

Domenica 11
Giugno 2000
La sinistra antiquaria
di Barbara Spinelli
Oskar Lafontaine, il ministro del Tesoro che ruppe con
Schröder nel marzo 99, è ammirato di questi tempi in Italia. Non solo
perché avversò la politica del Cancelliere, giudicata troppo liberale e
sottomessa alla Banca centrale europea. Non solo perché si presentò come
avversario indomito della mondializzazione. Ma per la maniera in cui compì il
gesto del rifiuto: maniera che i tedeschi non gradirono - perché fu scortese,
sprezzante, impaziente - ma che dun tratto affascina parecchi progressisti
del nostro Paese. Lafontaine è afflitto da una sindrome patologica, secondo
lopinione in Germania: la sindrome dell"Aussteiger", di chi
abbandona ogni responsabilità e scende dal treno. Nel giro di poche ore
limmagine del ministro mutò radicalmente: ancor ieri era una persona
pubblica nel pieno dei suoi poteri, e il giorno dopo eccolo alla finestra della
sua dimora privata, sorridente, liberato, il figliolo sulle spalle. Ritirato
dalla "res publica", rifugiato nel proprio foro interiore, e con
questabile mossa trasformato in icona della vera, incontaminata sinistra.
Proprio questo attira le sinistre italiane in preda alle seduzioni della
disfatta, e delluscita di scena. Chiunque pensi al socialismo nella sua
purezza primordiale, è licona tedesca che porterà con sé. Non potrà
aggirarla, ignorarla, e Lafontaine lo intuiva quando compose ad arte la musica
delle proprie dimissioni. Essere oggi di sinistra vuol dire anche questo:
sapersi suicidare politicamente, in nome di una memoria storica illibata e di
una fedeltà che diviene cieca alla realtà dei fatti. Rinunciare alla gloria
del potere, anche se ciò comporta il tradimento della parola data
allelettore. Quel che conta è linteriorità, il piacere di uscire di
scena. I tedeschi rimproverano a Lafontaine questo frivolo sbarazzarsi dei
doveri pubblici: questa «abissale superficialità» che sprigiona - secondo
lossimoro coniato dallanalista Klaus Hartung - licona del ministro che
se ne va senza dare spiegazioni razionali ma per emozione, sentimentalismo, e
stanchezza. Non è chiaro se il ministro Salvi e i Ds che lo appoggiano
conoscano la materia di cui è fatto lidolo che si son messi a adorare,
quando scelgono come modello Lafontaine e la sindrome del "dropout".
Non è chiaro se vogliano vincere le elezioni del 2001, o se già pregustino
lopposizione. I litigi nel centro sinistra attorno al futuro candidato per
Palazzo Chigi oscillano tra questi stati danimo: il razionale e
lesausto-emotivo, limpegno serio e il gioco partitico allestito per
uccidere il tempo che resta. Indispettito, Amato ha invitato i capi della
coalizione a decidersi: se non sarà lui il candidato, meglio dirlo. Il
presidente del Consiglio non si presterà a guidare un governo fiaccato da
candidati paralleli, o da patologie che si dilatano a sinistra. In effetti le
patologie vanno estendendosi, soprattutto nel partito Ds. E sono sempre le
stesse, nonostante gli sforzi riformatori e i cambiamenti di nome: sono tutte
riconducibili a un rapporto malato con la memoria, con lidentità. La
questione fu rimossa, al congresso del Lingotto in gennaio: si preferì parlare
di Africa, di Internet. Temi essenziali, se non fosse per quellinterrogativo
che permaneva immutato: che fare con la memoria del partito e come adoperarla?
come trovare unidentità diversa, salvando lantica? Tanto più
intensamente se ne discute ora, che si prospetta un naufragio: erano anni che
non si evocava il passato con analoga passionalità. Si rammenta Amendola e la
mancata unificazione con il Psi che egli voleva con forza. Si discute il suo
filosovietismo durante linvasione di Praga, gli Anni Settanta, i trionfi
dell"Unità", lespulsione del "Manifesto". Questo
rivangare è utile per la vita della sinistra, o è solo interessante? E un
ritirarsi nel foro interiore e nella fedeltà incondizionata, o è un dialogo
che i Ds cominciano con gli italiani e il mondo esterno? Rispondere al quesito
non è facile, perché rimembrare è unattività ambigua: non sempre procura
ristoro, salvezza. Tra le patologie può esserci anche un uso sconsiderato, e
comunque poco proficuo, della memoria e della storia passata o recente. La
verità è che i Ds non hanno ancora trovato il modo per replicare seriamente
alloffensiva di Berlusconi su due punti decisivi: sul loro passato comunista,
e sul tradimento degli elettori il giorno in cui linvenzione dellUlivo fu
liquidata e Prodi venne defenestrato. Nietzsche distingue tra vari tipi di
memoria: più o meno fecondi, più o meno immobilizzanti. Cè una memoria
"monumentale", una "antiquaria", e una "critica".
