

Domenica, 13 ottobre 2002
La città proibita ai girotondi
di Barbara Spinelli
UNA singolare complicità sembra unire destre e sinistre
ufficiali contro i movimenti di protesta che da qualche tempo si riconoscono
attorno a Nanni Moretti, e che vengono chiamati Girotondi.
E’ la complicità di una classe politica che ha lungamente
corteggiato la società civile, che ha teorizzato in passato i movimenti di base
o il popolo rivoluzionario, e che d’un tratto ne è tediata, inorridita.
Lo spirito di clan si insedia nuovamente nelle menti dei
professionisti della politica, e si sa quel che caratterizza il clan: l’appartenenza
a un collettivo chiuso, a una città proibita che ha un proprio linguaggio e
pretende di possedere una propria inaccessibile sapienza.
Il clan ha comuni attributi, e chi non fa parte dell’esoterica
confraternita è trattato alla stregua di un nemico, intento a disturbare i
manovratori. Quando si attribuisce ai Girotondi un’anima antipolitica è
questo tedio che si segnala, questo fastidio verso una società che non si
limita ad ascoltare e digerire quel che le viene somministrato, ma che si alza
in piedi da sola ed esercita un controllo e si fa sentire quando è scontenta.
Estranei ai Girotondi, i fautori della lotta di classe sono
spesso più ascoltati di Moretti. Sono politicamente più accorti: questo li
protegge dalle ingiurie come dai sarcasmi. Il fatto che una piazza di questo
genere susciti tante claniche antipatie è non poco sospetto, ed è frutto di
una debolezza più che di una forza.
Una debolezza che contamina tutti i partiti consolidati,
vecchi e nuovi, e che in realtà nasce dalla loro grande dipendenza dalle folle,
dall’opinione pubblica. Nell’ultimo decennio infatti la politica si è fatta
lì, lontano dai circuiti dei partiti che Tangentopoli aveva svuotato di
significati, e a volte dell’onore. Il fenomeno Berlusconi è nato fuori dai
partiti, e così la Lega.
E’ un’ubriacatura da cui adesso si vuol uscire, e di
questo sforzo i Girotondi pagano il prezzo. Le mura che cingono la classe
politica tornano a chiudersi: ermetiche e conformiste come ai tempi della
partitocrazia. L’ubriacatura è finita, e tuttavia il virus che Berlusconi ha
diffuso permane.
L’unica piazza che calma le apprensioni è quella virtuale,
dedita alla digestione passiva del cibo politico: la piazza degli spettatori
televisivi e degli occasionali sondaggi, la piazza di chi subisce la politica
con sbadato disappunto o con assenso stordito - tra un voto e l’altro - ma
senza partecipare e tenerla sotto controllo.
Questa chiusura dei partiti è solo apparentemente razionale,
improntata a responsabilità. Monopolizzando la res publica e chiamando
antipolitica tutto quel che ruota attorno al principe e ai suoi mandarini, essi
restringono smisuratamente le responsabilità e le funzioni che nelle società
complesse vengono esercitate da una classe ben più vasta della classe politica:
la classe dirigente, che non è fatta solo di tecnici del governo ma che
comprende vari corpi sociali: sindacati e imprenditori, giornalisti e
magistrati, associazioni e partiti.
Tocqueville li considerava essenziali al funzionamento della
democrazia e all’equilibrio dei poteri costituzionali, e dava loro il nome di
particolari potenti. Di questa classe dirigente - e potente - i Girotondi sono
ormai parte costitutiva, e qui è uno dei motivi del tedio che destano un po’
ovunque, nelle corporazioni già consolidate della politica e non solo nel
centro-destra.
Ma proprio perché sono divenuti classe dirigente, i Girotondi
hanno speciali obblighi, speciali doveri di coerenza. Non possono limitarsi a
realizzare se stessi nella mobilitazione, come fossero un movimento che accampa
i diritti di una classe o un genere biologico e che ignora la necessità dei
doveri.
Come se non conoscessero l’etica delle responsabilità,
accanto a quella della convinzione. Ci si sente sempre bene dopo una
manifestazione, ma farsi del bene non è la vera alternativa a quella che
Moretti chiama, giustamente, la vocazione della sinistra a farsi del male. La
mobilitazione sociale è ingrediente indispensabile del conflitto democratico,
ma la prova più seria della politica è la scelta, ed è quest’ultima che
spesso sembra mancare ai Girotondi.
Non una scelta di principio soltanto - la pace contro la
guerra, i diritti dei lavoratori, l’unione contro la divisione - ma una scelta
che prepari i partiti di sinistra a governare, a darsi un programma e un leader
riconosciuto da tutti, a mobilitare se stessi e i cittadini su un ampio
territorio.
Una scelta che li aiuti a riconquistare gli elettori delusi
che hanno votato a destra, e che non li abitui a concentrare tutti gli affanni
sulla protesta. La chiusura corporativa è senz’altro il pericolo da cui i
politici dovranno guardarsi: essa non conduce all’unione.
