

Analisi di Barbara Spinelli
I confini della nuova Europa
3 maggio 2004
IL nuovo-continente Europa che abbiamo visto nascere l'altro
ieri a Dublino assomiglia molto poco alla prima Comunità che si formò nel
1951, quando tra sei Paesi fu creato il mercato comune del carbone e
dell'acciaio. A causa dei più ampi confini e della dimensione continentale che
possiede, a causa dell'internazionalizzazione dell'economia mondiale, a causa
della metamorfosi che contraddistingue oggi il suo rapporto con l'America,
l'Unione a Venticinque (e domani a 27 o 28) è votata a un destino più vasto, e
profondamente diverso.
È un destino non più introspettivo, concentrato sulla
riconciliazione tra nazioni europee secolarmente nemiche come accadde tra
Francia e Germania, ma è un destino estroverso, che va oltre il continuo esame
di coscienza casalingo cui eravamo abituati negli anni in cui la nostra
sicurezza era tutelata da Washington. L'eredità della vecchia cultura non perde
valore, ma l'Europa ha ormai la forza numerica e la statura per diventare
un'Europa strategica, interessata alle sorti del mondo e responsabile di queste
sorti.
La vecchia Europa è servita come modello di rappacificazione
tra Paesi che storia e cultura avevano diviso. La nuova Europa strategica può
servire come modello di nation-building su scala mondiale, di ricostruzione di
nazioni minacciate dall'arretratezza economica, dalla corruzione delle classi
dirigenti, dall'anarchia istituzionale, dai conflitti fra etnie e integralismi
religiosi, dal terrorismo. Il presidente della Commissione europea Romano Prodi,
che in tutti questi anni ha sottoposto gli europei orientali a un accanito,
meticoloso esame di maturità economico, istituzionale, democratico, non ha
torto quando dichiara che l'Unione si può presentare al mondo con un modello -
vincente - di esportazione della democrazia.
Molti hanno paura di queste nuove dimensioni, di questi nuovi
compiti, e della nuova cultura politica, delle nuove regole istituzionali, dei
nuovi mezzi finanziari che occorrerà dare a se stessi per essere all'altezza
dei compiti mutati. Per questo ci si concentra spesso su vantaggi e svantaggi
economici dell'allargamento, quasi non si volessero vedere le dimensioni
strategiche che caratterizzano a partire da oggi l'Unione.
Per questo si accumulano obiezioni, scetticismi, e alcuni (è
il caso della rivista americana Newsweek) parlano addirittura d'un allargamento
che metterà fine al sogno di un'Europa politica: non è la prima volta che i
difensori d'un ordine vecchio dicono che il nuovo non ha opportunità di
affermarsi, per il semplice motivo che gli occhiali che essi usano per guardare
il nuovo hanno lenti vecchie. Se inforcassero gli occhiali nuovi, vedrebbero che
l'Europa più grande non potrà che occuparsi di quel che accade intorno a essa,
e di un retroterra che dopo l'allargamento si fa più difficile, impaurente. A
Est l'Unione confina ormai con Stati pericolanti come Ucraina, Bielorussia, e
soprattutto con la Russia, che è una potenza militare e al tempo stesso uno
Stato debole, invischiato in un'interminabile guerra coloniale contro
l'indipendentismo ceceno. A Sud-Est confina con la Turchia, che la Comunità
considera «parte dell'Europa» fin dal ‘63 (così si espresse Walter
Hallstein, presidente della Commissione).
Attraverso Cipro e Malta l'Unione è più vicina a
Mediterraneo e Medio Oriente.
Di queste zone eravamo responsabili anche prima, ma l'Europa
della guerra fredda era sotto custodia. La potenza Usa era non solo il nostro
garante, ma il nostro federatore: il piano Marshall, che ci permise di uscire
dai disastri della guerra, aveva come condizione che gli europei s'unissero.
Questa strategia statunitense è finita, e non il sogno dell'Europa politica.
Altri Presidenti verranno dopo Bush, che preferiranno dividere l'Europa
piuttosto che federarla, e dunque spetta a noi soltanto, ora, trasformare
l'Unione nel soggetto mondiale che non è ancora.
Tutto sta a vedere come affronteremo questo compito, e come ci
prepareremo a quella che è divenuta una necessità oltre che un'opportunità.
