
La Stampa,
di Barbara Spinelli
Amnesie anticomuniste
20 maggio 2001
Ancora non è chiara l’Europa che Berlusconi ha
in mente, e che i suoi ministri vogliono costruire. Nei giorni scorsi si è
capita una cosa, limpidamente esplicitata in mezzo a parecchie confusioni: che
il futuro governo baderà con accresciuta puntigliosità agli interessi
nazionali, e che la loro difesa non è giudicata compatibile con un rapido
allargamento dell’Europa ai paesi del Centro-Est e del Centro-Sud. Le
obiezioni sono di natura finanziaria, concernendo i sussidi al Mezzogiorno e gli
squilibri che possono crearsi nei mercati. Il motivo vero che spinge il
continente a spostare i propri confini non trova invece posto alcuno: né nei
ragionamenti, né nei vocabolari. Forse verrà il giorno in cui la Casa delle
libertà rettificherà quanto detto, ma per il momento sono la forza di inerzia
e la smemoratezza a regnare incontrastate.
E’ come se scrivendo la sua pagina bianca e imponendo la sua giacobina
rivoluzione, il candidato alla Premiership avesse dimenticato l’essenziale,
degli ultimi dodici anni: la seconda Liberazione d’Europa, quarantaquattro
anni dopo la prima Liberazione del 1945. Il ritorno nello spazio europeo di
Stati come Polonia e Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia, Croazia, Romania, e
non per ultimi i tre paesi baltici. Il gesto che ha cambiato il corso della
storia, nel novembre 1989, e che ha estromesso il comunismo dalla metà
prigioniera del continente, sembra essere un non-evento per i neoeletti del
centro-destra: non comporta nuove responsabilità, inderogabili obblighi
strategici e morali, revisioni profonde di quel che sin qui è stato edificato
nella parte fortunata, risparmiata, del continente.
L’Europa non è un’opera che deve costruirsi da capo, tenendo conto di tali
mutazioni e assorbendole con efficace senso istituzionale e intelligente
generosità politica. Liberati, i paesi del Centro-Est non hanno gli stessi
diritti che ebbero gli europei usciti dalla seconda guerra mondiale sotto la
protezione americana. L’Europa è già fatta, è un monumento finito, e ogni
allargamento può lederne gli statici equilibri: è quanto pensano politici di
prestigio come Giulio Tremonti, che poco o nulla vogliono sapere delle
incompiutezze dell’Unione, del suo carattere intrinsecamente fluido, della
poderosa missione che essa ha di fronte. L’oblio della seconda Liberazione trasforma l’anticomunismo di Berlusconi
in qualcosa di completamente astorico: in un guscio ideologico abitato da
pensieri volatili, da valori incoerenti. Ostentato per anni, riproposto non
senza successo durante la campagna elettorale, esso non dà i frutti che
promette e non si cura di tener fede alla parola data.
Senza tema di smentirsi, l’anticomunismo della Casa delle libertà mette in
luce questioni irrisolte della sinistra ma anela in verità ai vecchi equilibri
europei, così comodamente garantiti da muri, fili spinati,
carceri di popoli, divieti di circolazione per merci, idee, persone. Inveire
contro il comunismo può essere una tattica elettorale vincente, ma non per
questo comporta una conoscenza delle realtà totalitarie che hanno regnato a Est per
decenni, dei debiti che l’Occidente ha contratto
verso nazioni scandalosamente svendute a Stalin nel negoziato di Yalta, dei
totalitarismi etnici che tornano a minacciare lo spazio europeo di civiltà. Non
a caso gli uomini di Berlusconi si ostinano a parlare di allargamento, e più precisamente di allargamento dei
mercati: il sospetto non
li sfiora che si tratti di una riunificazione, e non di un’opzione bensì di un
dovere.
E’ come se i tedeschi della Repubblica federale, nell’89, avessero potuto
scegliere o non scegliere il ricongiungimento con i 17 milioni di tedeschi
sequestrati a Est. Sapevano di esser costretti moralmente a farlo, e vissero l’unificazione
come compito prioritario del dopo-guerra fredda. L’Europa in via di mutazione
non è una Casa delle libertà. E’ la promessa di una società aperta anche se educata
all’au tolimitazione, è una libertà che non se ne sta chiusa in casa. Fu Gorbaciov a
parlare per primo di Casa Europea, quando sperava di salvare il comunismo e di separare il vecchio
continente dall’America. Che tale sia il compito prioritario anche per l’Europa lo sanno bene gli ex
dissidenti, che il comunismo lo hanno combattuto con forte coscienza dei valori
da difendere, o resuscitare: uomini come Vaclav Havel presidente della
Repubblica Ceca, o Bronislaw Geremek ex ministro degli Esteri polacco, che nella
battaglia hanno pagato duri prezzi personali.
Per ambedue, l’allargamento dell’Unione è stato già troppo dilazionato,
avaramente soppesato, a lungo negato, con conseguenze peraltro nefaste sulle società postcomuniste e sulla loro vocazione a sconnettere
libertà, responsabilità, cultura della solidarietà sociale o etnica. Sono
società che cominciano ormai a nutrire dubbi sull’ingresso in Europa, a
calcolare anch’esse i pro e i contro, a temere la perdita di una sovranità
così faticosamente riconquistata, appena assaporata, e destinata a scomparire
di nuovo: chi è più in malafede, a Est ma anche a Ovest, vede nell’Unione
una riedizione della dottrina Breznev, limitatrice arbitraria e violenta delle
sovranità. Il fastidio nei confronti di un’Europa sovrannazionale che si
intromette negli affari dei paesi membri, che medita sul diritto-dovere di
ingerenza, che demistifica gli idoli delle sovranità inviolabili, che introduce
una più sana divisione fra Stato e nazionalità, accomuna anti-europei come
Vaclav Klaus a Praga, numerosi dirigenti in Ungheria, e - in Italia - politici
come Tremonti o la Lega di Bossi, che non esitò a militare in favore delle
guerre razziali di Milosevic.
E’ un sentimento che non ha nulla a vedere con l’esperienza politica di
Havel o Geremek, e con la memoria della battaglia antitotalitaria che i
dissidenti hanno incarnato: battaglia che continua, essendo il comunismo una
delle tante forme assunte dal totalitarismo, dai messianesimi nazionalisti, o
dall’integralismo pseudoreligioso. Gli uomini di Berlusconi hanno a proprio
fianco gli avversari francesi della sovrannazionalità, siano essi di sinistra o
di destra. Hanno come alleati obiettivi l’estremismo comunista in Francia o
Italia, e in genere possono contare sull’appoggio di tutti coloro che
considerano la guerra Nato in Kosovo come una parentesi felicemente chiusa,
dunque irripetibile.
Che sono contrari a un diritto europeo basato sul diritto-dovere d’interferenza,
e hanno timore di nuovi progressi costituzionali dell’Unione che convalidino e
estendano tale diritto. La diffidenza verso una celere riunificazione dell’Europa
è in sintonia con il silenzio consenziente dell’Unione sui crimini di Putin
in Cecenia. Prodi vuol ottenere che il nostro commercio con la Russia avvenga in
euro, il che sarebbe un avanzamento simbolico sicuro. Ma questo incorporamento
di Mosca nel destino europeo non comporta politiche più esigenti sulla
violazione dei diritti umani.
D’altronde perfino le dichiarazioni di Tremonti sono state accolte con
condiscendente tiepidezza a Bruxelles, se si esclude un breve accenno del
commissario Monti ieri a Cernobbio. Le congratulazioni del presidente della
Commissione, all’indomani della vittoria del centro-destra il 13 maggio, non
sono state seguite da moniti severi dopo le prese di posizione sull’allargamento,
come probabilmente sarebbe stato opportuno. L’Italia ha ricevuto assicurazioni
a proposito delle sovvenzioni, e ancora una volta economia e denaro hanno
prevalso sull’impegno etico-politico e sull’invito a osservarlo. E’ il
motivo per cui non è facile vedere in Berlusconi un anticomunista autentico.
In una conferenza a Bratislava, l’11 maggio, il Presidente della Repubblica
Ceca ha accusato l’Europa di cedimento nei confronti di Mosca, ha chiesto alla
Nato e all’Unione di inglobare al più presto le tre nazioni baltiche, e ha
ribadito una sua convinzione radicata: le nazioni democratiche, se vogliono
parlare con una voce e pesare, non possono limitarsi all’unità dei mercati,
delle monete. Devono individuare e presagire le avversità, contro cui lottare.
Devono dire contro chi e per quale idea di civiltà intendono proteggersi.
«Un progetto politico ha sempre bisogno di un nemico», ha detto Geremek nella
stessa riunione di Bratislava, «solo che bisogna saperlo scegliere: il più
grande errore sarebbe attribuire all’America simile ruolo». Un’Europa che
dovesse mancare l’appuntamento della riunificazione correrebbe il rischio di
avere ai confini centro e sud-orientali una serie di Stati semisovrani,
costretti a agire secondo gli schemi ottocenteschi della balance of power: sempre dipendenti dall’equilibrio di forze tra nazioni
regionali egemoni, sempre impauriti dall’invadenza della Russia. Se non si
occuperà degli europei appena liberati dal comunismo - quindi anche di Ucraina,
di Lituania, della Lettonia, dell’Estonia - vorrà dire che avrà dimenticato
i punti più bui del proprio passato.
