
d'Europa orientale teme la moltiplicazione delle nazioni, delle etnie-Stato. Non a caso è
stato d'accordo con gli europei, quando questi hanno osteggiato l'originaria volontà
americana di bombardare il Kosovo senza spiegamento di forze terrestri. Se si esclude
l'eccessivo filo-serbismo del ministro Dini, gli europei si sono condotti con una certa
misura nei negoziati di Rambouillet. Si sono svegliati con ritardo, ma quando si sono
svegliati hanno detto cose giuste agli americani: hanno detto che i bombardamenti
sarebbero inutili, senza truppe di protezione terrestre incaricate di disarmare aggressori
serbi e guerriglieri kosovari. Sembra che soprattutto Joschka Fischer, ministro degli
Esteri tedesco, abbia insistito su questo punto: "Non possiamo permetterci un
disastro morale come Srebrenica", avrebbe fatto presente, memore del grande dibattito
sulla Bosnia dentro le sinistre in Germania.
Un'evoluzione simile è assai ardua sulla questione curda, e non soltanto perché gli
occidentali della Nato sono complici della Turchia. E' ardua perché i curdi non sono mai
stati in grado si esprimere una leadership democratica. Perché non hanno mai smesso di
dilaniarsi tra loro, accettando di divenire pedine strategiche di questa o quella potenza
regionale. Perché non hanno mai seriamente pensato la democrazia, né le proprie storiche
complicità con i turchi, nel genocidio degli armeni del 1915. Non esiste ancora una
personalità paragonabile a Rugova, che gli europei possano appoggiare e che possano
imporre all'attenzione di Washington, nel loro pur necessario tentativo di influenzare il
potere militare e politico turco.
La foto di Ocalan conduce le buone coscienze sull'orlo dell'abisso, è vero. Ma sull'orlo
dell'abisso l'Europa può rammentare le proprie ideologie mortifere. Tra queste c'è il
mito ottocentesco dello Stato-nazione, dove il territorio coincide interamente con
un'etnia come nella storia tedesca e italiana, e dove l'autodeterminazione è
prevalentemente territoriale-linguistica. L'idea fu teorizzata da Napoleone a Sant'Elena,
e via via è stata fatta propria da Clemenceau e Wilson dopo il '14-'18, dal terzomondismo
di sinistra nella guerra fredda. Ancor oggi, è la vecchia coscienza terzomondista che
preferisce i movimenti di autodeterminazione territoriale ai movimenti di
autodeterminazione democratica. E' il vecchio terzomondismo che mette sullo stesso piano
Rugova e Ocalan, le battaglie per la convivenza democratica e le battaglie indipendentiste
territoriali.
Per ora non sembra esistere altro modo di aiutare kosovari e curdi, se non prediligendo
l'autodeterminazione democratica, o almeno la rinuncia a far combaciare gli Stati-nazione
con un'unica etnia. I palestinesi dell'Olp son divenuti interlocutori credibili quando
hanno smesso non solo la violenza, ma l'idea di radunare tutti i palestinesi in uno Stato.
I kosovari son diventati difendibili grazie alla presenza -scandalosamente trascurata in
Occidente - di Rugova. I Curdi hanno di fronte a sé strade simili. Sarà un grande passo
avanti quando smetteremo di chiamarli un popolo privo di Stato, e si comincerà a dire la
verità su quel che son stati finora. Guidati da capi poco democratici, i curdi son stati
finora uno Stato senza territorio, ed è questo che ha reso difficilissima l'intesa con i
turchi. Tale è infatti il partito di Ocalan. E' un partito-Stato in cerca di territorio,
che ha quasi tutti gli attributi statuali: polizia, esercito, comando centralizzato nella
diaspora europea. Per il momento il Pkk non fa pensare agli albanesi kosovari. Fa pensare
al partito pan-serbo di Milosevic, all'Olp terrorista, ai fanatici della Grande Albania.
Sarà importante difendere Ocalan durante il processo, ma l'imputato faticherà a trovare
alleati decisivi in Occidente.
Barbara Spinelli
antologia
![]()
Corriere della Sera
Sabato, 11 Settembre 1999
COMMENTI
Caro direttore,
sono il sindaco di Brescia, la città che, in un vostro articolo, avete definito «assediata dalle mafie straniere». E voglio provare a raccontarle che cosa questo significa.
L'altro giorno, mentre salgo le scale del mio ufficio, mi ferma un vigile della polizia municipale: «Sindaco - mi chiede, con l'atteggiamento di chi domanda aiuto - ma chi me lo fa fare? I responsabili di uno scontro armato scarcerati perché il fatto non sarebbe di estrema gravità...».
Avete parlato e scritto molto, di noi, nei giorni scorsi. Ma ora i riflettori nazionali si sono spenti. La mia città - offesa, ferita - è tornata alla sua «quotidianità». Il «caso Brescia» sta per abbandonare le prime pagine dei giornali, le luci della ribalta. E io, da solo, nel mio ufficio, oggi mi chiedo: cosa rimane delle parole, dei gesti, delle polemiche? Come impedire la rimozione di tutto quello che abbiamo subito? Abbiamo attraversato 7 giorni di ferimenti, sparatorie, omicidi: come tradurre la tremenda lezione di tutto ciò in misure concrete ed efficaci? No, non servono parole. Ma misure che possano promuovere sicurezza in tutte le città: in città come la mia, Brescia, che in tempi rapidi hanno conosciuto non più la presenza di una microcriminalità diffusa, piuttosto l'affermarsi di una criminalità aggressiva, efferata, organizzata per bande. Questo è ciò che abbiamo oggi, qui: e tutto ciò, non possiamo né vogliamo più tollerare.