Le prime due sono le più pericolose, perché riveriscono il mondo di ieri e vi
cercano riparo per non agire sul presente. Gli spiriti monumentali abbelliscono
il passato, e la storia è per loro «un abito mascherato, in cui il loro odio
per i potenti e i grandi del loro tempo si spaccia per sazia ammirazione dei
potenti e dei grandi dei tempi passati». Il loro motto è: «Lasciate che i
morti seppelliscano i vivi» (Friedrich Nietzsche, "Sullutilità e il
danno della storia per la vita", Adelphi 73, pag. 23). Non meno
rischiosa è la storia antiquaria, che con pietà o furia collezionista
custodisce un nido familiare chiuso allesterno. Nido esoterico, dove si
coltiva il pronome personale «noi» e la coscienza di essere eredi di una
grande nazione, o un partito-guida. Il culto del collettivo, assai conservatore,
fu sempre preminente nei partiti comunisti. La storia critica è la più utile
per la vita presente e futura. Essa non esita a trarre il passato davanti al
tribunale, e a condannarlo. E una memoria azzardata anchessa, perché la
tendenza è forte di «darsi un passato da cui si vorrebbe derivare, in
contrasto con quello da cui si deriva. E le seconde nature sono sempre
infinitamente più deboli delle prime». Ci vuole tempo, tenacia, oculatezza,
perché la seconda natura maturi e diventi una prima natura. Rimeditare il
passato e lidentità storica degli ex comunisti non è dunque benefico in
sé, per il semplice fatto che la strada viene imboccata. E benefico se
lesercizio di memoria serve la vita presente, alimenta le decisioni
politiche, è parte di una conversazione con gli italiani e gli europei che
seguono simili evoluzioni mentali. Non manca chi vorrebbe dimenticare il passato
comunista, considerandolo un evento storico già vetusto che non insegna più
nulla. Molti giovani osservano straniti le polemiche attorno al passato del Pci
e dellUrss, o alle scelte equivoche di Amendola, e le ritengono del tutto
inattuali. A ben vedere non hanno torto: perché sono polemiche condotte con
animo antiquario, o monumentale. E la memoria critica, utile alla vita, che
fa difetto nelle odierne reminiscenze. Può invece essere utile rammentare, se
la memoria vivifica i giudizi e le risoluzioni di oggi. E benefico ad esempio
ricordare il comunismo reale, quando si fa politica estera. Ricordare come
Stalin annientò e deportò nei Gulag i popoli caucasici, subito dopo la guerra,
è opportuno per capire la strategia di Putin in Russia: Putin corteggiato,
riverito dagli italiani e dagli Occidentali per via dellordine che vuol
restaurare in Russia, e del senso della nazione che dimostra. Un senso della
nazione e del collettivo a tal punto preponderante, che sul suo altare vengono
immolati in olocausto individui e popoli. La fede nel collettivo era costitutiva
dellideologia comunista, e DAlema sembra esserne più di altri cosciente.
E una consapevolezza che ha maturato sia osservando la crisi del sindacato,
sia nella guerra in Kosovo contro lo sterminio etnico. Non a caso ha scritto che
la cultura individualista è lanello debole nellincompiuta Rivoluzione
Liberale dei Ds: «Troppe volte noi siamo apparsi come coloro che avevano a
cuore il destino dellItalia, mentre la destra si preoccupava dei problemi e
delle aspirazioni del Signor Rossi. Di quello specifico Signor Rossi e di tanti
altri come lui. Questo è stato un limite grave che oggi paghiamo» ("La
Repubblica", 3 giugno 2000). I ceceni decimati da Putin sono tanti Signor
Rossi, sacrificati sullaltare del «Noi» russo. In politica interna, la
memoria è utile se serve a rievocare e condannare lesecuzione politica di
Prodi. Perché anche quel procedimento nacque dalla venerazione del collettivo
ermetico, del partito leninisticamente organizzato, della storia antiquaria, che
ignora la parola data al singolo elettore e cittadino. Lattuale Presidente
della Commissione europea fu destituito da Bertinotti, ma tutto il Ds partecipò
alloperazione, non appoggiandolo. La parola data agli elettori quando nacque
lUlivo fu disattesa, e del solco apertosi dopo di allora fra le domande dei
cittadini e i partiti di governo non si ragiona mai. Neppure Amato ne parla, ed
è qui la gracilità delle sue minacciate dimissioni. Se volesse essere
efficace, il presidente del Consiglio ripenserebbe la defenestrazione di Prodi,
e la sua popolarità nel Paese. Annuncerebbe la propria candidatura agli
Italiani, direttamente, e non ai capi-partito riuniti in inintelligibili
conclavi. Non essere eletto non è un handicap: non lo erano né Berlusconi, né
Prodi. Rivolgendosi alla partitocrazia, Amato mostra di esser prigioniero di una
memoria immobilizzante, incapace di costruire una seconda natura sulla prima.
Molti ne sono incapaci. La memoria viva è merce rara tra gli ex dirigenti del
Pci e tra gli intellettuali che furono compagni di strada. Alberto Asor Rosa
sull"Unità" attacca il liberalismo di DAlema, rimpiange
lepoca in cui i Ds avevano unorganizzazione ramificata, un insediamento e
un blocco sociale, e non rifiutavano «estremisticamente la vecchia identità».
Tutto questo per suggerire alla fine una «nuova fase di lotta di classe», in
vista di unaggressione del grande capitale che sarà «mortale», «di
uninaudita violenza». Sono parole stupefacenti, tanto appaiono vecchie.
Chiunque guardi la televisione sa oggi cosa sia, linaudita violenza, e non
crede più neppure un attimo alle parole - tuttora bolsceviche - che vengono
usate in casa Ds con abissale superficialità.

Domenica
9 Luglio 2000
La vita privata invasa dal potere
di Barbara Spinelli
Con voce forte, ma non senza timida ritrosia, si
invoca da qualche settimana in Europa il diritto dellavanguardia. Titolari
sono i Paesi che più velocemente degli altri vorrebbero unire le proprie
energie, accentuare forme di integrazione sovrannazionale, dare allUnione i
mezzi di una più autorevole potenza. Timida appare la rivendicazione, perché
chi invoca diritti è forzatamente in posizione di attesa. Più o meno paziente,
più o meno esigente, essa può sempre trasformarsi in sosta. Cè del tempo
di fronte a chi si batte per una prerogativa. Cè la possibilità di
indugiare, e aspettare che lAvanguardia riceva limprimatur degli scettici.
