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LA VIA
DELLE RIFORME
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D'ALEMA, LE
RIFORME
DEVONO ANDARE AVANTI
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UNA EMERGENZA CHE NON SI
VEDE
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Chi
controlla i controllori del mercato globale?
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LA
NECESSITA' DELLE
RIFORME
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L'ITALIA
VISTA DA FUORI
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LE BOMBE
DI BURRO
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Ma credo che vi siano altre ragioni meno contingenti e più nobili. Credo che il presidente del Consiglio si sia reso conto dell'impossibilità di riformare e modernizzare un Paese in cui la sinistra accusa la destra di avere instaurato un regime corrotto o semi-criminale e la destra accusa la sinistra di avere servito gli interessi di una potenza straniera.
La modernizzazione del Paese e le riforme istituzionali (due necessità a cui l'Italia, dopo l'ingresso nell'Unione economico-monetaria, deve far fronte il più rapidamente possibile) non sono «normale amministrazione». Non è possibile cambiare a colpi di maggioranza governativa (quale?) il disegno complessivo di uno Stato e di una economia.
Non è possibile approvare una nuova legge elettorale, rafforzare l'esecutivo, passare da un sistema centralizzato a un sistema federale, smantellare lo Stato imprenditore e rinnovare lo Stato sociale. Quando sono di questa ampiezza, le riforme richiedono consensi che vanno al di là di una qualsiasi maggioranza parlamentare. D'Alema lavora per se stesso, naturalmente, e non vuole passare la mano. Ma qualsiasi presidente del Consiglio, al suo posto, avrebbe il diritto di ricordare che il sillogismo è semplice: il Paese ha bisogno di riforme, le riforme richiedono larghe maggioranze, nessuna larga maggioranza è possibile là dove la storia viene continuamente usata dai partiti per incriminarsi a vicenda. D'Alema ha avuto il merito di capirlo e di trarre da questa constatazione le necessarie conseguenze.
Vi è un aspetto del problema, tuttavia, di cui mi auguro che il presidente del Consiglio sia consapevole. D'Alema non ha soltanto concesso ai suoi avversari l'onore delle armi. Ha riconosciuto, ad esempio, che la Dc e il Psi hanno avuto strategie legittime e che Tangentopoli non proietta un'ombra sulla intera storia dei due partiti. Ha adottato, su un piano più generale, una posizione non troppo diversa da quella che Craxi adottò in Parlamento quando ricordò che i finanziamenti illeciti avevano coinvolto buona parte del sistema politico italiano. Ha riconosciuto implicitamente, in altre parole, che la via giudiziaria alla riforma italiana non è né giusta né opportuna. Non è giusta perché diffonde la convinzione che alcuni partiti meritino di essere condannati di fronte alla storia. Non è opportuna perché impedisce all'Italia di riformarsi e pregiudica il suo destino in Europa. Non basta quindi firmare un armistizio sulla storia. Occorre chiudere un capitolo della storia nazionale e cominciare a scriverne un altro.
di SERGIO ROMANO
Corriere della Sera
Domenica, 14 Novembre 1999
Commenti
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Guido Tiberga
inviato a CATANIA
«Di queste cose non parlo». A chi gli chiede della crisi, Massimo D’Alema
risponde così. Ma dal suo lungo intervento all’assemblea dell’Anci, davanti
ai sindaci d’Italia che chiedono più risorse e meno burocrazia, appare chiaro
che il premier è più che convinto di andare avanti. Riforme subito, dice, e
niente elezioni anticipate. Il messaggio per il Polo è netto: «Qui c’è
qualcuno che continua a ripetere: ’’Andiamo al voto, poi quando governeremo
noi riformeremo pure le istituzioni’’ - avverte D’Alema -. Se noi
cinicamente pensassimo che vale la pena di lasciare la macchina sgangherata, per
poi magari divertirci quando al volante ci sarà qualcun altro, potremmo anche
ragionare così. Ma non sarebbe un modo corretto di ragionare. Qui c’è una
priorità, quella di completare il riassetto delle istituzioni...». In
chiusura, il premier sarà ancora più chiaro: «Se riesplode il conflitto, se
torniamo a pensare che tutto può andare a gambe levate, salvo poi riaprire il
gioco di chi sia la colpa, allora i cittadini daranno la colpa a tutti. E sarà
un’intera classe dirigente a essere bocciata per sempre».