Brescia, l'intero Nord del Paese sono oggi lacerati da tensioni esplosive. Caro Direttore, glielo dico dal mio punto di osservazione, ma la stessa cosa penso possano sostenere i miei colleghi sindaci di tutto il Nord: la situazione è grave, gravissima. L'emergenza criminalità deve assurgere a «questione nazionale», entrare a pieno titolo nell'agenda di Governo e Parlamento, pena l'imbarbarimento della convivenza civile in questo Paese. Noi sindaci viviamo oggi in uno stato di vera e propria impotenza, costretti come siamo a contrastare un fenomeno dalle proporzioni sempre più allarmanti con mezzi assolutamente inadeguati. Eppure su di me, su tutti noi, si scaricano le aspettative e le ansie dei nostri concittadini, di cui spesso dobbiamo - faticosamente, con la sola forza della ragione - spegnere istinti di ribellione, la tentazione di farsi giustizia da sé.
Martedì prossimo incontrerò il ministro Rosa Russo Jervolino e il sottosegretario Gian Nicola Sinisi. E questi sono i pensieri ricorrenti, quasi assillanti, che mi accompagnano verso quell'appuntamento. Io ho una mia certezza, e la riferirò al ministro e al sottosegretario: l'emergenza criminalità non risponde alla logica delle appartenenze, investe tutte le amministrazioni locali, siano esse di sinistra, di centro o di destra. Le soluzioni, quelle sì possono differenziarsi.
Di questo io, sindaco di Brescia, esponente di una coalizione di centro-sinistra in un Paese governato dal centro-sinistra, uomo di formazione cristiana e di ispirazione politica riformista, sono profondamente convinto. Come sono convinto del fatto che il centro-sinistra deve - ripeto, deve - con forza riappropriarsi della «questione sicurezza» nelle città: la sicurezza costituisce un valore a sé, una garanzia del diritto, un'espressione di libertà da tutelare con estremo rigore. È questa la sfida che ci attende. Tutti.
Ho ascoltato molte proposte, in questi mesi. Tutte potrebbero applicarsi anche alla mia Brescia: ma proprio dal mio punto di osservazione bresciano, posso dire quello che penso? Ecco. La proposta di fissare un numero chiuso di immigrati nelle nostre città: più che un intento realizzabile, mi sembra un artificio della retorica, uno slogan, cioè un crampo dell'intelletto (e poi: chi ci garantisce che in quel numero prefissato non allignino soggetti criminali?). Subire la tentazione della «tolleranza zero»? Sarebbe solo il segno di una sconfitta, l'espressione di uno scacco ormai subito.
Qui, dalla nostra esperienza, abbiamo imparato una cosa sopra tutte le altre: che lo Stato deve tornare a controllare il territorio. Che la democrazia ha non solo il diritto, ma il dovere di difendersi e, difendendo se stessa, rinsaldare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, il sentimento di una responsabilità, di una obbligazione.
Mi perdoni, ma non posso non ripeterlo, e con ancora maggior forza: a Brescia e altrove sono necessarie misure concrete, da subito. Più uomini e mezzi per le forze dell'ordine (e più efficaci collegamenti interforze), nuovi strumenti informatici e banche dati, un controllo vigoroso delle aree più calde, azioni per obiettivo (spaccio di sostanze stupefacenti e prostituzione in primis); e occorre perseguire le speculazioni di chi affitta abusivamente le proprie case. E ancora: governare il fenomeno dell'immigrazione e dei nomadi con maggior fermezza attuando una rigorosa politica delle espulsioni dei clandestini; promuovere una radicale revisione della legge Simeone (quella che ha depenalizzato nel '98 i reati minori con pene inferiori ai 3 anni, ndr) e il varo rapido della riforma della polizia municipale. Infine, ripensare alcuni articoli della legge 40 sull'immigrazione, peraltro una buona legge.
Così, pure, credo che vadano intensificate le azioni positive della sicurezza. L'urbanistica, con il radicale risanamento di quartieri fatiscenti, è una leva idonea a disinnescare situazioni potenzialmente esplosive; il rafforzamento dell'illuminazione nelle strade, i «nonni civici», i pony della solidarietà, gli anziani che animano i parchi.
In due parole, caro Direttore, una forte assunzione di responsabilità. Da parte di tutti. La democrazia, se non si alimenta di scelte coraggiose, coerenti, se non si fonda sulla pienezza del diritto, cui appartengono sanzione della colpa e certezza della pena, se non riconosce il limite della propria azione e non trova le motivazioni per reagire, la democrazia - in queste condizioni - rischia oggi di soffocare sotto il peso dell'inettitudine, di mostrarsi impotente davanti ai propri rimorsi. Questo è il pericolo tremendo, reale. A Brescia, come a Milano o a Roma o a Lecce. E questo dirò martedì al ministro Russo Jervolino.
di PAOLO CORSINI Sindaco di Brescia
|
|