Tutto sta a vedere se saremo gettati nel vasto mondo come esseri ciechi e
passivi (dunque se invocheremo in ordine sparso l'aiuto Usa) oppure se vi
entreremo con occhi aperti, con nostri progetti, con le istituzioni che
consentiranno all'Unione di contare, e di fronteggiare con spirito libero le
leggi della necessità.
Darsi una nuova cultura politica, e i mezzi per sostenere una
politica estera comune, vuol dire in essenza due cose. Primo, vuol dire far
proprie le inquietudini di sicurezza delle nazioni dell'Est appena entrate, e
non considerarle alla stregua di psicotiche «ossessioni». Se Bush ha potuto
ingraziarsi Polonia e Repubblica Ceca, Ungheria e Baltici, è perché l'Unione
non ha una politica verso i propri confini orientali e verso la Russia, e
perché qui è la vera fonte di timori storici nell'Est europeo.
In secondo luogo, unificarsi e contare nel mondo vuol dire
pensare quali sono i nostri confini, e di che natura essi debbano essere. Un
giorno si deciderà, forse, se l'Europa deve o non deve menzionare le proprie
origini cristiane. Ma fin da ora sappiamo gli ingredienti, di cui l'Unione deve
esser fatta per non disfarsi: gli ingredienti che già oggi la definiscono, e
che in futuro possono darle potenza. Tra questi ingredienti ci sono lo Stato di
diritto, il pluralismo, l'appartenenza a una storia europea: sono condizioni
imprescindibili, per futuri candidati. Ma non meno imprescindibile è la
rinuncia a parti sempre più consistenti delle sovranità nazionali, da parte di
tutti o quasi tutti: oggi nel commercio e nella moneta, domani - è sperabile,
vista l'enormità dei compiti - in politica estera e di difesa. Questa rinuncia
sarà regolata dalla Costituzione, che fisserà le sovranità della federazione,
delle nazioni, delle regioni. E che non sarà una Costituzione immobile, perché
altri trasferimenti di sovranità s'imporranno in avvenire.
L'Unione a 25 ancora deve fare passi importanti sulla strada
di queste rinunce, per poi imporle a futuri candidati. Per questo è così
difficile oggi iniziare un negoziato d'adesione con la Turchia. Per questo è
impossibile aprire l'Unione a Israele e Palestinesi, che s'opporrebbero a ogni
delega di sovranità.
Questi sono oggi i veri confini d'Europa: sono confini
costituzionali, oltre che frontiere che s'incarnano in valori condivisi. Sono
confini che consistono in regole di decisione, e la loro forza dipende dalla
potenza di simili regole. Sono questi confini che permettono di dire: non è la
gran quantità di Paesi che impedisce l'unità politica, ma l'assenza di regole
davvero efficaci e l'uso eccessivo del diritto di veto. È un'assenza che
paralizzava l'Europa dei Quindici, come rischia di paralizzare l'Europa dei
venticinque. Entrare nell'Unione significa accettare che questo confine fatto di
regole si rafforzi negli anni a venire, e interiorizzare il limite posto agli
Stati-nazione. Questo hanno dovuto accettare i candidati, prima
dell'allargamento.
Per parlare al mondo musulmano, l'Europa ha bisogno della
Turchia. Per pesare in Medio Oriente, ha bisogno di legare a sé Israele e la
rappresentanza palestinese: ne ha bisogno e ne ha il dovere, visto che la storia
d'Europa è direttamente responsabile di quel che accade in Israele e Palestina.
Con questi Paesi l'Unione dovrà trovare il modo di allearsi, ma senza garantire
subito un ingresso.
L'adesione avverrà a ben precise condizioni, quando gli Stati
in questione avranno veramente riflettuto sulla propria storia e ne vorranno
costruire un'altra, fondata non più sulla forza solitaria e assoluta dello
Stato-nazione ma sul senso del limite, sull'accettazione di autorità e leggi
superiori alle autorità e alle leggi nazionali, e sulla scoperta che questa
rinuncia è la stoffa di cui è fatto il modello europeo, quando funziona.