Ma anche i Girotondi corrono un rischio: quello di perdere di
vista lo scopo, che è quello di pensare e affinare la capacità della sinistra
di governare l’Italia governando se stessa, di meditare sul riformismo e di
tradurlo in proposte. Dice ancora Moretti, non senza ragione, che l’Italia è
oggi «un paese nel quale essere riformisti equivale ad essere rivoluzionari».
Ma questo vale anche per i Girotondi, dove la volontà riformatrice non sempre
è evidente.
La sovversione va applicata anche a se stessi, alle proprie
abitudini mentali, alle proprie automatiche simpatie. Si può essere per la pace
nel mondo, ma si può anche avere qualcosa da dire sul pericolo del terrorismo
globale e sulla necessità di opporgli resistenza. Si può pensare la pace, e
però anche la guerra.
Si può opporre un rifiuto all’unilateralismo di Bush, ma
contrapponendogli la forza di un comando militare europeo e di un’unione
politica continentale. E ancora: si può combattere per i diritti sociali, ma
non senza meditare sui doveri che hanno i lavoratori garantiti, sulla
flessibilità del lavoro, sui compiti nuovi del sindacato.
L’appello dei Girotondi allo sciopero generale della Cgil li
vede a fianco della linea Cofferati: è una scelta che non favorisce l’unione
dell’Ulivo e fra i sindacati, e difficilmente farà bene alla sinistra intera.
Su tutti questi temi i Girotondi danno l’impressione di mancare di iniziativa,
di voler vivere nella non-scelta.
E’ il motivo per cui sono corteggiati da quella sinistra che
si preoccupa più della propria identità che dell’arte di governo: dalla
sinistra Ds, da Cofferati, dai Verdi. Non è necessariamente la strada che darà
forza all’Ulivo, e all’impegno che esso ha contratto con gli elettori di non
cedere ai ricatti di partiti e correnti.
E’ la strada che minaccia di dividere ancor più l’Ulivo,
di provocare scissioni nei Ds, di isolare chi nei Ds vuole una formazione
sovra-partitica. I Girotondi avranno a quel punto realizzato se stessi, ma non
avranno migliorato, come volevano, la cosa pubblica e i compiti fissati dalla
Costituzione.

Domenica, 27 ottobre 2002
L'assassinio della politica
di Barbara Spinelli
Vladimir Putin non poteva far altro che quello che ha fatto,
di fronte alla violenza di un terrorismo ceceno che aveva preso in ostaggio
ottocento inermi cittadini radunati in un teatro moscovita, il 23 ottobre, e che
per tre giorni aveva sparso la paura nella capitale e in tutta la Russia. Di
fronte al crimine, lo Stato non può che preservare se stesso, inflessibilmente.
Deve poter riconquistare il monopolio della violenza, deve poter colpire i
criminali, se vuol salvare non solo gli innocenti che il terrorismo usa come
scudi ma la propria stessa vocazione a proteggere l’incolumità della
popolazione e la sopravvivenza del contratto sociale tra governanti e governati.
L’assalto al teatro di via Melnikova è la conseguenza logica di tutto ciò, e
l’operazione sarebbe un successo sicuro se non fosse per il gas nervino:
qualora, come sembra, esso fosse stato usato, saremmo di fronte alla gravissima
rottura di un tabù, perchè quest’arma infame non era mai stata maneggiata da
un governo che ha il rispetto del mondo. I sequestratori sono stati in gran
parte uccisi, a cominciare dalle donne con cinture di esplosivo e chador che
avevano annunciato alle televisioni arabe di voler morire a Mosca per la Cecenia
e la loro fede. I civili hanno pagato un prezzo alto, ma centinaia di essi sono
scampati allo scontro seguito all’assalto delle unità speciali impiegate nell’alba
di ieri.
Ma la pagina che è stata scritta in queste ore a Mosca è al
tempo stesso assai buia, e di pessimo augurio. Come pagina della nostra storia,
è improbabile che serva a correggere le azioni delle classi politiche e di
quelle governative, in Russia come in Occidente. Serve a unificare il fronte
della guerra mondiale contro il terrorismo, e a rinsaldare la determinazione
poliziesca dei governi minacciati. Serve a creare l’immagine dominante che
caratterizza questo inizio del secolo, dopo la fine delle ideologie
novecentesche: l’immagine di un terrorismo globale, che usa la fede musulmana
come arma offensiva e come sfida, che proclama la guerra agli infedeli d’Occidente
come d’Oriente. E che conduce la sua offensiva di fronte alle telecamere,
nelle ore di maggiore ascolto, per meglio piegare le menti di chi osserva - fino
a ieri ignaro di quel che accade, tramutato improvvisamente in spettatore
impotente d’un regolamento dei conti indecifrabile, ultraterreno - la
meticolosa messa in scena dell’orrore. Ma serve anche a obnubilare la realtà,
a militarizzare definitivamente l’arte della politica, a far apparire quest’ultima
completamente superflua, completamente inane, priva di qualsiasi autonomia,
incapace di dar leggi a se stessa che non siano quelle della giungla e della
punizione violenta, più o meno preventiva.
