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LA SINISTRA E LE CICALE di GIORGIO RUFFOLO La Repubblica di Sabato 13 Giugno 1998 | |
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INTERVISTA di LÙCIA BORGIA da Il Mattino di Napoli del 20/11/99 | |
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di GIORGIO RUFFOLO
La Repubblica di Sabato 13 Giugno
1998
LE ELEZIONI amministrative sono state per la Cosa due - o
comunque si voglia chiamarla - un insuccesso. È inutile negarlo,
accampando interpretazioni consolatorie. È utile invece
chiedersi se - come certi affermano - l'insuccesso sia dovuto
all'inconsistenza del disegno. Io non lo credo affatto. Penso che
il disegno fosse giusto. Che non sia stato seguito con la
necessaria determinazione. Che andare a caccia di altre geometrie
politiche sarebbe perdere tempo, schivare i problemi veri,
aggravare le difficoltà della sinistra italiana. Che bisogna riprenderlo, su nuove e più solide
basi.
Quel disegno nasceva dalla constatazione dell' anomalia della
sinistra italiana in Europa, con un partito, il Pds, che costituisce, con il 20 per cento dell'elettorato circa, il
corrispondente di partiti socialisti che gravitano attorno al 40
per cento.
ANOMALA, in realtà, la sinistra italiana lo è stata per mezzo secolo: egemonizzata da un partito comunista relegato
all'opposizione e contrapposto a una Dc sempre al governo, con un
piccolo e inquieto partito socialista in mezzo. Quando quel
quadro si è decomposto, la sinistra anziché ricomporsi, si è
ulteriormente frammentata, in un quadro istituzionale confuso e
anomalo anch'esso.
Il disegno di D'Alema mirava ad europeizzare finalmente il quadro
in senso bipolare, con la riforma della Bicamerale; e ad
europeizzare la sinistra, radicandola saldamente nella tradizione
del socialismo riformista europeo. Per quanto riguarda la prima
parte del disegno, bisogna dargli atto di averla perseguita fino all'ultimo, con un coraggio e una coerenza che gli sono stati
riconosciuti più dagli avversari che dagli amici. Per quanto
riguarda la seconda parte, penso invece che sia mancata una vera
convinzione e una necessaria perseveranza. In particolare, sono
mancati due elementi essenziali, che non scopro ora, nel dopo partita, ma sui quali ho insistito vanamente da molto tempo, fino
alla noia.
Il primo è una reale volontà di risolvere la questione socialista. Il primo scopo di un partito che voleva radicarsi nel
socialismo europeo era quello di recuperare i socialisti italiani: intendo dire, una gran parte di quell'elettorato che
votava socialista non certo per opportunismo e malcostume, ma per
un'antica e nobile tradizione riformista e democratica della sinistra: quella che oggi gli ex comunisti riconoscono come
vittoriosa. Per questo occorreva un esplicito riconoscimento di
quella tradizione, delle sue ragioni ideali e storiche; una
recisa condanna di quell'irresponsabile e vendicativa campagna di
denigrazione dei socialisti che il Pci ha favorito o addirittura promosso; un'assunzione di questa questione come prioritaria per
la costituzione del nuovo partito. Invece si è deciso di
rimuovere la questione socialista aggirandola dall'esterno,
attraverso la legittimazione europea, e diluendola all'interno,
in una specie di confederazione di rappresentanze
"etnico-culturali" dignitose, ma singolarmente prive di retroterra. Ciò ha fatto mancare al nuovo disegno la spinta
propulsiva necessaria per superare resistenze e rancori. La
maggior parte dell'elettorato ex socialista è rimasto "al
di fuori". Non erano certo gli altri piccoli raggruppamenti
federati in grado di sostituirlo.
Il secondo elemento è stato il mancato collegamento della
costituzione del nuovo partito a un progetto politico definito.
La "fondazione" di una grande nuova sinistra riformista
richiedeva particolarmente in Italia, dove una grande sinistra
riformista non è mai esistita, un profondo ripensamento
collettivo dei valori, del progetto, dei programmi. Per questo si
era suggerita una vasta mobilitazione culturale di tutte le forze
vive della sinistra in un grande Forum dal quale potesse emergere
l'identità di un partito realmente "nuovo". Devo dire
che questo grande disegno di mobilitazione culturale si è
risolto in una serie di dignitosi seminari. Devo ricordare che in
altri paesi, e soprattutto in Gran Bretagna, dove pure poggiava
sulle strutture solidissime di un antico partito senza alcun
bisogno di rilegittimazione, la "rivoluzione blairiana"
è stata preceduta da uno sforzo di aggiornamento culturale vasto
e profondo.