La fine di un Tabù
9 maggio 2004
di Barbara Spinelli
DICEVA Hannah Arendt che «gli uomini normali non sanno che
tutto è possibile». Non sanno che una grande democrazia come l'America è
capace di produrre l'orrore, proprio come i dispotismi che pretende di
combattere. Non sanno che il desiderio di arrecare sofferenza e di umiliare il
corpo e l'anima dell'avversario in prigionia può divenire a tal punto banale -
evento piatto, alla portata di tutti - che chiunque può ammetterlo e sentirsi
incolpevole e perfino vantarsene. Si è parlato di nichilismo, a proposito dei
terroristi che assaltarono le torri di New York e uccisero più di tremila
persone. Ma nichilisti sono anche gli atti compiuti da soldati americani e
mercenari privati che in questi giorni abbiamo visto sulle foto scattate nella
prigione che fu di Saddam, a Abu Ghraib. Se Dio è morto tutto è permesso, dice
il nichilista occidentale che giudica lecita l'uccisione di Dio, e di
conseguenza l'umiliazione estrema dell'essere umano. È permesso usare quel
luogo - Abu Ghraib, dove in trent'anni son stati torturati e uccisi 9000
prigionieri - allo stesso modo in cui il liberatore sovietico tenne aperto il
Lager di Sachsenhausen, in Germania, e lo riempì anzi di nuovi prigionieri
dissidenti. È permesso denudare e svillaneggiare un prigioniero, manipolare la
sua fede, i suoi costumi etici, il suo rapporto col corpo, e costringerlo ad
apparire in foto adatte a spettacoli di sadismo pornografico. Non solo: è
possibile che il torturatore - il volto vittorioso di chi mostra un trofeo, il
sorriso di chi è intimamente appagato, i gesti di esultanza - si faccia
fotografare nel momento in cui si compiace di torturare. Per chi e perché ha
scattato quelle foto, se non per rivedere ancora e ripetutamente il proprio
volto di fabbricatore del male assoluto, del male che abbassa l'uomo non già a
bestia ma a uomo spogliato della religione in cui crede, della cultura del corpo
che attraverso la sua religione ha interiorizzato? Perché no, se attorno al
torturatore o alla giovane torturatrice s'è insediata una cultura che pian
piano è giunta a considerare triviale quella fabbrica di sofferenza e non degno
di punizione quel disprezzo del diverso, soprattutto se musulmano? Si dirà che
ciascun uomo è capace di questo, ogni volta che l'anormalità si converte in
nostra comune normalità. Si dirà che in fondo occorre aver pietà dei
torturatori: «Essi che non sanno quel che fanno». Ma non sapere quel che si fa
non è una scusante, e nessuno può garantire che Gesù abbia detto queste
parole con indulgenza, sulla croce. Chi non sa quel che fa è tanto più
colpevole: perché crudele, e perché non sa cosa sia il male. È due volte
crudele come il nichilista islamico, per il quale tutto è permesso visto che
Dio non è morto. Quando cadono i tabù e s'infrange il senso della legge
succede appunto questo: la gente - quella che conta o che non conta, i
governanti o il comune cittadino - non sa più quello che fa. Hitler è in
ciascuno di noi, è vero. Lo dicono non solo gli storici ma gli antropologi, che
fanno esperimenti sull'attitudine umana a infliggere dolore e morte.
Quarant'anni fa, si sperimentò la disponibilità di cittadini comuni a
infliggere elettrochoc, in un test all'università di Yale. Il 65 per cento dei
partecipanti obbedì al comando d'uccidere. Ma poi molti provarono vergogna, e
qui comincia l'opera benefica del tabù. Il tabù esiste proprio per questo:
perché nel giro d'un attimo siamo capaci di scivolare dalla civiltà alla
barbarie, e perché questa realtà la fronteggiamo con sacralizzati divieti che
è blasfemo intaccare. Questo tabù abbiamo visto cadere, scrutando le foto che
ritraggono i soldati americani o inglesi che torturano prigionieri iracheni.
Vengono in mente altre immagini, di tempi non lontani. Soldati tedeschi e SS che
posano contenti davanti a mucchi di cadaveri denudati, nei campi di sterminio.
Gli stessi soldati che contemplano un ebreo costretto a inoltrarsi nella
Vistola, prima d'esser fucilato. Hanno quegli strani sorrisi anche loro.