Il nuovo ordine mondiale rischia di essere questo: alla pace e
alla politica incaricata di edificare le regole della convivenza civile, si
sostituisce una militarizzazione delle menti che tende a uniformarle tutte sotto
un unico emblema cui viene dato il nome di terza guerra mondiale contro il
terrore islamico. Alle regole si sostituisce una sregolatezza mentale che solo
le armi possono curare. Integralismo religioso e militarizzazione della politica
stipulano fra di loro un diabolico patto - il patto della guerra fra le culture
- e la parola che unifica i contraenti è quella pronunciata nei giorni scorsi
dalla donna kamikaze con chador: «Sono pronta a morire qui a Mosca per i ceceni
e contro gli infedeli». L’avversario dell’indipendentista ceceno non è
Putin lo stratega, il politico. È Putin l’esponente della fede cristiana
contro cui l’Islam in quanto tale è chiamato ad arruolarsi: una via d’uscita
più onorevole non c’era, per il Presidente russo impelagato in una orribile
guerra coloniale.
Le peculiarità locali e nazionali si sperdono, nella caligine
mediatica di simile globalizzazione santificata del crimine. Gli obiettivi
legittimi delle guerre di indipendenza e di emancipazione nazionale vengono
frantumati, dalla macchina omologatrice di questo Moloch che tutto divora e
tutto trasforma: il Moloch di un terrore che sotterraneamente si allea con i
capi delle mobilitazioni antiterroriste e che coscientemente viene chiamato alle
armi per cancellare ogni ragionevole distinzione fra guerre lecite e illecite,
tra frustrazioni reali e immaginarie dei popoli, tra sofferenze razionali e
irrazionali. L’azione terroristica contro i civili moscoviti non porta alla
ribalta le guerre dimenticate, come hanno preteso i sequestratori fanatizzati
dalla depravazione del jihad islamico. Forse essi vogliono portare i conflitti
nel cuore del paese aggressore, ma di fatto ottengono l’esatto contrario.
Trasformano guerre giuste in guerre criminose, pervertono la loro natura come le
loro finalità, tolgono ogni speranza a chi in buona fede combatteva contro le
atrocità di un’oppressione, una colonizzazione. Non solo: di fatto
deresponsabilizzano i colpevoli stessi di queste oppressioni e colonizzazioni -
il governo russo, nel caso della presa di ostaggi al teatro di via Melnikova -
che attraverso il terrore dovevano esser spinti a prender coscienza dei propri
errori e a correggerli.
Il terrore contro i civili e la guerra dell’Islam kamikaze
hanno deresponsabilizzato Sharon in Israele, permettendogli di ignorare le
domande non illecite che vengono dal popolo palestinese nei territori occupati.
Ma ancor peggio in Russia, nella guerra caucasica che Putin ha ricominciato all’inizio
della sua carriera di Presidente, nell’autunno del 1999: una sordida guerra di
sterminio, ben più feroce di quella condotta dagli israeliani in Cisgiordania e
Gaza contro un terrorismo antico, è stata definitivamente deformata e
banalizzata dall’azione criminosa di pochi combattenti islamizzati,
consentendo a Putin di allontanare da sé ogni personale responsabilità, ogni
consapevolezza di carattere politico. A partire da oggi, il terribile conflitto
ceceno smette di avere i caratteri che aveva: da guerra di indipendenza diviene
semplice tassello della globale guerra contro Al Qaeda, escrescenza di un unico
male che non necessita rimedi locali e prese di coscienze nazionali ma che
richiede un’unica, indistinta, militarizzata risposta mondiale. È il motivo
per cui osservatori obiettivi e attenti come l’esperto militare Pavel
Felgenhauer a Mosca, o l’ex consigliere per la sicurezza Zbigniew Brzezinski
in America, denunciano l’alleanza obiettiva fra terrorismo e vertici russi. E
si chiedono come sia stato possibile che un manipolo di cinquanta kamikaze
vestiti con regolare uniforme, carichi di esplosivi e imbarcati in camion
militari, abbia potuto traversare la Russia, entrare indisturbato a Mosca,
irrompere nella sala del teatro (intervista di Maurizio Molinari a Brzezinski,
La Stampa, 26 ottobre)
In ogni caso gli eventi moscoviti sono la cosa peggiore che
potesse accadere al popolo ceceno e ai suoi combattenti per l’indipendenza: l’irruzione
dei terroristi nel teatro pieno di cittadini mette sullo stesso piano l’11
settembre americano e il 23 ottobre moscovita, e così facendo mescola quello
che non andrebbe mescolato, confonde quello che andrebbe separato. Fino a ieri
il conflitto condotto nel Caucaso dalla forze russe era una guerra nascosta:
tenuta lontana dalle telecamere, dai giornali, dall’attenzione della stessa
nazione russa. Avveniva in una sorta di camera chiusa a chiave e separata dal
resto della nazione, e in questo era ben diversa dalla guerra condotta dagli
israeliani nei territori occupati. Delle azioni militari di Sharon nel campo
profughi di Jenin abbiamo saputo tutto, grazie alla libera stampa israeliana e
alle organizzazioni umanitarie. Abbiamo saputo, in particolare, che il massacro
di cui era stato faziosamente accusato non aveva avuto luogo. La Cecenia è
invece un campo dalle centinaia di Jenin: tutte vere, ma tutte occultate. Questo
è cambiato, negli ultimi tre giorni. Da guerra nascosta e dimenticata, la
guerra cecena è diventata guerra sequestrata. Guerra d’indipendenza che solo
qualche eccentrico si proverà ancora a difendere, in nome dei diritti dell’uomo
e contro la minaccia di un genocidio. La stessa parola genocidio scomparirà dal
nostro linguaggio. La adopera ancora Brzezinski, o la vedova di Sacharov Elena
Bonner, o il partito radicale italiano. La adopera lo stesso Museo dell’Olocausto
in America, che ha iscritto la Cecenia, assieme al Sudan, nella lista dei paesi
dove un genocidio sta compiendosi. Ma Putin esce dalla prova con uno strano
successo. Di questo genocidio, non è più lui il primo responsabile.