D’Alema arriva a Catania a metà pomeriggio, fianco a fianco con Romano Prodi.
Ma se per il presidente della Commissione Europea la trasferta siciliana è poco
più di una visita di cortesia, dal capo del governo sindaci e amministratori
pretendono risposte precise. «Devo avvertirvi che un’accoglienza calorosa non
aumenta le risorse della Finanziaria», sorride D’Alema di fronte agli
applausi che salutano la sua entrata sul palco. Più tardi, dopo aver strappato
altri applausi con qualche concessione alle richieste sull’Iva e la gestione
dei beni demaniali, il premier punterà i piedi: «Qualche piccola correzione ci
può anche stare, ma l’asse della Finanziaria non può essere scardinato. Mi
opporrò con forza a chiunque venga a dire: lasciamo una tassa per dare più
fondi a questo o a quel settore della pubblica amministrazione. Le riduzioni
fiscali non si toccano: sono una scelta strategica».
Sulle riforme, «urgenti, necessarie, irrinunciabili», D’Alema preme l’acceleratore.
Dalla legge elettorale, «che serve pure ai sindaci», dice il premier alla
platea: «Voi dovete la vostra stabilità al fatto di essere eletti dai
cittadini, e che hanno tutto l’interesse di trovare a Roma interlocutori nelle
stesse condizioni di stabilità». Al federalismo, in cui molti sindaci vedono
un pericoloso passaggio «dal centralismo di Roma al centralismo delle
Regioni». Per il governo, confida il premier, «sarebbe facile giocare sul
conflitto tra gli enti locali. Ma non dobbiamo arenare il processo federalista
sulla frontiera della conflittualità tra Regioni e Comuni». Il federalismo,
continua, «è un obiettivo di questa legislatura, non un tema della prossima
campagna elettorale».
In questa battaglia, conclude, i sindaci possono e devono fare la loro parte.
«Voi ed io condividiamo la fatica di governare», dice rivolto alla platea di
amministratori locali che questa mattina rieleggeranno Enzo Bianco al vertice
dell’Anci. «Noi sappiamo bene che il sentiero è stretto, che non c’è
spazio per le fantasie straordinarie».
Qui arriva la richiesta di appoggio: «Voi siete la frontiera più esposta delle
istituzioni - continua D’Alema -. Pochi come voi sono testimoni che quest’aria
di rimpianto del passato che si va diffondendo è quanto mai esiziale. Una cosa
è riflettere sulla nostra storia, un’altra è tornare indietro al ’’glorioso’’
sistema politico da cui abbiamo ereditato debiti e sfascio istituzionale. Una
riflessione seria sul passato è indispensabile per andare avanti, verso le
nuove riforme che segnano il futuro».
Il percorso parlamentare della riforma federalista è ripartito «in un clima
difficile», dice il presidente del Consiglio. E allora «è molto importante
che il sistema delle autonomie scenda in campo come sollecitatore, non soltanto
come proponente. Voi sindaci non rappresentate una parte politica, ma le
istituzioni locali del Paese. Una vostra proposta potrebbe piegare le
resistenze...».
La Stampa
Sabato, 20 Novembre 1999
Interni
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Jack Welch, leader di General Electric, sostiene che Internet è la priorità numero uno, due, tre e quattro del proprio gruppo. Welch non è un giovanotto, potrebbe infischiarsene della e-economy, dell'economia digitale, e badare alla pensione (dorata). Eppure sente che una rivoluzione sta trasformando alla radice il modo di produrre, di consumare e di vivere. Avverte che fra pochi anni tutto non sarà nemmeno lontanamente come prima. Non è un sacerdote del web, un fanatico dell'on line, un guerriero della rete, alla Jeff Bezos di Amazon.com, la grande libreria virtuale, ma interpreta assai bene lo spirito che pervade i protagonisti della straordinaria crescita economica degli Stati Uniti: quasi nove anni consecutivi di sviluppo, produttività che grazie alle nuove tecnologie cresce a dismisura, boom azionario senza precedenti, disoccupazione al minimo degli ultimi trent'anni, investimenti che aumentano a un ritmo superiore di cinque volte a quello europeo. Le tecnologie della rete sono negli Stati Uniti la principale fonte di creazione di imprese e di posti di lavoro.