Naturalmente lo sappiamo: sono tanti gli episodi simili, il disastro si ripete
sotto tanti cieli, le convenzioni di Ginevra sui prigionieri di guerra «sono
violate da tutti», come ricorda Alan Dershowitz, l'avvocato americano difensore
dei diritti civili che è stato uno dei primi a sostenere, nel 2003, la
legittimità della tortura. Ma la democrazia aspira pur sempre a esser diversa
dalla Cina, dal Sudan, dall'Iraq di Saddam, dalla Russia di Putin. Alle nostre
guerre diamo perfino il nome di guerre umanitarie. Ma ecco: sono bastate alcune
fotografie e tutta una retorica s'è sfasciata, assieme alle frasi che
garantiscono mondi migliori. È quel che accade quando una democrazia come
l'americana ha l'arroganza di credere che tutto le sia permesso: che solo per
lei valga l'impunità; che solo per lei i mezzi siano giustificati visto che il
suo fine è tanto più nobile di altri fini; che solo lei può rifiutare di
sottoporsi ai tribunali internazionali che giudicano crimini di guerra e
tortura. Non ha torto il senatore Ted Kennedy, quando dice che la Statua della
Libertà è caduta per terra. Non si sa come finiranno le guerre in Iraq e
Afghanistan, ma in questi giorni l'impensabile si fa pensabile: queste guerre
sono iniziate nella menzogna o nel disordine, i soldati sono stati male istruiti
e vengono ormai affiancati da un numero abnorme di guardie del corpo private che
nulla sanno dei diritti dell'uomo (quasi 20.000 in Iraq, molto più dei soldati
inglesi), e l'intera impresa può finire in catastrofe. I tabù non cadono da un
giorno all'altro. La caduta è preparata da un generale permissivismo, da una
cultura dell'impunità, da parole che smorzano il tremendo e sono chiamate
eufemismi, perché rendono accettabile il male evitando di nominarlo. Infatti le
autorità Usa non parlano di tortura: parlano di abusi, di condizioni che
facilitano l'interrogatorio, di trattamenti fisici, di errori. Questa cultura
che ingentilisce la colpa ha messo le radici molto tempo prima, non solo in
America ma in Occidente, e l'11 settembre ha accelerato la degradazione. Ha
detto Cofer Black, ex direttore del contro-terrorismo nella Cia, nel dicembre
2002 al Congresso: «Tutto quel che dovete sapere è questo: c'era un prima-11
settembre e c'è un dopo-11 settembre. Dopo l'11 settembre ci siamo tolti i
guanti». S'è tolto i guanti l'avvocato Dershowitz, interrogato su questo
giornale da Maurizio Molinari. S'è tolto i guanti Jack Wheeler, Presidente
della Freedom Research Foundation, che dal 2001 consiglia una delle più
intollerabili torture per i terroristi: la privazione dell'aria che respirano.
È in questo clima che è stato possibile tener prigionieri più di 600 sospetti
di terrorismo, nella base Usa di Guantánamo a Cuba, senza dar loro la
possibilità di difendersi e violando la convenzione di Ginevra. Lo stesso
Rumsfeld disse nel gennaio 2002 che per i terroristi la convenzione non valeva.
È in questo clima che centinaia di prigionieri afghani trovarono la morte, nel
massacro perpetrato a Mazar-i-Sharif nel novembre 2001. Molti uccisi avevano le
mani ancora legate dietro la schiena. A parte il massacro di Mazar-i-Sharif, i
morti in prigionia sarebbero più di 25, tra Afghanistan e Iraq, e le torture
non sono iniziate con le foto. La Croce Rossa e Human Rights Watch scrissero
lettere allarmate a Bush, a Rumsfeld, a Wolfowitz, a Condoleezza Rice: nel
dicembre 2002, nel gennaio e marzo 2003, nel gennaio 2004. Se non fosse stato
per le fotografie, probabilmente lo scandalo sarebbe stato messo a tacere. Ma
c'erano le foto, e in democrazia non si usa ritoccare le immagini. Anche per
questo i torturatori e chi ha accettato che esistessero torturatori non sanno
quel che fanno. Nei totalitarismi si possono compiere crimini efferati perché
non vi sono istituzioni indipendenti, e perché le immagini si ritoccano o si
censurano. In democrazia le fotografie le vediamo nude e crude, perché è
difficile imporre il silenzio-stampa o il silenzio-immagine. Almeno per il
momento non si possono avere facilmente, in democrazia, le due cose insieme: la
trasparenza dell'informazione e la definitiva banalizzazione della crudeltà. E
tuttavia la banalizzazione è possibile anche da noi, e prima o poi tende a
influenzare le legislazioni, a indurire i mezzi che promettono al cittadino
impaurito la sicurezza, a rallentare infine la vigilanza della stampa. È una
banalizzazione possibile non solo in America: anche in Italia c'è un partito
governativo (la Lega) che ha imposto una legge secondo cui la violenza può
chiamarsi tortura solo se è «reiterata». È una notizia che ha occupato poco
i giornali: a causa della loro volatilità ma anche dell'indifferenza di tanti.