Avrà dimenticato l’imperialismo russo, che ancora si esercita sotto mentite
spoglie nel Caucaso o in Georgia. Avrà dimenticato l’accordo Hitler-Stalin,
grazie al quale Mosca poté incamerare i baltici indipendenti. E non solo avrà
scordato le peripezie di ieri. Di fatto, avrà legittimato ex post i misfatti
dei totalitarismi, compreso il trattato nazista-sovietico. I capi del
centro-destra italiano hanno appoggiato errori vistosi dell’America di Bush -
la rinuncia alle intese di Kyoto e la conseguente rottura del patto di
solidarietà con le generazioni future - ma poi non hanno mosso un dito quando
gli Stati Uniti, il 3 maggio, sono stati esclusi dalla Commissione Onu dei
diritti dell’uomo: la stessa Commissione che accoglie Sudan, Cina, Russia.
Senza l’America non avremmo avuto né la prima né la seconda Liberazione, e
nessun occidentale sarebbe intervenuto per riportare a casa i deportati del
Kosovo o della Bosnia. Non avendo appreso alcunché a proposito del
totalitarismo e della storia d’Europa, non si vede perché agitare ancora la
bandiera, inconsistente, dell’anticomunismo. E’ una parola che almeno in
Italia ha un suono inadeguato, oltre che del tutto specioso.


La Repubblica del
27/06/2001
di
Stefano
Benni
Tutta colpa di Pompilio
Numa
Gentile elettore, che con lungimiranza mi
hai eletto presidente del consiglio, devo comunicarti che l'attuazione del
programma sotto il ministero del controllo dell'attuazione del programma e
grazie all'impegno della commissione interministeriale della verifica del
controllo dell'attuazione del programma, è a buon punto.
Purtroppo, per ragioni indipendenti dalla nostra volontà, non potremo abbassare
subito le tasse. I precedenti governi comunisti mi avevano nascosto un buco di
settantamila miliardi. Me ne sono accorto entrando a Palazzo Chigi, la voragine
era abilmente nascosta sotto un tappeto e per poco non ci cadevo dentro. Ho
subito allertato Tremonti e Lunardi. Tremonti ha subito varato un decreto
Tremonti-bis che esenta dalle tasse gli imprenditori che costruiscono capannoni
sopra un buco. Lunardi ha subito mandato le ruspe e ha riempito il buco d'acqua.
Inoltre ho scoperto un altro grave ammanco che i comunisti mi aveva tenuto
nascosto. Molti anni fa tale Giuseppe Garibaldi, attivista rosso antifederalista
si è recato in trasferta nel Sud, con una corte di amici al seguito. Ebbene,
ora risulta che non è stato pagato il nolo della nave e c'è anche una fattura
per mille, dico mille camicie da lavare.
Montezemolo ci mette un mese a consumarne tante. Come posso sanare il bilancio
se adesso salta fuori quanto è costato riunire Nord e Sud, e soprattutto chi lo
dice a Bossi? In quanto a Bossi, lungimirante elettore, non c'è da temere per
la sua lealtà.
Mi ha giurato che a Pontida ha detto che
a Roma non ha giurato come italiano ma da padano, subito dopo a Roma mi ha
giurato che a Pontida lui ha giurato da padano ma come italiano. Ma le mie
maggiori preoccupazioni sono per il G8. Il Sisde mi ha informato che i centri
sociali stanno progettando un attacco sottomarino, e che nei centri sociali di
Marghera sono stati trovati cinquanta costumi da tonni. La Cia sostiene che a
Marghera sono talmente abituati a respirare gas, che potrebbero benissimo
respirare sott'acqua. E io ci credo ai servizi segreti, perché vivono come me
in un perenne conflitto di interessi: sanno sempre prima chi sta per mettere le
bombe ma non dicono mai dopo chi le ha messe. Per fortuna l'efficiente Scajola
mi assicura che la situazione è sotto controllo, basta che gli spieghi dov'è
Genova. In quanto ai miei alleati, mi danno un sacco di problemi. Fini vuole
rimpastare il consiglio di amministrazione della Rai.
Io sarei favorevole al rimpasto, il problema è che dopo lui li vuole mettere in
forno. D'Amato vuole un Tremonti - ter perché il reato di falso in bilancio sia
depennato in "contabilità creativa". Buttiglione mi ha presentato la
sua moderna riforma della scuola: confessionali al posto delle cattedre.
Kissinger vuole assistere al G8 con un fucile dal terrazzo di un albergo. In
questo momento, inoltre, mi giunge notizia che c'è un buco nelle tubature di
una mia villa in Sardegna, e l'idraulico ha fatto un preventivo di quaranta
miliardi. Potrò calare le tasse solo del tre per cento, ma abbi fiducia,
lungimirante elettore. Ho mai mentito?
* * *
Paziente elettore, devo dirti che non è facile lavorare sotto la spada di
Pericle del passato comunista del paese. È tutto da rifare, ma le grandi opere
stanno partendo. È avviata la ristrutturazione di Arcore, Lunardi sta
costruendo per me un nuovo bunker e una piscina, anche se per il momento è
difficile distinguerli. Il palazzo di Giustizia di Milano sarà trasformato in
un parcheggio sotterraneo, e il consiglio di amministrazione Rai verrà nominato
da tre saggi scelti da Pera, i nomi sono Williams, Passacrassana e Abate Fetel.
I comunisti dicono che è un trucco, ignoranti, non conoscono la filosofia. Sono
inviperiti perché io continuo a scoprire le loro magagne. Ho qua una lista di
strade romane completamente rovinate e dissestate. I colpevoli sono alcuni
ingegneri dello staff di Rutelli, di nome Pompilio Numa, Marzio Anco e Ostilio
Tullio. Ho dato ordine alle toghe verdi, un nuovo corpo privato che mi ha
suggerito Castelli, di indagare su questo scandalo.
Intanto Lunardi e Marzano hanno scoperto il modo di risolvere il problema delle
gallerie invase dall'acqua. Basterà trasformarle in canali navigabili. Il
problema è di convincere a galleggiare i treni e soprattutto le maestranze
schiave dei sindacati. Sul G8 le notizie sono drammatiche. I contestatori
vogliono prendere come scudi umani i poliziotti, addirittura i più estremisti
sarebbero disposti a sposarli. Ma c'è di peggio. Sembra che Bin Laden, in
seguito a una plastica facciale sia diventato uguale a Bush e cercherà di
introdursi nel vertice. Il solo modo di distinguerlo dall'originale è l'alito,
Bin Laden non beve. Inoltre il Kgb mi ha telefonato che i centri sociali
napoletani hanno scoperto una marijuana antigravità e potrebbero levitare e
colpire dall'alto come giganteschi piccioni. I miei alleati continuano a
assediarmi. Agnelli vuole una legge che proibisca di cambiare le gomme delle
auto, il carro Aci porterà direttamente un'auto nuova. D'Amato, l'accattone
più ricco d'Italia, vuole un Tremontiquater per premiare gli imprenditori che
investono in evasione fiscale. Formigoni vuole dare un milione a chi consegna
subito tutti i preservativi. E proprio ora mi giunge la notizia che un certo
Brenno pretende dell'oro per una vecchia faccenda con Roma e Rutelli. Paziente
elettore, di fronte a tutto questo, non potrò momentaneamente ridurre le tasse.
Sii comprensivo e assolvimi, è di moda.
* * *
Perplesso elettore. Ho scoperto un buco di settanta miliardi nel tesseramento
della P2. Con la scusa che da anni dobbiamo dire che non esiste più, nessuno
paga le quote. Per fortuna abbiamo anche le buone notizie. È a buon punto la
privatizzazione della magistratura, ognuno potrà scegliere il magistrato da cui
farsi giudicare. Anche la riforma dell'istruzione mi dà grandi soddisfazioni.
La nuova scuola pensata dal trio ButtiglioneMorattiBossi è già pronta. Tra una
lezione e l'altra, invece dell'intervallo ci saranno degli spot. Si potrà
pisciare solo per email. Verranno introdotte nuove bellissime materie: Internet,
impresa, capannoni, Grande Fratello e storia della Madonna di San Luca. Bossi e
Storace mi hanno sottoposto le prime revisioni del libro di testo. Ho degli
esempi bellissimi. Ora la Divina commedia inizia col verso "nel nord del
cammin di nostra vita". Abbiamo reso Leopardi più moderno e televisivo,
con "la valletta vien dalla campagna". La cavallina storna di Pascoli
viene abbattuta prima di fare i nomi.