La parola «diritto» si presta a equivoci: suggerisce battaglie in vista del
riconoscimento di un rango. Si chiede qualcosa che desideriamo, ma che magari
non ci spetta. Il privilegio è uno status, che si negozia alla stregua di un
favore. Ben altro è il dovere, e di questo varrebbe oggi la pena parlare
anziché di diritto. Inutile mostrare riluttanze, pudicizie. La verità è che
non esiste gran tempo, a disposizione. Cè emergenza, ed essa comporta non un
diritto, bensì un dovere dellAvanguardia. Non è impellente affermare se
stessi. Sono impellenti il senso dellobbligazione e dellobbedienza a una
missione. Cè urgenza perché la riunificazione delle due Europe è un
impegno storico ineluttabile, già rinviato da oltre un decennio, non
dilazionabile se si aspira alla stabilità civile a Est. Fin dal 63 Robert
Schuman invitava le democrazie europee a non dimenticare i fratelli continentali
relegati a Oriente: «Dobbiamo costruire lunità europea non solo
nellinteresse dei popoli liberi, ma anche nella prospettiva di accogliere in
essa i popoli dellEst, quando - liberati dalle costrizioni che tocca loro
subire - si rivolgeranno a noi domandando la loro adesione e il nostro appoggio
morale. È un debito che abbiamo nei loro confronti, quello di costruire
lesempio di unEuropa unita e fraterna: ogni passo che compiremo in tale
direzione costituirà per essi una nuova opportunità. Gli Europei dellEst
hanno bisogno del nostro aiuto nella ristrutturazione che devono intraprendere,
ed è nostro dovere essere pronti». Da allora son passati decenni, e ancora non
siamo pronti. Siamo talmente impreparati, non volonterosi, che i negoziati
istituzionali rischiano di divenire una scusa per rinviare sine die
lallargamento promesso ai fratelli orientali . Cè poi urgenza perché
nuovi pericoli montano dentro lUnione e alle sue frontiere - pericoli di
istituzioni statali sempre più inabili; pericoli di immigrazioni governate da
mafie; pericoli di un nazionalismo aggressivo in Russia - che gli Stati Nazione
non potranno contrastare da soli. Accampare il diritto dellavanguardia non è
allaltezza di una sfida che concerne al tempo stesso larchitettura interna
delle nazioni, e la riforma dellUnione allargata. Questi sono tempi di
compiti: compito dellavanguardia di assumere le proprie responsabilità, e di
definire quello che il Presidente Ciampi chiama perimetro giuridico
dellEuropa più larga. Compito di metter per scritto quali saranno i diritti
e i doveri del cittadino europeo, e di determinare una più visibile, efficace
spartizione di competenze fra Stati nazionali, istituzioni federali, regioni,
comuni. La Costituzione e la Carta europea dei diritti è un debito, come diceva
il padre della Comunità che fu Schuman: debito che i governanti hanno non solo
verso gli Europei dellEst, ma verso i propri stessi cittadini. Non si può
continuare a delegare poteri a organi federali che riducono drasticamente
linfluenza e laffidabilità degli Stati, senza dire quali saranno le
regole, le libertà, gli obblighi, su cui i popoli faranno affidamento nel più
vasto spazio di civiltà che sarà lUnione. Non si può svuotare di senso e
di sovranità istituzioni antiche e democraticamente legittimate come gli Stati,
e non preoccuparsi del vuoto e dellanomia che scaturiscono da tale
amputazione, e dalla mancata creazione di una res publica sostituiva. Non si
può suscitare un patriottismo europeo che abbia come fondamento il profitto, la
competitività economica, e la Banca centrale europea: unica istituzione
sovrannazionale funzionante dellUnione, e unica a possedere - diversamente
dal Parlamento europeo, dalla Commissione di Prodi - unautorità davvero
indiscussa. Difficilmente, infatti, il vuoto rimane vuoto. In ogni nazione è
presto riempito da altri sistemi di valori, da altre volontà di dominio, da
uomini nuovi della politica che ben si accomodano con lanomia, con la
mancanza di leggi chiare, attendibili, con lastensione o la dimissione delle
vecchie élite. Gli Stati membri dellUnione sono giustamente ridimensionati -
a causa della loro impotenza, nonché delle passate follie di grandezza - e il
politico nazionale classico tende a ritrarsi, a tramutarsi in tecnico: ma nella
zona restata vacante si installa pur sempre un comando, unidea della lealtà
cittadina da salvaguardare, dellordine da restaurare. Non è un potere debole,
quello che viene esercitato dai politici nuovi quando lo Stato è messo da parte:
è un potere che si rivela tanto più forte sui costumi, sulla vita privata dei
cittadini. Lo si è constatato nei giorni precedenti la sfilata gay pride in
Italia. Si è visto allopera questo potere, questa Europa vittoriana e
filistea che sta mettendo radici nel momento in cui gli Stati perdono volontà
di pesare, e non sono più idonei a garantire i diritti dei governati. Il
filosofo Habermas denuncia lucidamente i rischi: «Più sono le questioni
regolamentate con il ricorso a trattative intrastatali e maggiore la loro
importanza, più sono le decisioni politiche sottratte allarena deputata alla
formazione dellopinione e della volontà pubblica. NellUnione, il processo
decisionale è un esempio di deficit di democrazia causato dal trasferimento
delle decisioni dagli organi nazionali alle commissioni interstatali» (La
Stampa,7-7-2000) NellEuropa neo-vittoriana il filisteismo è il nuovo
attributo del comando, quando loggetto del potere muta. Quando il politico di
professione vede svanire il proprio ascendente, e non sa guardare oltre loggi
e oltre i confini nazionali. Nella migliore ipotesi sarà il tecnico a
