

Sabato 21 Ottobre 2000
Libertà senza più idee
di Barbara Spinelli
Quel che sta accadendo in Italia comincia a incuriosire gli alleati dell’Unione
europea, e non di rado a preoccuparli. L’ingresso di Berlusconi a Palazzo
Chigi è dato per scontato, come testimonia una lunga intervista al capo del
Polo sul Financial Times di lunedì, ma interrogativi e inquietudini si
moltiplicano. E’ veramente singolare infatti, l’Italia che sta prendendo
forma a undici anni della caduta del Muro.
Da una parte è un paese mutante, alle prese per
la prima volta con un gran numero di immigranti e privo di qualsiasi cultura
laica capace non solo di controllare i nuovi venuti, ma di convivere con essi in
maniera educata, e di fronteggiare i sentimenti di paura che assalgono la
popolazione indigena. Dall’altra è una nazione senza più centro di gravità,
senza guida visibile: non sono più i politici di professione a prender
decisioni, a impartire direttive, a interpretare le violenze o le ingiustizie di
una guerra, ma una serie di rappresentanti sostitutivi.
Gli ultimi eventi nel Vicino Oriente sono una
prova evidente di questa assenza del centro: giornalisti o ambasciatori fanno
politica estera al posto dei governi, esprimendo giudizi che danneggiano non
solo l’Italia ma l’Unione europea. E lo stesso succede per l’immigrazione:
per anni è stata la Chiesa - attraverso istituzioni come la Caritas - a
prendersi cura di emigranti economici o di popolazioni in fuga dalle guerre . Lo
Stato nella sostanza era assente: non forniva indicazioni, non costruiva
alloggi, non aveva una politica estera coordinata con quella della sicurezza
interna, della giustizia, del territorio.
Difendeva valori ai quali teneva, ma che non
avevano rapporto con i fatti. Non era in grado di organizzare la coesistenza fra
tradizioni e culti religiosi diversi, spesso antagonisti, che oggi si scontrano
senza mediazioni riordinatrici. Si parla molto
dell’opportunità di una diplomazia che sia bipartisan, ma il condiviso senso
di responsabilità è senza senso, quando è la politica stessa a farsi
latitante.
In non pochi settori si è giunti in effetti a
una serie di politiche parallele, sostitutive, controllate e gestite da piccole
patrie, parrocchie, da gruppi di pressioni, corporazioni. Corporazioni dotate di
un’ideologia forte, cristiana o neo-pagana ma mai laica. Come è avvenuto nell’epoca
della guerra fredda sono i partiti estremi, provvisti di idee possenti, a
esercitare l’egemonia culturale sui moderati. Nella guerra fredda il compito
veniva svolto dal Pci.
Oggi è assicurato dalla Lega, e da vescovi che
profittano dell’inesistenza in Italia di tradizioni aconfessionali. Di fronte
a queste forze, Berlusconi ha un atteggiamento nel quale si mescolano l’impotenza,
la corrività, il disinteresse. Il candidato a Palazzo Chigi somiglia a un
guscio vuoto o a una spugna: fin quando la sua ascesa non è ostacolata, lo si
può riempire di qualsiasi contenuto.
E’ precisamente questo che rende inquieti gli
europei. I militanti leghisti possono dire impunemente quel che vogliono, senza
temere rimproveri del capo del Polo. Possono gettare letame sulle spianate
destinate alle moschee, dare agli immigrati il nome di invasori, organizzare
cortei razzisti contro la religione musulmana, e Berlusconi liquida gli
incidenti con tranquilla impassibilità.
Bossi può anche anche dichiarare che la libertà
di culto non è un diritto fondamentale della Costituzione, ma complementare.
Nulla di essenziale distingue il suo vocabolario da quello di Haider, e tuttavia
il Polo tace imbarazzato. Il più sincero forse è Casini, erede della vecchia
democrazia cristiana, ma la sua efficacia è inesistente. Ecco quel che si teme
fuori dai confini: lì dove dovrebbe parlare un leader, a destra, c’è un
vuoto che Forza Italia impersona.
Vuoto di pensiero, di sapienza della civiltà
europea e dei suoi fallimenti. Berlusconi non è stato eletto alla guida del
centro-destra in seguito a dibattiti interni di idee, di culture. Si è
autoproclamato padrone della Casa delle Libertà, aggirando gli itinerari
classici di selezione, e oggi ne paga il prezzo dando l’impressione di non
saper vigilare sui propri alleati. Significativo da questo punto di vista è il
disprezzo, radicato, che egli nutre per la politica in quanto tale.
