
| |

Non
è con la proibizione che si risolvono i problemi. Tanto meno i problemi
della psiche. Con la proibizione si genera fobia, incomprensione,
desiderio di fuga, solitudine. Chi si rivolge alla droga ha già in
misura sovrabbondante tutte queste infelicità.
Non voglio nemmeno parlare di chi se ne approfitta, come la mafia, tanto
è ovvio, voglio solo rimanere dentro l'uomo.
Con la proibizione si fossilizza e si rende irreversibile, endemica,
l'infelicità, ed anche coloro che grazie alla proibizione, per così
dire, escono dalla droga, hanno dovuto rinunciare a guarire da esseri
umani, costretti a farlo da animali addestrati. Il gradino più
significativo della loro esperienza di vita lo hanno superato, in quanto
hanno dovuto spegnere la luce della loro umanità. Quale compagnia sarà
questo fatto per il resto della loro vita?
Non c'è nessun miglior maestro d'infelicità di uno che rinuncia alla
propria libertà e si annega nella droga, intesa in senso lato. Non c'è
nessun peggior medico di chi, per tutta risposta, implicitamente,
avvalla questa scelta di rinuncia.
Ma questa, la repressione dell'anelito più incommensurabilmente
importante della natura dell'uomo, è di fatto l'unica arma congruente
che la società attuale è in grado di dare.
L'altra risposta, quella umana, non è accessibile da parte di una
classe dirigente che affida solo all'individuo la ricerca e la
giustificazione della felicità, la quale è vera medicina di questo
male, ma la quale non è vera se tutti, e ciascuno, gli uomini della
terra non possono addentare, con la stessa facilità, un pezzo vitale di
pane, che costi loro la stessa somma di stesso controvalore.
Perché l'uomo che soffre per l'ingiustizia del suo mondo, in qualsiasi
angolo del nostro pianeta e nonostante tutto quello che si dice
sull'indifferenza, è un pugnale piantato nel fianco di tutti gli altri
uomini. E coloro che annegano nella droga, intesa in senso lato, la loro
infelicità, sono le nostre avanguardie, sono i migliori di noi, che ci
mandano un disperato messaggio di allarme.
E noi soffochiamo la loro umanità, perché stiano buoni e non
disturbino la nostra "felicità". Che schifo mi fa l'uomo!
Eppure tutti noi lo vorremmo guarire proprio perchè siamo uomini. |
LINK UTILI
 | www.truehope.com e'
il sito di una associazione canadese che pubblicizza i risultati di una
ricerca scientifica che già da qualche anno si sta svolgendo in alcune
università canadesi con risultati sorprendenti. Indagini attraverso amici
medici che lavorano in Canada hanno confermato la serietà e la
disponibilità straordinaria dell'associazione e dei ricercatori. |
 | www.graphicpizazz.com/margotkidder/
e' il sito di Margot Kidder, famosa attrice americana che, malata di
depressione bipolare, dopo anni di inutili cure che lei definisce
"lobotomia chimica", infine ha risolto con la medicina
ortomolecolare ed ora lotta perché sia alleviata la sofferenza altrui. |
ARTICOLI SUCCESSIVI

Corriere della Sera
Domenica, 11 Gennaio 1998 PRIMA PAGINA
Gianni Riotta,
SENZA SALTI NEL VUOTO
Il procuratore genera- le della
Corte di Cassazione, Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, parla di somministrazione
controllata delle droghe per combattere il mercato dell'eroina, in espansione in
Italia così come negli Stati Uniti. Primo passo verso la liberalizzazione delle
sostanze stupefacenti? No, assicura Zucconi, solo il tentativo di incanalare i
tossicodipendenti verso la legalità, sottraendoli al ricatto delle narcomafie e
drenando la microcriminalità dalle nostre metropoli.
Zucconi si richiama all'esperienza di altri Paesi occidentali, dove
l'amministrazione controllata è un esperimento in corso da tempo, e ricorda che
la repressione, da sola, non basta a fronteggiare la lobby mondiale dei
narcotrafficanti, dovunque dotati di leve economiche, criminali e di influenza.
La sconfitta che gli Stati Uniti hanno riportato nella «guerra contro la
droga», dichiarata dieci anni fa dal presidente Bush, è sotto gli occhi di
tutti. Clinton addirittura ha scelto un generale come «zar antidroga», e mezzi
militari sono stati impiegati nell'interdizione del traffico dall'America
Latina: i risultati sono però negativi. Alla periferia di Manhattan come nella
cintura di Milano gli spacciatori cambian faccia, lo spaccio aumenta.
La battaglia alla tossicodipendenza sarà uno dei grandi scontri del prossimo
secolo, come le Guerre dell'oppio tra cinesi e occidentali lo furono nel
passato. Vittorie sicure non ce ne sono, nessuno ha in tasca la soluzione
perfetta. I risultati saranno acquisiti poco per volta, con tenacia e fortuna,
con un impegno comune di Stato, comunità, famiglia e scuola e un coordinamento
internazionale, magari sotto l'egida dell'Onu.
Da tempo, importanti politici e pensatori ritengono invece che la soluzione sia
la drammatica, e unilaterale, liberalizzazione del mercato. Disarmare le mafie
mondiali, trasformando in legale il mercato nero. Dopotutto, si dice, anche
alcol e tabacco sono droghe, ai tempi dello Zar di Russia il consumo di
cioccolata, considerata uno stupefacente pericoloso, veniva punito con il taglio
della mano.
Dal sindaco di Baltimora all'ex segretario di Stato Shultz, dal finanziere Soros
agli antiproibizionisti italiani, molti ritengono che «meno Stato e più
mercato» sia slogan valido anche per le droghe.
Ne dubitiamo. E' vero, infatti, che il muro contro muro di questi anni, il
considerare la questione droga solo una vicenda criminale, è atteggiamento
ipocrita e perdente. Ma l'antiproibizionismo «politico», preconcetto e
assoluto, sembra ricetta troppo rigida e dogmatica per un dramma così complesso
e doloroso. Chiunque abbia conosciuto un tossicodipendente sa quale angoscioso
viluppo di minute vicende personali e di remote condizioni sociali porti alla
prima «pera».