sostituirlo. Nella peggiore sarà laffarista che promette di occuparsi di
tutto, tranne che dellessenziale: di buon costume e di accumular soldi, di
sesso e salute, delle squadre di calcio, della nostra vita di fumatori, delle
televisioni, e di ogni frustrazione occulta del popolo. Si annuncia la
liberazione della società dalla gabbia del vecchio Stato, e lemancipazione
ingenera gabbie ancora più soffocanti. Sono i danni del filisteismo vittoriano
che denunciava Herzen, nell800: «Più libero è un Paese dallinterferenza
del governo, e più intollerante si fa la plebe: lopinione pubblica diventa
una camera di tortura, e il vicino, il macellaio, il sarto, la famiglia, il
club, la parrocchia, ti tengono sotto controllo e svolgono le mansioni di un
poliziotto». Il commissario Monti ha ragione quando lamenta la scarsa
partecipazione delle classi dirigenti (non solo politici ma imprenditori,
sindacati) alle meditazioni sullavanguardia europea. Ma forse le classi
dirigenti non vogliono oggi la fine dellanomia, e una res publica riedificata
su spazi più ampi. Forse non vedono nel conflitto di interessi di Berlusconi un
intralcio, ma una degradazione della politica che conviene. Un potere così poco
regolato e afferrabile è un potere ubiquo, che monopolizza la modernità e
riempie comunque un vuoto. Il loro calcolo tuttavia è in parte miope, in parte
ingannevole. Rimanere indifferenti alla Costituzione europea, tacere sul duplice
dovere interno e comunitario dellAvanguardia, approvare il rinvio
dellallargamento, conduce a unatrofia grave dellEuropa, e delle stesse
nazioni. Incita i politici a immobilizzare il presente, a procrastinare la
mescolanza tra differenti culture, a nascondere le complicazioni assieme alle
quali lEuropa dovrà convivere. Conforta forze conservatrici solo in
apparenza liberali, che pensano di poter organizzare il futuro chiudendo le
frontiere alle crescenti migrazioni, e che pretendono di dire la verità agli
elettori quando propongono lUnione così comè, dotata al massimo di
ordini morali e di alte muraglie cinesi. Preparano nei fatti la decadenza
dellEuropa, con i loro appelli giustificati ma limitati alla repressione, o
al contenimento congiunto dei clandestini. LEuropa non è un continente
demograficamente in espansione, ma in declino rapido. E stato calcolato che
lItalia perderà il 28 per cento della popolazione entro il 2050, e che per
serbare il livello degli attivi non potrà far altro che importare più di
350.000 immigrati allanno, o costringere i cittadini a lavorare fino a 75
anni. LOcse annuncia che lUnione avrà bisogno di 35 milioni di immigranti
nei prossimi 25 anni, per mantenere la popolazione ai livelli del 95, e di
altri 150 milioni nel 2025 se vuol preservare i vigenti criteri di pensionamento.
Il successo dellAmerica è anche dovuto a una oculata strategia
dellimmigrazione negli Anni 80 e 90, che ha cambiato la nazione
aumentando la quota degli ispanici, asiatici, e neri. Non per creare nuovi muri
o per rinviare lallargamento serve dunque lAvanguardia europea, ma per
frenare la decadenza. Per creare uno spazio dove i cittadini possano tener testa
a paure e avversità ricorrendo a regole vincolanti, sottratte allarbitrio,
non più tutelabili dagli Stati Nazione. Per evitare che la politica sia
usurpata da tecnici, o affaristi, o istituzioni non politiche come le chiese.
Per esercitare unitariamente quello che è stato definito il diritto europeo
alla pace. Non la pace filistea di chi finge un ordine, e si nutre in realtà
della debolezza delle leggi. Ma una pace fondata su comuni leggi che difendano
le minoranze, che prevengano la xenofobia, che garantiscano il progresso
giuridico: lunico autentico progresso, secondo Kant, delle civiltà
illuminate.

Giovedì 13 Luglio 2000
Amato: all'Europa non serve un sovrano
di Barbara Spinelli
Qualche impressione di Giuliano Amato, possibile candidato dellUlivo alla
presidenza del Consiglio, possibile avversario di Berlusconi nelle elezioni del
2001. E politico di grande finezza, abituato alle dispute intellettuali, al
pensiero intenso: chiunque trascorra con lui un tempo non dominato dalla fretta
ha modo di constatarlo. E il motivo per cui vien chiamato dottor Sottile.
Questo è il tentativo di capire quale sia la sua sottigliezza, sulle questioni
che riguardano lEuropa. Ecco qualche appunto provvisorio. Sulle vicende
europee, Amato ha unambizione preminente: vuole essere un realista, non un
utopista. Al tempo stesso vuole pensare il nuovo, il mondo in mutazione, con
spirito non ortodosso, originale.
La sua sottigliezza, qui, si intensifica sino ad
aggrovigliarsi e a scindersi in due: essa lo induce allestremo pragmatismo, e
a forme non meno estreme di astrattezza. Amato non intende partecipare a quello
che chiama il «festival canoro» del federalismo, della Costituzione
sovranazionale. Tutti questi progetti li considera nobili ma perdenti, per il
semplice fatto che linsieme dellUnione non li condivide: né tutti gli
Stati membri, né i Paesi candidati. Non so se chiamare pragmatismo o realismo
la sua scelta: in questa conversazione, il Presidente fa capire che i progetti
possono essere arditi, ma che per superare gli ostacoli in politica occorre
nasconderli, dissimularli. Bisogna agire «come se», in Europa: come se si
volessero poche cose, per ottenerne molte. Come se gli Stati restassero sovrani,
per convincerli a non esserlo più. La Commissione di Bruxelles, ad esempio,
deve agire come se fosse un organo tecnico, per poter operare alla stregua di un
governo. E così via, dissimulando e sottacendo.