Le notizie sul G8 invece sono sempre più preoccupanti. Sembra che i centomila
contestatori di Genova vogliano sapere dove bere e mangiare. Non c'è limite
all'avidità della sinistra. Hanno minacciato di mangiare i pinguini
dell'acquario e di usare i poliziotti come hamburger umani. Il Sifar mi dice che
c'è il rischio che attacchino dalle fogne, abbiamo dovuto sostituire tutti gli
sciacquoni dei water con dei mortai. Inoltre ieri a Arcore, sono entrato in
bagno, e seduto sulla tazza c'era Bin Laden. Ha detto con aria strafottente
"e allora, non si bussa ?". Era lui, l'ho riconosciuto, e non dite che
farnetico.
Ho scoperto un buco anche in uno dei miei maglioni di cachemire e ne ho chiesto
uno di ricambio a D'Alema, ma me l'ha negato, secondo me si è messo coi
comunisti, maledetto bipartisan. Intanto Accattone D'Amato mi ha chiesto un
Tremonti five per esentare dalle tasse gli imprenditori tout court, e io ho
detto sì, così almeno la facciamo finita. Scajola si è perso a Sestri
Levante, Kissinger vuole fare un golpe in Romagna, le Fiamme Rosse della finanza
si permettono di perquisirmi gli uffici. In questa situazione di crisi sono
costretto ad aumentare le tasse del quindici per cento. Guai a voi, però, se
dite che non rispetto il contratto, prendetevela con Pompilio, Ostilio,
Garibaldi e Brenno. Sul conflitto di interessi giuro che risolverò tutto prima
delle ferie. Purtroppo ho tanto da lavorare che non potrò fare ferie fino al
2008. Cosa posso farci? Che io dovessi governare l'Italia era scritto, anzi
prescritto.

La Stampa
a cura di Barbara Spinelli
Il cieco e la tempesta
30 settembre 2001
Ancora non sappiamo se il premier italiano abbia
chiaro in mente quello che è successo l'11 settembre sui cieli di Manhattan: la
conoscenza di sé e della propria mortalità, che l'intero Occidente ha
sperimentato e che l'America ha conosciuto per la prima volta; la rivelazione
che l'attentato terrorista ha rappresentato per le democrazie liberali.
Rivelazione di un avversario senza volto, senza discorso, che è figlio dei
nostri nichilismi e che solo in apparenza è esterno. Rivelazione di un Golem -
Bin Laden oggi, i suoi eredi domani - che l'insipienza occidentale ha fabbricato
con le proprie mani, esattamente come il professor Frankenstein fabbricava
mostri votati a distruggere il loro stesso creatore.
Tutte queste cose sembrano ignote a Berlusconi, e
poco importa se una parte di italiani approva quel che ha detto a proposito
della superiorità della nostra civiltà e dell'occidentalizzazione del mondo.
Nella democrazia rappresentativa il politico è eletto per pensare più lontano
dell'elettore, e precisamente questo compito il Premier fatica a assumere. Il
compito di guidare la nave come un capitano che conosce le acque e i venti, e sa
come condursi quando arriva il tifone. Nel mezzo del tifone il capitano italiano
ha parlato come se l'11 settembre non fosse esistito, sotto forma di sfida al
pensiero forte. Ha parlato come uno statista che nel '14-18 avesse finto, per
abulia, di vivere nel 1910. Quel che sembra non aver afferrato, in prima linea,
è la dimensione della minaccia: la sua natura insidiosa, non identificabile con
una religione o una ideologia di destra o sinistra. Il desiderio del terrorista
contemporaneo è di distruggere per distruggere, di disfare tutto quel che in
Occidente è vitale.
L'energia che lo anima è nichilista prima ancora
di esser musulmana: può ricorrere alla frenesia religiosa, ma al tempo stesso
sa scegliere complici assai secolari nell'Occidente dove vive a nostro fianco.
Il folle di Dio è anche esperto in finanza e paradisi fiscali, è connivente
con mafie, commercianti di armi e di droghe. E' una delle lezioni dell'11
settembre: le forze che vogliono demolire sono state assai più rapide a
globalizzarsi, trasgredendo leggi e frontiere, delle forze edificatrici che si
proponevano una mondializzazione già tronfia di sé prima di esistere. La
vittoria ottenuta con il crollo del comunismo in Europa e Russia aveva generato
l'illusione che la storia fosse felicemente finita, che il mercato globalizzato
fosse incompatibile con i dispotismi, che le democrazie non fossero più esposte
a pericoli. Berlusconi non si è accorto del disastro, e ha continuato a fare e
dire come se il mondo si fosse fermato poco prima dell'11 settembre.
Non si è accorto che la storia gli passava
accanto, tragica. Che urgeva far fronte non solo con le armi e gli attestati di
fedeltà all'America, ma anche con la mente: ripensando la civilizzazione
occidentale, i secoli che abbiamo alle spalle, le lezioni che essi impartiscono.
Il rifiuto della memoria vigile è l'arma dei fanatismi - religiosi o
secolarizzati - ma anche le democrazie ne possono essere affette e Berlusconi
simboleggia ormai tale patologia fatta di smarrimenti, dimenticanze, confusioni
di epoche. Altrimenti non avrebbe, nelle stesse ore, proclamato la superiorità
della cultura d'Occidente rispetto alla musulmana, e tentato di imporre una
legge sulle rogatorie che complica immensamente le domande che i magistrati di
uno Stato sovrano rivolgono a colleghi stranieri, nelle inchieste concernenti il
riciclaggio del denaro, i paradisi fiscali, la corruzione, dunque anche il
terrorismo internazionalizzato.
L'uomo del 1910 ritiene immortale la supremazia
della propria civiltà e nello stesso momento le scava la fossa, nella breve
illusione di proteggere se stesso o Previti o Dell'Utri dal giudizio delle corti.
Sull'Islam apre una tavola rotonda culturale nel momento in cui forti componenti
di quel mondo si sentono tradite dall'uso che i terroristi fanno della religione
musulmana. E anche sulla magistratura va controcorrente, rendendo difficile
un'attività più che mai preziosa nella lotta al terrorismo, ma impensabile
senza l'internazionalizzazione di una giustizia sburocratizzata. Berlusconi non
sa quello che difende, quando difende i Lumi. E' con la forza indolente
dell'oblio che guarda il mondo ferito da un atto di guerra che ha illuminato le
menti di tanti, non la sua. Dichiarando superiore la cultura occidentale, egli
non si limita a dimenticare quello che i civili musulmani hanno sofferto a causa
dei fanatismi nichilisti: in Kosovo o in Algeria, in Cecenia e nello stesso
Afghanistan. Dimentica qualcosa di non meno essenziale: l'orrore di sé che
caratterizza la civiltà europea, alla luce dei disastri prodotti dalla sua
storia. I primi a spezzare i tabù civilizzatori siamo stati noi, con un
antisemitismo sfociato nelle camere a gas, e le immagini di Manhattan distrutta
non sono senza legami con Auschwitz: nel mondo unificato del crimine abbiamo ormai i nostri imitatori, fanatizzati, e Clausewitz aveva ragione: "Una
volta abbattute le barriere del possibile, operanti fin qui nel nostro inconscio,
è difficile ricostruirle".
L'Unione europea nacque per questo, dopo il '45.
Così grande era lo spavento causato dalle iperpotenze sovrane degli Stati, che
un gruppo di paesi decise di privarsi di parte del proprio potere per
esercitarlo in comune, procedendo a una seconda storica separazione dopo quella
fra fede e politica. La separazione fra Stati e nazioni, fra sovranità e
patriottismo, nacque dalla coscienza di un immane vizio più che da una virtù
superiore. Ci sono momenti, e questo è uno, in cui non basta la capacità che
avevi un minuto prima della tempesta: capacità del magnate televisivo o del
tecnico, dell'industriale fortunato o del conquistatore di consensi. Occorre
quell'ingrediente in più che fa di te un punto di riferimento, un leader. E
questo ingrediente è venuto a mancare nel premier.
Quest'ultimo accusa l'opposizione interna ma
forse non sa che fuori Italia è proprio questa incapacità che crea
inquietudine. Inquietudine visibile in Francia, per i rapporti che Parigi ha con
i paesi arabi, ma non meno intensa in Germania e Inghilterra. Le fonti europee
che abbiamo interpellato, e che non possiamo citare, sono preoccupate e si
domandano: cosa ha in mente Berlusconi, cosa vuole in Europa? Che programma ha e
che partito è esattamente Forza Italia? Essendo un uomo del mondo
imprenditoriale, Berlusconi "non può avere un'autentica visione della
società nazionale e ha dunque bisogno di un politico di professione, come
assistente-consigliere": ma chi è il vero consigliere? E come può essere
consigliato un uomo che adopera bene gli strumenti per divenire un politico, ma
che ancora non possiede l'arte per esserlo? Nei vertici internazionali, egli
prende la parola per dire sempre la stessa cosa: "Parla come se tenesse un
comizio in una cittadina italiana", mi è stato detto, "per dire che
ha liberato il paese dai comunisti e che finalmente l'Italia è parte integrante
della Nato e del G-7". "E l'unica variante - mi dicono - è
determinata dal luogo in cui parla". Contrariamente a quel che si può
pensare, ambedue gli incidenti della nostra politica governativa attengono ai rapporti internazionali. E il presidente del Consiglio non può - per il
solo fatto che è stato eletto - ignorare il controllo cui è costantemente
sottoposto all'estero.