E’ una ripugnanza che sottolinea in ogni
circostanza: se per due volte ha deciso di candidarsi alla guida dell’Italia -
ripete quando viene interrogato - non è certo per passione dell’arte
politica, ma per una missione i cui contenuti restano inspiegati. Il mestiere
nobile della politica, la sua vocazione a governare i conflitti cittadini senza
spirito missionario e senza violenze verbali, sembrano essergli profondamente
estranei.
Partecipano di tale disprezzo i reiterati rifiuti
di risolvere la questione del conflitto di interessi, come anche l’indifferenza
verso le xenofobie della Lega. E’ come se Berlusconi dicesse alla classe
dirigente italiana: questi non sono più tempi per la politica tradizionale, ma
per una gestione affidata a lobbies, imprenditori di successo, sindacati. L’ingresso
nell’arena partitica di D’Antoni, e l’adesione di parte della Cisl al suo
partito-fondazione, confermano la degenerazione, acuta, cui sta soccombendo la
politica in Italia.
E’ una degenerazione cui il centro-sinistra ha
di fatto consentito, per anni: nella speranza di consolidare la propria
legittimità, e di avere di fronte un rivale permanentemente indebolito dalla
mescolanza tra convenienze pubbliche e private, l’Ulivo ha evitato di
affrontare subito la questione del conflitto di interessi. E anche sulla
laicità ha condotto battaglie incerte, intimidite: ha confuso laicità e
anticlericalismo, non ha osato né l’una né l’altro, e ha permesso che si
rafforzasse l’idea di un’identità italiana dominata esclusivamente dal
patrimonio cristiano oltre che etnico.
Il candidato Berlusconi non sembra turbato dalle
conseguenze di simili confusioni, e dai rischi connessi all’ignoranza italiana
dell’esperienza laica. Rischi ai quali Prodi ha alluso due volte, ultimamente:
una prima volta quando ha ricordato che la civiltà europea si è costruita con
l’apporto del cristianesimo, dell’ebraismo, e dell’Islam.
Una seconda a Seul, giovedì, quando ha ricordato
che la Lega al governo - dopo l’ "odiosa e volgare" marcia di Lodi -
"potrebbe destare preoccupazione nell’Unione, qualora sui temi
riguardanti i rapporti con l’Islam si passasse dalle parole ai fatti".
Berlusconi si dice sicuro, che non si passerà ai fatti. Ma forse non valuta il
danno che sta arrecando a se stesso e allo Stato, quando lascia che la Lega
abbia l’egemonia culturale sul centro-destra. All’Europa spetta in effetti
un grande compito nei prossimi mesi e anni: aiutare a pacificare le violenze nel
Vicino Oriente, senza inimicarsi né Israele né le nazioni arabe.
E’ un passo che gli Stati Uniti possono
difficilmente far proprio, ma che gli Europei potrebbero un giorno compiere:
riconoscendo lo Stato della Palestina, e varando un piano Marshall affinché i
territori oggi occupati possano prosperare e smettere di minacciare la sicurezza
di Israele. L’Italia corre il pericolo di divenire un protagonista non solo
inaffidabile ma pericoloso, se insisterà a oscillare fra due estremi
incompatibili. Da una parte il vocabolario antimusulmano di sapore razzista, che
permea ormai settori importanti del centro-destra.
Dall’altra una politica fortemente squilibrata
sul Vicino Oriente, di autentica subalternità alle esigenze dei dirigenti
palestinesi e dei loro integralismi. E qui giungiamo all’ulteriore
particolarità italiana, e alla misera vicenda del giornalista Rai - Riccardo
Cristiano - che ha creduto opportuno di dimenticare l’etica del mestiere, e di
fare politica in prima persona chiedendo perdono alle Autorità palestinesi per
il servizio girato dagli inviati delle Tv private italiane sui due soldati
israeliani linciati a Ramallah da estremisti palestinesi, il 12 ottobre.