Più che il festival canoro, Amato sembra rifuggire larena
pubblica, il rischio della parola. «Io volo basso, io faccio proposte minori»
- ripete - per poi lasciar intendere che questa è una tattica per meglio
passare attraverso la «porta stretta». La porta stretta è la conferenza del
dicembre prossimo a Nizza, dove i capi di Stato e di governo dovrebbero
approvare unavanguardia di Stati che collaborino più strettamente degli
altri. Avanguardia che lui chiama «cuore dellUnione». Siccome sarà
necessaria lunanimità per costituirlo, la prudenza è di rigore e accanto ad
essa lastuta prudenza. Fino a quella data bisogna fare «come se».
Amato insiste su quelle forche caudine: cè per lui un
prima, e un dopo la «porta stretta». Fino a quel giorno, egli vuole sfruttare
le infinite risorse dei camuffamenti. Ma come abbiamo visto, la sua sottigliezza
non si esaurisce nel realismo tattico. Amato medita in realtà a un mondo
mutante, astratto dallequilibrio di potenze che governa tuttora lOccidente:
medita su un mondo che chiama post-hobbesiano, post-sovrano, orbo di gerarchie.
Ci è sembrato stregato da questa speculazione mentale, al punto di divenirne
prigioniero. Di qui la sua critica dei federalisti, colpevoli di credere ancora
che gli Stati Uniti dEuropa nasceranno da un trasferimento delle vecchie
sovranità a una sovranità superiore, sovranazionale.
Secondo Amato simile trasferimento è oggi impensabile: perché
la sovranità che si perde sul piano nazionale non passa ad alcun nuovo soggetto.
E affidata a entità senza volto: la Nato, lOnu, infine lUnione.
LUnione è allavanguardia nel mondo mutante: indica un futuro di Prìncipi
senza sovranità. Sopravanza in questo senso gli stessi Stati Uniti, legati alla
vecchia idea del Principe, incapaci di abbracciare il nuovo: lo si vede nei loro
rapporti con lOrganizzazione internazionale del commercio e nel loro rifiuto
della Corte penale internazionale. Il nuovo è senza testa, e chi ha i comandi
non è afferrabile né eleggibile.
Questa intervista è la disputa fra chi crede alla vecchia
sovranità, e chi non ci crede più. Amato è anche questa singolare mescolanza:
di furbizia e di non confessato utopismo, di pessimismo sulle idee federaliste e
di ottimismo sul Nuovo Mondo che spontaneamente e ineluttabilmente va verso lidi
migliori, togliendo scettri al Principe. Di fatto la metamorfosi è già fra noi:
basteranno alcuni ritocchi, e molta, molta furbizia. Perché i più non sanno,
che il Mondo Nuovo già esiste. Non stupisce in questo quadro che Amato sembri
relativamente poco interessato alla politica estera, che lascia fare a Dini
senza commenti. Che pur condannando le vittime civili della guerra in Cecenia
prenda per buone le spiegazioni di Putin, e neghi che il Cremlino sia impelagato
in un conflitto coloniale.
Per eccesso di furbizia, e per fiducia nelluniverso post-sovrano,
Amato rischia non solo limmobilità del governo italiano, ma la sua non-visibilità.
Sono gli splendori e i vizi dei Sottili, quando la sottigliezza si fa quasi
troppo furba. Pur dichiarandosi realistica, essa corre il pericolo di perdere il
contatto con la realtà del potere. Giudica storicamente sorpassata la sovranità
degli Stati Uniti, e finisce di fatto con laccettare la loro egemonia,
immutata da decenni. Ma lui dice che no, non è lui ma sono i federalisti a
ignorare il mondo comè: «Questo è lerrore del federalismo europeo.
Federalismo che senza dubbio è stato il grande propellente dellUnione, che
in cinquantanni ha realizzato lessenziale delle proprie finalità, ma che
ha finito col dar vita a una creatura assai diversa da quella che aveva
concepito alla fine degli Anni 40.
Fondamentalmente, la loro idea era di togliere agli Stati una
sovranità che per secoli era stata usata come arma in guerre fratricide, e di
fondare uno Stato federale che avrebbe garantito la pace. Da questo punto di
vista il loro successo è sicuro: irreversibilmente è stata cancellata lidea
che un conflitto tra Europei possa essere risolto con le armi, e perfino che
lUnione possa usare le armi contro un altro - se si prescinde dagli
interventi umanitari -. Dalla cultura europea è stata cancellata lidea della
guerra come modalità della politica. La sovranità nazionale - intesa come
potere esclusivo dai pensatori dello Stato assoluto, da Bodin a Botero - è
stata progressivamente erosa nei vari insiemi della vita comunitaria. Ma si è
prodotto un evento completamente diverso da quello ideato dai federalisti: non
cè stato il trasferimento delle sovranità statali a un livello superiore,
come nel caso degli Stati Uniti o della Germania, e per questo ritengo che il
federalismo sia uno schema del passato, che si nutre di una cultura politica non
più servibile».
Evero, lUnione così comè oggi non somiglia
allistituzione pensata dal federalismo. Sono troppo esigue le sovranazionalità,
è ancora predominante il diritto di veto esercitato dagli Stati, e il Consiglio
dei ministri rimane preponderante. Ma se così stanno le cose, perché non
accelerare il passaggio alla sovranazionalità, come chiesto da Joschka Fischer
e come adombrato sia pure prudentemente da Chirac? «Perché tutti costoro - da
Fischer ai federalisti - si muovono nella cultura di ieri: la cultura statuale
così come si è sviluppata negli ultimi tre secoli. Ancora pensano che
denudando gli Stati Nazione della sovranità, questa traslochi a un livello
superiore. E qui che sbagliano. La verità è che il potere sovrano,
spostandosi, evapora. Scompare. I poteri sono trasferiti a livelli superiori
senza che questi diventino sovrani, e per questo io parlo di trasferimento di
funzioni e non di poteri.
