

Domenica
20 Agosto 2000
Putin muto di fronte al
Kursk
Lo stile post comunista
di
Barbara Spinelli
Alcuni hanno pensato che Putin fosse una soluzione, per la
Russia malridotta da settantaquattro anni di comunismo, e immiserita non solo
economicamente ma spiritualmente. Il successore di Eltsin veniva descritto come
pragmatico, e privo di ingombri ideologici. Veniva elogiato il suo sguardo sui
disastri della nazione che gli era stata affidata: sguardo lucido, non
condiscendente. Era uno statista, assicuravano con fierezza non pochi suoi
connazionali, il che voleva dire: aveva un acuto senso dello Stato, delle
istituzioni, delle leggi.
Quando il Presidente proclamò la «dittatura della legge»,
furono rari coloro che si allarmarono, e constatarono che una frase del genere,
detta da un uomo ammaestrato dal Kgb, significava in effetti legge della
dittatura. Putin stesso coltivava limmagine di capitano che tiene salde le
redini del comando: ogni sua apparizione veniva architettata con accuratezza,
ognuna di esse era una citazione storica. Putin curava le coreografie, i
travestimenti, le pose davanti a macchine fotografiche e telecamere: di volta in
volta si manifestava nelle vesti di Ivan il Terribile, o Pietro il Grande, o zar
Alessandro III, o perfino Napoleone.
La più indimenticabile delle immagini è quella che lo ritrae
sul ponte di una nave di guerra, a Murmansk in primavera: sul capo il berretto
di grande ammiraglio, la giacca delluniforme con il bavero alzato per
cimentarsi in tifoni e difficili destini. E licona più ambiziosa della
sua carriera, e la più bugiarda. Perché proprio ora che dovrebbe stare sul
ponte della nave-Russia, proprio ora che 118 marinai e ufficiali del
sommergibile Kursk agonizzano sul fondo del mare di Barents al largo di Murmansk,
Putin è altrove. Non si è precipitato sul luogo, per assistere e compatire le
famiglie che soffrivano, il paese che si angosciava, i morenti che potevano
magari essere salvati ma sono stati immolati al delirio autarchico del
nazionalismo postcomunista. Il capo dello Stato è rimasto sette giorni nella
cittadina di Soci, sul Mar Nero, in villeggiatura, e solo venerdì sera - colto
di sorpresa dalla rabbia dei concittadini - è rientrato a Mosca.
Il sospetto non lo ha sfiorato che la decisione fosse
sbagliata, oltre che inumana verso il proprio popolo. Per quattro giorni è
restato zitto, rintanato nel suo nascondiglio balneare, e chissà, forse ha
supposto che facendo il morto nessuno lo avrebbe chiamato a rendere conti. Tutte
le immagini che aveva dato di sé, tutte le illusioni che aveva suscitato in
patria come in Occidente, si sono infrante in due giorni: nellora decisiva,
il Presidente si è comportato come un piccolo funzionario della polizia
politica, addestrato dal Kgb alle canagliate, allomertà, e alla pusillanimità.
Pare fosse questo, secondo un giornale tedesco dellepoca, il primo ordine
dato da Mosca ai militari e funzionari russi di stanza in Germania Est, la notte
che cadde il Muro: «Chiudetevi nelle caserme, ritiratevi in voi stessi, e
trasformatevi in ghiaccio».
Tra questi funzionari cera anche Putin, agente del Kgb a
Berlino Est. Le regole di condotta civile le aveva apprese lì: nel sistema di
dominio comunista, e nel Kgb. E uno stile al quale torna istintivamente, di
fronte ai pericoli e ai drammi. Il disprezzo della vita è stato il filo
conduttore dellesperienza dei comunisti: disprezzo della vita propria se
necessario, di quella altrui se conveniente. E stata la sua vocazione più
forte, ha plasmato lindole di militanti, commissari politici, capi di
nazioni. Ha sradicato dalle coscienze il rispetto della persona, della sua
stessa esistenza. Gli uccisi nei Gulag, i tanti comunisti e operai condannati a
soffrire e soccombere perché così serviva al partito, limpassibile spreco
di soldati nella seconda guerra mondiale: questa lunga consuetudine
allinsensibilità per la vita umana ha trasformato il socialismo reale, e in
particolare le polizie politiche, in autentiche macchine di malavita.