Anche in questo caso siamo di fronte a evidenti
fenomeni di supplenza: ci sono giornalisti del servizio pubblico che si sentono
abilitati a far politica estera al posto dei governi, e così accade anche agli
ambasciatori incaricati di rappresentare il Paese. Questo accade nel momento in
cui il ruolo strategico italiano si fa cruciale, nel Vicino Oriente, e in cui è
richiesto un ripensamento profondo delle politiche sin qui seguite da Roma. E’
un ripensamento non ancora avvenuto, e il comportamento del giornalista Rai non
stupisce oltre misura.
Sono anni che la diplomazia italiana fatica a
comprendere le nuove minacce degli integralismi e delle guerre etniche, e l’inviato
della Rai non ha usato un linguaggio differente da quello dell’ambasciatore
italiano all’Onu, secondo cui Barak avrebbe sacrificato i due soldati linciati
allo scopo di "vincere la battaglia delle immagini" dopo l’uccisione
del piccolo palestinese Mohammed al-Doura. Le guerre etniche e integraliste
danno fastidio perché trovano le diplomazie impreparate, non rassicurate dai
vecchi equilibri fra potenze avverse, a est e ovest. E’ il motivo per cui se
la prendono in genere con la stampa, cui vengono attribuite responsabilità
politiche che non le competono.
E’ quello che disse il ministro degli Esteri De
Michelis, quando - pur di non assumersi la responsabilità di guardare in faccia
la nuova aggressività serba nei Balcani - accusò i media di aver
"inventato" la guerra in ex Jugoslavia. A molti anni di distanza, l’ambasciatore
italiano all’Onu si comporta allo stesso modo, quando è chiamato a giudicare
le brutalità vicino-orientali: " Le guerre dei media sono oggi più
importanti delle guerre militari", così commenta il linciaggio dei soldati
israeliani, e ancora una volta lo spregio del giornalismo serve per non dover
prendere posizioni chiare.
Filmati e reportage non sono considerati quel che
sono: preziose testimonianze, rivelazioni di realtà che altrimenti passerebbero
inosservate, o impunite. Sono considerati armi di una battaglia detta mediatica,
affinché i politici possano sbarazzarsi delle responsabilità e del dovere di
giudicare e agire. Se non ci fossero tutti questi cameramen, le guerre si
potrebbero ignorare con vantaggi non indifferenti per diplomatici e governi. L’ambasciatore
è stato redarguito dalla Farnesina, ma in fondo la sua responsabilità è
marginale.
E’ il governo che fa la politica dello struzzo,
e lascia vuoti spazi in cui si infilano i non-politici giornalisti o
ambasciatori. Tanto più importante è la battaglia vinta dal governo Amato e
dallo stesso ambasciatore Vento, per mantenere nell’Onu il partito radicale
transnazionale di Emma Bonino e Marco Pannella che Mosca voleva cacciare. In
questo caso si è saputo resistere con vigore alle pressioni di Stati autoritari
come la Russia, la Cina, Cuba, il Sudan. E si è reso omaggio a un giornalismo
veramente eroico, che nulla aveva a che spartire con le diplomatiche riluttanze
dei governi italiani.
E’ il giornalismo di Antonio Russo, un inviato
di Radio radicale trovato ucciso in Georgia, probabilmente picchiato e liquidato
dai servizi segreti di Putin, a causa del materiale che aveva raccolto sulla
guerra in Cecenia. Il mestiere del giornalista e anche della politica è stato
per fortuna rinobilitato nei giorni scorsi , mentre franava su altri fronti. L’altro
punto debole di Berlusconi concerne l’Europa, e la difficoltà di una politica
bipartisan dei due schieramenti. Le responsabilità non sono tuttavia solo
italiane, ma anche europee.
L’Unione non traversa probabilmente una crisi
grave, e alcuni passi avanti si fanno. Ma ancora una volta, i tempi del suo
agire sono assolutamente sfasati rispetto all’urgenza del divenire storico. Ci
sono voluti dieci anni perché gli europei si rendessero conto della
pericolosità di Milosevic. Non si sa quale altro avvenimento debba intervenire,
perché l’Unione capisca che sta procedendo troppo lentamente sulla Carta dei
diritti e sulla Costituzione. I pericoli di derive autoritarie vanno
estendendosi, dopo il caso austriaco.
Destre xenofobe si rafforzano in Belgio,
Danimarca, Italia. Non c’è dunque molto tempo, e al più presto sarebbe
opportuno che la Carta dei diritti divenisse vincolante sul piano giuridico. Ma
gli europei prendono tempo, si limitano a fare proclamazioni. E con ciò
lasciano libero spazio a chi chiede solo diritti e respinge i doveri, come
Haider in Austria e la destra di Bossi in Italia.