Crediamo alle sperimentazioni, crediamo che i tossicodipendenti non siano, a
priori, criminali, crediamo che lo Stato possa spiazzare i narcotrafficanti con
ipotesi che vadano anche nel senso indicato da Galli Fonseca. Non crediamo
invece al salto nel vuoto, alla droga libera in un solo Paese, in una sola
città o comunità. Il ragionare su nuovi modi di combattere l'eroina ci
troverà sempre in prima linea. La propaganda di chi promette miracoli con una
legge ci lascia diffidenti: temiamo più danni che effetti benefici.
Come sempre quando si parla di droghe, la discussione si ferma sull'offerta:
come bloccarla, come reprimerla? La chiave segreta è invece nella domanda:
perché gli Stati Uniti e l'Europa, il mondo occidentale «vincente» nella
sfida globale di fine millennio, hanno questa cupidigia di «strafarsi», questa
brama di oblio? Che cosa non funziona, quali valori sono svaniti, dove peccano
le nostre società? Perché una siringa basta a umiliare la nostra orgogliosa
opulenza?
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ADN Kronos
ADN0158 7
11/01/1998 21:11
DROGA: D'ALEMA, 'MOLTO UTILE' LA
RELAZIONE DI GALLI FONSECA
Roma, 11 gen. (Adnkronos/Ign) - ''Molto utile''. Cosi' Massimo D'Alema, ha
definito la relazione del procuratore generale della Cassazione, Ferdinando
Zucconi Galli Fonseca. Per quanto riguarda il passaggio della droga, D'Alema ha
preferito non entrare nei dettagli, limitandosi a commentare in senso generale
la relazione. ''Molto utile'' per D'alema e' in particolare il passaggio in cui
Galli Fonseca ha parlato delle sezioni separate del Csm e, concludendo, ha
elogiato il tono ''equilibrato e sereno'' dell'intero discorso.
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La Repubblica
13 Gennaio 1998
Guerra alla droga nessuna resa
di FURIO COLOMBO
UN paesaggio di residuati bellici. A
questo fa pensare l'esplosione violenta di scontri tanto intensi quanto confusi
sul tema della droga. Basta niente, basta lasciar cadere incautamente, o in
buona fede, una parola e segue un'esplosione.
Un'esplosione è sempre un danno. Il cambiamento che ne deriva è solo un
cratere in più in un terreno già abbastanza desolato. È ciò che sta
accadendo in questi giorni. Un alto magistrato dice a voce alta il tema di un
tormento con cui il mondo torna a misurarsi, a volte rifiutando, a volte
provando strade nuove, incalzato dal dramma che nessuno può tollerare, su cui
nessuno ha davvero soluzioni sicure.
Il procuratore Fonseca ha visto le carceri affollate di disperati utenti della
droga e si è domandato se non ci sia un altro percorso. Questo messaggio carico
di responsabilità e di ansia non è diverso dalla disperazione dei cittadini,
padri, madri, educatori, preti, esperti e vittime, che implorano, un po' a se
stessi, un po' a tutti, "facciamo qualcosa".
Impossibile liberarsi dal senso del tragico in questo dibattito che ha per
oggetto un'immensa quantità di dolore. La prigione è tragica e inutile. La
bandiera della liberalizzazione rischia di sventolare su un mare di macerie,
accetta lo squallore come simbolo, la rinuncia come valore. Cala di colpo la
luce grigia di una routine farmaceutica, con meno dolore, questo sì, meno danno
fisico e sociale, ma rinunciando definitivamente a una speranza.
Siamo in fondo al cunicolo di questa brutta alternativa. Perché celebrarla, da
un lato e dall'altro, alzando bandiere opposte di presunte certezze e dedicando
al "nemico" (gli altri di noi, altrettanto disperati) cattiverie,
sarcasmo e indecorose definizioni diffamatorie? Di qua chi sostiene, con
proibizione o persecuzione, la criminalità organizzata e persino il traffico di
armi alimentato dai proventi della droga. Di là i permissivi incoscienti che
deliberatamente distruggono valori, famiglia, ne fanno un manifesto di
indifferenza morale.
Tutto ciò non è vero, naturalmente, né per un parte né per l'altra. Il
linguaggio di questa polemica è antico, anzi vecchio. Risale al clamore di
contrapposizioni politiche che oggi non esistono più, sono fantasmi di uno
scalmanato passato italiano.
Nel mondo, sappiamo, la stessa contrapposizione esiste, altrettanto carica di
fragili certezze e di accanite predicazioni. Ma non ci dice niente il fatto che
l'intero fronte proibizionista americano sia stato, fino a poco fa, interamente
di sinistra, e che il vessillo della liberalizzazione sia sventolato quasi solo
nelle mani della destra conservatrice?
Una cosa ci dice (e spiega l'apparente contraddizione destra-sinistra dei
radicali italiani). Ci dice che i due percorsi non riflettono due ideologie, non
sono affatto il frutto necessario di due mondi di contrapposti valori.
Ci dice che nessuna delle due parti ha diritto di contestare l'integrità
dell'altra, che parlare a nome di interi schieramenti morali e politici è
azzardato e improprio. Forse don Ciotti è meno cattolico dei cattolici che - ci
dicono titoli clamorosi dei giornali - condannano in blocco ogni tentativo di
percorrere un'altra strada che non sia il carcere, come se il rapporto fra
tragedia della droga e prigioni fosse una garanzia sicura di rettitudine e di
valori morali?
FORSE che coloro che non vogliono la bandiera della droga libera perché ne
temono il simbolo, perché temono il bradisisma di una società che per evitare
il peggio si aggiusta sul lato basso e triste della vita, sono incoscienti
corruttori dei giovani?
È vero che sui due lati si attestano, dietro gli schieramenti a viso scoperto,
altri schieramenti meno nobili. Alle spalle dei rigorosi c'è chi vuole la
prigione per non vedere e per non sapere.
In corteo con i permissivi ci sono (in Usa e in Svizzera si vede chiaro ) gli
egoisti militanti: volete uccidervi a colpi di siringa o stordirvi con
espedienti destinati a ridurre ogni giorno di più la dimensione, la forza,
l'utilità della vostra vita? Accomodatevi. Fatelo in ambulatorio. E smettetela
col teatrino senza fine della provocazione-trasgressione che ingombra le strade
e sporca la città.