Il compito di divenire consapevole di questo,
senza inalberarsi stizzito e contrattaccare in casa, non spetta solo alla sua
persona, o alla sinistra. E' un compito che grava anche sui suoi deputati, sui
suoi ministri, su Forza Italia, sui partiti del centro-destra. Il dovere di
ribellarsi a scelte sbagliate non può essere qualcosa che si impone solo nelle
dittature come la Serbia o l'Afghanistan. L'uomo del 1910 pensava che il mondo
fosse eternamente tranquillo, invulnerabile. Il commercio fioriva, le ricchezze
si accumulavano, e l'Europa sperimentava la sua prima mondializzazione, gioiosa
e ingannevole come quella precedente l'11 settembre. Sarebbe grave che i suoi
politici ripetessero all'alba del 2000 il medesimo errore commesso agli esordi
del Novecento.


La Stampa
L'Italia sotto sorveglianza
9 dicembre 2001
di Barbara Spinelli
La maggior parte dei ministri europei giudica incomprensibile
la posizione di Berlusconi sul mandato di cattura europeo.
Il segnale che viene in questi giorni da Roma è talmente
incompatibile con l'idea che in politica ci si fa della decenza, che altra via
non c'è se non quella di esprimersi con un aggettivo che denota stupefazione,
sgomento: com'è possibile che le inquietudini private del Premier cancellino
d'un sol colpo una tradizione di europeismo che in Italia ha radici antiche, e
che la maggioranza favorevole al governo accetti il mandato di cattura per i
reati di terrorismo, di traffico d'armi e stupefacenti, di abuso sessuale contro
i minori - ma escluda reati come la corruzione, la frode, il riciclaggio del
denaro sporco, il ricatto a fini di estorsione, la falsificazione di documenti
per il commercio, il traffico finanziario illecito (per non parlare del razzismo,
del commercio illegale di sostanze nucleari, del rapimento, della privazione di
libertà, della presa di ostaggi, dei dirottamenti aerei, del sabotaggio)?
Non sono crimini da poco, ma elementi essenziali di una
civiltà che rispetti le leggi. Il legame fra terrorismo e reati finanziari è
diventato più che mai palese dopo l'11 settembre, lo stesso Presidente Bush
insiste perché l'Unione adotti tempestivamente provvedimenti su ambedue i
fronti, e questo spiega lo sbigottimento europeo di fronte al no italiano.
È la straordinaria leggerezza che colpisce e stupisce, è il
provincialismo di un governo che non sembra essersi accorto della svolta
impressa dagli attentati di Manhattan. Ed è la sicurezza impudente con cui il
Presidente del Consiglio sembra difendere suoi interessi privati nel mezzo di
una tormenta internazionale di vaste proporzioni.
L'aggettivo incomprensibile è solo in apparenza blando. In
realtà gli europei guardano alla politica italiana, e non credono ai propri
occhi. Forse è vero, si dicono, che Berlusconi blocca il mandato di cattura - e
intralcia la cooperazione giudiziaria europea con rogatorie rese più complicate
- perché personalmente assediato dai fantasmi del giudice spagnolo Garzón e di
altri giudici europei severi sulla corruzione.
Forse il nostro Premier non è un uomo libero, forse è
prigioniero di qualcosa o qualcuno. Altrimenti non avrebbe confessato così
candidamente agli ambasciatori europei, a Roma: «La persecuzione di Garzón nei
miei confronti è la riprova di quanto sia difficile un consenso italiano al
mandato di arresto europeo».
Nei giorni scorsi un giudice francese, Jean de Maillard, ha
invocato in un articolo intitolato Berlusconi, vergogna d'Europa, una sanzione e
un maggiore controllo europei. Ma di fatto l'Italia è già sotto sorveglianza.
Non è una sorveglianza formale come fu quella per l'Austria.
Ma a ben vedere è qualcosa di più: è la minaccia di esclusione da un nuovo,
vitale sviluppo dell'Europa. Se i sospetti comunitari non sono fondati,
Berlusconi avrebbe potuto di chiarirlo. Se Garzón non costituisse per lui un
temibile spettro, avrebbe corretto gli ambasciatori.
Non ha fatto né l'una né l'altra cosa, e precisamente questa
sua indifferenza al parere altrui getta i suoi colleghi nello sgomento. È
un'indifferenza giudicata insolente, leggermente impudica, e pericolosa. Quasi
troppo impudica e palese per essere vera, e per questo ci si limita a dire in
Europa: «La cosa risulta incomprensibile».
Il ministro Bossi, mentore del ministro della Giustizia
Castelli, è giunto sino a ironizzare sulla nazione belga che assicura la
presidenza di turno dell'Unione: «Pare che la pedofilia sia un prodotto tipico
del Belgio - ha detto - ma noi siamo padani e ci piacciono i prodotti tipici
della Padania». Commenti analoghi a proposito dei governanti di Bruxelles
vennero fatti da Haider, durante le sanzioni: una similitudine che stona.
È come se in questi giorni un velo fosse stato strappato, sui
dirigenti del paese: c'è qualcosa di marcio, nel regno dell'Italia
berlusconiana. Qualcosa di troppo enorme, per poter essere veramente compreso.
Qui c'è un uomo che si comporta come qualcuno la cui sopravvivenza sia in gioco:
quasi fosse posseduto da un demone che non sa dominare.
L'aggettivo incomprensibile è indulgente solo in apparenza,
come si è constatato: in realtà è condanna crudele. Quel che fanno i nostri
responsabili non ha nulla a che vedere con il senso comune, né con le difese
strenue degli interessi nazionali che costellano la storia della Comunità. C'è
qualcosa di più, e questo qualcosa è inquietante perché misterioso, e
patologicamente personale.
Il rifiuto italiano non è paragonabile ai veti passati di
Parigi o Londra, e il ministro della Giustizia Castelli non sa probabilmente
quello che dice quando si sforza di minimizzare: «Nessun dramma, l'Italia
resterà fuori come l'Inghilterra è restata fuori dall'Euro».
L'Occidente e l'Unione sono in stato di guerra, da settembre.
Sono decisi a agire contro la corruzione e le mafie, su spinta della Commissione
Prodi, perché hanno infine capito il legame tra terrorismo, corruzione,
paradisi fiscali. Blair stesso, che è stato all'avanguardia nella battaglia
contro il terrore, ha riscoperto l'importanza dell'Europa, e ha parlato -
all'università di Birmingham il 23 novembre - di «tragedia britannica delle
occasioni perdute».
Londra sta mutando, da quando le democrazie sono ferite
dall'evento-Manhattan: e il premier laburista non è certo ancora un federalista
ma è significativo che abbia citato ripetutamente Jean Monnet, fautore di
un'Europa sovrannazionale e inviso in Inghilterra.
Qualcosa si muove in tutta l'Europa, dopo l'11 settembre. Sono
l'Italia fa eccezione - l'Italia che ha sempre favorito un'estensione del voto a
maggioranza, istituzioni più sovrannazionali - e questa novità mina già oggi
la nostra forza, quale che sia l'esito dei negoziati con l'Unione.
È la prima volta che Roma dice no perché rimasta indietro. E
questo nonostante l'esistenza di un'occasione preziosa: quella di accelerare la
nascita di un codice penale europeo - dunque di armonizzare i codici giuridici,
come chiesto da molti - ma partendo dalla piena e preliminare adesione al
mandato di cattura.
Quel che accade fuori casa deve essere davvero indifferente a
Berlusconi, se i suoi ministri puntano i piedi con tanta foga. È quello che si
comincia a dire a Bruxelles come a Parigi, Bonn, Londra, Madrid. Berlusconi ha
qualcosa da nascondere: questo il sospetto che circola, e non è una
cospirazione della sinistra. Le voci su una possibile dimissione di Ruggiero
accrescono il malessere.
Non sarebbe un semplice rimpasto, ma un ulteriore sipario
strappato: se il ministro degli Esteri rinuncia alla carica, allora vorrà dire
che l'Italia non ha quella credibilità che la sua cooptazione intendeva
certificare. «Nessun dramma: l'Italia resterà fuori». Si è visto che questa
sia l'opinione di Castelli, e d'altronde l'intera Lega la pensa così.
Nonostante la presenza di Ruggiero nel governo, Bossi non
nasconde la propria ostilità a un'Europa che con la moneta e la Carta dei
diritti avrebbe già sciaguratamente «distrutto le sovranità nazionali». Che
intensificherà tale distruzione quando si doterà di un testo costituzionale e
di un esercito comune.
