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"Corriere della Sera" del 3 novembre 1975 La difficile scelta di essere “contro”L’orrore della sua fine pareva
presagito negli ultimi scritti.
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| Meno male che c'è la Tornabuoni, almeno lei può parlare. Ma dove sono gli italiani? Ma dov'è la povera Europa? E' mai possibile che andando Italia a nozze con Euro sia stata lei a italiettanizzare l'Europa? E adesso chi ci .......comanderà? ...Io avrei preferito i francesi!...Io avrei preferito i francesi!...Io avrei preferito i francesi!L |
Lietta Tornabuoni
P
ERCHE' mettono paura i cibi transgenici, prodotti da manipolazioni genetiche? A
Bruxelles un gruppo di ministri dell'Ambiente di Paesi europei, tra i quali
l'Italia e la Francia, si sono opposti a che venisse autorizzata l'introduzione
sui mercati di altre dodici specie di alimenti transgenici, dopo le diciotto
specie già ammesse dalla Comunità Europea. Per prudenza, naturalmente: per
controllare e valutare meglio i rischi possibili, per aspettare regole più
serie e più certe sulla completezza delle etichette delle confezioni in
vendita, per concedersi una sospensione durante la quale riflettere meglio. Una
moratoria di fatto, del resto, c'è già: da almeno un anno non viene concessa
alcuna nuova autorizzazione.
Certo l'opposizione non nasce dal desiderio di poter avere soltanto cibi
naturali, genuini: si sa benissimo che quanto mangiamo è originato da
manipolazioni, innesti, incroci, metodi di conservazione, immissioni chimiche,
alterazioni; agli spaventi anche troppo noti per il tonno al mercurio, il vino
al metanolo o la carne di "mucca pazza" si sono appena aggiunti i
timori per polli, uova, gelati, dolci alla diossina, per la Coca-Cola inquinata.
Da un pezzo la voracità del capitalismo più selvaggio e irresponsabile ha
compiuto e compie il proprio lurido lavoro.
Eppure, oltre alla cautela e alla volontà di limitare per quanto è possibile i
danni, nell'ostilità ai cibi transgenici dev'esserci qualcosa d'altro, di più
profondo: la stessa resistenza che tanti provano di fronte alle manipolazioni
genetiche di animali o di esseri umani; la speranza disperata di poter bloccare
quella che appare una violazione più violenta del solito di una Natura che è
spesso soltanto un'immagine del passato; l'idea di poter fermare una cultura
della mutazione che sarà magari quella del Duemila, che oggi può risultare
ancora sconosciuta, estranea, pericolosa.
PERSONE
Lietta Tornabuoni
NON
sarà un po' ridicolo accusare i sindacati di difendere "la propria
membership", ossia gli iscritti, ossia i lavoratori? Cos'altro dovrebbero
fare? Non è questa la loro funzione, la ragione per cui esistono? Creare posti
di lavoro non è compito dei sindacati, né è loro compito interessarsi alle
torve discussioni che tendono a mettere i figli contro i padri attribuendo ai
padri che lavorano la colpa della disoccupazioe giovanile e pretendendo che
siano loro a risolvere il problema cedendo ai figli il proprio posto. I
sindacati raccolgono e difendono i lavoratori o gli ex lavoratori: rimediare
alla mancanza di lavoro, questione europea e mondiale di fine secolo, spetta al
governo e agli organismi internazionali.
Non sarà un po' frivolo accusare i sindacati di non essere aggiornati, di non
essere alla moda? Se l'attualità e la voga sono rappresentati dal lavoro
precario e non garantito o dai licenziamenti, è una fortuna per i lavoratori
che i sindacati restino fuori moda. Non sarà un po' grottesco accusarli
d'essere conservatori, d'opporsi al cambiamento? E' ovvio che il cambiamento non
è un bene in sé, in assoluto. Bisogna vedere cosa cambia, come. E pure sul
termine "conservatore" occorre intendersi: questo conservatorismo
(tanto praticato concretamente e molto deplorato verbalmente) diventa positivo
se quel che si vuole conservare è quanto esiste di buono nella legislazione e
nelle regole italiane, a esempio la Costituzione o i diritti dei lavoratori. Non
sarà un po' sleale accusare i sindacati di rimanere al di fuori della realtà,
arcaici e testardi, quando da anni tutto il nuovo (ingresso in Europa,
flessibilità salariali, contratti d'area, patti territoriali) è stato
concordato con sindacati fin troppo accomodanti?