Chi conosce la guerra cecena si meraviglia che il sequestro
terrorista non sia avvenuto prima. Perché a forza di nascondere le guerre e di
tenerle chiuse in separate stanze dell’orrore, i perseguitati ricorrono a
soluzioni estreme pur di farsi sentire. Perché è stata la straordinaria
ferocia e corruzione dell’offensiva russa a creare infine il terrorismo, e non
il contrario. Di per sé la Cecenia non è una nazione dedita all’estremismo
islamico. Il suo presidente legittimamente eletto, Aslan Maskhadov, ha sempre
cercato di tenere a distanza i radicalismi arabi che volevano impossessarsi
della guerriglia, con molta più chiarezza di Arafat. La popolazione è
tradizionalmente attratta da un Islam mistico, estraneo al massimalismo. È l’atrocità
della guerra che ha indebolito il gruppo dirigente, in particolare da quando
Putin ha avuto piena libertà d’azione dopo l’11 settembre. Che ha permesso
l’infiltrazione dell’Islam legato agli arabi di Al Qaeda.
Al Qaeda è divenuto il nome di tutti i mali su questa terra:
una sorta di Moloch appunto, che raduna su di sé tutte le colpe, e che dà
licenza ai governi minacciati di avere un unico nemico esterno, ben
individuabile come bersaglio. Ma il male sarà difficile vincerlo, se gli si
attribuisce tutta questa sterminata onnipotenza. Se sistematicamente viene
trasformato in forza che ci è esterna, oltre che estranea. Se la politica non
riconquista quegli spazi che ha lasciato marcire nel corso di decenni, rinviando
le soluzioni moderate dei conflitti e consegnandoli infine ai demoni, come più
volte è già accaduto nel Novecento. In Palestina c’è un terrorismo kamikaze
che si macchia di ingiustificati crimini contro l’umanità, ma c’è anche
una situazione che solo Israele può riparare, decolonizzando i territori
occupati. E così in Russia: il disastro del teatro moscovita è colpa del
terrorismo, in primo luogo. Ma è anche colpa di un governo che rifiuta ogni
soluzione politica del conflitto e che non esita a programmare il genocidio di
un popolo. Ed è colpa di tutti noi, che davanti a questo genocidio non sappiamo
schierare null’altro che la nostra complice indifferenza.

Domenica, 16 febbaio 2003
Apprendisti stregoni
Per i democratici che avevano costruito le proprie
fortune sul populismo, e che ancor ieri sembravano nuotare in un mare a loro
amico, questi sono giorni duri da traversare. L’opinione pubblica era a loro
fianco, patrimonio immoto e incontrovertibile. I sondaggi erano il loro
principale alimento, e nulla veniva fatto o detto che contraddicesse il decisivo
verdetto delle indagini d’opinione. La loro forza era il demos, il popolo in
nome del quale il populista si allena a parlare.
Ma ecco che d’un tratto il demos non è più dalla loro parte: questa guerra
che si sta preparando ad opera di uomini come Bush, come Blair, o come Aznar e
Berlusconi, l’opinione pubblica non la vuole. Non ne capisce il motivo, la
finalità: in quasi seicento città del mondo è sceso in piazza per dire il suo
no alla mobilitazione bellica contro il regime di Baghdad. Tra i manifestanti ci
sono naturalmente anche i pacifisti classici, che non vedono il pericolo quando
cresce e che giudicano più minacciosa l’America di Bush che l’Iraq di
Saddam Hussein.
Ci sono i complici del crimine, che fingono d’aver scordato i villaggi curdi
gasati da Saddam nell’88 o che ignorano il bisogno di libertà
dell’opposizione irachena. E ci sono gli impauriti, che davanti ai dittatori
sono avvezzi a piegarsi.
Ma non c’è solo questo, nel riluttante diniego che esprimono le popolazioni
dei paesi liberi. C’è una più fondamentale diffidenza, nei confronti di
politici che lanciano guerre con crescente facilità, senza spiegarle fino in
fondo. Che hanno trasformato la guerra stessa in una delle tante opzioni della
politica, e anzi nell’opzione ideale quando la ben più lenta e ingrata lotta
al terrorismo non consegue risultati immediati.
E c’è infine un timore più assennato di quel che sembra: il timore che i
politici non sappiano far altro che questo, in definitiva, e cioè governare e
decidere diffondendo la più micidiale delle passioni, che consiste appunto
nella paura.