Quando verrà l'ora paventata di una procura europea non vi
sarà secondo lui un'Europa più civile, bensì il «trionfo di una burocrazia
statale apolide, in preda alle sinistre e alla massoneria». Nel pronunciare
l'autocritica di Birmingham, Blair ha ricordato come la vera sovranità non
possa ridursi a questo: al «diritto di dire no a tutto quel che si fa». E ha
preannunciato una correzione di rotta, benvoluta dalla Germania sempre più
federalista di Schröder e Fischer.
Vero e proprio ispiratore di idee e di azioni dopo l'11
settembre, il Premier si batte oggi per uno spazio giudiziario europeo. Ovunque
occorrerà riformare prima la giustizia - e particolarmente in Italia - ma verso
quello spazio si vuole andare. Blair non è l'unico a pensare che l'Europa si
trovi di fronte una sfida somigliante a quella dell'89, quando cadde il Muro:
allora fu varato l'euro, e anche adesso occorre che le democrazie divenute
vulnerabili traggano le conseguenze e si uniscano.
In Europa questo vuol dire: esercito, decisioni collettive
più spedite, e creazione di uno spazio giuridico sovrannazionale che sia al
riparo da interferenze politiche o diplomatiche, prendendo come modello
l'indipendenza conquistata della Banca centrale europea grazie alla
soprannazionalità della moneta. È una strada obbligata, per far fronte
all'asimmetria che esiste tra forze distruttrici e edificatrici della civiltà
in cui viviamo: le prime infatti sono oggi globalizzate, mentre le seconde sono
tuttora suddivise in compartimenti stagni nazionali.
E questo senso di urgenza Berlusconi trascura spettacolarmente,
al punto che gli europei sono disposti ad aggirare l'ostacolo e a rompere la
regola dell'unanimità: se necessario, si voterà a maggioranza sul mandato di
cattura e l'Italia sarà messa in minoranza. Anche paesi affezionati
all'unanimità sono favorevoli a tal gesto, come Francia Inghilterra e Spagna, e
da molti punti di vista è auspicabile che questo ribaltamento del metodo di
decisioni accada sul serio, al vertice di Laeken il 14 dicembre. Ne
guadagnerebbero tutti - l'Unione e gli Stati che resistono al terrorismo.
L'unica a patirne sarebbe l'Italia, e sarebbe un'amara ironia
della sorte: è ormai mezzo secolo che essa di batte per un Europa
sovrannazionale, capace di decidere a maggioranza. Un'antica tradizione di
europeismo - un patrimonio lasciato in eredità a democristiani e liberali, che
potrebbero esprimersi all'interno della maggioranza e collegarsi a un partito
popolare europeo che redarguisce Berlusconi - sarebbe compromessa, ridicolizzata.
Sicché non è facilmente aggirabile, la verità di questi giorni: non è un
servizio alla nazione, e non è un servizio alle tradizioni del centro-destra
storico, la politica perseguita da Berlusconi in nome di imperativi troppo
spesso oscuri, troppo spesso inquinati, e per forza di cose indecifrabili per i
più.


La Stampa
«Homo novus» e valori
antichi
13 gennaio 2002
di Barbara Spinelli
Non è la prima volta nella storia che l’Italia, con i suoi
tumulti e sussulti, sperimenta disordini e malattie che non sono ancora
condivisi dal resto del continente, ma che prefigurano disagi che il continente
potrebbe presto conoscere.
La vasta crisi della diplomazia nazionale, il perturbamento
che affligge con crescente intensità la giustizia: in ambedue i casi siamo di
fronte a un marasma di istituzioni che sono cruciali per la vita politica, ma
che d’un tratto sembrano aver perduto la forza, la capacità di
auto-riformarsi, la lunghezza di respiro che consente ai grandi corpi dello
Stato di camminare con le proprie gambe.
La conseguenze sono palesi. Le istituzioni così barcollanti
diventano preda di una nuova élite governante che non tollera la loro autonomia
e i loro poteri, e che si prepara a destrutturarle: facendo tabula rasa di
vecchie tradizioni, ridimensionando abitudini all'indipendenza di pensiero e
giudizio. L’inizio del 2002 non è avvenuto solo all'insegna dell’euro, in
Italia. E’ avvenuto all'insegna di due gesti significativi di Berlusconi, che
riguardano l’Europa futura e che di fatto mirano a restringere il suo campo d’azione.
A impedire che sull'euro si costruisca qualcosa di più
politico: un’entità istituzionale votata a decidere la politica continentale;
un’area giudiziaria capace di far fronte alla congiunzione globale fra
terrorismo e mafie finanziarie; una diplomazia che prepari questo passaggio
delicato della sovranità. Il primo gesto è stato la presa di possesso della
Farnesina: un ministero che Renato Ruggiero aveva sottratto alle consorterie
romane dei governanti, e aveva cautelativamente ancorato a un’Europa percepita
come garante non solo del progresso, ma della missione stessa del servizio
diplomatico, che è di «rappresentare la Repubblica» in senso lato, secondo
una norma del 1967.
Il secondo gesto è il tentativo di impossessarsi
politicamente della giustizia: rallentandone il corso con cavilli giuridici,
rendendo vieppiù difficili i processi dei governanti nazionali, impedendo anche
qui un'autonomia che l'Europa esige e intende proteggere. «La giustizia sono
io!» - «La diplomazia italiana sono io!»: ecco come Berlusconi reagisce all’idea
di edificare, accanto all’euro, una giustizia europea e una politica estera su
scala continentale. Rivelatore il commento di Berlusconi alla relazione del
procuratore generale Favara: auspicando rapporti più normali «tra poteri dello
Stato e ordine giudiziario», venerdì in tv, ha implicitamente negato che la
giustizia sia essa stessa un potere dello Stato.
Il caso italiano costituisce un’anomalia, nell'Unione. Ecco
un homo novus della politica - per metà imprenditore per metà statista - che
avendo problemi sempre più acuti con la giustizia ha deciso di rivoluzionare
istituzioni con radici antiche nello Stato nazione, e di profittare della loro
attuale debolezza per dirigerne i pensieri, le consuetudini, le opere. Tutto
questo lo chiama: nuova arte di governo, in un mondo divenuto totalmente
instabile e nella cornice di uno Stato che perde porzioni sempre più ampie di
sovranità, e le cui principali istituzioni (non solo Banca centrale e Economia,
ma anche Esteri e Giustizia) operano ormai su due palcoscenici in contemporanea,
nazionale e sovrannazionale.
In realtà non siamo di fronte all’elaborazione di una nuova
arte di governo. Siamo di fronte a uno scomposto sforzo di dominare eventi che solo
parzialmente è anomalo e che precorre sviluppi futuri. A seguito dell’euro
e dell’11 settembre l’Europa è a un bivio: esistere politicamente e
strategicamente oppure perire. La reazione istintiva del politico che voglia
fare carriera - e in questo Berlusconi è precursore - è di correre ai ripari
in due modi: accentrando le restanti sovranità nazionali in una sola mano, e
fingendo che non esista (per la moneta ma anche per la giustizia e la
diplomazia) una nuova doppia legittimità da conquistare, nazionale ed europea.
Di fronte a quella che viene vissuta come caotica irruzione
dell’ignoto, il politico dice a se stesso, sulla falsariga di Cocteau: «Visto
che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori». L’arte
del governo esige nuove culture, nuove separazioni di potere tra corpi dello
Stato. Nell’impossibilità di apprenderle ci si consola chiamando arte quella
che è una manifestazione di imperizia. L’imperizia non è solo di Berlusconi.
Tutta una classe dirigente è obbligata a pensare l’imprevisto universo
disordinato che abitiamo.
Tutto un establishment, e in particolare gli uomini e alleati
che circondano e consigliano Berlusconi, sono chiamati a pensare la difficile
combinazione tra rivoluzione delle istituzioni presenti e salvaguardia di quel
che del mondo di ieri ha valore duraturo: la separazione plurisecolare tra
potere politico e giudiziario, l’autonomia di giudizio e l'iniziativa
propedeutica del diplomatico classico.
E’ un peccato che la riforma avvenga sotto la guida di un
uomo indebolito dal processo per corruzione di giudici che lo vede imputato
accanto a Cesare Previti. Ma la riforma-rivoluzione deve avvenire comunque, e
non meno importante è un entourage pronto a condurre l'operazione, quale che
sia il verdetto dei giudici sull'affare Sme. La riforma-rivoluzione non è un
capriccio del presidente del Consiglio.
La metamorfosi è l'orizzonte di tutti gli europei, e il modo
in cui verrà fronteggiata in Italia non è senza peso per le esperienze che
faranno i paesi fondatori come per quelle in cui dovranno sobbarcarsi -
disciplinando sovranità appena riconquistate - i candidati dell'Europa centro
orientale. E’ una sfida che i critici di Berlusconi spesso non vedono: all’interno
della sinistra, della magistratura, della diplomazia classica. Quel che essi
constatano, infatti, è solo una parte della malattia: le mosse difensive di un
premier assediato da un processo che potrebbe concludersi presto con verdetti di
condanna, e che obbliga Berlusconi a ardue scelte: mettersi a disposizione della
giustizia oppure sottrarvisi, riconoscere l'attendibilità delle sentenze oppure
disconoscerle.