Però sappiamo bene che le voci principali di entrambi i campi sono voci di
dolore, di ansia, di bisogno sincero di trovare una porta. Quelli di noi che non
vogliono alzare la bandiera del valore basso della vita credono però sempre
meno nella porta della prigione. Per questo hanno sentito qualcosa di vero e di
sincero nella voce del procuratore Fonseca.
Quelli di noi che credono ai dispensari e alla distribuzione controllata della
droga possono sottrarsi al dubbio che il sistema sanitario (così come accade
negli Stati Uniti, e a differenza di quanto accade nella piccola Svizzera) sia
in grado di far fronte a un simile peso, istituire, collegare, dotare, far
funzionare in modo rigoroso migliaia di punti di distribuzione senza far
precipitare il sistema sanitario nel caos?
Dietro le facciate delle due soluzioni al tragico problema della droga c'è un
tale groviglio di altri problemi che appare consigliabile, anzi indispensabile
un modo "soft", prudente, reciprocamente rispettoso, disposto al
confronto, allo scambio di dati, di esperienze.
Ci unisce un mare di non certezze e un senso di urgenza che non consente
distrazioni e che scredita la modellistica astratta.
Si può, dove, quando, con chi, con quale coscienza competenza e mezzi
affrontare in modo nuovo questo problema odioso e distruttivo? Sono domande
inevitabili non per concludere ma per iniziare il dibattito. Sappiamo solo che
non si può evitare e che non serve innalzare bandiere contrapposte.
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La Repubblica
13 Gennaio 1998
Droga, il governo non
prende iniziative Borrelli con Fonseca. E Veltroni
invita a seguire la via svizzera
di CARLO CHIANURA
ROMA - Il governo studia una iniziativa internazionale sull'e roi na di Stato.
Nelle prossime settimane l'Italia potrebbe promuovere un incontro tra i ministri
degli Affari sociali dell'Unione europea e della Svizzera. All'ordine del
giorno, una possibile linea d'azione comune su una questione delicata e l'esame
delle esperienze svizzera e inglese. Se ne saprà di più nei prossimi giorni.
Un'idea ancora in nuce del ministro della Solidarietà sociale Livia Turco,
proprio nel giorno in cui da Parigi Massimo D' Alema dice di essere stato sempre
"contrario a politiche repressive", critica la "criminalizzazione
di Galli Fonseca" e afferma che sulla droga "occorre una strategia
europea". E nel giorno in cui Veltroni invita: guardiamo all'esperienza
svizzera.
Per il momento la somministrazione controllata di eroina è argomento di scontro
politico. Se il Polo continua ad attaccare l'Ulivo ma non è compatto, vengono
anche alla luce incrinature all'interno della maggioranza e nello stesso
governo. Oggi il segretario del Ppi Franco Marini annuncerà in conferenza
stampa la sua opposizione alla proposta del procuratore generale della
Cassazione e per farlo chiamerà Rosa Russo Jervolino, coautrice con quella
legge che puniva anche il consumo di droga (norma abrogata dal referendum del
'93). Con Marini ci sarà anche don Antonio Mazzi, responsabile della Comunità
Exodus, che in giornata sarà poi ricevuto dal presidente della Repubblica.
Nel governo si confrontano posizioni diverse addirittura nello stesso ministero.
Mentre infatti il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick rende noto che
la somministrazione, come provvedimento specifico, non è nell'agenda del
governo, i suoi due sottosegretari Giuseppe Ayala e Franco Corleone non la
pensano così. Ayala è possibilista: la proposta di Galli Fonseca è
"seria", ne discuta dunque il Parlamento. Molto più schierato è
Corleone: già oggi Regioni come Toscana ed Emilia possono da sole sperimentare
l'eroina controllata. Nota la contraddizione Giovanni Alemanno di An, che parla
di un tentativo dell'Ulivo di aggirare le posizioni del Parlamento, la cui
maggioranza sarebbe contraria alla somministrazione controllata.
Non basta. Se Flick ricorda che il governo preferisce non proporre disegni di
legge a un Parlamento che non ha una maggioranza schierata a favore della droga
di Stato, ci pensa il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni a illustrare
una posizione di apertura. "Bisogna guardare con serietà all'esperienza in
corso in altri paesi, nel caso specifico l'esperienza svizzera è quella più
vicina, e guardare i risultati ottenuti e i problemi che si sono aperti e sulla
base di questo decidere. Dio ci scampi da discussioni di tipo ideologico su
materie che riguardano il dolore delle persone. Registro che le cose dette dal
procuratore Galli Fonseca nascono dalla consapevolezza che contro questo dramma
non si è riusciti a raggiungere risultati rilevanti e dalla necessità di
mettere in campo una strategia di riduzione del danno".
E la stessa Livia Turco precisa: "Il mio non è un no. Discutiamone senza
prevenzioni".
Significativo ieri è stato il sì di Francesco Saverio Borrelli, il procuratore
della Repubblica di Milano. Pur invitando alla prudenza, Borrelli si è
schierato a favore dell' eroina di Stato. "Io credo che a questi problemi
ci si debba avvicinare evitando ogni sbarramento di tipo ideologico. Invito a
calcolare con molta precisione quelli che sono i vantaggi e i costi e a cercare
di adeguare il più possibile i mezzi ai fini".
An si dice disposta a scendere in piazza contro questa ipotesi. E Maurizio
Gasparri, assieme a Alessandro Meluzzi di Forza Italia, annuncia per domani a
Palazzo San Macuto una mobilitazione tra parlamentari e associazioni come San
Patrignano o "Droga che fare".
Proprio domani la protesta del centrodestra si sposterà a Strasburgo, sede del
Parlamento europeo. Il presidente di An Gianfranco Fini terrà una conferenza
stampa alla vigilia del voto europeo su un documento che propone agli Stati di
depenalizzare l'uso delle droghe, regolamentare la produzione e la vendita della
cannabis e avviare la somministrazione controllata di eroina e metadone.