Domenica 29 Ottobre
2000
Affari ed Europa
I troppi silenzi di Putin
di Barbara Spinelli
Non è male che Putin, successore di Eltsin, cominci a parlare
con l’Europa. Troppi silenzi si sono accumulati a seguito dell’offensiva
atlantica in Kosovo, troppi sorrisi senza costrutto gli sono stati indirizzati,
ed era ora che una conversazione iniziasse: soprattutto adesso che Milosevic è
stato accantonato, che Kostunica ha preso il potere a Belgrado, che in Kosovo si
sta votando.
Quando giungerà a Parigi, oggi, Putin non si limiterà a
coltivare i rapporti, non sempre facili, con l’Eliseo: al centro delle sue
cure, e delle sue ambizioni, c’è la conquista politico-psicologica dell’Unione
europea, rappresentata temporaneamente dal governo francese. C’è il desiderio
di instaurare con essa una relazione stretta, di forte dipendenza reciproca, al
riparo dalle influenze americane. La Russia sente di essere un frammento
essenziale dell’Europa, e spera addirittura in una lontana adesione: il capo
del Cremlino lo ha ripetuto più volte, spiegando che l’economia ancora non lo
consente, ma che il giorno di certo verrà.
Ancora non è chiaro come si comporterà lo Stato francese, di
fronte all’offensiva di seduzione. Se aprirà le braccia con entusiasmo -
seguendo il modello tedesco, inglese, italiano - o se affronterà con scrupolo,
franchezza politica, serietà strategica, quel che divide l’idea europea della
civiltà dalla condotta russa non tanto in economia, quanto in campo militare,
dei diritti dell’uomo, della democrazia. Putin appare non poco sicuro, alla
vigilia della missione in Francia: se l’Eliseo ha dato infatti prova di
tentennamenti, a causa della violenza eccezionale della guerra in Cecenia, l’Europa
si è mostrata ben più corriva, e impolitica.
Troppo potenti sono gli interessi economici e i guadagni, che
essa si ripromette da una completa distensione con Mosca. Troppo avanzate sono
le trattative che la Commissione di Bruxelles, attraverso Romano Prodi, sta
conducendo per diversificare gli approvvigionamenti energetici e raddoppiare -
entro un ventennio - l’importazione di gas naturale dalla Russia.
A questi vantaggi l’Europa non intende rinunciare, quali che
siano i costi e le trappole. La sua dipendenza strategica dalla Russia si
intensificherà in modo assai rischioso, ma l’Unione non sembra fatta per
pensare politicamente quel che decide. Sembra fatta per far calcoli commerciali
di breve durata, spettacolari ma miopi. Il grande calcolo geostrategico, la
politica degli interessi in senso più ampio, non rientrano ancora nelle
abitudini dei suoi dirigenti politici e delle sue istituzioni.
Sono settimane che l’Europa dei commercianti si inquieta
dell’Euro, senza rendersi conto che la ragione di preoccuparsi non è qui, che
patologie e anormalità sono altrove. E’ normale che una moneta di dimensioni
ormai continentali fluttui verso l’alto o il basso, come accade al dollaro.
Non è invece affatto normale che l’Europa continui a essere priva di
politiche all’altezza della moneta mondiale che possiede, e non veda i
pericoli di una pacificazione euro-russa condotta all’insegna dell’oblio di
sé, e di una mancanza impressionante di chiaroveggenza.
Tanto più significativo è l’appello di 550 intellettuali e
politici che mettono in guardia l’Eliseo, e l’Unione. Ô raro vederne tanti
insieme, che chiedono una politica europea più esigente, soprattutto nell’assistenza
umanitaria, e che disapprovano il "silenzio che uccide" in Cecenia. Ô
una sorta di secessione mentale, cui si assiste: l’Europa che pensa, che
scrive, che fa teatro o cinema, che è testimone diretta di orrori passati come
Elie Wiesel o Marek Edelman (uno dei capi dell’insurrezione di Varsavia),
prende le distanze dalle élite politiche che auspicano oggi l’appeasement, l’accomodamento
con Putin. Gli intellettuali in secessione non si riconoscono in un’Europa che
tende a discutere solo di petrolio, con Mosca: o perché i suoi pensieri sono
angusti, o perché sono intimiditi.