Quel che non vedono è la mossa disperata di uno statista che
controbatte al costituirsi di una sovranità europea accentrando i poteri sulla
propria persona, e illudendosi che per questa via sia possibile ottenere la
quadratura del cerchio: la piena partecipazione all'impresa europea e la
contemporanea, contraddittoria salvaguardia delle prerogative nazionali; una
diplomazia sovrannazionale e la metamorfosi della Farnesina in un pool di agenti
di commercio che si limitano a promuovere il made in Italy; l’istituzione di
uno spazio giuridico europeo che accrescerà l’autonomia delle inchieste e la
necessaria riforma di un potere - quello dei magistrati - che solo la politica
può compiere.
In ambedue i settori infatti - Giustizia e Esteri - Berlusconi
disvela difettosità e arcaismi tutt’altro che immaginari. E’ vero che la
giustizia è lenta e a volte politicizzata: che urge quindi riformarla, che la
difesa è sovente mal garantita, che converrà separare la magistratura
inquirente da quella giudicante. E’ vero che la diplomazia è antiquata, che
simula la sopravvivenza di sovrani che non hanno più il peso di ieri, che
spesso non sa che fare e non sa fare. E’ la risposta del premier che dovrebbe
creare malessere, non le sue questioni: una risposta rivoluzionaria, quasi di
sapore marxista, che nella giustizia come nella diplomazia vorrebbe spazzare via
tradizioni, valori accumulati lungo secoli.
Che in nome del Nuovo Mondo vorrebbe ricominciare da zero,
ignorando quel che di prezioso è contenuto nell’antico. Quando le sinistre
denunciano la regressione del premier e la manomissione della Farnesina
unitamente all'uscita dell’Italia dall’Europa; quando il vicepresidente del
Consiglio superiore della magistratura Giovanni Verde fa capire che l’unico
metodo per salvare la giustizia è di eliminare Berlusconi alle legislative;
quando il procuratore capo di Milano Borrelli invita a «resistere come sulla
linea del Piave»: vuol dire che siamo alle prese con dichiarazioni di
impotenza.
Con le proprie forze, tra un’elezione e l'altra e una guerra
e l’altra, nessun organo intermedio è suscettibile di riformarsi espellendo
le cellule corrotte. Come direbbe Tocqueville: quel che incombe minaccioso è un
deserto (e una diserzione) di quei poteri intermedi detti anche particolari
potenti. Sono poteri particolari di varia natura - giuridica, diplomatica,
giornalistica - che lungi dallo scomparire, diventano ancor più necessari in
una democrazia sempre più diretta, caratterizzata dal dominio delle
maggioranze.
Da questo punto di vista le iniziative monopolizzatrici di
Berlusconi sono una nemesi, successiva a omissioni e cecità dei predecessori
nelle classi dirigenti. Renato Ruggiero ha tentato in extremis un’europeizzazione
e una professionalizzazione della Farnesina, ma la sua vocazione europea ha
intimorito la maggioranza e il lavoro è incompiuto. Sono omissioni che ora si
pagano, ma che potevano e dovevano esser corrette prima e che possono ancor oggi
esser corrette. Le istituzioni nazionali non hanno saputo preservare i valori
antichi, adattandoli tempestivamente a un Occidente mutato.
Hanno creduto che l’euro costituisse un completamento
dell'unità europea, che la storia fosse finita, e che quindi che non restasse
più nulla di diverso da fare, nella giustizia, nella politica o nella
strategia. Hanno pensato che l’economismo dominasse ormai tutto, e non hanno
pensato che sarebbe venuto il momento - denunciato da Antonio Padoa Schioppa su
questo giornale - in cui economisti e imprenditori avrebbero perso interesse all’Europa,
e avrebbero addirittura intralciato l’estensione della sua unione alle
istituzioni politiche e alla giustizia.
In queste condizioni era difficilmente evitabile che facesse
apparizione l’homo novus. L’homo novus che non restaura affatto l’antico
ma inaugura una modernità patologica, in cui il politico è sostituito
dall'imprenditore, il diplomatico classico e lo stratega dal businessman, il
magistrato dalla longa manus del ministero della Giustizia, il servitore dello
Stato dall’amico-complice del sovrano dimezzato ma pur sempre governante


Le corna

democratiche
La Stampa 9 febbraio 2002
di Massimo Gramellini
Ci arrendiamo, Cavaliere. E chi ha più la forza di fare
satira su un padrone dell'universo ad interim che davanti alla crema della
diplomazia europea sventaglia indice e mignolo sopra la nuca del ministro
spagnolo per muovere al riso una manciata di scout al di là delle transenne?
Chissà il disgusto di Nanni Moretti, quando avrà visto le
immagini. E la divertita smorfia di superiorità dei tanti stranieri che nelle
corna presidenziali troveranno la conferma di certe loro radicate opinioni sulla
mancanza di decoro degli italiani.
Pudori di retroguardia? Il gesto di Berlusconi, che più che
alla scaramanzia di Leone si ispira alle gag di Boldi, è in realtà una spia
molto seria del nuovo modo di intendere la politica.
Intanto rivela che il premier, come ogni personaggio
televisivo, vive nell'ansia di piacere al pubblico ed è pronto a calpestare le
forme pur di elemosinare un sorriso, foss'anche soltanto da un gruppo di
ragazzini.
Ma dietro quelle corna ridanciane c'è soprattutto la caduta
di qualsiasi diaframma fra eletto ed elettore, fra comportamenti pubblici e
privati. Andreotti era mediamente più distinto di coloro che lo votavano o
comunque pensava di doverlo essere.
Berlusconi invece ama apparire identico ai suoi berluscones:
abile e spietato negli affari ma rilassato nei rapporti umani, che gestisce
senza intralci culturali, con l'orgoglio del parvenu impermeabile ai complessi
di inferiorità. Dal saluto romano alle corna: sessant’anni di democrazia non
sono passati invano.


La Stampa
Analisi di Barbara Spinelli
L'Europa di Berlusconi
29 giugno 2003
Da qualche tempo, la stampa internazionale e molti governanti
si mostrano inquieti, per quello che il presidente del Consiglio dice sul futuro
d’Europa. Non è solo in questione la sua posizione giudiziaria, o la lettera
che Berlusconi firmò alla vigilia della guerra irachena, assieme a otto capi di
Stato o di governo, in favore di Bush.
E’ questione dei suoi ripetuti appelli a un’Europa più
allargata ancora di quella presente, e in particolare della sua promessa a
operare perché tre nuovi Stati vengano incorporati nelle comuni istituzioni: la
Turchia, la Russia e Israele. Nell’Unione non si è fatto molto caso, finora,
a quella che sembra una parola disattenta più che un impegno. Ma in Israele e
Russia la parola di Berlusconi pesa, suscita interventi. Tanto più importante
è che Palazzo Chigi chiarisca il suo pensiero, fin dall’inizio del semestre
italiano di presidenza europea. E’ importante sapere se il nostro governo sa
con precisione quel che dice con concitata insistenza. Se intenda fare quel che
giura di volere. È importante conoscere l’idea che Berlusconi ha dei confini
dell’Unione, nello stesso momento in cui si batte per sottolineare nei
preamboli costituzionali le radici cristiane d’Europa, e se qualche idea
esista davvero attorno a tutte queste scabrose questioni.
Sono scabrose, le questioni, perché gli europei sono
sfuggenti ogni volta che debbono dire i confini dell’Unione. La discussione
stessa attorno all’Europa cristiana somiglia piuttosto a un escamotage, un
espediente messo in atto per eludere quel che conta e sostituirlo con qualcos’altro.
Si parla di radici cristiane con la pretesa di definire i valori, ma il vero
quesito cui tutti pensano è un altro, ed è quesito tabù: dove corre la
frontiera, che ci separa da quella parte del mondo che non riteniamo compatibile
con le istituzioni e la storia d’Europa? Chi ci è straniero, e perché?
La risposta che viene solitamente data è fuorviante, e quasi
sempre si concentra sui valori dell’Europa: su quel che essa crede, sui
sentimenti che l’animano a intervalli regolari. Per un gran numero di europei
questo valore è il cristianesimo. Per altri è il libero pensiero, o la laicità. Per altri ancora è la tendenza pacifista, fondata sul diritto
internazionale e la sistematica presa di distanza dagli Stati Uniti: questa è
la tesi, ad esempio, che il filosofo Habermas ha esposto il 31 maggio sulla
Frankfurter Allgemeine. Se queste sono le premesse, tuttavia, è impensabile l’allargamento
a Israele o Turchia o Russia, di cui tanto si parla a Roma. Con Israele e
Turchia non abbiamo in comune il cristianesimo. L’ortodossia russa è spesso
più distante da protestanti e cattolici di quanto lo sia l’Islam. Con nessuno
di questi Stati infine abbiamo in comune il pacifismo, e l’identità
anti-americana non è certo il modo per includere Israele. In altre parole, non
sono le fedi a unire l’Europa e a dotarla di un suo limes, di un suo confine
civilizzatore, né tantomeno sono i sentimenti legati a contingenze fugaci come
l’opposizione a una guerra Usa.