Difetto di identificazione delle componenti prioritarie e, soprattutto, difetto di identificazione progettuale mi sembrano
fattori sufficienti a spiegare l' impasse nella quale quel giusto
disegno è caduto.
Non mi convincono però affatto le ragioni di coloro che da
quell'impasse suggeriscono di uscire gettando a mare quel disegno
per sostituirlo con un altro molto più astratto e indeterminato.
Puntare sull'alleanza dell'Ulivo anziché sul partito? Che
significa in pratica? Dappertutto in Europa la sinistra si fonda
su partiti solidamente radicati nella società e fortemente strutturati. Quando, e accade
spesso, formano delle alleanze, si
guardano bene dallo sbiadire i loro contorni e la loro identità.
Altro sarebbe puntare, attraverso l'alleanza, a una formazione
politica più ampia, in pratica ad allargare i confini del
"partito della sinistra" a forze con diverse tradizioni
e provenienze storiche: come è accaduto altrove, in Europa (in Francia, in
Spagna, in Inghilterra). Ma questo non si dice, anzi,
si nega. Resta allora l'anomalia. E poiché è tale si tende curiosamente, anziché a
ridurla, ad estenderla a tutta Europa e
al mondo: inventandosi nuovi Ulivi europei e nuove internazionali mondiali. È un vecchio vizio della vecchia sinistra comunista
quello di vendere l'arretratezza italiana per avanguardismo.
Voglio dirlo con franchezza. Ho sempre apprezzato l'onestà e
l'intelligenza di Walter Veltroni. Devo dire che mi convincono
molto più la sua ottima performance governativa, la passione e
la competenza con la quale ha finalmente dato forza e prestigio
alla politica dei beni culturali che non le sue variazioni sul
tema di nuove internazionali.
Penso che la risposta alle difficoltà che la sinistra e la
stessa maggioranza dell'Ulivo incontrano oggi, alla loro indubbia
battuta d'arresto, non debba essere cercata sul piano di nuove
geometrie elettorali, ma su quello del progetto politico. Non
costruendo meta-soggetti senza progetto. Ma un progetto sul quale
fondare un soggetto. Il quale potrà pure abbracciare, col tempo,
tutte le forze che oggi si riconoscono nell'Ulivo. E allora ci si
accorgerà con stupore che è diventato molto simile ai partiti
della sinistra europea, che continuano a chiamarsi socialisti e
socialdemocratici, e che raccolgono sotto il loro ombrello socialisti, cattolici,
protestanti, liberali, trotzkisti e buddisti. E che non c'è il pressante bisogno di ombrelli
nuovi.
Le risposte vere, necessarie, bisogna darle ai problemi
formidabili posti dalla mondializzazione, dalla rivoluzione tecnologica, dall'invecchiamento della
popolazione,
dall'insostenibilità dei regimi pensionistici, dalla persistente
invadenza delle strutture burocratiche, dalle resistenze
corporative, dalla congestione metropolitana, dalla minaccia dell'insicurezza, dal flagello della
droga, dall'immigrazione,
dall'insufficienza della formazione e dell'educazione, dal
sottosviluppo culturale: problemi che, se non sono gestiti,
provocano disoccupazione, ineguaglianza, demoralizzazione, ma che, se gestiti programmaticamente e pragmaticamente possono
essere orientati verso soluzioni di sviluppo e di civiltà superiori.
La differenza tra la sinistra e la destra è proprio qui: che la
sinistra deve assumersi il compito di regolare quei problemi
secondo ragione e giustizia, mentre la destra li gestisce secondo
la logica dei rapporti di forza. La sinistra una volta era votata
a sovvertire l'ordine. Oggi è condannata a costruirlo. Perciò
le si chiede capacità progettuale all' altezza di quei problemi formidabili.
La sinistra italiana ha dimostrato finora di saper guidare il
paese attraverso il drammatico passaggio dell'Unione monetaria.
Questo straordinario successo è dovuto in gran parte alla forte
finalizzazione programmatica dell'azione di risanamento finanziario. Alla drammatizzazione di quei parametri di
Maastricht tanto vilipesi. Alla tensione che si è riusciti a
suscitare nella coscienza collettiva attorno a quei traguardi.
Ciò che diventa necessario, ora che quella tensione si è allentata, è finalizzare in modo altrettanto strigente l'azione
riformatrice, che pure su più terreni il governo ha cominciato a promuovere. Per questo è necessario fondare l'azione della
sinistra su un progetto riformatore, che contrasti le derive populistiche, e renda espliciti e per quanto possibile
quantificati i traguardi e i tempi di quel progetto: i parametri
di una Maastricht sociale. Un progetto che risponda alle domande
più urgenti della società.