Lo scrittore Shalamov ha descritto con puntigliosità la
connivenza mentale, linguistica, di stile, che univa luniverso comunista e
quello della malvivenza, i Gulag e il paese sottomesso al totalitarismo. Putin
è figlio di questo connubio, e impersona la rivoluzione criminale, ingenerata
dal comunismo e cresciuta sui detriti dellUrss, quando limpero fu dissolto
e il Kgb divenne Fsb. Che il suo modo di fare somigli stranamente a quello della
malavita non è apparso solo adesso. Lo si è visto quando in nome del Kgb fece
incarcerare per quattro anni lex capitano della marina Alexander Nikitin nel
96, e lo fece accusare di alto tradimento per aver divulgato segreti sui
dissesti della marina e sulle minacce di nuove Chernobyl attorno a Murmansk. Lo
si è visto allinizio della guerra contro la Cecenia: guerra di rivincita che
ha usato per sembrare uomo deciso a tutto, pur di ristabilire lordine: quale
che fosse lordine, e quali che fossero i sacrifici umani.
Prima ancora di palesarsi nel disastro del Kursk, il
Presidente si era rivelato con le poche parole pronunciate allesordio
dellassedio di Grozny: «Caccerò i terroristi fino a scovarli nei cessi»,
aveva detto con un tono che si addice a un malvivente più che a uno statista. E
quel che disse fece, visto che precisamente questa attendibilità era diventata
fonte di forza, di successo. Rase al suolo Grozny con i suoi 400.000 abitanti
russi e caucasici, e andò a scovare nei cessi non i terroristi, ma una
popolazione intera: distruggendola o disperdendola come seppe fare il suo
predecessore Beria nel Caucaso, per obbedienza a Stalin.
Non stupisce dunque che quattordici anni siano trascorsi da
Chernobyl, e nulla sia cambiato nello stile delle classi dirigenti russe. Stessa
mania del segreto al principio, nella speranza che linformazione
semplicemente passi inosservata. Stessa inorgoglita immodestia nel rifiutare,
per giorni, gli aiuti stranieri. Poi stesse menzogne, stesso disinteresse alle
vite dei soldati. E nessuna premura per i familiari delle vittime: il giornale
Komsomolskaya Pravda ha dovuto pagare 650 dollari agli uffici della Marina per
poter pubblicare venerdì la lista - che le autorità volevano tener segreta -
degli uomini a bordo del Kursk. Atteggiamenti simili sono in sé
incomprensibili, tanto appaiono non solo brutali ma stupidi. Diventano meno
incomprensibili se si tiene a mente che i dirigenti postcomunisti non sentono il
bisogno di uscire dai metodi appresi in epoca totalitaria, né vi sono stati
costretti.
Continuano il medesimo comportamento, anche se corretto, perché
nessuno di loro ha dovuto rendere i conti, spiegarsi sul proprio passato,
ammetterne la criminosità congenita, farne una critica radicale. In realtà,
per numerosi ex comunisti e postcomunisti il Muro è caduto esteriormente, non
mentalmente. Contrariamente al popolo tedesco nel 45, non sono stati spinti a
scorgere nella propria sconfitta una liberazione, né hanno pensato di dovere
sforzarsi in questa direzione. Riconoscono il fallimento e hanno limpressione
di aver patito un insuccesso, che debbono riparare con rivincite o al massimo
occultare. Non sentono in cuor loro che il sistema cui avevano aderito era
sbagliato e ingiusto umanamente, sul piano pratico e di conseguenza teorico.