E’ strano quello che sta succedendo: i governanti che vogliono la guerra usano
la paura come arma di persuasione, e con la paura si sono abituati a fare
politica. Altra via faticano a trovarla anche quando la cercano, e per questo
finiscono spesso prigionieri di formule che non sanno bene come modificare. Per
difendere le proprie scelte belliche, ogni volta dipingono scenari di
catastrofe. Bush annuncia che ci saranno attentati ben più spaventosi dell’11
settembre, e immagina di ricreare l’euforia solidale dell’autunno 2001.
Blair descrive un’Inghilterra in stato d’assedio. Berlusconi, quando parla
dell’Iraq, predice l’imminenza di vasti delitti terroristici sul territorio
italiano. E’ così che i demagoghi democratici hanno perso le vittorie
sondaggiste di cui andavano tanto fieri: dipingendo un mondo ancor più nero, il
giorno che scoppierà la guerra. E’ così che hanno giocato con la paura per
esserne poi sommersi, alla stregua di tanti apprendisti stregoni alle prese con
il demone che spensieratamente avevano suscitato.
Come nella poesia di Goethe, il mostro finisce infatti per rivoltarsi contro chi
l’aveva invocato: «Signore, la sciagura è grande! Quelli che avevo invocato
per magia, gli spiriti, ora non riesco più a liberarmene». D’un tratto
sembrano attori senza più pubblico né voce, gli statisti che s’accampano
sugli schermi televisivi e invitano i soldati a salpare. Ripetono minacce e
slogan in una sorta di deserto, paiono uomini-replicanti attrezzati per dire
sempre gli stessi luoghi comuni.
Una vignetta sull’Herald Tribune riassume bene la situazione. Colin Powell, a
corto di argomenti forti e di prove sul legame tra Baghdad e l’11 settembre,
si rivolge a Saddam con una serie di frasi fatte cui i sosia del dittatore
replicano: «Il peggio è ormai sicuro. Ogni volta, alla vigilia di un attacco
militare, è con una pioggia di stereotipi che ci bombardano».
Il regno dello stereotipo è solido - lo dice l’etimologia, stereos è ciò
che è saldo, rigido - ma è al tempo stesso vuoto, immobile, impermeabile alle
esperienze. Lo stereotipo è un’opinione rigidamente precostituita, e non a
caso il populista se ne impossessa d’istinto. Proprio perché non ha proprie
idee robuste, egli è abituato a adottare le opinioni altrui - dei sondaggi, o
di una potenza più forte - e quando viene il momento cruciale non sa
argomentare con le voci dissenzienti o con i sondaggi mutati. All’inizio
ascolta tutti, passivamente. Alla fine non ascolta più nessuno, perché il
popolo lo voleva docile e non lo sopporta quando si mette a discutere.
Eppure è proprio questo che abbiamo visto in televisione, venerdì, quando Hans
Blix e El Baradei hanno presentato il loro rapporto al Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite. Abbiamo assistito in diretta a uno straordinario dibattito
fra sedici governi che in rappresentanza del mondo hanno discusso questioni
essenziali: come combattere il terrorismo, dopo il trauma dell’11 settembre;
come far fronte a un nemico che non ha volto, che abita non tanto città come
Baghdad ma di preferenza le libere città dell’Occidente.
E come vincere la battaglia contro il pericolo di Saddam: se subito con le armi,
o progressivamente con la politica del contenimento, delle ispezioni coercitive.
I politici che hanno fin qui vissuto di sondaggi hanno mostrato di non essere
all’altezza di simili contraddittori: Bush si è rifiutato di seguire il
dibattito alla televisione, e ha ripetuto i suoi stereotipi senza tener conto
che l’Onu non è solo un «club di vane discussioni». Sembrava lontano mille
miglia da Powell, che a New York si sforzava di ascoltare, di capire, di
convincere: lo stereotipo l’aveva inghiottito.
Sembrava l’esatto corrispettivo del manifestante pacifista. Lo slogan di
quest’ultimo, riduttivo come tutti i cliché, è: «No alla guerra senza se e
senza ma». Lui gli faceva eco con un altro cliché: «No alla coercizione
pacifica e alle pressioni dissuasive, senza se e senza ma».
Se lo stereotipo regna così sicuro di sé ci devono essere ragioni cogenti, su
cui conviene indagare. La lotta al terrorismo è appena cominciata, e dopo la
prima controffensiva in Afghanistan non è riuscita ancora a raggiungere i suoi
scopi: cellule terroristiche si moltiplicano nelle democrazie liberali, Bin
Laden non è catturato, i suoi proclami continuano a aizzare gli estremisti
arabi.
E’ il terreno ideale, per la fossilizzazione delle strategie. Incapace di
condurre con calma una strenua lotta poliziesca contro il terrore, una parte
dell'Occidente ricorre all’arma della guerra: perché nelle guerre il nemico
è più visibile, perché le vittorie sono subito palpabili, perché la
dissuasione è più difficile.
Dicono che solo la vecchia Europa mette in discussione queste strategie, perché
dominata dalla paura e perché non si cura dei paesi più esposti al terrorismo
che sono l’America e Israele.
