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Gates, profeta fuorilegge
La Repubblica del 07/11/99
La prima sconfitta del profeta Gates
Dopo la condanna, la Microsoft si difende ma già pensa a patteggiare
di FURIO COLOMBO
"IL POPOLO americano contro Bill Gates", si apre con queste parole
la sentenza del giudice federale Thomas Penfield Jackson, una sentenza
preliminare detta "di accertamento dei fatti". L'accusa, che il
giudice ritiene fondata, è "controllo monopolistico del mercato per
frenare l'innovazione, bloccare i concorrenti, danneggiare i consumatori".
Molti si staranno chiedendo, in Europa: ma conviene al popolo americano mettersi
contro Bill Gates? Dopo tutto è stato Bill Gates a piantare la bandiera
americana su tutto il software (facilitatori della navigazione in rete) del
mondo. E a imporre al mondo la tecnologia americana.
Senza dubbio la scena è insolita. L'uomo immensamente ricco, e, fra i ricchi,
il più noto nel mondo, viene raggiunto da un' accusa pesante per un
imprenditore: conflitto di interesse con i cittadini. Ovvero, le dimensioni
immense del suo successo sono - dice il giudice - costruite su un danno recato
ai cittadini. Sono direttamente proporzionali all' indifferenza per i diritti
degli altri, siano essi produttori o consumatori.
QUESTA ragione, io credo, e non una semplice questione di tutela della
concorrenza, spiega la durezza di questa prima sentenza.
Tre percorsi portano a una simile conclusione. Il primo è giuridico. Sia il
Dipartimento della Giustizia che il giudice Jackson sostengono che per
realizzare il suo capolavoro di dominio, Bill Gates ha assediato, forzato,
violato la libertà dei concorrenti, ricattandoli in fase di ideazione e di
produzione e sul terreno delle vendite, con la sua costante imposizione di una
taglia: devi sottometterti alla integrazione della tua tecnologia con la mia, o
io userò tutti i mezzi di cui dispongo per screditarti.
La parola chiave è "screditare". Bill Gates si è messo in condizioni
di farlo attraverso una gigantesca ed efficace campagna di vendita di se stesso.
Così gigantesca che non c'è angolo del mondo che non conosca il suo nome. Così
efficace che, a lungo, anche in Italia, molti apprezzati intellettuali hanno,
per anni, cercato in tutti i modi di avere la presenza di questo abile venditore,
presentato come annunciatore della nuova scienza per benedire convegni anche di
alto livello.
Il secondo percorso è tecnologico. Bill Gates, dalle stanze bianche e serene
della sua azienda di Seattle che somiglia più a un campus universitario che a
una fabbrica, non ha esitato - nell'era della nuova tecnologia leggera - ad
avviarsi lungo i percorsi del capitalismo selvaggio narrato da Theodore Reiser
al principio di questo "secolo americano". Il suo obiettivo è stato
di espellere i concorrenti temibili (il caso più noto è Netscape) imponendo ai
costruttori di computer di incorporare le sue soluzioni, i suoi software,
costringendo i concorrenti a lasciarsi prendere a bordo come pezzi della sua
tecnologia. Ha cercato dunque di rimuoverli due volte dalla scena: come autori
di soluzioni migliori delle sue, e come protagonisti di successo del mercato.
Ma il terzo percorso, quello psicologico, è di gran lunga il più interessante.
Lo dimostra il modo in cui Bill Gates risponde alla sentenza del giudice
Jackson. Lo fa con un proclama alle ore 8,45 del mattino, ora americana, del 5
novembre, su Internet. "L'azione legale contro di noi si riassume in questa
domanda: può un'impresa americana di successo continuare (ad avere successo,
ndr) per il bene dei consumatori?". Bill Gates finge di non sapere che la
risposta è già arrivata nella sentenza di "accertamento dei fatti".
Tagliare la strada ai concorrenti e impedire il successo di altri non è mai
nell'interesse dei consumatori.
Bill Gates, che con la sua immagine e la sua autocelebrazione è diventato una
sorta di Mao Zedong delle nuove tecnologie, evidentemente ritiene che fra il
bene di Microsoft e il bene di tutti non ci sia alcuna differenza.
Senza dubbio gli ha giovato - fin quasi a creare una sorta di stordimento
mondiale - la straordinaria campagna di vendita di se stesso, che ha avuto il più
strano e inaspettato degli esiti. Proprio quegli intellettuali, il cui compito
sarebbe stato di indicare con chiarezza la linea di demarcazione fra vendita e
valore culturale, hanno costituito la parte più altisonante del coro di
accettazione, sottomissione, celebrazione. Si è formata così una sorta di
mistica del digitale che, agli occhi di molti, è apparso tutto firmato Bill
Gates, come se non ci fossero che irrilevanti differenze fra il prestigio di
Gates e il valore del nuovo universo tecnologico.
Bill Gates, autore di un libro che non era altro che un pamphlet commerciale, è
stato recensito, anche in Italia, come filosofo, guru del futuro, maestro
dell'epoca in cui stiamo entrando. Ha travolto pensatori e sociologi. Meno, però,
negli Stati Uniti che in Europa.
Infatti, la cultura americana, e il sistema giuridico di quel paese, tengono
costantemente d'occhio, come riferimento essenziale, l'interesse del cittadino.
La causa contro Bill Gates è iniziata quando avvocati d'accusa e giudici si
sono persuasi che quell'interesse era stato violato, e anzi umiliato, dalla
cavalcata conquistatrice di Microsoft, e dal culto della personalità del suo
leader.
Il fatto che l'imprenditore di Seattle sia considerato un guru e un profeta del
nuovo in Europa (lo so che è incredibile, ma c'è chi fa leggere il libro di
Bill Gates nelle scuole) non ha influenzato i giudici americani. Essi sono
rapidi, precisi, implacabili e tutelano la libertà effettiva di tutti, non gli
slogan di vendita di qualcuno, per quanto potente.
Ecco dunque la risposta alla domanda di molti europei perplessi. Conviene al
sistema americano mettere sotto processo Bill Gates, l'uomo che ha indotto a
scambiare la sua impresa per la civiltà americana, e domina per ora il mondo
della tecnologia digitale?
Conviene, rispondono i giudici americani, perché conviene alla
democrazia. Prima vengono i cittadini, la loro integrità e i loro diritti.
Altrimenti gli sbandieramenti dell'idea di mercato non sono che campagne di
vendita.
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