Il testo del rapporto, scritto dalla socialista olandese Hedy D'Ancona, è già
stato approvato nella commissione delle libertà pubbliche il 3 novembre scorso
con 17 voti favorevoli, 11 contrari e 4 astensioni. Intanto nove eurodeputati,
tra cui Ernesto Caccavale di Forza Italia, chiedono anche la legalizzazione
delle droghe leggere.
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La Repubblica
14 Gennaio 1998
Zurigo,
il "buco" di Stato costa solo tremila lire
In tre anni sono stati 1146 i tossicodipendenti a usufruire della distribuzione
dell'eroina
dal nostro inviato
FABRIZIO RAVELLI
ZURIGO - Il ragazzo che scende i tre scalini della severa casa di Asylstrasse, e
si allontana verso la fermata del tram, pare proprio uno normale. Giubbotto
nero, pantaloni bianchi, e un paio di burinissimi stivali da cow-boy. Ha fretta,
deve tornare al lavoro. Nessunissima voglia di raccontare che s'è appena fatto
un "buco" di eroina, lì al numero 23, a cura dello Stato.
"Sì, sono un cliente. No, non ti dico come mi chiamo. Certo che mi aiuta,
questa cosa. Non devo più spaccare finestrini per rubare autoradio. Non devo
più chiedere l'elemosina lungo Bahnhofstrasse. Sono pulito, non ho malattie. Ho
una casa e un lavoro. Addio, basta domande". Corre verso il tram che scende
in centro. Tornerà verso sera. Questo era il secondo "buco" della
giornata: il suo programma ne prevede tre.
Forse in Italia, dove infuria il dibattito dopo le parole del procuratore
generale Galli Fonseca, qualcuno si immagina che la somministrazione controllata
di eroina sia una specie di sabba a spese della comunità, un misto fra
Trainspotting e le file alla Usl. Qui a Zurigo, dove il progetto funziona da tre
anni abbondanti, e dove si è appena deciso di mandarlo avanti, tutto è
ovviamente molto svizzero. Serietà, precisione, praticità, ferrea tutela della
privacy. Una efficiente mistura di laicismo, concretezza e ipocrisia.
Prima di affrontare bilanci e cifre, la banale curiosità. Ma dove la prendono,
l'eroina? Quanto costa? Come la distribuiscono? Sì, perché questa è la sola
esperienza dove l'eroina abbandona il suo illegalissimo e lercio mondo per
entrare nella ordinatissima routine della sanità pubblica. "Abbiamo dovuto
chiedere il permesso all'autorità Onu che ha sede a Vienna - spiega il
professor Ambros Uchtenhagen, responsabile scientifico del programma - Serve
un'autorizzazione per importarla. Non esiste mercato legale dell'eroina, ma in
alcuni paesi si può prescrivere come analgesico. Noi la importiamo da Gran
Bretagna e Belgio".
Adesso, un breve bilancio. Ecco perché gli svizzeri hanno deciso che fornire
eroina sotto controllo ai tossici incalliti funziona. In tre anni 1146 pazienti
hanno usufruito del servizio, in 15 città della Confederazione. Di questi, 353
hanno abbandonato, metà dei quali per un'altra forma di trattamento.
Ottantatré ne sono usciti, hanno smesso del tutto con ogni forma di droga.
Trentasei sono morti di Aids o altre malattie infettive. Un solo caso di
overdose, ma per sostanze non distribuite dallo Stato.
Sono pochi, 83 che si disintossicano su 1146 pazienti? No, perché al
"progetto" vengono ammessi solo tossici che hanno già fallito ogni
altro tentativo di reinserimento e disintossicazione. "Si tratta di un
ottimo risultato - dice Rosanne Waldvogel, responsabile zurighese del progetto -
Anche la situazione sanitaria e sociale dei partecipanti è migliorata
sensibilmente". Martin Killias, criminologo di Losanna: "La
microcriminalità è diminuita del 90 per cento. All'inizio dell'esperimento il
69 per cento si procurava soldi con attività illegali. Dopo un anno, erano il
10 per cento".
Torniamo al ragazzo con gli stivali. Che cosa ha fatto, nel centro Drop In di
Asylstrasse? Risponde la Waldvogel: "Vengono tre volte al giorno: il
mattino, a mezzogiorno, e alla sera. Al mattino pagano 15 franchi, che è il
costo del trattamento giornaliero. Sette franchi costa l'eroina, il resto copre
parte delle spese del progetto". Proprio così: un "buco" di
eroina legale costa meno di tremila lire, come due caffé italiani. I clienti
ricevono la siringa già pronta: "Devono iniettarsela, o farsela iniettare,
qui nel laboratorio, e poi restituire la siringa sporca".
Un altro tipo di costo? Ecco qui, perché i precisi svizzeri calcolano ogni
particolare. In tutta la Confederazione si risp armiano 4,5 milioni di franchi
in spese di polizia, giustizia e carcere, 300 mila franchi di danneggiamenti e
73 mila di spese mediche. Il beneficio è di 96 franchi al giorno per ogni
paziente, il quale costa mediamente 51 franchi. Risparmio totale per la
collettività: 45 franchi. Felix Gutzwiller, docente universitario: "E'
stato debellato il problema dei senzatetto. La percentuale di chi ha un lavoro
fisso, dopo sei mesi di progetto, era salita dal 14 al 32 per cento". La
stessa polizia è entusiasta: ogni tossico in più fra i clienti è un tossico
in meno nelle strade.
Tutto questo calcolare dà l'idea di un'overdose di ipocrisia. Si può anche
pensarlo. I tentativi di affrontare il problema, qui a Zurigo, sono nati dal
fastidio che gli ordinati zurighesi provavano nel vedersi intorno per strada
quei disperati. Prima li confinarono nel famigerato parco Platspitz, creando un
girone infernale che attirava tossici da mezza Europa. Poi li spostarono più
fuori. Infine passarono alle "gassenzimmer", gli appartamenti dove ci
si può bucare in pace e senza dare scandalo, con una siringa pulita: ne
funzionano ancora 6 a Zurigo. Tre anni fa, il via al progetto pilota della
somministrazione controllata di eroina.
Ma non è solo ipocrisia, questo è certo. Tre anni fa il tasso di eroinomani in
Svizzera era il più alto d'Europa, e ottocento all'anno morivano di overdose.