Ma non tutta l’opinione europea è alimentata da atteggiamenti di viltà, o
dall’antiamericanismo. Molti sono contro la guerra perché non vedono la sua
utilità, e chiedono ai politici di fare molta più politica e molto meno
psicologia prima di affidarsi ai generali. E’ la posizione al Consiglio di
sicurezza di Dominique de Villepin, ministro degli Esteri francese: la guerra
non va esclusa, ma forse si può vincerla contro Baghdad prima di doverla fare.
Forse si può vincerla senza distruggere preliminarmente l’Unione europea e le
Nazioni Unite, l’Alleanza atlantica e il legame con l’America che nessun
governo europeo vuol spezzare. Questo sostiene Ciampi, nella lettera inviata
ieri a Berlusconi: l’Italia, paese fondatore della Comunità, non può
condividere l’opinione di chi ritiene fallita la Nato come scelta di civiltà,
se solo l’Europa prova a pensare strategie alternative e a cercare un’unità
intorno a tali strategie. Forse ci si può sbarazzare di Saddam con una guerra
fredda, senza gettare nel terrore il popolo d’America e quello d’Israele.
La paura è cattiva consigliera in tutte le circostanze: sia nelle mani dei
pacifisti radicali, sia in quelle dei demagoghi che manipolano le passioni umane
per meglio disertare lo spazio della politica, del dibattito e della lenta
costruzione della pace. Prima o poi la paura sommerge gli uni e gli altri, come
gli spettri che si ribellano allo stregone troppo convinto di poterli governare.

Domenica 20 luglio 2003
I TESSITORI DI MENZOGNE
Gli inglesi li chiamano spin doctors, che letteralmente vuol
dire: tessitori di storie, di contraffazioni, di menzogne destinate a proteggere
i politici, a manipolare i parlamenti, a stordire le opinioni pubbliche. In una
tela di questo genere era caduto David Kelly, microbiologo, ex ispettore dell'Onu
in Russia e Iraq, consigliere del governo inglese in armi di distruzioni di
massa. E la tela infine lo ha ucciso, dopo averlo usato prima come diversivo poi
come capro espiatorio. L'onesto funzionario dello Stato ha pagato per tutti i
politici che si sono sbagliati e hanno mentito attorno all'Iraq, ed è la prima
vittima della guerra parallela che sta avvenendo in Inghilterra e negli Stati
Uniti attorno alle ragioni - più o meno valide, più o meno false - che hanno
causato la spedizione contro Saddam.
È straordinario come il tempo corra veloce, in quest'inizio
secolo. Ci vollero decenni per ricostruire le vere cause della guerra del
'14-'18, nel '900. Per l'odierna guerra del Golfo sono bastate due settimane,
per screditare l'uso della propaganda bellica che è stato fatto a Downing
Street e alla Casa Bianca.
Ancora si sa poco della morte di Kelly: potrebbe essere un
suicidio per disperazione, o qualcos'altro. Ma di certo quest'uomo fedele al
servizio pubblico è stato adoperato dai politici per nascondere le sole
questioni che contano, e di cui non era lui il responsabile: se Blair mentì in
Parlamento oppure no, quando disse nel settembre 2002 che Saddam poteva lanciare
attacchi chimico-batteriologici contro l'Europa o l'America entro 45 minuti. Se
sia lecito oppure illecito il ricorso abusivo all'arma suprema delle
mobilitazioni: la paura nuda, suscitata nei cittadini e nei Parlamenti. Questo
si vuol oggi sapere e questo vogliono sapere gli inglesi, e non se la rete 4
della Bbc sia stata messa al corrente della menzogna grazie a una fonte segreta
che si chiama Kelly o che porta altri nomi.
Forse era necessario abbattere Saddam, perché il suo regime
avvelenava il Medio Oriente e seminava morte in Iraq. Ma perché gonfiare la sua
immediata pericolosità mondiale, usando la paura della gente comune? Kelly
probabilmente aveva detto al giornalista della Bbc Andrew Gilligan che il
pericolo Saddam non era così attuale come pretendevano Bush e Blair. Che una
cosa erano i diritti dell'uomo violati, altra cosa le armi mondialmente letali
sbandierate a Washington e Londra. C'è infine la storia dei 45 minuti,
denunciata dal giornalista come patacca inventata dal governo. Ancora non si sa
chi mise al corrente la Bbc. Non deve esser stato Kelly, che ha negato di aver
parlato di questo con il giornalista, ma il governo lo ha trattato come se lo
avesse fatto.
E’ a quel punto che i manipolatori di storie, gli spin
doctors, hanno gettato sul microbiologo la loro tela intrisa di veleno. Che
hanno ordito un piano, forse, inteso a far passare per suicidio un omicidio di
fatto. Doveva apparire lui il colpevole di tutto, e non Blair e il suo portavoce
Alastair Campbell che aveva inserito nel discorso del Premier la storia dei 45
minuti. Kelly doveva apparire la fonte di tutti i mali, la gola profonda che
aveva scatenato gli spettri vendicativi della Bbc. Il commentatore del Guardian,
Hugo Young, descrive così, parafrasando Shakespeare, lo stato d'animo del
leader laburista: «Una fonte! Una fonte! Il mio impero per una fonte!».