E un punto sul quale concordo in pieno con il politologo
Schmitter, le cui analisi cito sempre: quel che sta prendendo forma, e che
lUnione europea prefigura alla perfezione, è un nuovo ordine post-hobbesiano,
post-statuale. In esso non esistono più singoli, identificabili sovrani. Al
loro posto esiste una moltitudine di autorità a diversi livelli di aggregazione,
a ciascuna delle quali fanno capo diversi interessi degli esseri umani: livelli
che posseggono competenze ambigue, condivise con altre autorità. Per Hobbes il
sovrano era subito riconoscibile: era legato a un territorio, accentrava tutti
poteri. Oggi nessuno è più sovrano. Al suo posto abbiamo unUnione europea
multilivello, composta di più soggettività».
Questo sovrano che evapora nel nulla non mi convince, né mi
convince lidea di uno spazio lasciato vuoto. Nel vuoto politico si instaura
sempre un potere, che ambisce a divenire sovrano. E il motivo per cui non mi
sbarazzerei così rapidamente di Hobbes. E nemmeno di Schmitt, con le sue idee
sul sovrano che in casi di emergenza decide in solitudine. Schmitt giustificò
così lavvento del nazismo, ma Schmitter mi pare non realistico. «Ma questa
è una visione antiquata, legata agli Stati Nazione che i federalisti tanto
criticavano e che generarono appunto i dispotismi del secolo. Cerchiamo di
evitare, per lEuropa, il totalitarismo di un dèmos unico, compatto! Non
esiste nel continente, un dèmos di questo tipo: tanto meno nellepoca globale
in cui si moltiplicano poderose passioni identitarie. Anche qui assistiamo
infatti al tramonto delle identità nazionali esclusive, così come le concepì
la Francia della Rivoluzione: la quale Francia si inventò tutti i riti, pur di
frantumare le identità subnazionali. Operazione a suo tempo molto assennata,
perché da essa scaturì il concetto della cittadinanza che prescinde dalle
radici etniche. Ma operazione anacronistica nellEuropa odierna, dove le
identità sono multiple e un unico dèmos è assente.
E quello che spinge alcuni analisti come Whiler a dire,
sbagliando: non ci può essere lEuropa finché non esisterà il dèmos.
Lidentità europea accompagna le identità nazionali, ma non le elimina. Di
un nuovo dèmos totalitario non abbiamo bisogno nel nostro continente, e anche
la cultura europea come pensarla, oggi? Di che è fatta?». Capisco bene la
critica dello Stato Nazione e delle vecchie sovranità. Ma né luno né le
altre hanno prodotto solo totalitarismi: hanno creato anche la democrazia
rappresentativa. Quanto alla cultura europea, meglio passare ad altro: la
cultura europea o è universale o non è grande cultura, come già diceva
Goethe. Qui si tratta di fondare istituzioni civili, non cultura o identità.
«E vero, la democrazia è figlia anche dello Stato Nazione
e la cultura non può essere che mondiale. Ma lo Stato classico esprimeva prìncipi
dotati di poteri esclusivi. Sono questi poteri che oggi si disperdono, senza
tuttavia dar vita a una nuova figura sovrana come pensavano i federalisti».
E il motivo per cui lei sostiene che gli Stati trasferiscono non già poteri,
ma solo funzioni. E il motivo per cui ritiene che la Commissione deve far
politica, ma senza proclamarlo. Di fatto, nel suo disegno i poteri restano in
mano degli Stati.
«Non è vero. Ripeto che Schmitter ha ragione: spostandosi,
il potere sovrano cui eravamo avvezzi scompare.Così peraltro si è fatta
lEuropa: creando organismi comunitari senza che gli organi dove sono presenti
gli Stati avessero limpressione che si imponesse loro un potere superiore. La
Corte di giustizia come organo sovranazionale nacque per questa via: fu una
sorta di atomica non vista, che Schuman e Monnet infilarono nei negoziati sulla
Comunità del carbone e dellacciaio. La stessa Ceca fu questo: una casuale
miscela di egoismi nazionali diventati comunitari. Non mi sembra opportuno
sostituire questo metodo lento ed efficace - che dà agli Stati una tranquillità
non ansiogena nel momento in cui li spoglia di poteri - con i grandi salti
istituzionali cari a Fischer e ai federalisti. Dice Fischer che Jean Monnet è
sorpassato, ma in realtà si fraintende Monnet: egli era un federalista convinto,
ma ritenne prudente nascondere il proprio federalismo sotto il federalismo
funzionale - applicato progressivamente per settori - teorizzato da Harold Lasky.
Quanto alla Commissione, vorrei essere chiaro. Per me il ruolo politico
dellesecutivo è indiscutibile. Sono solo convinto che lo eserciti al meglio
usando i poteri tecnici che il Trattato le attribuisce in quanto organo
esecutivo. Così fece Delors negli anni del massimo sviluppo politico della
Commissione, tra l86 e il 92. Quando Delors volle agire esplicitamente
come governo dellUnione, dopo il 92, la crisi in Europa fu immediata».
Possono dunque esser pericolose, le proposte innovative e più politiche. Ma così
il rischio dellimmobilità è grande. Ed è questo il rischio che alcuni
temono, in Germania o allEliseo. Il nostro governo fa molto per lEuropa ma
Lei mi è parso più che scettico. Più commentatore dello status quo, che
innovatore. «Non è vero. Ripeto che Schmitter ha ragione: spostandosi, il
potere sovrano cui eravamo avvezzi scompare. Così peraltro si è fatta
lEuropa: creando organismi comunitari senza che gli organi dove sono presenti
gli Stati avessero limpressione che si imponesse loro un potere superiore. La
Corte di giustizia come organo sovranazionale nacque per questa via: fu una
sorta di atomica non vista, che Schuman e Monnet infilarono nei negoziati sulla
Comunità del carbone e dellacciaio. La stessa Ceca fu questo: una casuale
miscela di egoismi nazionali diventati comunitari.