Nella primavera del ’99, quando furono fermate le guerre
razziali di Milosevic, alcuni europei intuirono la sfida, sia pure con ritardo:
oltre a creare una moneta unica, si trattava di fissare i confini di civiltà
dell’Europa in via di estensione. Nel proprio territorio e alle frontiere, l’Unione
non avrebbe tollerato il ritorno delle barbarie contro cui aveva deciso di
unirsi nel dopoguerra: la barbarie degli odi razziali, dei genocidi. Ma la
fermezza si infranse alle porte del Cremlino, quando Putin si mise a imitare
Milosevic.
Gli euro-americani avevano combattuto una guerra necessaria,
contro uno Stato debole. Non furono capaci di alzare neppure le sopracciglia, a
cospetto di uno Stato forte dell’atomica. Non è casuale che molti firmatari
vengano da nazioni che vissero sotto il giogo comunista, e che dopo la
liberazione parziale dell’89 patirono le guerre di Milosevic: dalla Polonia,
dall’Ungheria, dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla stessa Cina. I più
numerosi sono gli intellettuali kosovari, cui si aggiungono i paesi che hanno
motivo per temere il colonialismo russo: i Baltici e l’Ucraina.
Non meno importanti sono i firmatari politici dell’appello
lanciato dai filosofi Ramoneda e Glucksmann: tra essi Emma Bonino, Antonio
Martino, Antonio di Pietro, e Walter Veltroni in nome dell’ex Pds . Non è
questione solo di diritti umani violati, di convenzioni che Mosca trasgredisce
impunemente. Davvero grave è la sordità dei massimi organi europei, che
discutono di allargamento e ancora non sanno mettersi in ascolto di chi, a Est,
ha accumulato esperienze oltre che insuccessi, saggezze oltre che spaventi. Più
degli occidentali, gli orientali sanno in effetti che etica e interessi non si
dividono, senza perire ambedue. E’ come se l’Unione aprisse le porte alle
nazioni che furono consegnate a Stalin, nel dopoguerra, e non fosse in grado di
apprendere alcunché dai fratelli lungamente separati.
Il negoziato sul gas naturale è sintomatico. I nuovi gasdotti
progettati in vista del voluminoso accordo euro-russo traverseranno una serie di
paesi dell’Est, e la Polonia in prima linea, prima di essere distribuiti ai
paesi dell’Unione. Per volontà di Mosca, tuttavia, l’Ucraina sarà
emarginata dal progetto: cosa che allarma Varsavia, che vede accrescersi la
dipendenza di Kiev da Mosca, e la vulnerabilità complessiva dei confini
orientali europei. Sentendosi minacciata, Kiev ha tuttavia solo quest’unico
avvocato, attento all’avvenire geostrategico dell’Europa: la Polonia, che è
spalleggiata da Washington ma che non viene di fatto consultata dall’Unione.
La questione ucraina è fondamentale per l’Unione, ma pochi se ne occupano.
Al contrario: non senza un certo disprezzo, la Polonia è
chiamata il " cavallo di Troia americano" nell’Unione. La seconda
liberazione dell’Europa, nell’89, non avvenne perché gli occidentali fecero
di tutto per vincere. Avvenne perché vi fu la guerra fredda, ma anche perché
le popolazioni sottomesse cessarono di avere paura, e perché le parole dei
dissidenti avevano infine fatto breccia negli animi dei cittadini comuni. Sono
gli stessi dissidenti (da Kowaliov a Bukowski alla vedova di Sacharov Helena
Bonner) che oggi invitano gli europei a aprire gli occhi sulle forme inedite dei
poteri dittatoriali o neototalitari, e sui disastri non ancora superati di un
postcomunismo che fatica a divenire democrazia.
Naturalmente è urgente che gli Europei comincino a negoziare
con Putin: che lo ascoltino con attenzione, con pazienza, come in genere usano
fare le grandi potenze. Ma le grandi potenze conoscono anche l’arte di farsi
ascoltare, e di non sprofondare nel mutismo della docilità, quando l’ora lo
richiede.