Daltronde anche le destre estreme reagiscono in tal modo, dopo aver osservato
gli esiti positivi dellatteggiamento comunista. Qualche anno fa, durante un
viaggio a Londra, Gianfranco Fini replicò, a chi gli chiese una condanna di
Mussolini: «Non spetta a me condannarlo.
Lo ha già condannato la storia». I mea culpa del Papa e i
processi al nazismo non insegnano un granché: la sindrome più diffusa è
quella di chi ha vissuto una disfatta, non di chi si duole, si vergogna, e fa
ammenda. E una sindrome che evita il giudizio etico-politico su se stessi, e
in Italia accomuna postcomunisti, postfascisti, post-rivoluzionari terroristi.
Anche Toni Negri, prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla
giustizia, ricorse a analogo escamotage: le battaglie terroriste-rivoluzionarie
avevano smarrito senso «perché erano state sconfitte», non perché avevano
causato morti. E Violante non agisce in fondo diversamente, quando dichiara su
Edgardo Sogno una cosa e il suo esatto contrario: che rifarebbe quello che ha
fatto come giudice istruttore, accusandolo di golpismo, e che approva i funerali
di Stato organizzati per riabilitare un eroe della resistenza che tra tanti
difetti ebbe quello di essere anticomunista.
Per molti postcomunisti la caduta del Muro si apparenta a un
fallimento, più che a una liberazione delle coscienze oltre che dei popoli:
l86 a Chernobyl e l89 a Berlino non furono loccasione di meditare sui
misfatti, ma il momento propizio per cambiare discorsi e se possibile passare
inosservati, davanti a quello che Kant chiama il tribunale della critica. Se
potessero, parecchi «rifarebbero quello che hanno fatto»: ripetendo gli errori
giudiziari e lindifferenza alla morte altrui, limpassibilità verso le
notizie sui Gulag e labitudine alla sistematica fuga dalle responsabilità.
Putin è la personificazione di questi vizi: alla vista del popolo in allarme,
è «rientrato in se stesso e si è fatto di ghiaccio». Proprio come i capi gli
avevano ordinato nell89.
Nulla di nuovo, a Oriente: basta star zitti, e non parlar più
di ideologie. Basta mettersi sul ponte di una nave, e farsi ritrarre come nuovo
zar: dal punto di vista di chi è condannato a perire per incuria dello Stato,
non fa una gran differenza essere sacrificati alla menzogna di unideologia, o
alla menzogna di un fotogramma. Ma Putin non aveva fatto i conti con la collera
che il vecchio stile comunista ha infine provocato nei cittadini e nei
giornalisti russi, e ora gli toccherà forse la più penosa delle esperienze:
esibirsi di fronte a una fila di cadaveri, nelle vesti non di gran comandante,
non di protettore della nazione, ma di suo seppellitore.

Domenica 10
Settembre 2000
Siamo tutti Jörg Haider
di Barbara Spinelli
Il
rapporto sullAustria che i tre saggi europei hanno consegnato venerdì a
Jacques Chirac è meno opportunista e fedifrago di quel che sembra. E vero
che giudica controproducente il mantenimento delle sanzioni, che punta il dito
sui sentimenti nazionalisti da esse suscitato, e che in larga misura scagiona
Vienna, ritenendo che lalleanza dei democristiani con i liberali di Haider
non ha violato i diritti delluomo e delle minoranze. E anche vero che il
rapporto, pur non sconfessando lostracismo deciso in febbraio dai
Quattordici, li obbliga a cambiare casacca, e quindi svela limpotenza
politica, limpreparazione, la leggerezza dei governi. Tutto questo era
nellordine delle cose, si poteva prevedere. Il veto opposto a Haider, per
quanto motivato, era destinato a perdere rapidamente senso perché afflitto da
un vizio maggiore: lipocrisia.