Quel che unisce e circoscrive l’Europa è una storia
condivisa cui si sovrappone una comune rinuncia alla sovranità assoluta degli
Stati-nazione, ed è l’orrore etico e politico che tale assolutismo risveglia
nelle memorie. Infinite guerre sono scaturite da questa ipertrofia spesso
totalitaria del potere, e l’Europa ha perso innumerevoli valori a causa di
essa: compresi i valori cristiani, e gli ideali dell’umanesimo, dell’illuminismo.
L’ebraismo e l’Islam sono stati estirpati con violenza, e di tale
estirpazione l’Europa è ancor oggi responsabile. La decisione di mettere in
comune le sovranità nasce da simile consapevolezza, e dalla sfiducia nelle
perversioni del potere statale. Per entrare a far parte dell’Unione bisogna
compiere quest’atto primordiale e fondatore, che si aggiunge a un comune senso
di appartenenza storico-geografica: bisogna esser pronti, quantomeno, a
spogliarsi dell’assoluta sovranità fin qui esercitata.
La nuova Costituzione che l’Europa vuol darsi va in questa
direzione, anche se esita a compiere il passo decisivo che è quello di abolire
il diritto di veto in tutti i campi, inclusa politica estera e di difesa. Per
questo è solo in parte una costituzione: lo diverrà solo se l’Unione in
quanto tale darà a se stessa il potere di decidere a maggioranza, sui temi
cruciali e sulle modifiche della propria Costituzione. Gli Stati dell’Unione
sono su questa strada, anche se non l’hanno percorsa per intero. Nessuno dei
paesi evocati da Berlusconi - né la Turchia né Israele né la Russia,
impegnata tra l’altro in una guerra di sterminio in Cecenia - sembra disposto
a sacrifici così ampi di sovranità.
Chi prospetta loro un ingresso può avere intenzioni
condivisibili, soprattutto per quanto riguarda Israele, la Turchia, la
Palestina: un’alleanza privilegiata sarebbe per tutti un beneficio, e i
tormenti di questi paesi non sono sconnessi dalla nostra storia. Ma promettere
la piena adesione vuol dire operare perché l’unità politica d’Europa non
si faccia, e servire gli interessi di chi tale unità non vuole, a Londra o
Washington. Vuol dire operare perché all’Unione sia preclusa la via della
potenza: conflittuale con l’America o in armonia con le future
amministrazioni. Il giorno in cui Turchia, Russia o Israele accetteranno di
esser messi in minoranza, e di conformarsi a decisioni comuni sui curdi, i
ceceni o i palestinesi, ci sarà per loro uno spazio nell’Unione: prima no,
per la semplice ragione che l’Europa sarebbe ancor più impotente di quanto lo
sia oggi.
Per questo è essenziale che l’Unione si dia un ordinamento
interno chiaro e una Costituzione che abolisca il diritto di veto: cosa che l’aiuterà
a definire quale debba essere la zona del mondo che le sarà estranea,
istituzionalmente oltre che culturalmente. Lo diceva anche Bismarck, quando
predispose l’unità della Germania accorpando staterelli apparentemente
incompatibili: «Mettiamo prima bene in sella la Germania: a cavalcare ci si
penserà dopo».
Così per l’Europa. La Convenzione ancora non ha messo in
sella l’Unione, e cavalcare le è di conseguenza difficile. Ma le sarà
precluso per sempre, se qualche improvvisatore nell’Unione vorrà far entrare
nuovi cavalli che rifiutano in qualsiasi circostanza di essere sellati. Qui è
il confine d’Europa, qui il metodo per difendere i suoi valori.


-----Messaggio originale-----
Da: Gastone Losio [mailto:glosio@libero.it]
Inviato: giovedì 3 luglio 2003 18.17
A: 'Micap (E-mail)'
Oggetto: Il paese che ha avuto come dittatore Benito Mussolini...
Mi dispiace molto amici miei, ma siamo ad un nodo critico.
Schultz che dice oggi a voi che uno che viene da un paese che ha avuto come
dittatore Benito Mussolini non si può permettere di dire certe cose, si pone di
fatto nella stessa speculare posizione morale di Silvio Berlusconi che offende
Schultz per il fatto che appartiene ad un paese che ha avuto Hitler come
dittatore.
E ciò è becero e volgare da ambo le parti, ma Berlusconi si difende e scherza,
a modo suo, Schultz lo fa molto seriamente, come da 60 anni almeno lo fa la
maggioranza dei suoi compatrioti verso noi spaghettari e pizzaioli!
E' che noi siamo pronti ad attaccare i nostri compatrioti
mentre siamo PRONI verso lo straniero che ci sta sulla testa.
BERLUSCONI E' STATO OFFESO CON TUTTO IL POPOLO ITALIANO E LA
NOSTRA DEMOCRAZIA
BERLUSCONI HA ATTACCATO PONENDO IN EVIDENZA, A MODO SUO ED INDIRETTAMENTE,
L'INFAMIA TEDESCA, PER LA QUALE I TEDESCHI NON AVRANNO MAI PAGATO ABBASTANZA
(Presidente Cossiga).
Berlusconi chieda scusa per tutti i cittadini tedeschi
democratici offesi, sottolinendo quello che ha già detto come statista e
rappresentante del popolo italiano, ma non deve chiedere scusa per la sua, la
nostra, legittima difesa.
Una legittima difesa rozza, delirante, sciocca ma legittima, a testa alta, la
testa, purtroppo oggi, di Silvio Berlusconi, e chi ci perde siamo sempre e
comunque e forse ingiustamente noi miseri Italiani.
Abbiamo smosso le acque tuttavia, e certo ciò non è, o meglio dire non sarà,
del tutto negativo.
Gastone
www.losio.com

Carta
11 aprile 2006
Se n'è andato. E ora?
Pierluigi Sullo
27
mila voti di vantaggio alla camera e tre senatori in più. Un pomeriggio e una
nottata, e ancora la mattina di martedì appesi a exit polls fasulli e
conteggi-lumaca. Alla fine, l'Unione ha vinto, cioè potrà formare il governo e -
come dice Prodi - governare per cinque anni. Ma come si legge tutto quel che è
accaduto nelle elezioni dal nostro punto di vista? Il nostro punto di vista è
quella della società civile che ricuce reti e si oppone agli effetti del
liberismo.
Non c'era grande allegria, in redazione, martedì mattina.
Forse era semplicemente il riflesso di quegli elettrochoc ripetuti. Del fatto
che, forse per la prima volta, dal primo all'ultimo di quelli che lavorano a
Carta, dal più giovane al più anziano, e quale che sia la sua cultura, tutti
sono andati a votare. Si trattava di cacciare Berlusconi, cioè di compiere un
passo oltre, di allargare lo spazio per reti cittadine e movimenti sociali. E
poi, nessuno di noi ha dimenticato Genova [nonché la guerra in Iraq, la legge
Bossi-Fini, la legge Fini sulle droghe, la legge 30, la "legge obiettivo" sulle
grandi opere e così via].
Ci siamo però sbagliati due volte. Primo, perché abbiamo
sottovalutato Berlusconi e il berlusconismo: ci aspettavamo una vittoria
dell'Unione più tranquilla, da cui trasparisse la spinta che in questi anni
movimenti di ogni tipo hanno impresso al paese. Secondo, perché abbiamo quindi
abboccato molto volentieri agli exit polls, che questo dicevano. Il voto è stato
però non solo contrastato, ma molto più torbido di quanto noi - ingenui -
pensassimo. E' come - dice qualcuno di noi - se nella società convivano una
faccia oscura, quella dell'interesse privato ad ogni costo [solleticato dagli
schiamazzi di Berlusconi sulle tasse] e un'altra faccia, quella che ci
interessa, la società che diffonde democrazia e tutela i beni comuni [sono
formule, le usiamo per brevità].
Qualcun altro aggiunge che il segnale più positivo del voto è
l'aumento - in alcuni casi, in alcune regioni, eccezionale - della
partecipazione. Due Italie si sono scontrate, una a favore di un "sogno" forse
logoro ma a cui nessuno ha saputo offrire un'alternativa, tanto meno l'Unione:
quello dell'"arricchitevi!". Che ha continuato a fermentare in un brodo di
paure: i piccoli industriali del nordest, il ceto medio impoverito e i
lavoratori o pensionati aggrediti in vario modo dalla globalizzazione liberista,
dalla concorrenza cinese o dal crollo del potere d'acquisto dei salari
[certificato dall'Ocse in una indagine che l'Unione non ha voluto usare, in
campagna elettorale, per non apparire "classista", cioè "di parte"], dalla
precarizzazione del lavoro all'abbandono degli anziani, e così via.