Non esiste solo Putin che vuol farsi intendere, con le sue
verità così spesso falsificate. Esistono innumerevoli testimoni del vero, che
possono dire come stanno le cose in Russia o nel Caucaso, e che vale la pena
appoggiare: i democratici che si battono a Mosca contro la guerra coloniale dei
militari o contro il razzismo anticaucasico che regna nelle città dell’ex
Urss, le madri dei soldati mandati a morire e a macchiarsi di crimini in Cecenia,
le mogli dei marinai lasciati morire nel Kursk, i governanti legittimi di Grozny
che sanno spiegare come gran parte del banditismo terrorista sia manovrato dai
servizi segreti dell’ex Kgb e dalle truppe speciali del ministero degli
interni russo.
Putin è spesso chiamato un enigma, da cui può scaturire il
peggio come il meglio. Ma il termine è fuorviante. In realtà Putin non è un
mistero, e di lui si sanno parecchie cose. Si conoscono le sue guerre, e non
poche sue bugie: non solo sul Kursk, ma anche sul presunto banditismo terrorista
ceceno. Banditismo non inferiore a quello russo, e attizzato da due guerre di
sterminio.
Basti ricordare il caso del bambino israeliano Adi Sharon,
figlio di un industriale di origine russa, rapito e poi liberato dai servizi
russi. Putin ha mostrato più volte ai suoi interlocutori occidentali la foto
del fanciullo rapito, seviziato, per dimostrare l’incorreggibile malvagità
dei ceceni e la bravura dei poliziotti liberatori. In realtà sono numerosi i
testimoni - compreso l’ex ministro degli interni israeliano Nathan Sharansky -
che sanno la verità : il bambino non fu rapito dai ceceni, ma da un clan
mafioso russo che lo teneva imprigionato a Penza, non lontano da Togliattigrad.
Di Putin si conosce anche l’aspetto migliore: la
disponibilità a correggersi, a imparare dalle sconfitte. Dopo gli errori
commessi durante l’affondamento del Kursk, il Presidente si rivolse al proprio
popolo, chiese perdono, e si assunse la responsabilità dell’accaduto. E’
segno che la fermezza non è inutile, come non è superfluo resistere alle
menzogne o protestare. Basta mettersi in ascolto di chi punta il dito sui
pericoli, sostenerli nella loro battaglia per la verità, e non lasciar soli con
le loro inquietudini né i dissidenti, né i polacchi che difendono l’Ucraina,
né l’est che aspetta alle porte dell’Europa, né i giornalisti come Antonio
Russo che sfidano la morte pur di testimoniare.

Domenica 18 marzo 2001
I colori della nuova politica
di Barbara Spinelli
Le elezioni municipali in Francia sono state una vera scossa,
per chi viveva rinchiuso dentro il triangolo composto dai grandi partiti, dai
commentatori politici e dagli istituti di sondaggio. D’un tratto, si è
scoperto che fuori del triangolo e dei dibattiti televisivi esisteva una
società che nessuno conosceva bene, e che si è fatta sentire con energia nel
voto: una società che non è compatta - non è il popolo delle vecchie
sinistre, e neppure la gente incollerita con l’establishment che ha votato per
anni estrema destra - ma è fatta di vissuti solitari, di microassociazioni, di
piccoli imprenditori, di precari, di cantanti rap, di gruppi di genitori, di
volontari nelle cause umanitarie.
Li unisce un desiderio morale di ribellione, e spesso di
trasgressione, ma nelle loro menti non c’è spazio per le rivoluzioni sociali
o per le retoriche su un domani epico, risolutivo. Troppo grande è il senso
dell’umorismo, che in Francia produce di questi tempi la satira o un peculiare
tipo di rap, non più aggressivo bensì giocoso, ironico.
Gli alternativi non sono disillusi, perché non possedevano speciali illusioni:
sono i figli della crisi economica, e la rivoluzione hanno dovuto subirla. La
rivoluzione del posto fisso che è diventato interinale o a tempo parziale,
degli orari lavorativi che per tanti giovani sono del tutto imprevedibili (o
sono sfiancanti o vuoti, senza via di mezzo).
Ma sono anche figli della ripresa, e questo traspare nei ritmi
volitivi delle loro musiche. L’antipolitica degli anni scorsi, la grande
nausea verso i circoli chiusi della politica sono tramontate, o meglio sono
sfociate in voglia di azione, di progetto. Come il sottocomandante Marcos che
lascia il nascondiglio ed esce allo scoperto, gli alternativi marciano sulle
città, si riprendono la politica mutandone la natura.