Quattordici politici che avevano tollerato per un decennio le
guerre razziali di Milosevic nei Balcani, e che nel momento in cui punivano
Vienna digerivano consenzienti lo sterminio della Cecenia, avevano simulato
unindignazione nobile ma non per questo avevano evitato di ingannare i
cittadini con una messa in scena inadeguata, e precaria. Il semplice buon senso
- il principio di non contraddizione - ha finito col vanificare le loro mosse:
dopo la caduta del Muro e la fine della spartizione di Yalta non si può al
tempo stesso annunciare che Haider rappresenta un pericolo per i fondamenti
etici dellUnione, e che Putin è un grande statista che conviene incensare e
introdurre nelle sale di decisione europee. Non si può criticare lingerenza
occidentale nelle vicende della piccola Serbia - come sostennero numerosi
esponenti di sinistra - ed esigere al contempo lintromissione severa negli
affari, di certo meno cruenti, della piccola Austria.
Cè però qualcosa di più nel rapporto - unangoscia, un
pessimismo latente - che aiuta a serbare la vigilanza e a non considerare
fallimentari le sanzioni, sempre che i responsabili europei restino in allarme e
non si sentano umiliati dallinvito a interrompere le sanzioni. La nocività
del partito haideriano non è infatti rimpicciolita: pur non essendo chiamato
fascista, il populismo di destra «contiene al proprio interno elementi
radicali», «continua a pronunciare frasi razziste, xenofobe», e usa
«espressioni che in alcuni casi si avvicinano addirittura a sentimenti
nazionalsocialisti».
Sono espressioni che gli alleati del Cancelliere Schüssel
«non hanno condannato, represso». Neppure la loro condotta governativa è
irreprensibile: il ministro della Giustizia Böhmdorfer, reo di aver accettato
lipotesi di procedimenti penali contro critici e oppositori, è accusato di
atteggiamenti «non conformi ai suoi obblighi». Ma non è tutto qui: quelle
frasi «fortemente ambigue», quei sentimenti che evocano il nazismo, quei
pericoli che persistono, non appartengono secondo i saggi solo allAustria.
Sono tentazioni e impulsi presenti nellEuropa intera: sono lo spirito dei
tempi, il
Zeitgeist che avvolge il continente così restio a unificarsi, undici anni dopo
l89.
«Siamo tutti ebrei tedeschi!», si diceva nella Parigi del
dopo-68, quando Cohn-Bendit fu espulso della Francia: «Siamo tutti
Cohn-Bendit!». Ora si potrebbe dire ben altro, dopo aver letto il rapporto dei
tre studiosi (il tedesco Jochen Frowein esperto di diritto internazionale,
lex presidente finlandese Matti Ahtisaari, lex ministro degli esteri
spagnolo Marcelino Oreja). «Esistono sfortunatamente in Europa altri gruppi
politici che adoperano un linguaggio abbastanza simile», conclude il rapporto,
e il lettore sa dove esistono: in Italia come in Danimarca, in Belgio, in
Svezia, in Francia e nei Länder orientali della Germania.
Non solo: lAustria «protegge le minoranze nazionali in
maniera più ampia rispetto ad altri paesi», e in ragione delle sua
collocazione centroeuropea ha un numero alto di rifugiati: questo «determina
problemi dintegrazione sociale, come in altri Stati dellUnione».
LEuropa impersonata dai saggi getta uno sguardo su se stessa che non è
compiaciuto ma piuttosto diffidente, anche quando parla eufemisticamente di
«problemi di integrazione sociale». E come se proclamasse, per indicare la
distanza che la separa dalla prosperità, dalle sicurezze degli Anni 60: «Oggi
entriamo nel 2000, e
siamo tutti Jörg Haider!»
Tutti gli Stati dEuropa rischiano di cadere nellamnesia
volontaria, come accade in Austria fin dal dopoguerra. E non già di
dimenticare, ma di giudicare irrilevante la memoria del passato e quel che esso
insegna. Frasi, vocaboli come quelli denunciati dai tre saggi sono perfettamente
udibili altrove, e non solo nella formazione di Le Pen in Francia ma in partiti
che si apprestano a governare come in Italia. Ha detto il ministro Joschka
Fischer al
Corriere della Sera, il 13 agosto: «Lidentità tedesca non esiste se si
dimentica Auschwitz. Qualcuno ci ha provato: non funziona».