L'anno scorso i morti sono stati 241. Fornire eroina statale ha poi un effetto
immediato: tagliare i ponti fra tossici e mercato criminale, recuperarli
socialmente. Entrare nel "progetto" non è facile: "E' una lunga
strada - spiega la Waldvogel - Colloqui, visite mediche, terapie psicologiche.
Anche dopo esser stati ammessi, una volta alla settimana devono partecipare al
gruppo di assistenza psicologica. Se non lo fanno, sono fuori. Le dosi vengono
stabilite dai medici. Noi li aiutiamo a trovare una casa, innanzitutto, e poi un
lavoro o una scuola. Se sono malati, li curiamo".
"Non è una soluzione per tutti - dice il professor Uchtenhagen - Anzi,
nasce come una seconda scelta quando gli altri trattamenti hanno fallito".
"E ci sono certo dei problemi - aggiunge Ueli Locher, che dopo esser stato
il responsabile zurighese ora dirige da Berna tutto il progetto- Come
pianificare il trattamento, come evitare che alcuni smettano, come abbandonare
l'eroina". Ma funziona. In settembre un referendum contro ogni forma di
assistenza è stato bocciato dal 76 per cento dei cittadini svizzeri. Il
progetto è stato rilanciato: "Ora possiamo continuare con gli 800 clienti
che abbiamo - spiega ancora Locher - Per aumentare il numero, bisogna aspettare
ancora un anno per la modifica della legge. Le liste di chi vuole entrare nel
progetto sono ancora lunghe". E in Italia? Si spera nella diminuzione delle
polemiche, e nell'aumento di viaggi in Svizzera a vedere come si fa.
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Corriere della Sera del
12/11/1999
ECSTASY CHE FARE
L'abuso delle droghe cosiddette sintetiche
coinvolge oggi circa 30 milioni di consumatori in tutto il mondo, contro 14
milioni di cocainomani e 8 milioni di tossicodipendenti da eroina. Si tratta di
cifre approssimate per difetto, che le Nazioni Unite usano produrre allo scopo
di fornire un ordine di grandezza del fenomeno più che una sua effettiva
misurazione. Nel 90 per cento dei Paesi membri non esistono organismi, e
talvolta neppure singole persone, in grado di fornire stime affidabili.
Nonostante il gran parlare di droga e di problemi connessi che ingorga le vie di
comunicazione del villaggio globale, ci si trova ancora in uno stato primitivo
della conoscenza e dell'azione che ne consegue.
Nei Paesi più ricchi, in ogni caso, si sono
fatti alcuni passi avanti e i dati sul consumo delle sostanze che alterano
gravemente lo stato di coscienza sono meno incerti. Per ciò che concerne i
derivati dalle amfetamine - e l'ecstasy è uno di questi - dopo una fase di
lenta diffusione negli anni Ottanta, il loro consumo è cresciuto rapidamente
nella prima metà degli anni Novanta, fino a raggiungere un picco, in Europa,
nel 1996. Questo fatto non deve sorprenderci: l'Europa è il maggiore produttore
delle droghe sintetiche che invadono anche i mercati di consumo dei Paesi in via
di sviluppo, seguendo il percorso inverso rispetto alle droghe naturali.
Nella maggior parte dell'Europa, la crescita del
consumo degli «amphetamine-type stimulants» (Ats) è stata più forte di
quella della cannabis. Nelle tre nazioni più colpite, Germania, Regno Unito e
Paesi Bassi, i tassi di aumento nella popolazione al di sotto dei 40 o dei 30
anni di età si sono collocati, tra il 1991-2 e il 1996, tra il 75 e il 100 per
cento. Negli ultimi tre anni il mercato si è stabilizzato. Le ultime
rilevazioni in Spagna e Regno Unito non segnalano incrementi nel consumo delle
«dance drugs» ed anche la crescita nei Paesi che partivano da livelli più
bassi, come la Svezia, l'Italia e la Danimarca, avviene a ritmi più lenti.
Tutto ciò accade a dispetto di una continua
caduta dei prezzi e di una sempre maggiore disponibilità degli Ats in alcuni
luoghi di aggregazione dei giovani e degli adolescenti europei. Evidentemente,
le campagne di prevenzione e le risorse materiali e morali investite dalle
comunità e dalle famiglie a protezione della salute dei propri figli non sono
prive di effetti sulla domanda.
I dati citati invitano perciò alla cautela.
Cautela nel considerare ineluttabile la crescita delle droghe di sintesi a
scapito di quelle naturali. Cautela nel proporre misure di liberalizzazione dei
mercati illeciti. Le droghe artificiali (lo si dimentica troppo facilmente) sono
quasi del tutto «libere» e il loro mercato è finora assai poco inquinato
dalla grande criminalità. Esse prefigurano uno scenario propugnato dai fautori
delle politiche cosiddette «antiproibizioniste» e sono quindi uno dei più
forti argomenti contro queste stesse proposte.
L'esperienza europea in materia di abuso dei
derivati delle amfetamine e l'attuale allarme italiano devono servire da punto
di partenza per un rilancio delle strategie di riduzione della domanda.
Strategie che rappresentano il primo pilastro della nuova politica mondiale di
contrasto approvata dall'Assemblea generale dell'Onu l'anno scorso. Riduzione
della domanda di tutte le droghe, in primo luogo nei mercati più ricchi, nel
corso dei prossimi dieci anni. A quando un piano europeo, e italiano
naturalmente, con l'obiettivo di dimezzare il numero dei consumatori nel primo
decennio del nuovo secolo?
di PINO ARLACCHI
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Il ministro della Sanità ridimensiona il
pericolo ecstasy. A Genova manifestazione dei centri sociali
Veronesi: droga, proibirla è peggio
«Si aiutano la criminalità e il mercato nero». Castagnetti:
così lo Stato cede ai trafficanti Protesta anche il centrodestra. Fassino
propone di evitare il carcere ai tossicodipendenti
GENOVA - «Il proibizionismo, è storicamente dimostrato, non
evita i danni per i quali è stato adottato e ne crea altri molto peggiori:
criminalità, mercato nero, prostituzione». Con queste parole Umberto Veronesi
è intervenuto ieri in occasione della conferenza sulla droga di Genova. Il
ministro della Sanità ha inoltre dichiarato che «l’ecstasy non è mortale e
non provoca assuefazione». Il guardasigilli Piero Fassino ha invece parlato di
«decarcerazione»: una modifica legislativa dovrebbe allargare l’accesso dei
tossicodipendenti alle misure alternative di carattere terapeutico».