Nell'Europa dell'euro avvilito, che ristagna nelle sue rigidità e nei suoi timori, e in Italia in particolare, le reazioni al fenomeno sono di due tipi. O c'è un'adesione entusiastica, febbrile, che si concreta per esempio nella sottoscrizione di titoli quotati legati alle nuove attività (accade anche a Wall Street, ma nel Vecchio Continente ci troviamo di fronte più a un fenomeno finanziario che a una trasformazione radicale e condivisa dei modi di produrre, come avviene in America). Oppure prevalgono atteggiamenti miopi e superficiali dove lo scetticismo trascolora nell'oscurantismo: paure radicate da globalità, scenari apocalittici da disoccupazione tecnologica, così bene smascherati dall'ultimo lavoro di Mauricio Rojas (Perché essere ottimisti sul futuro del lavoro, Carocci). L'attuale euforia borsistica sui titoli Internet, da Tiscali all'ultima esagerazione rappresentata da Finmatica, è messa in relazione dai più prudenti e ansiosi alla celebre e rovinosa speculazione sui bulbi di tulipano che mise al tappeto l'Olanda della prima metà del Seicento. Un parallelo improprio, anche se molti titoli di società, che magari promettono utili fra sei o sette anni (lo segnalava, con arguzia, Paolo Panerai su Milano Finanza), sono certamente destinati a procurare cocenti delusioni agli investitori.
La questione è un'altra. Ci siamo resi perfettamente conto, al di là dell'ubriacatura borsistica, della portata che la rivoluzione digitale avrà nella nostra società? Probabilmente no, o se sì spesso solo a parole o per impulso emotivo, per convincimento mistico. Nel 2005, domani, tra il 10 e il 15 per cento della ricchezza prodotta al mondo verrà dall'economia digitale. Cambia il modo di produrre, di fare impresa, di lavorare. La rete annulla lo spazio e il tempo, rende obsoleti i concetti economici classici e tra i fattori di produzione (capitale, lavoro) ne conterà davvero uno soltanto: la conoscenza e la preparazione dell'uomo. Tutto il resto sarà accessibile, comprabile con poco, una commodity, come il petrolio. Con una velocità di penetrazione straordinaria: dieci volte superiore a quella della radio, cinque a quella della tv. Vint Cerf, uno dei padri di Internet, ha dichiarato all'Espresso che nel 2006 il 90 per cento delle nostre comunicazioni avverrà attraverso la «grande ragnatela». Si comprende la fretta di Welch: è un problema di adesso, non di domani. Di tutti, non di qualcuno soltanto.
Elio Catania, presidente di Ibm Italia, dice, provocando, che per capire il fenomeno Internet non bisogna andare molto lontano, basta rileggersi la celebre poesia di Totò, 'A livella. Ecco, Internet abbatte tutte le barriere, travolge i confini, livella appunto. Mette tutti sullo stesso piano.
Da vivi, ovviamente, non nell'Aldilà della poesia. E il potere si trasferisce dalle imprese ai consumatori, dalle amministrazioni ai cittadini, dai media agli spettatori e ai lettori. Il potere è di chi naviga e di chi compra. Il rettore del Politecnico di Milano, Adriano De Maio, quando si sgola a denunciare la fuga dei cervelli e dei migliori laureati dal nostro Paese si rifà a Carlo Cattaneo, sottraendolo per un attimo alla tutela leghista, quando scriveva, a metà dell'Ottocento, che il progresso è fatto di una sola materia prima: l'intelligenza. Peccato che soprattutto nel nostro Paese venga trattata così male, che si investa così poco sul capitale umano, che si umiliino i migliori laureati costringendoli ad andare via.