E riapprendono l’impegno, che chiamano motivazione. I candidati che hanno
avuto più successo, assieme ai Verdi, hanno proprio questo nome: sono i
Motivati, le Motivate (Motivé-e-s).
L’appellativo lo hanno preso in prestito dalla canzone di un
gruppo rap - i Zebda - che ha fondato la lista e le ha regalato un trionfo a
Tolosa: 12,3%. Più dei comunisti, del Fronte nazionale. Il loro peso sarà
determinante, nel turno di stasera: la conquista da parte della sinistra di
roccaforti conservatrici come Parigi e Tolosa è nelle mani di alternativi e
verdi. Non solo a Tolosa ma in molte città si celebra la disfatta di chi sull’antipolitica
aveva puntato ogni cosa: i comunisti, che per la prima volta scompaiono delle
grandi città, e la destra xenofoba di Le Pen e Mégret, condannata al declino
anche da una destra che per anni ha rifiutato - non senza rischi - il
compromesso.
Gli stessi partiti classici stagnano, mentre avanzano le liste
eterodosse: che sono almeno 150, e hanno trasformato le municipali in una festa
della politica ritrovata, degli schieramenti scombussolati, della sinistra
costretta a riformarsi a caldo, a rinnovarsi. Le nuove liste accolgono i più
discrepanti personaggi, le più disparate classi sociali: sono popolate da verdi
e associazioni ecologiste locali, da gruppi nati per difendere i malati di Aids,
da fautori di un’alimentazione sana, e da rappresentanti del volontariato.
Sono di sinistra ma non hanno risposte necessariamente di sinistra ai problemi
sociali, economici, culturali.
Hanno cominciato con la disperazione - negli anni della crisi
si parlò di una generazione senza futuro - e adesso scoprono che il futuro è
oggi, qui: da migliorare subito, da fare con le proprie mani. Dipende da ciascun
individuo - questo il loro messaggio - la sconfitta della corruzione e l’educazione
delle classi dirigenti alla trasparenza, all’ascolto, all’accettazione del
controllo democratico. Opinioni di questo genere sono oggi comuni a numerosi
europei. Sono in sintonia con l’itinerario dei Verdi tedeschi, e con la loro
formazione nelle iniziative cittadine (Bürgerinitiativen), o nelle battaglie
antinucleari e antiautoritarie condotte in passato da Joschka Fischer e
Cohn-Bendit. Francesco Rutelli ha esperienze simili alle spalle: prima nella
scuola che è stato il partito radicale, poi nel partito Verde. Quel che
apparenta gli alternativi è la pratica cittadina, la guida di un municipio o la
partecipazione attiva alle sue decisioni.
Non è casuale che anche Rutelli dica, echeggiando i Motivati
francesi: «Dobbiamo parlare solo agli italiani, cui non interessano nulla i
veleni di palazzo. E se qualcuno pensa al dopo, io rispondo che il dopo è
oggi». Inutile domandare a verdi o alternativi europei quale sia il loro
programma, cosa garantiscono precisamente. L’idea stessa di programma è
rivista, alla luce del dubbio e dell’ironia. I Motivati e i rap Zebda si
muovono secondo altre logiche, di arbitraggio cittadino o locale, e avversano
piani giacobini applicati uniformemente al paese. Invece della politica
decretata dall’alto chiedono la pratica della consultazione e la
deliberazione: che ha poco a vedere col negoziato sindacale ma è discussione in
vista di un interesse comune, e di una decisione da prendere con efficacia.
Man mano che procedono, i programmi si adattano alle
situazioni locali, si modificano: sono aperti a continue correzioni, e sono
controllati dal basso. Per questo l’esperienza nei municipi e nelle
associazioni di base è ovunque centrale, e preziosa. Lo è già da tempo in
Germania, lo sta divenendo in Francia, e l’Italia già conosce il fenomeno,
inaugurato da Prodi con la scommessa sui distretti industriali e proseguito da
Rutelli con le Cento-città. La personalizzazione della politica è stata
criticata negli ultimi anni, ma forse a sproposito. Oggi infatti sono
particolarmente apprezzati i percorsi soggettivi di candidati e responsabili, e
tanto meglio se sono tragitti contraddittori, travagliati, infine corretti con
senso acuto della responsabilità personale e della capacità individuale di
superamento.