Ecco un primo ministro che dal trionfo sta passando
rapidamente al disastro: come Riccardo III, si aggira attorno al campo di rovine
e si aggrappa follemente all'idea del cavallo che potrebbe ancora salvarlo. Nel
caso di Blair il cavallo è stato Kelly, e per questo non siamo di fronte a un
giallo stile Le Carré, ma a una storia vera dai contorni tragici. E’ la
storia di una politica che fallendo non esita a spingere nel baratro i servitori
dello Stato, pur di non precipitarvi personalmente. Kelly era «infuriato e
molto scosso», ha raccontato la moglie, per come era stato tirato in ballo e
interrogato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla guerra. Poi ha
detto una frase tremenda, sull'uso che era stato fatto del marito: «Questo non
era veramente il tipo di mondo in cui David voleva vivere».
Il mondo in cui Kelly non voleva vivere è quello delle paure
create ad arte dai politici, e da essi manomesse. È un mondo che non ha bisogno
di servitori che siano al servizio della cosa pubblica, e che obbediscano al
senso di decenza, di verità. Kelly conosceva bene la sua materia. Aveva
visitato più volte la Russia, indagando sulle armi chimico-batteriologiche. Era
andato trentasette volte in Iraq, per raccogliere informazioni per l'Onu negli
Anni 90. Ma soprattutto, intratteneva rapporti buoni con la stampa, e nulla è
più inviso ai manipolatori politici della stampa indipendente.
La lotta del governo Blair contro la Bbc è fin qui stata
violenta. Il suo motto è quello descritto sull'Independent da Mary Dejevsky,
conoscitrice dei servizi segreti nei paesi totalitari dell'Est europeo: «Se non
puoi screditare il rapporto, discredita il reporter, o la fonte che quest'ultimo
ha usato, o magari tutti e due». Questo è accaduto nel Regno Unito e questo
sta accadendo a Washington. Sulla guerra molti hanno tessuto menzogne e
continuano a tesserle, nonostante la successione degli eventi sia ormai
abbastanza chiara.
Proviamo a riassumerla. Alla fine del 2001, poco dopo
l'attentato alle Torri, la Cia riceve un'informativa, forse italiana, sul
traffico di uranio tra Iraq e Niger: di primo acchito, tuttavia, la considera
«frammentaria», «non accurata». Viene poi la missione dell'ambasciatore Usa
Joseph Wilson, nel febbraio 2002, incaricato dal vicepresidente Cheney di
scoprire se il Niger ha messo a disposizione il suo uranio per Saddam.
Di ritorno dal Niger, nel marzo 2002, Wilson scrive un
rapporto esaustivo che nega l'esistenza del traffico, e lo consegna al
Dipartimento di Stato, alla Cia, allo stesso Cheney che aveva ordinato
l'inchiesta: è quello che rivela Wilson stesso in un articolo sul New York
Times del 6 luglio scorso. Nonostante questo Bush parlerà dell'uranio
nigeriano, nel discorso sullo Stato dell'Unione del 28 gennaio 2003: sono sedici
parole di troppo, e la Casa Bianca ora sostiene che fu la Cia a volerle.
Lo stesso per Blair. I 45 minuti che appaiono nel discorso del
24 settembre 2002 sarebbero un'invenzione, suggerita dal tessitore di storie che
è Campbell. È quello che ha sostenuto la radio pubblica, il 29 maggio, citando
una fonte autorevole. Da allora ha inizio la guerra contro la Bbc, seguita dalla
cerca affannosa e infine tragica della fonte. Adesso tutte queste menzogne
vengono in superficie, e sono immensamente amplificate dalla morte di Kelly.
Le 16 parole dette da Bush erano inventate. I 45 minuti erano
aggiunti per rendere più «attraente» (più sexy, come dicono a Londra) il
discorso di Blair sulla guerra. Sesso, menzogne, paura: con questi ingredienti
è stata fabbricata la spedizione nel Golfo. Blair ha detto al Congresso Usa che
la storia perdonerà chi ha fatto una guerra senza saper spiegare ai soldati
come finirla. Che perdonerà gli spin doctors che hanno tessuto menzogne senza
trovare le armi con cui avevano diffuso tanti terrori. Chissà se perdonerà chi
ha spinto David Kelly a morire o esporsi alla morte, piuttosto che abitare un
mondo siffatto.

Analisi di Barbara Spinelli
TERMIDORO A BAGHDAD
25 aprile 2004
In principio erano le armi di distruzione di massa, che
bisognava eliminare se non si voleva, come disse Bush nell’ottobre 2002 a
Cincinnati, attrarre su di noi il grande fungo atomico. Poi, siccome le armi non
si trovarono, i neoconservatori e un certo numero di liberali statunitensi
comunicarono qual era il vero scopo della guerra: rivoluzionare il grande Medio
Oriente, non contentarsi più dello status quo, portare in quei Paesi la
democrazia, abbattere i totalitarismi vecchi e nuovi, fossero essi
nazional-comunisti o integralisti islamici. La libertà avrebbe pesato più
della stabilità: questa la rivoluzione diplomatico-strategica che Bush
inaugurò e propose agli alleati volonterosi.