È la nostra indifferenza a permettere che il male, dilagando, ci corrompa.
Dipende dunque da noi restaurare i tabù che facciamo morire. Abbiamo visto che
quella che Bush chiama «democrazia in azione» può incarnarsi in operazioni
militari sgangherate, in torture, nel piacere erotico della guerra: Dottor
Stranamore e Full Metal Jacket non sono un'invenzione di Kubrick. Ma anche la
stampa libera è democrazia in azione, e anche il Senato che ha interrogato
Rumsfeld con accanimento. Quando istituzioni simili si mettono al tavolo di
lavoro, sembra che la democrazia sia di nuovo una cosa seria, non moribonda. Che
possa correggere non solo scelte belliche pericolose, ma anche i propri crimini.
La guerra in Iraq sta marcendo, e ora si tratta di aggiustare l'aggiustabile. Lo
stesso dovranno fare i governi che combattono sotto comando Usa, e tra essi
l'italiano: anche per essi è giunta l'ora di fermarsi, di meditare su quelle
foto, di spiegarsi. Di capire se vogliono rendersi complici di un'operazione che
rischia di screditare la democrazia che diciamo di voler difendere, e
addirittura propagare nel mondo. Ma tutto questo non è sufficiente: la vera
prova non consiste nel salvare la democrazia nei Paesi non democratici, ma di
salvarla nei nostri Paesi e specialmente in America. Perché è qui da noi che
si decide se la democrazia può tornare a esser compatibile, nell'immaginario
delle genti, con la civiltà.

Analisi di Barbara Spinelli
La fine dell'ideologia politicamente scorretta
16 maggio 2004
La scorsa settimana è stata dura, per quel gruppo di
neoconservatori che ha messo radici nella cultura americana e che a partire dall’11
settembre 2001 s’è identificato con le guerre di Bush per l’esportazione
della democrazia. Il politicamente scorretto era stata la loro forza, per anni.
Non c’era legge che essi non mettessero in forse, con spavaldo compiacimento.
Non c’era capitolo storico, non c’era mito, non c’era regola, che essi non
contestassero, come rimasugli di un’era tramontata.
In principio l’offensiva parve salutare, perché mise fine a
tanti dispotismi del politicamente corretto: dispotismi che avevano sottoposto
le società a un carico esagerato di diritti, come spiega Federico Rampini nel
suo libro sul neoconservatorismo in America (Tutti gli Uomini del Presidente,
Carocci). Dispotismi che avevano visto le sinistre lungamente egemoni, in Europa
occidentale e America: è il motivo per cui tanti intellettuali furono
affascinati dalla veemenza iconoclasta della controffensiva Usa, e dalla sua
traduzione militare. Ma il politicamente scorretto ha finito col generare
mostri, in questi giorni. Le fotografie sulle torture di prigionieri iracheni a
Abu Ghraib sono l’amaro frutto d’una battaglia che voleva produrre
anticonformismo trasgressivo e ha invece generato indecenza, incompetenza, e -
per le democrazie - perdita d’influenza mondiale.
La cultura del politicamente scorretto aveva preso il potere,
nell’America di Bush, e trionfalmente era partita in guerra con l’idea di
esportare la democrazia nel mondo arabo-musulmano. Lo avrebbe fatto
«togliendosi i guanti», disse un ex agente Cia dopo l’11 settembre. La
guerra contro il terrorismo avrebbe sospeso tutte le regole escogitate dopo due
conflitti mondiali: le convenzioni di Ginevra sui diritti dei prigionieri o le
leggi incarnate dall’Onu. E questo senza porsi scadenze, visto che la guerra
era infinita. I torturatori Usa non avevano forse ricevuto istruzioni del
ministero della Difesa ma sapevano che quel che facevano non era inviso ai
vertici: non avrebbero altrimenti scattato centinaia di foto.