L'innovazione non è un'emergenza nazionale: dovrebbe esserlo. E' una parola che ricorre poco: provate a cercarla nei discorsi dei principali uomini politici, degli esponenti di governo, di molti imprenditori. O è assente o è in secondo piano. E non è una questione di pubblico o privato: spesso il primo (vedi il caso dell'informatizzazione delle Finanze) è più aggiornato del secondo. Anche nelle maggiori aziende, con poche lodevoli eccezioni, persistono alcuni atteggiamenti culturali significativi. L'e-commerce? Ho altro a cui pensare. Internet? Siamo pronti, se ne occupa già qualcuno in azienda. Insomma: riguarda gli altri, per ora io mi salvo. Il dirigente naviga a parole, l'e- mail lo manda la segretaria. Welch ha imposto ai manager del suo gruppo, di età in molti casi non più verde, di trascorrere due ore la settimana con i dipendenti più giovani: per imparare a navigare. Chi lo fa in Italia?
L'innovazione, che è anche formazione e sensibilità verso gli investimenti nell'educazione e nel sistema scolastico, non è ancora cultura diffusa e condivisa, vittima di paure e diffidenze. Un governo attento e avveduto giocherebbe d'anticipo prendendo in contropiede la classe dirigente del Paese, facendola confrontare con un grande progetto per la digitalizzazione: misure appropriate, incentivi.
Nessuna tentazione dirigista. Solo il disegno di un quadro. Un'idea, come lo era, niente di più, quella delle autostrade informatiche di Clinton e Gore otto anni fa. Poi faccia il mercato. E' apprezzabile che i Ds di Veltroni abbiano convocato a Vicenza domani il primo convegno di un partito politico sull'e- commerce, sulle reti distributive e sui distretti digitali. Ma è ancora poco. L'innovazione è competitività, quella che stiamo drammaticamente perdendo senza avere più la morfina delle svalutazioni. Il lavoro e il benessere futuri dipendono fortemente dagli investimenti nella conoscenza. La rete sarà anche una livella, democratica, che non esclude nessuno, ma chi non ha tecnologie dell'informazione, servizi da offrire, contenuti da proporre e idee d'impresa ne resterà schiacciato, o ben che vada si prenderà solo le briciole. Pagherà il lavoro fatto da altri e altrove. I risparmiatori magari ne sottoscriveranno i titoli in Borsa, forse ci guadagneranno. Ma di strada il Paese ne farà poca. Chi non vive lo spirito del suo tempo, scriveva Voltaire, del suo tempo si prende solo i mali. E, adesso, si è fatto un po' tardi.
di FERRUCCIO DE BORTOLI
Corriere della Sera
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Chi
controlla i controllori
del mercato globale?
di PAUL GINSBORG
da La Repubblica di sabato 4 dicembre 1999
DUE settimane fa, ad un incontro tenutosi a
margine del vertice fiorentino sulla Terza via, mi sono trovato a discutere
sulla globalizzazione e sul futuro della sinistra con Walter Veltroni, Sergio
Cofferati e Anthony Giddens. In quell'occasione ho tentato, peraltro senza molto
successo, di aprire una discussione su due interrogativi storici della sinistra,
interrogativi ancora legittimi e pertinenti, ma che negli ultimi tempi sono
stati tenuti un po' nascosti, e con un certo imbarazzo: chi decide, e su quali
basi?
La serie di eventi che hanno avuto luogo a Seattle apre numerose questioni. Una
di esse, che ha avuto un ruolo fondamentale nella protesta, è quella del
controllo. Non vi è dubbio che i dimostranti di Seattle, nei modi variegati e
dissonanti della loro alleanza multicolore, hanno dato voce e visibilità ai
diffusi sentimenti di impotenza e di esclusione suscitati da molti dei processi
di globalizzazione.
Anche senza sposare le teorie del complotto, né adottare un semplicistico e
volgare antiamericanismo, si deve rilevare la presenza di molti elementi che
indicano come il potere, a livello economico, si stia concentrando in un numero
di mani sempre più ristretto. "Grande è bello", è stato lo slogan
degli anni Novanta. Anche il più distratto lettore del Financial Times non può
che restare impressionato dal numero e dall'entità delle fusioni, delle
concentrazioni e delle alleanze che si sono realizzate nell'ultimo decennio. Le
grandi imprese multinazionali controllano gran parte dei capitali e dei flussi
di investimenti diretti esteri, vale a dire della forza trainante dell'economia
mondiale. Grazie alle loro organizzazioni transnazionali, come la TASBD (Transatlantic
Business Dialogue) e la ICC (International Chamber of Commerce), e alle loro
immense risorse, esse sono in grado di esercitare forti pressioni di tipo
lobbistico sulle organizzazioni mondiali come la WTO (World Trade Organisation).