E’ la ragione per cui tanti reduci della ribellione e delle
trasgressioni nel ’68 sono approvati dall’opinione, per il modo in cui
parlano di sé e raccontano come si sono corretti e come hanno riconosciuto le
virtù democratiche. E’ il caso di Joschka Fischer e Cohn-Bendit, vittime di
un’offensiva al contempo moralistica e nazionalista da parte delle élite. E’
il caso del verde Manconi in Italia, che sulla confessione-autocorrezione ha
scritto un saggio notevole sul Foglio. Paradossalmente, è quello che accomuna
le figure di Fischer, Rutelli, Veronesi. Prima si danno garanzie trasparenti
sulla propria persona - sulla competenza professionale, o sul passato - poi con
questo bagaglio si accede al potere: la politica ne viene nobilitata.
L’antipolitica è dominata dalla paura, dalla fuga rancorosa
nel localismo nazionalista o regionalista. Ogni cosa mette paura: lo straniero,
l’omosessuale, l’Islam, la banlieue. Gli alternativi stanno provando a
infrangere questa sensazione di assedio, e a governare la realtà europea così
come essa è: caratterizzata ormai dalla convivenza di etnie e religioni
diverse, aperta per forza all’immigrazione anche se necessitante regole di
convivenza. Accettare il reale ha aiutato i francesi a liberarsi degli
estremisti che si alimentano di paura e nazionalismo, come il comunismo e il
neofascismo. Sulla pagina web del gruppo Zebda è scritto a lettere cubitali:
«L’umanità è la mia famiglia. Il mondo è la mia patria».
Osservata dalla Francia, l’Italia appare leggermente diversa
da quel che si dice. La cultura del fare, che Berlusconi teorizza e che ha
monopolizzato con tanta rapidità, è molto più estesa, è presente ormai anche
nella sinistra, e uno dei suoi rappresentanti in Europa è Rutelli. Non solo:
Berlusconi fa leva di frequente sull’antipolitica, e con ciò si mostra assai
dipendente, emotivamente, dai palazzi. Questa dipendenza non sembra esistere nel
rivale, e nonostante la solitudine di cui a volte soffre, egli non è solo in
Europa. La sua genesi politica somiglia a quella di non pochi dirigenti europei,
e anche il suo percorso è cominciato con trasgressioni, con scelte
essenzialmente morali.
Il partito radicale lo ha educato alla cosa pubblica, e Marco
Pannella è il precursore di quel che sta avvenendo in Francia: la sua è stata
per molti una scuola di alta politica, di antisettarismo, di rigore e laicità,
di senso di responsabilità individuale e di interesse vero per il mondo
circostante e per i diritti umani violati. E’ significativo che da quella
scuola siano usciti due personaggi di grande statura: Emma Bonino e Francesco
Rutelli. Anche sulla sinistra, quel che dicono gli alternativi francesi può
interessare l’Italia. Prioritario non è più un socialismo potente e egemone,
come ai tempi del Programma comune con i comunisti, ma la Coalizione: nuovo
soggetto che incorpora le volontà dei partiti, e alla cui autorità essi si
sottomettono, pur non perdendo la propria autonomia.
E’ la condizione posta da Verdi e Motivati ai socialisti di
Jospin, ed è la battaglia che in Italia sta conducendo Rutelli, spesso senza
essere ascoltato. «Io capisco benissimo l’esigenza di far nascere un grande
partito socialdemocratico - ha detto il capo dell’Ulivo - purché però si
sappia che non esiste né esisterà la possibilità dell’autosufficienza dei
Ds. Quel che esiste è l’Ulivo, che è una simbiosi di culture e sensibilità
diverse». Una cosa colpisce più di altre, in Rutelli, ed è la serenità che
non pare scalfita dalla solitudine e che lo rende, come egli stesso dice,
«felicemente distratto» nei confronti dei litigi di palazzo.
E’ la serenità di personaggi come Emma Bonino, che sempre
hanno ripreso la battaglia dopo le sconfitte. E’ la serenità che si intravede
nelle nuove generazioni di politici in Francia: più umile, non più obnubilata
da arroganze nazionaliste. La loro forza è nello spazio di iniziativa e di
invenzione che si è aperto fra sinistra e destra: nell’esigente radicalità
del centro, che fa apparizione nel momento in cui gli estremismi si disfano, e l’antipolitica
è una passione che si spegne.