Lo scontro fra europei e Casa Bianca avvenne su questi punti,
quando Bush teorizzò le guerre preventive e respinse il Tribunale penale
internazionale. L’Europa e le organizzazioni umanitarie furono viste come
ostacoli all’offensiva contro il terrore. La riluttanza che esse esprimevano
venne considerata alla stregua di una bellicosa operazione legalista e
antiamericana: un lawfare, dissero i neoconservatori, contrapponendo le passioni
legalitarie alla passione di chi s’occupa del warfare, delle azioni di guerra.
Questa cultura giace in frantumi, sotto i nostri occhi. Non
solo a causa delle foto sulle torture, o perché a queste foto è stata data un’eccessiva,
preponderante importanza. Ma perché il terrorismo ha risposto con un’intensificazione
di violenza inaudita, e politicamente soppesata. La decapitazione dell’ebreo
americano Nicholas Berg, diffusa su Internet, o i combattenti palestinesi che
brandiscono lembi di corpi israeliani a Gaza: sono un avvertimento chiaro,
lanciato dai terroristi.
Nel politicamente scorretto le democrazie saranno comunque
perdenti: questo il messaggio che è dietro la testa mozzata di Nicholas Berg.
La scorrettezza e l’indecenza sono qualcosa che si paga, in democrazia: prima
o poi si ribellano la stampa, i parlamentari. Prima o poi si copre di ridicolo,
chi come Bush elogia il «superbo lavoro» svolto dal proprio ministro della
Difesa, o chi come Rumsfeld afferma che lui, da quando si parla di torture, «ha
smesso di leggere i giornali». I terroristi e i totalitari questi problemi non
li hanno. Non conoscono lo spazio democratico, dove cittadini e dirigenti
rimuginano i propri errori. Non devono fronteggiare rivolte dell’opinione
pubblica.
Rivaleggiare in orrore con l’avversario è enorme errore, e
ogni guerra d’immagini in questo campo è veleno per la democrazia. La foto
della testa mozzata non diminuisce lo scandalo delle torture, ma le fa
impallidire e le rende più inani ancora, confermando la totale inefficacia d’un
modo d’iniziare e condurre le guerre. Non solo un uomo torturato dirà verità
opinabili negli interrogatori, ma la visione delle sevizie creerà più odio,
più antiamericanismo, più desiderio di veder riprodotte sulle prime pagine dei
nostri giornali le immagini di vendette sempre più feroci. I primi a pagare
saranno Israele e gli ebrei nel mondo, che di Bush si fidavano e da Bush vengono
trasformati in capri espiatori d’una colossale sconfitta democratica.
Le umiliazioni cui son stati sottoposti i prigionieri iracheni
sono la materia di cui è fatta tale sconfitta. Esse spingono i terroristi a
mostrare che nelle gare di crudeltà spudoratamente esibita saranno loro, i
vincenti. Bush ha mentito sulle armi di distruzione di massa, su Saddam e Al
Qaeda, e infine sulla promessa dei diritti dell’uomo. Facendo questo ha
indebolito la base del potere americano, mettendo in mostra incompetenze
abissali.
Questa guerra delle idee l’intero occidente rischia di
perderla, se non ripensa la difesa della propria civiltà, la dipendenza dal
petrolio arabo, l’opportunità di un’alternanza a Washington. I danni sono
talmente grandi che non basta all’Europa la ricetta delle sinistre: il
semplice ritiro delle truppe dall’Iraq. Bisogna forzare l’America a
ripensare la lotta al terrore, e indurla a difendere nel mondo quell’imperio
della legge e della decenza che i cultori del politicamente scorretto avevano
creduto di poter gettare nella spazzatura.