Naturalmente, non è certo la prima volta che i sindacati diventano bersaglio di
accuse, vengono insolentiti: è spesso andata così, da quando li si definiva (e
spesso era vero) "cinghie di trasmissione", veicoli di politiche di
partito nella società, a quando si imputava loro la responsabilità degli
egoismi di classe e di azioni estreme, a quando si attribuiva loro un cattivo
andamento economico del Paese e le colpe dei corporativismi ricattatori.
Magari tutte queste accuse esprimono qualcos'altro. I sindacati sono
protagonisti e simbolo d'un conflitto di interessi che è forse l'unico
ineliminabile. Il terreno sindacale è spesso quello che peggio sopporta accordi
degli opposti, compromessi, unità d'intenti diversi, quella conciliazione dei
contrari perseguita invece dalla politica. Non siamo in Danimarca, da noi i
capitalisti illuminati sono pochi, le lotte tra datori di lavoro e lavoratori si
svolgono in termini ancora molto semplici: c'è chi vuole pagare il meno
possibile e far lavorare il più possibile, c'è chi vuole essere pagato al
giusto e scansare lo sfruttamento. In questa contesa i sindacati sono anche
mediatori, ma soprattutto (con cedimenti ed errori, si capisce) difensori di una
parte: sarà questo che li fa giudicare dalla parte opposta antiquati, pavidi,
antimoderni, datati, conservatori eccetera.
CHI PAGA
I giorni tremendi delle tasse da pagare (come sempre, non senza code
interminabili, moduli introvabili, disposizioni incomprensibili e altri fastidi
tormentosi per i contribuenti) fanno riflettere: chi le paga tutte e davvero, le
tasse? Non i milioni di lavoratori in nero che se pagassero le tasse forse non
arriverebbero a sopravvivere. Non i grandi contribuenti virtuali, che dispongono
di uffici specializzati e detrazioni vantaggiose. Rimane la sterminata classe
media dei dipendenti coatti: quella sì, paga.
| Un commento di tutto buon senso, sarebbe ideale avere un successo propositivo. |
Più vediamo meno sappiamo
Lietta Tornabuoni
FANTASTICO
esempio di disinformazione: più vediamo o leggiamo del processo Milosevic, meno
sappiamo. Sono minuziose le descrizioni del comportamento di Milosevic davanti
al tribunale, duro, scostante, laconico, superbo: ma il suo modo di fare viene
presentato come un dato caratteriale («si sapeva, è sempre di cattivo umore»)
oppure come un tratto dell’appartenenza a un certo gruppo sociopolitico («si
sa, i tiranni sono così»). Sono fedelmente riportate le sue parole, «questo
è un falso tribunale, illegale, muove accuse false»: almeno per quanto è
stato reso possibile dal fatto che varie volte, in pochi minuti, è stato
azzittito spegnendogli i microfoni. Sono esatte le notizie sul suo rifiuto di
venir difeso da avvocati, che è un’altra forma di ricusazione del tribunale.
Sono precise le immagini e le informazioni giudiziarie. Ma nulla ha senso se si
trascura di ricordare, ogni volta, due o tre cose. Che Milosevic è l’unico ex
capo di Stato a venir processato per crimini contro l’umanità, in oltre mezzo
secolo di atroci massacri commessi in tanti Paesi non in guerra. Che Milosevic
è stato prelevato grazie al governo di Belgrado, in cambio di sovvenzioni e
aiuti, soldi e sostegno concreto: un mercato infame, che fa venire il
voltastomaco di fronte a chi ha venduto e a chi ha comprato quest’uomo infame.
Che Milosevic viene (verrà) giudicato da un tribunale internazionale con sede
in Europa, mentre tutto sembra essere stato condotto dagli americani. Che se
Milosevic, accusato d’aver fatto deportare e uccidere centinaia di persone,
viene (verrà) condannato per genocidio, la sua condanna dovrà rappresentare
una specie di assoluzione per i morti, i feriti, le distruzioni, gli incendi e
le esplosioni provocati durante la guerra del Kosovo dagli americani e dai loro
alleati nella Nato.
Questo processo con i suoi riti, la sua Carla Del Ponte procuratore generale, la
sua aula blindata, i procedimenti, la soddisfazione proclamata dagli americani
eccetera, è un ammasso di immoralità, di vergogne: vergognoso quanto ha
commesso Milosevic, vergognoso averlo comprato dai suoi in cambio di aiuti,
vergognoso (perché isolato e unico) il giudizio che ci si prepara a emettere su
di lui, vergognosa la guerra del Kosovo che sta all’origine di tutto.
Vergognoso anche trascurare di fornire ogni volta il quadro della situazione,
andare avanti con la cronaca senza background come se nulla fosse. Davvero, come
nel vecchio slogan «Né con la Nato né con Milosevic», i buoni e i cattivi
paiono non esistere più. O, almeno, agiscono entrambi così male da finire per
assomigliarsi.