Castagnetti, segretario del Ppi, si è dissociato: così lo Stato cede ai
narcotrafficanti. Per il centrodestra, la cui conferenza stampa è stata
interrotta dall’irruzione dei centri sociali, queste posizioni sono
inaccettabili. Alle pagine 2 e 3
Calabrò, Fasano, Galluzzo Imarisio, Martirano
Prima Pagina
Corriere della Sera del 29/11/2000
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......pubblichiamo
la lettera di dimissioni di Loren R. Mosher dalla American Psychiatric
Association. Loren R. Mosher è stato l'ideatore e il direttore delle cliniche
Soteria, sperimentazione d'avanguardia mondiale (cliniche in Usa, in Svizzera e
altrove) in campo psichiatrico, in cui dicono si 'guariscono' correntemente 'schizofrenici'
senza psicofarmaci. [puoi vedere nel suo sito http://hem.fyristorg.com/mosher/
materiale su Soteria, questa lettera e polemiche in botta e risposta in
proposito] –[ C'è in italiano un suo grosso trattato sulla psichiatria
territoriale …]Attualmente L.R.Mosher partecipa attivamente a congressi e
riunioni delle organizzazioni di Survivors, in particolare di MindFreedom (vedi
sito http://www.mindfreedom.org/)
|
Lettera
di Dimissioni dalla American Psychiatric Association
4
dicembre 1998
Loren
R. Mosher, dott. in Med. a Rodrigo Munoz, dott. in Med., Presidente
della American Psychiatric Association (APA)
Caro
Rod,
Dopo
circa tre decadi che sono socio, con un misto di dispiacere e sollievo
le invio la presente lettera di dimissioni dalla American Psychiatric
Association. La ragione principale per questa mia azione è la certezza
che con ciò mi sto dimettendo anche dalla American
Psychopharmacological Association. E’ una fortunata coincidenza che le
due organizzazioni, in verità identiche, abbiano anche lo stesso
acronimo.
Sfortunatamente
infatti, APA riflette, e rafforza, a parole e a fatti, la nostra società
farmaco-dipendente. E, anche, favorisce la guerra dei profitti sui
“farmaci”. Pazienti con una “doppia diagnosi” sono infatti un
problema per la professionalità, ma non per questo noi non prescriviamo
medicine sempre “buone”. Sono “cattivi” farmaci, essenzialmente,
solo quelli che non hanno bisogno di ricetta. Un marxista osserverebbe
che dato che l’APA è una organizzazione capitalista, l’APA adotterà
prevalentemente quei farmaci da cui può trarre guadagno –diretto o
indiretto -.
L’appartenere
a questo gruppo non fa per me. A questo punto della sua storia, secondo
me, la psichiatria è stata
pressoché completamente comprata dalle compagnie farmaceutiche.
L’APA non potrebbe continuare senza il supporto di incontri, simposi,
riunioni di lavoro, pubblicità sulle riviste specializzate, gran giri
di pranzi, borse di studio a josa ecc. ecc. , fornito dalle compagnie
farmaceutiche. Gli psichiatri sono diventati i beniamini delle campagne
promozionali delle compagnie farmaceutiche. L’APA, ovviamente,
dichiara che la sua indipendenza ed autonomia non sono compromesse da
questa situazione avviluppante. Una qualunque persona dotata di un
minimo di senso comune assistendo ai meeting annuali osserverebbe invece
che le esposizioni dei prodotti delle compagnie farmaceutiche e i
“simposi sponsorizzati dall’industria” attirano folle di
congressisti con le loro varie forme di allettamento mentre le sessioni
scientifiche sono a malapena seguite. L’istruzione psichiatrica
subisce ugualmente l’influenza dell’industria farmaceutica: la parte
più importante del curriculum dei praticanti è l’arte e la quasi
scienza di aver a che fare con gli psicofarmaci, cioè lo scrivere
ricette.
Queste
limitazioni psicofarmacologiche al nostro essere medici completi limita
anche il nostro orizzonte intellettuale. Non più cerchiamo di
comprendere la persona nella sua interezza e inserita nel suo contesto
sociale – piuttosto stiamo a riallineare i neurotrasmettitori dei
nostri pazienti. Il problema è che è molto difficile
avere un rapporto di relazione con un neurotrasmettitore- qualsiasi sia
la sua configurazione. Così, la nostra acuta Organizzazione ci fornisce
spiegazioni, basate sulla sua concezione neurobiologica di fondo, che ci
tengono distanti da quei conglomerati di molecole che siamo arrivati a
definire come pazienti. Promuoviamo il largo uso e ci perdoniamo
l’abuso di sostanze chimiche tossiche nonostante sappiamo che
producono seri effetti di lungo periodo – discinesia tardiva, demenzia
tardiva e preoccupanti sindromi di astinenza.
Ora,
dovrei io essere succube delle compagnie farmaceutiche che trattano
molecole nelle loro formulazioni? No, grazie tante. Mi dispiace che dopo
essere stato psichiatra per 35 anni debba decidere di dissociarmi da
questa Associazione. Ma essa non rappresenta affatto il mio interesse.
Non sono capace di ottenere niente dall’attuale modello riduzionista
medico-biologico strombazzato dalla ledership psichiatrica che ancora
una volta ci sposa alla medicina somatica. Qui si tratta di moda,
politica e, in quanto connessione con l’industria farmaceutica, soldi.