La rivista neoconservatrice Weekly Standard criticò chi usava
corteggiare i tiranni, e se la prese con le pigrizie storiche degli europei:
ancora una volta questi si lasciavano tentare dall’appeasement, dalla
pacificazione con i despoti. Ancora una volta - questo l’argomento - l’Europa
ripeteva il disonore del trattato di Monaco, patteggiando col male così come
nel ’38 aveva immaginato di poter patteggiare con Hitler pur di evitare la
guerra.
Saddam venne messo sullo stesso piano di Hitler, e il partito
Baath fu comparato al partito nazista. Così si procedette alla
de-baathificazione, appena presa Baghdad. Nel maggio 2003 il governatore Usa
Paul Bremer assicurò che non di invasione s’era trattato ma di liberazione,
visto che non solo Saddam era stato abbattuto ma il Baath veniva messo fuori
legge. Tutti i principali dirigenti furono epurati, fu sciolto l’esercito di
Saddam, vennero licenziati maestri, ingegneri, alti funzionari. Almeno 120.000
baathisti persero il lavoro.
Adesso anche questo proposito rivoluzionario s’infrange,
come castello di carte. A partire da giovedì scorso l’ordine del giorno
cambia in Iraq, la rivoluzione democratica finisce, e comincia il Termidoro. Lo
ha annunciato venerdì alle televisioni lo stesso Bremer, che un anno fa s’era
gloriato dell’epurazione: «Abbiamo bisogno di nuovo del partito Baath», ha
detto in sostanza. Aveva lo sguardo sperso, privo d’espressione. Le facce
toste son spesso siffatte. I settori in cui s’applicherà la riabilitazione
sono: l’esercito, la polizia, le università, i municipi, forse lo stesso
governo che sostituirà l’esecutivo nominato da Washington. L’élite
irachena potrebbe tornare a comporsi d’un partito fino a ieri ritenuto
identico a quello nazista, e alleato obiettivo del terrore. È come se gli
anglo-americani, vinta la seconda guerra mondiale con l’aiuto dei partigiani,
avessero rimesso al governo della Germania occupata non Goebbels o Göring, ma
pur sempre alti dignitari del partito hitleriano.
Il fatto è che in Iraq non esistono le vaste schiere di
partigiani che affiancarono i liberatori anglo-americani in Italia o Francia.
Nelle ultime settimane questa realtà è apparsa evidente. Non sono terroristi a
resistere all’assedio alleato di Falluja o Kerbala, ma è un’insurrezione.
Naturalmente non tutto l’Iraq si solleva. Sono minoranze, sia sciite che
sunnite: ma le insurrezioni sono quasi sempre fatte da minoranze, e nonostante
questo trascinano le popolazioni. Nei giorni scorsi i generali Usa hanno infine
ammesso di poter contare solo sul 50% della polizia irachena. Il 40% ha
disertato, il 10 è passato agli insorti. Insorti che mettono sempre più paura,
soprattutto quando appartengono all’estremismo sciita di Al Sadr e quando
minacciano di lanciare contro gli occupanti l’arma del jihad suicida. Per
tutte queste ragioni, e perché l’islamismo sciita potrebbe vincere in
elezioni democratiche, l’America manda oggi il suo Sos al Baath.
La disillusione è stata grande, e brusca. In realtà è un’ammissione
di sconfitta, e cinismo o realismo riprendono il sopravvento. È come se l’intera
guerra fosse stata inutile, visto che al potere tornano quelli contro cui tanti
americani e coalizzati hanno combattuto e sono morti. Il bisogno di stabilità
prevale di nuovo su quello di libertà - anche se molti iracheni stanno meglio -
e il Baath torna a esser baluardo contro l’islamismo radicale.
Ma le autorità statunitensi non s’accontentano di un Baath
vecchio stile: era totalitario e mafiosamente avido di guadagni, era di stile
comunista e con radici tribali, e adesso il suo compito è di rivestirsi d’un
vestito moderno, formalmente democratico, e filoamericano. Non è escluso che
molti generali e ufficiali Baath accettino il baratto, pur di esser riabilitati.
Che si impegnino non solo a dare quella stabilità che Bush sembra d’un tratto
agognare, ma che acconsentano anche a una sovranità irachena limitata. Nello
stesso momento in cui riabilitava una parte del vecchio regime, infatti,
Washington ha dichiarato che la scadenza del 30 giugno va radicalmente rivista.
Il 30 giugno il potere passerà a un governo iracheno, ma non a un governo
sovrano come proposto da Onu ed europei: nelle scelte militari e legislative, l’ultima
parola dovrà spettare agli Usa. È il modo in cui Bush pensa di poter vincere
la guerra, pur ammettendo tra le righe d’averla persa ideologicamente.
Forse è il momento di guardare in faccia questa guerra
enigmatica che continuamente cambia rotta. Ed è venuto il momento di parlarne,
al di là delle retoriche. Di parlarne tra europei e americani, tra europei, e
anche tra italiani. Non solo per costruire la pace, ma per non screditare
completamente il ricorso delle democrazie alle guerre, quando le guerre son
davvero necessarie.