In fumo la storia del cinema
di Lietta Tornabuoni
NEI film, anche recenti, i personaggi fumano: così il ministro della Sanità ha pensato bene di chiedere alle reti televisive (Rai, Mediaset, La 7) di non trasmettere film che presentino fumatori. In pratica, di cancellare la storia del cinema, con l’eccezione dei film in costume arcaico: niente più Jean Gabin né Erich von Stroheim, niente Mastroianni, niente Robert De Niro né Humphrey Bogart, niente Marlon Brando né Marlene Dietrich. E «Fumo negli occhi» o «Fumo di Londra»?
Via pure quelli, a scanso di equivoci? E Sandokan? Abolito per via di Yanez, delle sue ennesime sigarette? Il ministro raccomanda di censurare soprattutto quelle immagini in cui la sigaretta rappresenta un segno d’eleganza, di valore sociale: quindi la prostituta o il criminale col mozzicone all’angolo della bocca possono ancora andare, il campione sportivo o la modella no, sono esclusi.
Alla maniera delle futilità che piacciono agli americani, sembra di capire che l’idea del ministro sia che contro l’odioso fumo tutto serve (salvo che rinunciare al Monopolio di Stato dei Tabacchi, si capisce): ma davvero cadono le braccia.
A parte l’impossibilità materiale per le Tv di accogliere la richiesta, il serial killer o la guerra mondiale non saranno magari più nocivi del tabacco? E perché attaccare la rappresentazione più che la realtà? Se le mamme uccidono i loro figli piccoli, basterà togliere «Medea» di Euripide dal repertorio del teatro classico?
| Un goccia di intelligenza, a fonte di un contesto politico sociale evidentemente delirato, se non reagisce con altrettanto buon senso. |
DUBBI SULL’ASSALTO
di Lietta Tornabuoni
MA perché hanno ucciso i figli (e forse un nipote) di Saddam Hussein? Che bisogno c'era? Per quale motivo ammazzarli? Una volta identificato (grazie a una soffiata da 30 milioni di dollari) il posto dove stavano, li avrebbero comunque presi. Erano in quattro dentro una casa a Mossul, nel Nord dell'Iraq. Bastava circondare l'edificio, metterlo sotto assedio e aspettare. E invece i parà della 101ª divisione aerotrasportata, le truppe speciali dell'esercito e dell'aviazione, i duecento uomini delle «Aquile Urlanti», i diversi tipi di armi, l'attacco con razzi da parte degli elicotteri: uno spiegamento guerresco che serviva assolutamente a nulla. Erano pericolosi in quel momento? Sicuramente no. S'erano barricati nell'interno? Era sufficiente attrezzarsi. Facevano resistenza? Bastava collocarsi fuori tiro. Ma perché uccidere? I figli di Saddam Hussein saranno certo stati violenti, efferati assassini, seminatori di terrore in città, figure-chiave dell'ex regime: ma se si dovessero ammazzare tutti i criminali politici, le feroci canaglie, staremmo freschi, sarebbe un eccidio al giorno. In casi simili si catturano i colpevoli, si arrestano, si processano, si uccidono se nel Paese è legale la pena di morte oppure si condannano all'ergastolo o alla pena che il tribunale ha sentenziato: il modo di agire civile e democratico è questo. Perché ammazzare? E perché proprio gli americani dovevano assumersi il compito di ammazzare? Perché hanno vinto una guerra preventiva illegale, mossa per motivi inconfessati, combattuta sulla base di menzogne? Ma l'Iraq non è in guerra. La guerra è finita. Le uccisioni dei figli di Saddam Husse in non sono originate dalla «giustizia popolare» né dall'odio popolare, come fu per Mussolini e i suoi: in ogni caso quell'esecuzione del dittatore, nel tempo tanto criticata e caricata di tanti rimorsi, venne eseguita dai partigiani italiani, non dagli americani o dagli inglesi che presidiavano l'Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Non è incomprensibile immaginare che i figli di Saddam Hussein siano stati uccisi per motivi politico-militari: per poter vantare un’azione riuscita e guadagnarsi il plauso del presidente Bush deviando l'attenzione dalle bugie all'origine del conflitto iracheno; per intimorire quei singoli tiratori che ogni giorno uccidono soldati Usa; per una prepotenza poco ragionata simile a quella con cui, nei film, vengono descritte le irruzioni di militari o di agenti della CIA. E per quella mancanza di rispetto per la vita altrui che ha segnato tutta la guerra.
| Non altro che civiltà faticosamente creata nella storia dall'uomo con la sua intelligenza, ma quanto faticosamente! |
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