Lidentica norma vale per lEuropa (anche se andrebbe
estesa: «Lidentità europea non esiste se si dimenticano Auschwitz, Katyn e
la Kolyma. Qualcuno ci ha provato, e ci prova ancora».) Ma per molti politici
la norma è ormai irrilevante, offensiva della libertà di pensiero. Recitare il
mea culpa e togliere lostracismo con animo vergognoso sarebbe dunque
irragionevole, oltre che sterile. Convaliderebbe la visione haideriana di una
Waterloo europea. Criticabili non sono le sanzioni, ma lincongruenza mentale
dei governanti europei, la provvisorietà delle convinzioni, e non per ultimo:
il carattere nazionale, non europeo, della risoluzione iniziale.
E forse il passaggio più pregevole del rapporto, quello in
cui si fa lelogio delle sanzioni e si propongono modi più efficaci e
durevoli per adottarle nellavvenire. In realtà non cè motivo di
pentirsi: «Le misure decise dai 14 Stati - constatano i saggi - hanno
accresciuto la sensibilità nei confronti dellimportanza dei valori comuni
europei non solo in Austria, ma anche negli altri Stati membri. Non cè
dubbio che nel caso dellAustria le misure hanno contribuito sia a fare in
modo che il governo intensificasse i propri sforzi, sia che la società civile
difendesse questi valori con maggiore energia».
Così potranno essere indotte allo sforzo altre nazioni. Il
monito vale per lItalia, come per Paesi dove può crescere lintolleranza
etnica: nelle nazioni dellEuropa Centro e Sud-orientale, abituate da decenni
di totalitarismo a un finto antifascismo imposto dallalto. Vale la pena non
dimenticarlo: i naziskin che affliggono lEst tedesco hanno sviluppato le loro
ideologie per spirito ribelle, in opposizione allantifascismo dobbligo
prescritto, e non rispettato nella sostanza, dalle dittature comuniste. Detto
questo, per avvertire e agire non cè che il ricorso allEuropa
sovrannazionale. Non lEuropa delle nazioni, ma unEuropa con poteri
vigorosi, dotata di una Costituzione e di una Carta di diritti e doveri.
Contro il nazionalismo e la xenofobia, contro la discrepanza
che può crearsi tra legalità democratica del voto e legittimità effettiva,
non possono intervenire gli Stati, e tantomeno le macro-regioni come sembrano
credere Haider in Austria, la Lega o il filosofo Cacciari in Italia. Moniti e
sanzioni sarebbero fecondi in presenza di una comune Costituzione, e di una
comune Carta che vieti lapologia dei totalitarismi: perché i governi
sarebbero in infrazione
costituzionalmente, verso lentità superiore che è lUnione, e non
sarebbero esclusi da alcun governo specifico.
E quello che i saggi fanno capire quando propongono «la
nomina dentro lesecutivo europeo di un Commissario per i diritti umani, e
lampliamento delle attività, degli stanziamenti e dello statuto
dellOsservatorio europeo su razzismo e xenofobia, a Vienna, per trasformarlo
in una vera e propria
autorithy dellUnione sui diritti umani». Il fine sarebbe quello di
prevenire, sorvegliare collettivamente, e non di intervenire dallesterno
quando gli xenofobi sono alle porte del potere.
Il compito che lEuropa ha di fronte è di dotarsi di una
testa, che non mediti e operi alla cieca. Questa testa oggi non cè: né
cieca, né dormiente, né nascosta. Ne soffrono le istituzioni democratiche e i
partiti, che tendono a rinazionalizzarsi. Ne soffre la moneta unica, che doveva
accomunare il continente ed è invece unimpresa che corre in parallelo con
linconsistenza, linteresse breve, i calcoli provinciali dei suoi politici.