A loro confronto, i gruppi ecologisti, le organizzazioni non- profit, i
sindacati, anche quando siano organizzati a livello internazionale, sembrano dei
pigmei.
Le concentrazioni di potere economico, inoltre, sono spesso alquanto pronunciate
proprio nei settori più dinamici del capitalismo moderno - la finanza, la
tecnologia informatica, i mass media. E' la struttura stessa di alcune parti
della nuova economia del settore dei servizi (e quello dei mass media è un buon
esempio) che rende quasi inevitabile l'ascesa di tycoons come Rupert Murdoch, i
quali assumono decisioni su basi che coincidono quasi interamente con quelle
dell'ulteriore espansione delle proprie compagnie multinazionali.
Simili processi di concentrazione non producono automaticamente maggiore
stabilità, e neppure efficienza. Come ha scritto Will Hutton, il direttore
dell'Observer, la ferrea legge rivelata da ogni ricerca accademica indica che la
conquista del controllo di altre imprese non necessariamente incide in modo
positivo sull'innovazione, la produzione e la crescita. Quanto ai mercati
finanziari, l'ultimo libro di Susan Strange - "Denaro impazzito",
appena pubblicato dalle Edizioni di Comunità - è una lettura fosca e allo
stesso tempo illuminante. Ha fatto bene Jospin, a Firenze, a citare lo storico
Fernand Braudel per descrivere il capitalismo come una forza in costante
movimento ma priva di direzione.
Se passiamo dalla dimensione globale ai processi micro-economici, dal mercato al
posto di lavoro, il quadro non è più confortante. La flessibilità può avere
un effetto positivo sulla crescita e sui profitti, ma non sulla lealtà e sulla
partecipazione. I lavoratori con contratti a breve termine non sono certo in
grado di poter dire molto sul modo con cui vengono gestiti i loro posti di
lavoro. In Italia, la nuova natura precaria del lavoro si sovrappone a un'antica
struttura verticale basata su relazioni del tipo patrono-cliente. Nelle
professioni, nelle università, in molti servizi e imprese, troviamo in
posizione dominante attempati e potenti padroni, boss e baroni (di solito
uomini), i quali spesso riducono gli esponenti delle giovani generazioni (in
molti casi donne) ad un ruolo non molto diverso da una servitù mascherata.
Vista in termini economici, la globalizzazione sembra quindi offrire pochi
motivi di consolazione riguardo ai processi decisionali. Tuttavia, la questione
non può essere esaurita in questi termini (altrimenti potremmo avvolgerci in un
comodo bozzolo vetero-marxista). Se la affrontiamo in termini politici, una
delle dinamiche fondamentali della modernità (come Ulrich Beck e lo stesso
Giddens si sono sforzati di chiarire), consiste nell'affermazione della libertà
politica. Nessuno può rimanere indifferente di fronte alla diffusione che la
democrazia ha avuto in questi ultimi decenni, alla sua conquista dell'Europa
meridionale e del Sud Africa, alla sua estensione, nonostante mille difficoltà,
all'Europa orientale e all'America latina. Milioni di persone che erano prive
dei diritti politici adesso possono votare, milioni di persone che non potevano
né riunirsi né parlare liberamente adesso possono farlo.
La democrazia moderna, tuttavia, soffre di due mali principali. Il primo è
quell'inquietante processo in base al quale più una democrazia diventa
"matura" nell'epoca del capitalismo dei consumi, più tende ad
abbassarsi il livello di partecipazione alla politica o addirittura al voto. Il
secondo male, spesso rilevato, consiste nell'arretratezza delle istituzioni
democratiche a dimensione internazionale; rispetto alla Banca centrale europea,
il Parlamento europeo è debole; le Nazioni Unite lo sono ancora di più. Se a
livello nazionale le democrazie hanno poteri limitati, a livello internazionale
le democrazie non esistono neppure. Come ha scritto di recente Jonathan
Friedland sul Guardian, "ognuno capisce, d'istinto, che anche se Tony Blair
volesse sfidare la Microsoft o la Monsanto, non potrebbe farlo".