Non mi sembra opportuno sostituire questo metodo lento ed
efficace - che dà agli Stati una tranquillità non ansiogena nel momento in cui
li spoglia di poteri - con i grandi salti istituzionali cari a Fischer e ai
federalisti. Dice Fischer che Jean Monnet è sorpassato, ma in realtà si
fraintende Monnet: egli era un federalista convinto, ma ritenne prudente
nascondere il proprio federalismo sotto il federalismo funzionale - applicato
progressivamente per settori - teorizzato da Harold Lasky. Quanto alla
Commissione, vorrei essere chiaro. Per me il ruolo politico dellesecutivo è
indiscutibile. Sono solo convinto che lo eserciti al meglio usando i poteri
tecnici che il Trattato le attribuisce in quanto organo esecutivo. Così fece
Delors negli anni del massimo sviluppo politico della Commissione, tra l86 e
il 92. Quando Delors volle agire esplicitamente come governo dellUnione,
dopo il 92, la crisi in Europa fu immediata».
Possono dunque esser pericolose, le proposte innovative e più
politiche. Ma così il rischio dellimmobilità è grande. Ed è questo il
rischio che alcuni temono, in Germania o allEliseo. Il nostro governo fa
molto per lEuropa ma Lei mi è parso più che scettico. Più commentatore
dello status quo, che innovatore. «Quello che voglio evitare è limpazienza.
Io, come politico, devo evitare che si infranga lattuale processo di
unificazione. Devo ricordare che esiste la porta stretta della Conferenza di
Nizza, quando lestensione del voto a maggioranza e lEuropa delle
Avanguardie (della «cooperazione rafforzata») dovrà essere approvata
allunanimità. Devo dunque convincere gli scettici. Attraverso quella porta
dovremo passare in quindici.
Tra ciò che io penso e le ragioni politiche contingenti devo
trovare un compromesso. E non è tutto. Contemporaneamente, non posso
dimenticare lesistenza di unEuropa orientale, che dobbiamo integrare e che
teme lemarginazione. Devo tener conto delle riserve inglesi, spagnole,
nordiche. LEuropa dobbiamo farla con tutti». Lei insiste molto sulla porta
stretta. Vuol dire che una volta varcata la soglia diverrà più aperto a
sovranazionalità e federalismo? «Prima dobbiamo passare quel varco. Se non lo
passiamo, questa grande discussione sullEuropa la possiamo portare a San Remo
per vedere chi ha cantato meglio. Passata la porta, bisognerà partire rapidi
con alcune locomotive».
E perché lallargamento dovrebbe renderci più prudenti
nelle riforme istituzionali? E per allargarsi senza traumi che si pensa a un
potere sovranazionale capace di decidere, e a una semplificata spartizione di
competenze tra Stati, istituzioni federali, regioni, comuni. «Non ne sono
convinto, anche se capisco il beneficio che può venire da parole forti sul
futuro europeo: parole che scongiurino lavvento di uno spazio solo economico,
il giorno in cui lUnione sarà composta di una trentina di Stati. Tuttavia ci
sono momenti in cui ho limpressione che gli Europei orientali siano messi in
quarantena. In fondo è quello che stiamo loro dicendo, con i nostri festival:
aspettate fino a quando avremo partorito la nostra bellissima Federazione. Trovo
scandaloso questo modo di agire, di pensare.
Questi Paesi si sono beccati cinquantanni di comunismo, ne
sono usciti, stanno ritrovando un orgoglio nazionale che era stato loro vietato,
rischiano di affondare nel cinismo e in un mercato senza regole, potenzialmente
governato dalle mafie, e ad essi e al loro bisogno di Europa noi replichiamo: sì,
siete europei ma siete dei mezzo sangue. Non siete allaltezza per entrare
nella cerchia degli eletti. Ô un atteggiamento che mi ripugna, e se le cose
andassero così porteremmo dentro di noi la corresponsabilità del comunismo. Ô
un atteggiamento che rinvia sine die lallargamento. Per questo sono contrario
alla modifica di procedimenti che fanno nascere lintegrazione dalla
cooperazione fra Stati. Per accelerarli ed estenderli, io volutamente volo basso».
Mentre Lei invece vorrebbe anticiparlo, lallargamento? «Sì, vorrei
accelerarlo e smettere laltezzosità dei Paesi fondatori. Sono stati pensati
periodi transitori per la Spagna, il Portogallo, la Grecia. Che si faccia la
stessa cosa con gli Europei centro-orientali, invece di lasciarli fuori. Saranno
pronti nel 2004? Ebbene, che entrino già nel 2002, con due anni di transizione
nelle aree in cui la loro condizione non è ottimale.
Lingresso va anticipato il più possibile». Cè però
una contraddizione in quel che propone. Da una parte vuole anticipare
lallargamento- che personalmente chiamerei riunificazione dellEuropa -
dallaltra non vuol urtare gli Stati scettici e in particolare l inglese,
per far sì che lUnione proceda alla velocità, lentissima, voluta da Londra.