L'altra Italia è andata a votare non solo perché si
identificava nel centrosinistra [benché il miglior risultato dell'Ulivo, alla
Camera, a confronto con quelli di Ds e Margherita al Senato, si spieghi
probabilmente col fatto che molti cercavano un modo di sostenere Prodi contro e
oltre i partiti, e sennò votavano più a sinistra, specialmente per Rifondazione,
che è andata meglio al Senato]. Ha votato perché voleva cancellare Berlusconi
dal panorama, innanzitutto.
La domanda è: se cinque anni fa la destra stravinse le
elezioni, e questa volta è riuscita a tenere con sé metà dell'elettorato, i
grandi movimenti di questi anni [per la pace e per i beni comuni, contro le
grandi opere e contro il lavoro precario…] quanto hanno contato? Quanto hanno
spostato il senso comune? Quanto hanno saputo offrire una alternativa ai
"conflitti orizzontali", alle guerre tra poveri che sono invece il marchio della
Lega nord, un tempo, e oggi del berlusconismo? La tentazione sarebbe di dire:
hanno contato ben poco. Quando si tratta di schierarsi alle elezioni, quell'immenso
patrimonio di idee e fatti si scioglie, conta solo la "politica".
Noi non crediamo che sia così, anche se così appare [o
all'opposto appare solo la politica istituzionale, in periodi come questo].
Appunto, la grande partecipazione al voto, in un senso o nell'altro, è
un'eccezione, nel panorama europeo. Ma soprattutto siamo conviti di trovarci in
una transizione lunga e dolorosa, nella quale la politica rappresentativa,
nazionale, ormai trasformata in un "talk show" televisivo i cui spettatori sono
invitati a "nominare", come nel Grande Fratello, i candidati, sia in una crisi
progressiva, inarrestabile e irrimediabile. Ma, così come la "decrescita" si
trasforma in solitudine e rancore se non esistono reti sociali e "altra
economia" pronte a raccogliere i naufraghi dello sviluppo, allo stesso modo il
decomporsi del sistema politico può trasformarsi in qualcosa che assomiglia a un
peronismo televisivo, se nel frattempo non si costruiscono altri mezzi e spazi
di partecipazione democratica. Ed è infatti quel che movimenti sociali e reti di
cittadinanza stanno facendo.
Solo che lo fanno secondo la loro natura: reticolare e
altalenante, capace di grandi imprese politiche, in certi momenti, e invisibile
in altri. Guardiamo la Francia: un paese che ha scelto il suo presidente tra
Chirac e Le Pen, e che oggi crea una grande movimento di studenti e lavoratori
che sconfigge sena appello la legge sulla precarizzazione del lavoro. Qual è
dunque la Francia: quella politica o quella sociale? Tutt'e due, probabilmente.
Dipende.
Il risultato elettorale è buono e anche cattivo. Berlusconi se
ne va, ma il centrosinistra vivrà in permanenza la tentazione di mostrarsi
"responsabile", di correre "al centro", di cercare "larghe intese". E' noto che,
per vincere, l'Unione ha stretto un patto con i grandi industriali, promettendo
a loro e ai piccoli [e disperati] del nordest soluzioni "di sistema" alla crisi
di competitività nel mercato globale che sta terrorizzando tutti. Con i piccoli
non è stato convincente, il centrosinistra. Ma il patto resta, ed anzi è la sola
ricetta dei "riformisti" per "far ripartire" l'Italia, per assicurare la ripresa
dello "sviluppo". Già ora veniamo ammoniti: i "mercati internazionali" ci
giudicano. E nella notte dell'incertezza un ceto politico diviso dai voti si
univa sulla "responsabilità": dobbiamo, insieme, eleggere il presidente della
repubblica, e soprattutto scrivere il Documento di programmazione economica e
finanziaria…
Il "pensiero unico" domina. E si tradurrà - in parole semplici
- in un ricatto permanente: non disturbate le manovre del governo, perché
Berlusconi è sempre in agguato, siamo deboli e abbiamo bisogno di sostegno…
Qualcuno sostiene che il risultato è dunque pessimo. Ci si
chiede anche quanto potrà pesare Rifondazione, la sinistra pacifista e radicale,
il Pdci e i Verdi, insomma la politica che - in vario modo - sembra aprire le
finestre verso la società. E soprattutto ci si chiede quando e come si potrà
sciogliere l'iceberg - soprattutto nel nord - che è la vera forza del
berlusconismo. Ma intanto aspettiamo di vedere Berlusconi uscire da Palazzo
Chigi, per non tornarci più. Noi siamo quelli di Genova, siamo stati aggrediti
in molti modi, sleali e spesso feroci. Permettiamoci una soddisfazione: il
governo che favorì o ordinò le torture di Bolzaneto sta per dissolversi.


2 giugno 2009 Festa della Repubblica

EL Pais 3 giugno 2009
ELECCIONES EUROPEAS - Italia
¿Dónde está la izquierda italiana?
Un grupo de mujeres de prestigio denuncia la "degradación" del país ante los
escándalos de Berlusconi MIGUEL MORA - Roma - 03/06/2009
Inasequible al ridículo, la vulgaridad y el desaliento, Silvio
Berlusconi sigue bromeando en público sobre sus relaciones con menores como si
nada ocurriera. El lunes por la noche, en el Quirinale, durante la recepción que
dio el presidente de la nación por el Día de la República, Il Cavaliere no paró
de verbalizar el asunto en los corrillos con bromas de este tenor. "¿Eres menor?
Ah, podemos hablar".
Las payasadas, renovadas ayer al cuadrarse con una mueca ante
el desfile de las Fuerzas Armadas, ensanchan el clima de degradación y el
desprestigio internacional de un país abducido, y la pregunta que muchos se
hacen es: ¿Dónde está la oposición?
Cada día más risible y pacata, incapaz de elaborar un discurso
político serio ni de exigir responsabilidades a Berlusconi, la así llamada
izquierda italiana se ha movido estas semanas de Noemigate entre su proverbial
indefinición (católicos contra ex comunistas), y la falta de olfato y de
cintura. Sin pulso ni autoridad, ni siquiera sus mujeres, minoría silenciosa en
un cetro de machos muy retóricos, han canalizado el malestar de tantas italianas
ante el rampante espectáculo de machismo ofrecido por el primer ministro y sus
velinas (azafatas televisivas).
Algunas damas de mayor coraje, un grupo de rectoras,
religiosas, profesoras, profesionales y escritoras distinguidas por el Estado,
lanzaron ayer un manifiesto en el que denuncian el proceso de "degradación" de
la República y subrayan que los medios sólo dedican atención a las féminas "complacientes
con los poderosos y con un modelo mercantilizado y lesivo de la identidad
femenina".
El líder de la oposición, Dario Franceschini, dio una rueda de
prensa anunciada como balance de la campaña electoral. Optimista, porque la
única frase digna de mención dicha por el líder católico en el último mes tuvo
efectos balsámicos para el primer ministro: sacó de su silencio a los
abochornados hijos de Berlusconi. Cuando más atormentado estaba Berlusconi,
Franceschini preguntó a sus compatriotas si confiarían la educación de sus hijos
a un padre así.
La respuesta mayoritaria (como se ve en las urnas) es que,
naturalmente, sí, y parece difícil que los italianos no castiguen al melifluo
Partido Democrático votando otra vez en masa al magnate milanés.
Eso no reduce la preocupación de los miembros serios del
Ejecutivo, entre los que empieza a bullir la idea de un futuro sin Berlusconi
que limite el deterioro. Con el G-8 de julio a un mes vista, el divorcio del
siglo por jugarse, y las fotos de Villa Certosa por salir, el número dos en la
sombra, Gianni Letta, afirma una fuente solvente, formaría un Gabinete técnico
para acabar la legislatura en paz.
Berlusconi, atacado sin piedad por la prensa extranjera, ha
confesado que está "a punto de estallar" tras las invectivas de The Times, que
achaca a un "complot internacional" orquestado por Rupert Murdoch. "Tonterías",
respondió ayer seco el diario británico, "si Il Cavaliere tiene problemas con
las mujeres, eso es noticia. Si estuviera aquí, ya habría dimitido".
Para sobrevivir, Berlusconi ha recurrido a la bajeza de
autorizar al tabloide de su hermano, Il Giornale, a publicar que su mujer,
Verónica Lario, está amancebada con su guardaespaldas. Según escribe Natalia
Aspesi en La Repubblica, "la demolición de la primera dama" es una vendetta
contra quien abrió el grifo de la verdad y decir que frecuenta menores. Giovanni
María Bellu, en L'Unità, detecta otra variante: "Ahora, el primer ministro es
oficialmente un cornudo".
Novedades sobre los vuelos de Estado que investiga la fiscalía:
una bailarina de la danza del vientre o bailaora flamenca, según las diferentes
versiones que circulan, viajó a Costa Esmeralda en el avión presidencial el 24
de mayo de 2008 junto a Berlusconi y su inevitable guitarrista Mariano Apicelli.
Faltaban cuatro meses para agosto, la fecha en que entró en vigor el renovado y
tolerante reglamento de vuelos oficiales, diseñado a medida para trasladar a
cantantes, velinas y vedettes a Villa Certosa.

Roma - 5 dicembre 2009