Per
giunta, l’APA ha stretto un’indecente alleanza con il NAMI [n.d.t:
National Alliance of Mentally Ills, potente associazione di genitori e
parenti di pazienti psichiatrici in Usa] (non ricordo se ai soci è
stato chiesto di approvare tale alleanza) cosicché le due
organizzazioni hanno adottato pubblicamente lo stesso credo circa la
natura della pazzia. Nel mentre che si professa “nell’interesse del
paziente”, in realtà l’APA difende i non-pazienti, i genitori, nel
loro desiderio di tenere sotto controllo, tramite una sottomissione
rafforzata legalmente, i loro rampolli cattivi/matti : il NAMI con la
tacita approvazione dell’APA, ha adottato una procedura abbreviata di
obbligo istituzionalizzato di somministrazione di psicofarmaci
neurolettici, procedura che viola i diritti civili dei loro rampolli. La
maggior parte di noi sta a guardare e permette questa procedura di
intervento fascista. Il dio della psichiatria, Dott. E. Fuller Torrey è
autorizzato a fare una diagnosi e a consigliare il trattamento a coloro,
dell’organizzazione NAMI, con cui è professionalmente in disaccordo.
Chiaramente una violazione dell’etica medica. L’APA protesta?
Ovviamente no, perché si tratta di cose con cui l’APA è d’accordo,
ma esplicitamente non può appoggiare. Gli si permette di mettersi in
vista; d’altronde non è più un membro dell’APA. (parola ingegnosa
APA!). La miopia di questo matrimonio tra l’APA, il NAMI e le società
farmaceutiche (che con gioia supportano entrambi i gruppi a causa della
loro sbandierata presa di posizione pro-psicofarmaci) è un abominio. Io
non voglio far parte di una psichiatria dell’oppressione e del
controllo sociale.
“Malattia
mentale a base biologica” è certamente conveniente per i familiari e
ugualmente per i medici. Non c’è nessuna assicurazione di
garanzia contro errori, non responsabilità personale. Siamo
stati tutti presi senza colpa in una turba di patologia cerebrale di cui
nessuno, eccetto il DNA, è responsabile. Orbene, tanto per cominciare,
qualsiasi malanno che abbia una specifica patologia del cervello
anatomicamente definita diventa campo della neurologia (la sifilide è
un buon esempio). Così, per essere coerenti col punto di vista
“malattia del cervello”, tutti i principali disordini psichiatrici
diverrebbero territorio dei nostri colleghi neurologi. Pur senza averli
consultati, ritengo che essi neurologi rifuggano di prendersi carico di
queste problematiche di individui. Però la conseguenzialità delle
nostre teorie richiederebbe di passare le da noi scoperte “malattie
biologiche del cervello”, a loro. A questo punto è ovvio e
irrilevante che non ci siano evidenze confermanti la diagnosi di
malattia del cervello. Perché quello con cui qui si ha a che fare è
moda, politica e soldi. Il livello di disonestà scientifica ed
intellettuale è diventato troppo alto perché io possa ancora
sopportare di essere socio.
E’
senza sorpresa che vedo che la specializzazione in psichiatria è poco
ambita dagli studenti nelle università americane. Questo ci dovrebbe
far riflettere sullo stato della psichiatria di oggi. Implica – che
almeno in parte essi vedono la psichiatria come limitata e subente. A me
appare chiaro che ci siamo intestarditi su una situazione in cui, ad
eccezione degli accademici, la maggior parte dei medici psichiatri non
ha una concreta relazione – così vitale nel processo di guarigione
– con gli individui disturbati e disturbanti che trattano. Il solo
ruolo concreto è quello di scrittori di ricette –contabili con
l’apparenza di “salvatori”.
Infine,
come può l’APA pretendere di conoscere più di quel che sa? Il DSM IV
è la costruzione sulla cui base la psichiatria cerca di essere
accettata dalla medicina in generale. Ma gli addetti ai lavori sanno che
è molto più un documento politico che scientifico. Parla bene di sé
stesso cosicché – per quanto la breve apologia di sé è raramente
notata. Il DSM IV è diventato una bibbia e un best seller che produce
moneta - i suoi maggiori difetti non si vedono. Esso delimita e delinea
la pratica medica, alcuni lo prendono seriamente, altri con più
realismo. E’ la via per ottenere l’onorario. E’ facile ottenerne
delle diagnosi ripetibili in progetti di ricerca. Il punto è cosa ci
dicono le sue categorie? Rappresentano esse effettivamente la persona
con problemi? Non lo fanno, e non possono farlo, perché non ci sono
criteri esterni convalidanti le diagnosi psichiatriche. Non c’è né
un test del sangue, né lesioni anatomiche specifiche per nessuno dei
maggiori disordini psichiatrici. Così, dove andiamo a parare? L’APA
come organizzazione si è implicitamente (talvolta anche esplicitamente)
acquistata una parvenza teorica. E’ la psichiatria – quella
praticata adesso – una parvenza, un trucco? Sfortunatamente la
risposta è essenzialmente si.
Che
cosa raccomando all’Organizzazione al momento di lasciarla dopo averla
praticata per trent’anni?
Soprattutto,
essere noi proprio. Non fare alleanze infelici e senza il permesso dei
membri.
Essere
veri sulla scienza, la politica, i soldi. Chiamare ogni cosa per quel
che è – cioè essere onesti.
Uscir
fuori dal letto del NAMI e delle compagnie farmaceutiche. L’APA
dovrebbe allinearsi, senza retorica, con gli autentici gruppi di utenti,
cioè gli ex pazienti, i sopravvissuti psichiatrici, etc.
Discutere
su chi dirige. Personalmente non ne vedo nessuno buono.
Mi
sembra che abbiamo dimenticato il principio base – la necessità di
essere orientati verso la soddisfazione del paziente/cliente/utente.
Ricordo sempre il detto di Manfred Bleuler: “Loren, ricordati sempre
che sei un impiegato assunto dai tuoi pazienti.” Alla fine sono essi
che stabiliranno se o no la psichiatria sopravviverà nel mercato dei
servizi.
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Letter
of Resignation from the American Psychiatric Association
4 December
1998
Loren R. Mosher, M.D. to Rodrigo Munoz, M.D., President
of the American Psychiatric Association (APA)
Dear Rod,
After nearly three decades as a member it
is with a mixture of pleasure and disappointment that I submit this
letter of resignation from the American Psychiatric Association. The
major reason for this action is my belief that I am actually resigning
from the American Psychopharmacological Association. Luckily, the
organization’s true identity requires no change in the acronym.