E come se questi ultimi avessero smesso di pensare, dopo
l89. Sono deboli le sinistre, ma ancora più vacillanti sono le destre, che
per mezzo secolo avevano vissuto dellanticomunismo classico. Ora sono inermi,
afasiche, condiscendenti verso dottrine che ancora una volta esaltano il
Blut und Boden - il sangue e la terra - e si ergono contro luniversalismo
della Comunità postbellica. Se si eccettua il gollismo di Chirac, sono pronte a
sdoganare qualsiasi radicalismo di destra. Ma non solo le destre: gli europei
nel loro insieme diverranno inermi e afasici, qualora si pentissero del
purgatorio inflitto a Vienna.
Qualora facessero propria lidea populista di un referendum
sullallargamento: idea sostenuta dal commissario Verheugen , e respinta da
Prodi e da Fischer. Il male lo avevano visto in febbraio, e giustamente
designato. Ma curarlo è difficile quando manca la coerenza, quando non si
rispetta il principio di non contraddizione, e quando i medici stessi - gli
Stati Nazione - possono da un momento allaltro precipitare, immaginandosi
immuni, nelle medesime malattie che hanno diagnosticato nel Paese accanto.

Domenica 15 Ottobre 2000
Tutto è permesso in nome di Dio
di Barbara Spinelli
La storia e la cultura dEuropa ci hanno abituati a pensare
che le carneficine più efferate, il culto delle guerre totali, lodio
dellaltro, il progetto che ha come fondamento la distruzione di ogni cosa
esistente, siano dovuti alla presunta eclisse di Dio: Dio è morto e tutto è
permesso, così concludono i nichilisti, annunciando nuove stagioni di libertà
umana illimitata, non più presidiata da leggi trascendenti.
Ma in questi giorni è assai diverso lo scenario cui si
assiste in Medio Oriente. Si combatte e si scatenano odi irrefrenabili non già
perché Dio è stato sepolto, ma perché è considerato più che mai presente,
attivo nella storia e nella politica. Ogni pietra del Monte dei Templi, detto
spianata delle moschee, serba il ricordo vivissimo del suo passaggio. Sono
addirittura visibili le tracce del suo tragitto, le impronte di suoi angeli e
profeti. Tutti e tre i monoteismi hanno una simbolica narrazione, strettamente
connessa alla geografia di Gerusalemme e del Monte dei Templi.
Uno degli elementi che hanno generato le brutalità delle
ultime settimane è la sovranità, non già amministrativa ma teologica, su
quelle pietre trasformate in idoli pagani. Sovranità spirituale per i
cristiani, che dai tempi delle guerre religiose hanno appreso quanto sia
prezioso separare la religione dalla politica: anche per questo tutto appariva
pervaso da calma, quando il Papa andò a Gerusalemme. Sovranità totalizzante,
per i due monoteismi che non hanno ancora imparato larte cristiana di
sopravvivere spiritualmente ai propri disastri temporali. Qui è il dilemma
delle odierne battaglie, e tale resterà anche se la scommessa di Clinton
riuscisse, se si raggiungesse un cessate il fuoco nel vertice con i contendenti
e con legiziano Mubarak.
Resterà cocente e insolubile perché lenergia nichilista che
le battaglie racchiudono è di carattere religioso. Il filosofo Glucksmann
scrive nel suo ultimo libro che nel Novecento europeo Dio è morto una terza
volta - nei genocidi e nelle guerre sterminatrici - dopo esser morto prima sulla
croce e poi nelle parole del nichilismo dell800 (André Glucksmann, La
troisième Mort de
Dieu - La Terza morte di Dio, Parigi 2000).
Ma alle periferie Dio è vissuto come assolutamente presente:
parla in diretta con i propri zeloti, permette loro di agire in suo nome,
prescrive le paci e le guerre. Anche i confuciani mescolano politica e
religione, se si crede a quel che afferma il Nobel della pace Kim Dae-Jung,
presidente della Corea del Sud: «Non credo nei fasulli valori confuciani,
serviti in Asia solo a giustificare autoritarismo, ingiustizia e arretratezza,
ma in quelli cattolici della responsabilità e libertà individuali, base dei
progressi dellOvest».