Il vecchio che torna
di Barbara Spinelli,
da La Stampa, 28 febbraio 2010
E’ scritto nel Qohélet, poema biblico di massima saggezza, che
«ciò che è, già è stato. Ciò che sarà, già è». Si applica atrocemente all’Italia,
e manda in rovina le parole che da 17 anni ci accompagnano, sempre più insipide:
Transizione, Seconda Repubblica, Nuovo, Miracolo, Riforma. Oppure: politica del
fare, dell’efficienza. Nell’intervista a Fabio Martini, Rino Formica, ex uomo di
Craxi, constata un «collasso dello Stato. Snervato nei suoi gangli vitali. Con
un’aggravante: nell’opinione pubblica cresce un disgusto senza reazione, si
attendono fatalisticamente nuovi eventi ancora più squalificanti, il perpetuarsi
di un’Italia regno degli amici, delle spintarelle, delle percentuali».
L’avvento del Nuovo, promesso dopo lo svelamento di
Tangentopoli nei primi Anni 90, era dunque un pasticciaccio, un maledetto
imbroglio. Non: «Ecco, faccio nuove tutte le cose», ma: «Faccio tutte le cose
vecchie». Non siamo in mezzo al guado, il viaggio non è mai iniziato. Come
nell’Angelo sterminatore di Buñuel, per uscire dalla stanza-prigione bisogna
ripercorrere gli esordi, capire come si è entrati nell’imbroglio e ci si è
rimasti.
Mani Pulite nacque e crebbe come evento davvero inedito, per
l’Italia, in simultanea con la battaglia condotta a Palermo contro i patti della
politica con mafia e camorra: una pantera la mafia, una volpe la camorra, disse
Falcone a Giovanni Marino di Repubblica, quattro giorni prima di essere ucciso.
Figlie, l’una e l’altra, di «un’omertà che si è trasformata in memoria storica
di uno Stato che non ti garantisce». È significativo che l’unico commento di
Silvio Berlusconi sul marciume che torna a galla sia: «Il male principale della
democrazia in Italia è la giustizia politicizzata». Non è il marciume, ma il
dito che lo indica. Non è il fare che si svela malaffare, il predominio
dell’opaco sul trasparente, il familismo amorale che torna, la ’ndrangheta che
non fidandosi più di nessun mediatore entra in Parlamento. Il capo del governo è
un avatar della Prima Repubblica: pur travestendosi, pur conquistando folle e
voti, «fa vecchie tutte le cose». La sua rivoluzione, come accade nelle
rivoluzioni giacobine, ha raccattato il potere a terra per salvarlo. Il
presidente della Consulta Francesco Amirante ha detto in pratica questo, giovedì:
sono i giacobini e non i democratici a idealizzare la sovranità assoluta
dell’elettore. Le costituzioni esistono perché del popolo non ci si fida del
tutto, e la Consulta rappresenta un «popolo trascendente» che guardando lontano
frena se stesso.
Quando nacquero le due battaglie Mani Pulite a Milano,
l’antimafia a Palermo si capì che tutto in Italia si teneva: l’intreccio tra
politica e affari a Nord, tra politica e mafia a Sud. Le due città divennero
simbolo dell’Italia peggiore e migliore, ambedue sperarono molto prima di
disperare, ambedue scoprirono di portare dentro di sé la «memoria storica di uno
Stato che non ti garantisce». Dicono che Tangentopoli oggi è diversa, anche se
il cittadino non vede grandi differenze. Per alcuni è peggio («Noi non abbiamo
mai scardinato lo Stato», assicura Formica), visto che allora si rubava per i
partiti e ora si ruba per sé. Come se rubare per la politica fosse un’attenuante,
e non l’obbrobrio che ha distrutto il senso delle istituzioni e dello Stato,
aprendo strade ancor più larghe alle ruberie del tempo presente.
Dicono anche che l’Italia è congenitamente votata alla
corruzione. Anche questo è falso, perché l’Italia con Mani Pulite cominciò a
sperare veramente in una rigenerazione. Enorme fu la partecipazione ai funerali
di Falcone, il 25 maggio ’92. Ci fu il movimento dei lenzuoli, speculare a Mani
Pulite. Nel suo bel libro L’Italia del tempo presente, Paul Ginsborg cita un
documento stilato in una veglia di preghiera nella chiesa palermitana di San
Giuseppe ai Teatini, il 13 giugno 1992, dopo l’eccidio di Falcone. Il documento
s’intitolava «L’Impegno», e oggi dovrebbero leggerlo e rileggerlo gli studenti,
gli imprenditori, i servitori dello Stato, i politici, per mostrare che l’Italia
ha qualcos’altro nelle ossa, oltre alla melma. Se torna a corrompersi, è anche
perché ai vertici manca l’esempio. «Entri nella mafia se ti senti, e sei,
nessuno mischiato con niente», dice il linguaggio malavitoso.