Invece di inventare nuovi nomi, c'è bisogno di ridare vita ai
nomi e alle forme esistenti. Invece di tracciare nuove internazionali, occorre dare il nostro contributo al compito cui
la sinistra europea si appresta, di governare un'Europa che sta
affrontando le sfide dell'unione monetaria e dell'allargamento.
Occorre dare scopo e coesione a quel partito socialista europeo
che per ora è solo uno slogan, e che terrà il suo Congresso a
Milano nella prossima primavera.
Finiamola di parlare di geometrie politiche. È un discorso che
non interessa proprio nessuno, quello dei nomi, delle sigle, dei colori. Mi ricordo di quel sonetto di
Trilussa. Il camaleonte
annuncia che assumerà nuovi colori. Gli rispondono le cicale:
"Sai quanto ce ne frega a noi cecale, de che colore sei?".
| Un modestissimo
commento: Egr. Sig. Ruffolo, con riferimento al suo articolo, apparso su Repubblica di oggi dal titolo: LA SINISTRA E LE CICALE, ella conclude dicendo: *** "Invece di inventare nuovi nomi, c'è bisogno di ridare vita ai nomi e alle forme esistenti. Invece di tracciare nuove internazionali, occorre dare il nostro contributo al compito cui la sinistra europea si appresta, di governare un'Europa che sta affrontando le sfide dell'unione monetaria e dell'allargamento. Occorre dare scopo e coesione a quel partito socialista europeo che per ora è solo uno slogan, e che terrà il suo Congresso a Milano nella prossima primavera. Finiamola di parlare di geometrie politiche. È un discorso che non interessa proprio nessuno, quello dei nomi, delle sigle, dei colori. Mi ricordo di quel sonetto di Trilussa. Il camaleonte annuncia che assumerà nuovi colori. Gli rispondono le cicale: "Sai quanto ce ne frega a noi cecale, de che colore sei?". *** Premetto che io non sono di sinistra. Come uomo di centro cristiano-sociale, per così dire, sono convinto che la struttura della attuale società proceda su una strada conservatrice. Sono convinto che il governo Prodi, per catturare la "magia" dell'euro abbia seguito una politica che si può considerare tra le più conservatrici d'Europa. Sono un sostenitore dell'Ulivo in profondo, credo di avere colto il nocciolo culturale e politico dal quale nasce e si può sviluppare con straordinaria novità questa esperienza. Ebbene, non ci sono né appartenenze a gruppi socialisti né popolari nei paraggi della mia intuizione dell'Ulivo, c'è semplicemente il desiderio di puntare a consentire entro l'anno duemila.... ad ogni uomo della terra di allungare la Sua mano, in casa Sua, e di impugnare un pezzo vitale di Suo pane guadagnato con il sudore della Sua fronte, per la vita dei Suoi cari e Sua personale. Con idee come le sue, peraltro degnissime, purtroppo nella prassi a questo non solo non ci arriveremo mai, ma ce ne allontaneremo sempre di più. Non serve elucubrare sui principi, basta aprire una finestra sui nostri continenti e guardare, se ci riusciamo. Eh si, non è così facile, purtroppo dobbiamo fare una specie di vera rivoluzione prima, come questa, che sta maturando proprio adesso: *** «partire da un'ideologia che leghi il Labour ai democratici americani ...con tutti gli altri partiti europei» I tempi di questa nuova «sinergia» sono maturi: «Mi accorgo che parliamo tutti delle stesse cose. Noi del "centrosinistra" dobbiamo essere in prima fila per REALIZZARE CAMBIAMENTI SOCIALI NELL'ECONOMIA GLOBALE. Cambiamenti ai quali invece si oppongono sia la vecchia sinistra, sia la nuova destra»...«non ci saranno test di ammissione» per entrare nella nuova Internazionale, Blair ha elencato alcuni punti chiave del progetto: amministrazione stabile, riforma del Welfare, sviluppo del decentramento, internazionalismo. «Un discorso che seguiremo con molta attenzione» ha commentato Prodi, sottolineando la novità politica del progetto: «Si tenta di legare insieme strutture europee, americane e asiatiche». Tony Blair, Corriere della Sera del 2 Febbraio 1998 *** Io ci credo, sto vivendo per questo; ebbene lo confesso, finalmente: i colori cangianti hanno per me una grande attrattività estetica, mentre le mie convinzioni cristiano-sociali brillano di colore proprio da duemila anni ed oltre, loro. Un cordiale saluto. G. Losio www.losio.com |
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di LÙCIA BORGIA
da Il Mattino di Napoli del 20/11/99
Nel nostro progetto Sinistra del 2000, preparato per
il Congresso Ds Torino, abbiamo adottato una sintesi molto ragionevole tra una
politica macroeconomica e una politica della flessibilità. Come ha detto Paolo
Silos Labini, non cè bisogno di contrapporle. Occorrono tutte e due. È
questa la cornice dei documenti preparati da DAlema per il vertice di Firenze.