Nel Manifesto del partito comunista Karl Marx affermò che ogni stadio dello
sviluppo economico della borghesia è accompagnato da un corrispondente
avanzamento politico. E' difficile sostenere che la storia contemporanea abbia
proceduto in modo così lineare. E tuttavia le connessioni, le tensioni e le
rotture fra i processi di sviluppo nella sfera economica e in quella politica
sono ancora, come lo erano ai tempi di Marx, la questione centrale della
politica. In questa fine di secolo, fra queste due sfere non vi è simmetria,
bensì un profondo divario. In quella economica, il potere di controllo e di
decisione sembra sempre più concentrato e irresponsabile. Allo stesso tempo, la
democrazia è sempre più diffusa e culturalmente egemone, ma non ha i poteri, e
forse neppure la vitalità, che le consentirebbero di affermare il proprio
primato.
Il compito che ci troviamo di fronte è quindi enorme, ma non disperato. La sua
urgenza è ulteriormente accresciuta dal fatto che alcune delle imminenti
decisioni di portata globale del prossimo secolo - come quelle relative alle
manipolazioni genetiche - toccano, letteralmente, questioni di vita e di morte.
Chi prenderà queste gravi decisioni, e su quali basi?
(traduzione di David Scaffei)
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LA
NECESSITA'
DELLE RIFORME
di GIOVANNI VALENTINI
La Repubblica del 23 Dicembre 1999
SARA' stata anche la crisi più breve nella storia della Repubblica. Ed è senz'altro un dato positivo. Ma se qualcuno pensasse di aver risolto tutto in questi quattro giorni sbaglierebbe di grosso. Fatto il nuovo governo, i problemi restano e anzi rischiano in qualche misura di aggravarsi.![]()
L'Italia vista da fuori, di RUDI
DORNBUSCH, Corriere della Sera del 20/05/2000
(uno dei perché per una riforma dalle fondamenta come quella che
sostengo in questo sito)
L'Italia sta vivendo un breve
periodo di calma tra la crisi del bilancio dello Stato appena superata e quella
che verrà. La creazione dell'Unione monetaria europea ha abbattuto notevolmente
i tassi di interesse italiani evitando in questo modo quello che nel tempo si
sarebbe sicuramente trasformato in un problema irrisolvibile di debito pubblico.
Si tratta però di una calma che non giustifica manovre finanziarie indolori.
La tendenza demografica futura porterà, nell'arco di un decennio o due, a
un'altra crisi.
Sembrerebbe un futuro lontano ma, a meno che non si affronti subito la questione,
si tratterà di una crisi globale enorme, le cui dimensioni si possono capire da
uno studio pubblicato recentemente sull'American Economic Review. Sul
caso Italia, i ricercatori concludono che anche solo per lasciare le
generazioni future con lo stesso fardello fiscale di oggi necessita uno
qualsiasi dei seguenti interventi: un taglio immediato del 49 per cento delle
spese correnti dello Stato o di un 13 per cento dei trasferimenti dello Stato;
un aumento dell'11 per cento del complesso delle tasse o un aumento del 28 per
cento delle imposte sul reddito.
Questi sono aggiustamenti formidabili da attuare immediatamente e, com'è ovvio,
non si verificheranno. La conclusione è che saranno le generazioni future a
doverli compiere: questi e altri ancora.
L'Italia sta caricando i giovani di pesi sempre più gravosi.
Editorials May 2000: Reinventing
Italy; Euro Troubles
Paper, July 2000: A Century of
Unrivalled Prosperi
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di
Alexander Stille
da La Repubblica di venerdì 21 settembre 2001
Oggi, per caso, ho incontrato il mio
amico Mark. Non ci vedevamo da prima dell'attacco così, inevitabilmente,
l'argomento ha dominato la nostra conversazione. Ora che gli aerei e le navi
americane sono partite per il Medio oriente tra la gente la tensione cresce.