Unfortunately, APA reflects, and reinforces,
in word and deed, our drug dependent society. Yet it helps wage war on
“drugs”. “Dual diagnosis” clients are a major problem for the
field but not because of the “good” drugs we prescribe. “Bad”
ones are those that are obtained mostly without a prescription. A
Marxist would observe that being a good capitalist organization, APA
likes only those drugs from which it can derive a profit—directly or
indirectly.
This is not a group for me. At this point
in history, in my view, psychiatry has been almost completely bought out by the drug companies.
The APA could not continue without the
pharmaceutical company support of meetings, symposia, workshops, journal
advertising, grand rounds luncheons, unrestricted educational grants
etc. etc. Psychiatrists have become the minions of drug company
promotions. APA, of course, maintains that its independence and autonomy
are not compromised in this enmeshed situation. Anyone with the least
bit of common sense attending the annual meeting would observe how the
drug company exhibits and “industry sponsored symposia” draw crowds
with their various enticements, while the serious scientific sessions
are barely attended. Psychiatric training reflects their influence as
well: the most important part of a resident’s curriculum is the art
and quasi-science of dealing drugs, i.e., prescription writing.
These psychopharmacological limitations on
our abilities to be complete physicians also limit our intellectual
horizons. No longer do we seek to understand whole persons in their
social contexts—rather we are there to realign our patients’
neurotransmitters. The problem is that it is very
difficult to have a relationship with a neurotransmitter—whatever its
configuration. So, our guild organization provides a rationale, by its
neurobiological tunnel vision, for keeping our distance from the
molecule conglomerates we have come to define as patients. We condone
and promote the widespread use and misuse of toxic chemicals that we
know have serious long term effects—tardive dyskinesia, tardive
dementia and serious withdrawal syndromes.
So, do I want to be a drug company patsy
who treats molecules with their formulary? No, thank you very much. It
saddens me that after 35 years as a psychiatrist I look forward to being
dissociated from such an organization. In no way does it represent my
interests. It is not within my capacities to buy into the current
biomedical-reductionistic model heralded by the psychiatric leadership
as once again marrying us to somatic medicine. This is a matter of
fashion, politics and, like the pharmaceutical house connection, money.
In addition, APA has entered into an unholy
alliance with NAMI (I don’t remember the members being asked if they
supported such an association) such that the two organizations have
adopted similar public belief systems about the nature of madness. While
professing itself the “champion of their clients” the APA is
supporting non-clients, the parents, in their wishes to be in control,
via legally enforced dependency, of their mad/bad offspring: NAMI with
tacit APA approval, has set out a pro-neuroleptic drug and easy
commitment-institutionalization agenda that violates the civil rights of
their offspring. For the most part we stand by and allow this fascistic
agenda to move forward. Their psychiatric god, Dr. E. Fuller Torrey, is
allowed to diagnose and recommend treatment to those in the NAMI
organization with whom he disagrees. Clearly, a violation of medical
ethics. Does APA protest? Of course not, because he is speaking what APA
agrees with, but can’t explicitly espouse. He is allowed to be a foil;
after all - he is no longer a member of APA. (Slick work APA!) The
shortsightedness of this marriage of convenience between APA, NAMI, and
the drug companies (who gleefully support both groups because of their
shared pro-drug stance) is an abomination. I want no part of a
psychiatry of oppression and social control.
“Biologically based brain diseases” are
certainly convenient for families and practitioners alike. It is
no fault insurance against personal responsibility. We are all
just helplessly caught up in a swirl of brain pathology for which no
one, except DNA, is responsible. Now, to begin with, anything that has
an anatomically defined specific brain pathology becomes the province of
neurology (syphilis is an excellent example). So, to be consistent with
this “brain disease” view all the major psychiatric disorders would
become the territory of our neurologic colleagues. Without having
surveyed them I believe they would eschew responsibility for these
problematic individuals. However, consistency would demand our giving
over “biologic brain diseases” to them. The fact that there is no
evidence confirming the brain disease attribution is, at this point,
irrelevant. What we are dealing with here is fashion, politics and
money. This level of intellectual /scientific dishonesty is just too
egregious for me to continue to support by my membership.
I view with no surprise that psychiatric
training is being systematically disavowed by American medical school
graduates. This must give us cause for concern about the state of
today’s psychiatry. It must mean—at least in part that they view
psychiatry as being very limited and unchallenging. To me it seems clear
that we are headed toward a situation in which, except for academics,
most psychiatric practitioners will have no real, relationships—so
vital to the healing process—with the disturbed and disturbing persons
they treat. Their sole role will be that of prescription writers—ciphers
in the guise of being “helpers”.
Finally, why must the APA pretend to know
more than it does? DSM IV is the fabrication upon which psychiatry seeks
acceptance by medicine in general. Insiders know it is more a political
than scientific document. To its credit it says so—although its brief
apologia is rarely noted. DSM IV has become a bible and a money making
best seller—its major failings notwithstanding. It confines and
defines practice, some take it seriously, others more realistically. It
is the way to get paid. Diagnostic reliability is easy to attain for
research projects. The issue is what do the categories tell us? Do they
in fact accurately represent the person with a problem? They don’t,
and can’t, because there are no external validating criteria for
psychiatric diagnoses. There is neither a blood test nor specific
anatomic lesions for any major psychiatric disorder. So, where are we?
APA as an organization has implicitly (sometimes explicitly as well)
bought into a theoretical hoax. Is psychiatry a hoax—as practiced
today? Unfortunately, the answer is mostly yes.
What do I recommend to the organization
upon leaving after experiencing three decades of its history?
1. To begin with, let us be ourselves. Stop
taking on unholy alliances without the members’ permission.
2. Get real about science, politics and money. Label each for what it is—that
is, be honest.
3.Get out of bed with NAMI and the drug companies. APA should align
itself, if one believes its rhetoric, with the true consumer groups,
i.e., the ex-patients, psychiatric survivors etc.
4.Talk to the membership—I can’t be alone in my views.
We seem to have forgotten a basic principle—the
need to be patient/client/consumer satisfaction oriented. I always
remember Manfred Bleuler’s wisdom: “Loren, you must never forget
that you are your patient’s employee.” In the end they
will determine whether or not psychiatry survives in the service
marketplace.
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