Ariel Sharon, attuale capo della destra (il Likud), già
responsabile di massacri di arabi e di autentici crimini di guerra in Libano,
sapeva bene quel che faceva il 28 settembre, quando mise piede nella spianata
delle moschee, e dichiarò che questa era terra israeliana intangibile perché
sacra. Sapeva che stava accendendo la miccia di una bomba e lo voleva: non la
bomba di una guerra classica, ma di una guerra religiosa. Nello spirito, il suo
gesto non è stato diverso da quello che uccise Rabin. Giacché anche il
contrario di quel che affermano i nichilisti è ipotizzabile: se Dio è vivo,
tutto è permesso.
Lo si è già potuto constatare nellintegralismo omicida
dei radicali islamici in Iran, Algeria, Afghanistan. Non esiste solo il
nichilismo senza Dio, nato dalla secolarizzazione e dal relativismo filosofico.
Esiste anche il nichilismo nel segno di Dio, e esistono gli sterminatori divini
fra gli israeliani come fra i palestinesi. Per contenere la collera dei propri
estremisti Arafat ha dovuto più volte riferirsi al cosiddetto accordo di
Hudaybiyah: accordo per una pace decennale che Maometto concluse nel 628 con un
clan che governava La Mecca.
Due anni dopo la firma, il Profeta ruppe la promessa e
conquistò la città con la violenza: laccordo firmato con gli infedeli non
è mai vero accordo. Ma analoghi miti regnano tra i dirigenti israeliani. Si è
parlato molto nei giorni scorsi della sovranità religiosa esercitata da questi
ultimi sulla Tomba di Giuseppe, che il premier Barak ha infine deciso di
abbandonare e che è stata teatro di violenze. Ma quel che Barak e le sinistre
hanno taciuto è che quel luogo, nel cuore di Nablus, era divenuto il centro
dellestremismo ebraico. Vi si adorava Baruch Goldstein, il colono che nel
febbraio 94 irruppe nella moschea di Abramo, a Hebron, e sparò sui musulmani
in preghiera uccidendone ventinove e ferendone circa cento. Il mausoleo tombale
di Goldstein, per anni meta di pellegrinaggi, è stato vietato solo di recente.
Il rabbino Yitzhak Ginzburg, capo del centro fanatizzato presso la tomba di
Giuseppe, scrisse un libro su Goldstein, chiamandolo «Baruch, il santo
vendicatore».
I credenti delle guerre sante hanno una difficoltà congenita,
che però conferisce loro un senso di ineguagliabile potenza. Non riescono a
conoscere i propri limiti mortali, e a separare quel che è di Dio da quel che
spetta alluomo e alla Città. E lassoluto - soprattutto lamore - lo
trapiantano dal terreno della religione a quello della politica. Allinizio in
effetti non cè solo lodio, ma un amore sconfinato: amore di scritture e
luoghi sacri, amore di unumanità eletta da Dio, fiducia in riconciliazioni
volute dallaldilà. In politica lamore può sfociare molto presto nel suo
contrario simmetrico: lodio, suo intimo parente. Nelle società confessionali
il criterio dellamore e dellodio vale per tutte le sfere della vita, e
domina su criteri come il vero-falso, o il bene-male. E per questo che per
gli integralisti la laicità è incomprensibile.
Essa infatti è neutrale, non è atea né religiosa. Non è
una persuasione specialmente tollerante, ma un metodo che consente dispute
civili, pacifiche, anche tra fedi intensamente antagoniste. Molti di questi
difetti sono presenti negli stessi accordi di Oslo, edificati da ambedue le
parti su unillusione: che il prevalere della razionalità e dellamore
sugli odi dovesse costituire la premessa della pace. I negoziati medio-orientali
tendono cronicamente a naufragare perché si è scommesso su queste due forze
dellanima (la ragione, la comunione) anziché su quel che veramente unisce
due popoli così differenti: la loro debolezza, vulnerabilità, mortalità.