Tutti si aspettano una qualche azione militare da parte Usa e un possibile
secondo attacco terroristico. Mark è poeta e scrittore, ma suo fratello, vigile
del fuoco a Seattle, fa parte di quella legione, sempre in aumento, di
bombardieri in pantofole che si affannano a programmare la nostra campagna
militare. «Non faccio che ricevere da lui email farneticanti, le manda anche
alla Casa Bianca, roba del tipo: dobbiamo ridurli in fumo. Credo che si sia
bevuto il cervello ma poi accendo il televisore, sento Bush dire le stesse cose
e penso: accidenti Steve, hai fatto centro con i tuoi messaggi!» Ridiamo
insieme, ma poi improvvisamente cambia tono e mi chiede serio: «So che sembra
pazzesco, ma non credi che dovremmo cominciare pensare di lasciare New York?»
In altre parti del paese, colpite solo nell'orgoglio, si grida alla guerra e si
attaccano benzinai col turbante, pakistani e sik. A New York la rabbia si
mescola ad una forte componente di paura. Noi abbiamo gettato uno sguardo
nell'abisso e abbiamo visto come può essere un ciclo di attacchi e
contrattacchi.
Pensavo di aver sentito ormai uscire tutte le possibili paranoie dalla bocca di
amici all'improvviso preoccupati che i terroristi possano avvelenare l'acqua
potabile, ma ieri sera Grace, compagna di corso di yoga, ne ha aggiunta alla
lista una ancor più bizzarra. «E se avessero il virus del vaiolo?» Era
talmente angosciata che ha telefonato a vari ospedali in cerca del vaccino.
Tutti le hanno risposto che il vaiolo ormai è stato debellato. Grace ci ha
anche raccontato che lei e alcune sue amiche si sono scambiate le chiavi, in
modo da formare una specie di squadra di soccorso in caso di disastro. «Siamo
cinque e abbiamo due macchine, così pensiamo di poter lasciare la città in
fretta se fosse necessario.»
Ma nelle email e nelle conversazioni private sento più opposizione alla
risposta militare di quanto emerga dai media tradizionali. Circolano molti
appelli a favore di una risposta pacifica. Un amico mi ha girato una email
divertente che esordiva: «Bombardateli di burro». Seguiva una nota: «Buffo
vero? Sì, finché non vi rendete conto che ha più senso di quello che sta
facendo il nostro governo!» Invece di una risposta militare, che guadagnerebbe
simpatie ai terroristi, l'autore propone un'altra idea: «Bombardate
l'Afghanistan di burro, riso, pane, indumenti e medicinali. Costa meno delle
armi convenzionali, non mette a rischio vite americane e può far riflettere la
popolazione che forse i Talebani non hanno tutte le risposte. Dopo tre anni di
siccità, a un passo dal morire di fame, offriamo al popolo afgano la
prospettiva di un nuovo futuro. Uno che includa la pancia piena.
Bombardiamoli di informazioni. Video e audiocassette di leader mondiali,
soprattutto leader islamici, che condannano il terrorismo. Tappezziamo il paese
di giornali che mostrano l'orrore degli atti terroristici compiuti dal loro «ospite».
Sorprendiamoli con computer portatili e lettori Dvd pieni di prospettive che i
loro governi gli negano. Di tutte queste bombe di speranza, qualcuna centrerà
il bersaglio. Mandiamone tante che i Talebani non possano raccoglierle e
nasconderle.
A parte tutti gli scherzi, se facessimo qualcosa di fantasioso e totalmente
inaspettato, al posto dei bombardamenti in predicato destinati a produrre un
inevitabile corollario di sofferenza tra la popolazione civile e un successivo
contrattacco? Per strana coincidenza stamattina ho ritrovato un elemento della
mail «bombardiamoli di burro» in un articolo del giornalista più conservatore
del New York Times, William Safire, quando sollecita la diffusione di
trasmissioni radio in territorio afgano. «Perché non c'è una Radio
Afghanistan che trasmette la verità sulle conseguenze che comporta dare rifugio
ai vertici del terrorismo?»
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