Vale la pena ricordare alcuni brani, dell’Impegno palermitano:
«Ci impegniamo a educare i nostri figli nel rispetto degli altri, al senso del
dovere e al senso di giustizia. Ci impegniamo a non adeguarci al malcostume
corrente, prestandovi tacito consenso perché “così fan tutti”. Ci impegniamo a
rinunziare ai privilegi che possano derivare da conoscenze e aiuti “qualificati”.
Ci impegniamo a non vendere il nostro voto elettorale per nessun compenso. Ci
impegniamo a resistere, nel diritto, alle sopraffazioni mafiose...». Questo fu,
ed è, il Nuovo. Anche Milano, atavicamente maldisposta verso lo Stato, sentì
sorgere in sé un ricominciamento. Corrado Stajano la descrive non più piegata
sui propri affari privati ma «infiammata di un entusiasmo liberatorio», nel
febbraio ’92, grata ai magistrati che ne scoperchiavano il malaffare. Da allora
«si è indurita, non ha saputo discutere le cause vicine e lontane di una
corruzione che ha macchiato tutti i partiti politici e tutti gli strati sociali
(...), non ha saputo fare i conti con se stessa. Ha cancellato quel che è
successo. O meglio, ha preferito dirsi che nulla è successo» (Stajano, La città
degli untori, Garzanti 2009).
Fu da quel vuoto che balzò fuori la figura di Berlusconi,
agguerritissimo addomesticatore di istinti, creatore di mondi e show consolanti.
Lui sapeva la forza di certi gusti, aveva addirittura forgiato nuovi stili di
vita a Milano-2, lontano dalla pazza folla cittadina, aveva creato addirittura
una televisione per le new town e da lì partì, promettendo nel ’94 un «nuovo
miracolo italiano». Un miracolo non per fermare i comunisti, ma quel popolo dei
lenzuoli e dell’entusiasmo liberatorio che minacciava mafie e vecchi-nuovi
padroni del vapore. Si continuò a rubare, senza neanche più fingere passioni
politiche. La Lega smise gli osanna a Mani Pulite perché rivalutare le
istituzioni voleva dire contribuire di tasca propria al bene comune, e solo gli
imbecilli lo fanno.
Non si aprì l’era della trasparenza, della riforma dello Stato.
Se ne parla di continuo ma il verbo è performativo, come dicono i linguisti:
basta dire e il fare già c’è. Paradossalmente, nell’era di Berlusconi tutto si
decide nelle aule di giustizia: non è da escludere che proprio questo egli
voglia, per avere un nemico esistenziale.
Forse il Nuovo non è venuto perché debellare la corruzione è «impresa
titanica», come sostiene Luca di Montezemolo: perché coinvolge non solo i
politici ma un’intera classe dirigente. Forse per questo siamo immobili non in
mezzo al guado, ma penzolanti nel vuoto come nel ’92, sfiduciati e però assetati
di ricominciare. Difficile credere che non esista anche questa sete, accanto al
disgusto fatalista. La sete rispuntata dopo il fascismo, quando Luigi Einaudi
disse, il 27 luglio ’47: «Esiste in questo nostro vecchio continente un vuoto
ideale spaventoso».
Mi ha colpito una frase, detta all’Aquila domenica scorsa da
un manifestante delle chiavi, il direttore dell’Accademia delle Belle Arti
Eugenio Carlomagno: «Chiusi nelle case antisismiche, nei moduli abitativi
provvisori, abbiamo capito che non sapevamo dove andare: non c’è un teatro, non
c’è una biblioteca, non ci sono più i bar del centro. Ci siamo accorti di essere
persone che debbono solo comprare cibo al supermercato, mangiare e guardare la
televisione. Abbiamo detto basta». Non è ancora L’Impegno della chiesa
palermitana, ma si ricomincia anche così: uscendo dal privato delle new town,
spegnendo le tv del Truman Show, riprendendosi la pòlis.
Riscoprendo che la politica può fare la differenza, non in
peggio ma in meglio, e che a quel punto potremo edificare la memoria di uno
Stato che ti garantisca.