Entrambi possono distruggersi reciprocamente, tanto sono distanti. Sono
costretti a intendersi proprio per questo: perché son fatti in maniera tale da
non intendersi.
Il male in questa regione del mondo è la presenza ridondante
di Dio. Non Dio in sé, di cui poco si sa e i cui disegni non sono noti. Ma il
Dio adoperato per far politica, i cieli antropomorfizzati che decidono di fare o
disfare un accordo, uno Stato. E questo Dio che conviene allontanare dalla
Cosa Pubblica, lasciando che gli uomini stringano accordi terreni, basati sulla
diffidenza e sulla dissuasione anziché sulla vittoria di un comune
convincimento. Nella dissuasione urge intendersi, perché la morte dellaltro
è automaticamente la mia.
Questa necessità improrogabile di una pace fredda, che preceda
la riconciliazione e il senso di sicurezza piuttosto che
venir dopo linstaurazione della fiducia, non è stata drammatizzata dai
dirigenti israeliani. Eppure il dramma cè e può diventare catastrofe: non
ci sarà una guerra mondiale per salvare Israele, la fedeltà Usa non è
sterminata, ai palestinesi non si può in eterno ricordare la Shoah, e il
rischio è concreto: non di un secondo sterminio, ma di unespulsione dalla
Palestina. Gli israeliani hanno cominciato a intuire i propri limiti nella
guerra del Golfo, quando si resero conto che possedere territori non li
proteggeva dai missili Scud.
Ma anche disporre di una immane forza è inutile ai tempi
doggi, quando le guerre tradizionali cedono il passo alle guerre religiose,
etniche, a piccole armi micidiali, alle lotte dellinformazione. Non serve a
nulla quando lavversario è pronto a saltare in aria con la bomba che ha
lanciato, nella speranza di guadagnarsi subito il paradiso come premio. La forza
è una chimera e non garantisce sicurezza quando uno Stato religioso - Israele -
è circondato da un miliardo di fedeli musulmani. Nelle armi gli israeliani sono
superiori. Non nelle fedi. Quel che più colpisce nelle scorse settimane è il
modo in cui ciascun contendente parla di ciò che accade. Ogni volta sono
elencati gli odi, i tradimenti dellaltro, e mai sono menzionati i propri odi,
tradimenti. Gli stessi intellettuali che si sentono dun tratto
traditi da Arafat, come Amos Oz o Elie Wiesel, cadono in
simile trappola. E lo stesso accade a Barak, quando proclama che Arafat «non è
più una controparte credibile». Gli uni e laltro si esprimono come
innamorati delusi, non come politici in cerca di compromessi per far
sopravvivere la nazione. Arafat è quello che è, e come Barak non controlla
più i fanatismi del proprio campo. E una controparte ineludibile, con lui
non si può trattare altrimenti che sullorlo dellabisso.
Il sentimento fiducioso, se verrà, verrà molto dopo. Anche
il cattolicesimo elogiato da Kim Dae-Jung ha alle spalle fanatismi feroci, dai
quali uscì penosamente. La notte di San Bartolomeo, quando i cattolici di
Francia organizzarono un tremendo massacro di protestanti nellagosto 1572,
cominciò con integralismi somiglianti a quelli di oggi. I documenti
darchivio indicano lesistenza di teoremi di riconciliazione religiosa,
elaborati da Carlo IX e Caterina dei Medici. Non si parlava che di anime fuse in
un«unica verità», e il vocabolo che ricorreva con più frequenza era
Amore. Questamore condusse a una delle più tristi stragi nella storia del
cattolicesimo. Fu necessario lavvento di Enrico IV, perché le guerre
religiose cessassero in Europa.
Il re sapeva che il popolo era stanco di odio, e inoltre
affamato: promise a ogni francese una gallina la domenica, e fece qualcosa di
più. Parigi val bene una messa - disse - e bandì dalle mura della Città il
Dio per cui si muore, e in nome del quale le genti si amano e si odiano senza
misura.
(15 ottobre 2000)