I Ds hanno una sola politica economica, che vede lEuropa come nuova
dimensione della sinistra per governare insieme la globalizzazione». Giorgio
Ruffolo è da sempre un intellettuale di sinistra non marxista. Economista,
parlamentare europeo, presidente del Cer, con Walter Veltroni è entrato nella
segreteria dei Ds. Gli abbiamo chiesto una spiegazione della conferenza di
Firenze per profani curiosi.
Quali sono gli obiettivi di questa consultazione tra socialdemocratici europei e
democratici americani, di questo confronto tra due culture diverse?
«Credo che il confronto tra il rappresentante più autorevole del partito
democratico americano e i leader della socialdemocrazia europea sia
assolutamente utile e opportuno. Ci sono dei problemi comuni: come reagire alla
mondializzazione, alla rivoluzione tecnologica. Ci sono strategie comuni che la
sinistra americana e la sinistra europea possono intraprendere. In un mondo che
diventa sempre più interdipendente sarebbe opportuno realizzare almeno una
Internazionale delle idee della sinistra. Cera una volta unInternazionale
del movimento operaio, oggi si sente il bisogno di un confronto delle culture
della sinistra».
Gli Stati Uniti non hanno mai avuto una sinistra di massa. Ora Clinton propone
una sua Terza via. Non cè rischio di fare confusione, permettendo
allAmerica di mettere il cappello sulle socialdemocrazie europee?
«Sono molto diffidente verso qualunque forma di importazione e di innesto di
culture. Per parlare fuori dai denti, pensare in Europa a un partito democratico
di tipo americano significa dimenticare che abbiamo due secoli di esperienze e
culture diverse. È necessario costruire sulle nostre radici e non sulle radici
degli altri. Come sarebbe del tutto assurdo pensare che i democratici americani
importino il nostro sistema di partiti, il nostro welfare. Confrontarsi va
benissimo, confondersi non ha senso».
Più del confronto tra sinistra europea e sinistra americana, nellimmediato
forse importano le strategie allinterno dellEuropa.
«Il fine generale della socialdemocrazia europea - comprendendovi dentro i
laburisti di Blair, i socialdemocratici di Schroeder, i socialisti francesi di
Jospin e la nostra sinistra di DAlema - è lo stesso. I leader hanno ribadito
quella che è lessenza della sinistra: la ricerca di una società più giusta.
Quando a Milano tutti i partiti socialisti hanno sottoscritto la formula
Economia di mercato sì, società di mercato no hanno espresso in modo icastico
un idem sentire».
Si parla tanto di flessibilità. Da noi in Italia qual è la prospettiva reale?
«Per questo parlavo di Europa come nuova dimensione della sinistra. La politica
di espansione macroeconomica è possibile solo a livello europeo. Su questo
Blair è molto conservatore ed è una limitazione della sua cosiddetta Terza
via. Da un lato la flessibilità è necessaria, ha ragione Blair. Ed è
necessaria la formazione dei lavoratori, una regolamentazione del mercato del
lavoro molto meno dirigistica, meno protezionistica. Questo però non significa
che deve essere abbandonata lesigenza della protezione. Mi spiego. Una volta
la protezione dei lavoratori era assicurata da regole sindacali molto rigide.
Ora bisognerà accettare che il lavoro non sia più lo stesso per tutta la vita».
È possibile assicurare una rete di protezione a un lavoratore che cambia
continuamente lavoro?
«Nel nostro tipo di società, grazie alle nuove tecnologie che permettono di
registrare con immediatezza i cambiamenti, è possibile. Come? Immaginiamo che
un lavoratore sia provvisto di una garanzia di cittadinanza che gli consente
ogni volta che cambia lavoro di conservare gli effetti dei contributi
pensionistici dati, i suoi dirittti al sistema sanitario, di conservare
soprattutto il diritto a essere aiutato a riqualificarsi per cercare un altro
lavoro, attraverso una rete di assistenza. Aiutandolo ad accettare il rischio,
non lasciandolo solo ad arrangiarsi».
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