E come se dicesse: voglio un treno ultrarapido, ma che viaggi pian piano. «Anche
qui, non dimentichi mai le forche caudine di Nizza: lunanimità di cui
abbiamo bisogno, perché un gruppo di Paesi corra più spedito. Ma è vero: la
mia non è solo preoccupazione tattica. Sinceramente non vorrei unEuropa solo
continentale, che si privi dellimmenso patrimonio dellInghilterra, e degli
scandinavi ad essa è legata. Né vorrei perdere la Spagna, scettica
sullavanguardia. LEuropa è sempre stata questo: una integrazione tra
Stati che non hanno limpressione di subire diktat dallalto. Avere con noi
lInghilterra non sarebbe male: in tante cose Londra é già lì dove noi
vorremmo arrivare. Non sarebbe male che con le sue esperienze di riforme
economiche fosse presente nel Consiglio degli Stati appartenenti allEuro».
Veramente lAvanguardia non esclude Londra: è lei che
cronicamente si auto-esclude, salvo poi a salire sul treno già partito. Se
avessimo atteso lInghilterra, lEuropa non sarebbe nata . «Lo so, non lo
nego. Tuttavia non le nascondo il mio malessere. Sono state lInghilterra a
lOlanda ad avviare la rivoluzione industriale, fra 600 e 700. Sono
ancora una volta loro, a entrare per prime nel ciclo tecnologico di questa fine
900. Senza di esse, lEuropa ha un cuore debole, preda delle burocrazie
franco-tedesco-italiane. Quindi preferisco andar piano, sbriciolare a poco a
poco pezzi di sovranità, evitare bruschi passaggi da poteri nazionali a poteri
federali. La stessa proposta di eleggere direttamente il Presidente della
Commissione mi pare senza senso. Ecco unaltra idea giacobina: che invece di
identità plurali aspira a un dèmos totale. Cè già un rappresentante del dèmos
comunitario: va rafforzato, ed è il Parlamento europeo. Daltronde io avevo
proposto che fosse questultimo a elaborare la Carta europea dei diritti: la
proposta fu respinta dai francesi».
Ma i federalisti stessi sono per un processo costituente.Non
chiedono un unico atto costituente. Però il salto di qualità ci vuole,
altrimenti sarà impossibile lallargamento. Daltronde sembrò pensarlo
anche Lei: due anni fa sottoscrisse il progetto di una elezione diretta del
Presidente della Commissione. «Lo sottoscrissi ma senza esserne persuaso.
Proprio perché non credo a un dèmos europeo, e al Sovrano federale. Perché il
nostro universo globalizzato è post-hobbesiano». Gli aggettivi che contengono
il «post» sono spesso tanto equivoci! Spesso la particella traveste un
arretramento, e il mondo che Lei descrive sembra pre-hobbesiano. Sembra
precedere lo Stato Nazione. «E perché non tornare allepoca precedente
Hobbes? Il Medio Evo aveva unumanità ben più ricca, e una pluri-identità
che oggi può servire da modello. Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi
centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E al di là della
parentesi dello Stato nazionale. Anche oggi, come allora, riemergono nelle
nostre società i nomadi. Anche oggi abbiamo poteri senza territori su cui
piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia
non ha bisogno di sovrani».
Ma come far politica, se il sovrano visibile non cè più?
Come fondare un patriottismo europeo, se a istituzioni federali come la Banca
Centrale non si affianca un potere legittimato democraticamente? Era pensata a
questo scopo, lelezione del presidente della Commissione: per creare
unagorà, uno spazio dove il cittadino fa politica a un livello non più
nazionale. «Il patriottismo europeo nascerà dalla Carta dei diritti, che
dovrebbe essere il preambolo della Costituzione europea e della futura
spartizione di competenze fra organi dellUnione. Ma anche la Costituzione va
edificata senza salti eccessivamente bruschi». Esiste anche quello che è stato
chiamato il «diritto alla pace»: diritto a una difesa comune, e non solo
volontà di scongiurare guerre. Simile diritto presuppone il passaggio
dallinefficiente potere nazionale a una nuova sovranità, ben visibile
dallavversario. In Kosovo fu necessaria la decisione di un organo capace di
agire come sovrano - non lOnu ma la Nato - per interrompere le pulizie
etniche delle milizie serbe.
«No, non fu la decisione di un sovrano. I poteri vennero
devoluti alla Nato, che non è un sovrano. Così penso che si dovrà fare le
politiche comuni dellEuropa». Quali? «La locomotiva o il cuore
dellEuropa dovrà occuparsi del governo comune delleconomia come di comuni
regole sullimmigrazione. Dovrà definire diritti comuni per gli immigrati
regolari: diritto di mandare i figli a scuola, diritto allassistenza
sanitaria, diritto della seconda generazione a essere integrata. Poi bisogna dar
vita a comuni discipline del lavoro, e creare forze che presidino i comuni
confini esterni. Come vede, i cantieri sono immensi». Esattamente per questo ci
vuole un sovrano anche in democrazia: un sovrano che abbia non solo il potere,
ma anche la responsabilità. Altrimenti le strutture di cui Lei parla diverranno
poteri sovranazionali irresponsabili, inafferrabili. Bel vantaggio allora, aver
superato Hobbes! In Italia abbiamo un capo di governo bravissimo nel commentare,
ma che fa di tutto per non sbilanciarsi con visioni forti, come Fischer o Chirac.
«Tutto sta a vedere dove va il lento processo costituente.
Baron Crespo usò limmagine dei due scalpellini al lavoro. Il primo è
convinto di costruire un muro. Il secondo sa che sta costruendo una cattedrale.
Io, con le mie piccole proposte, è una cattedrale che intendo costruire anche
quando lavoro attorno al muro». Anche in politica estera? Il governo italiano,
che è stato ai tempi di DAlema coraggioso in Kosovo, è oggi tra i più
corrivi verso Putin. Ce lo rimprovera Le Monde: Dini è stato lunico a
dichiarare che «cè un concreto cessate il fuoco in Cecenia», quando si sa
che bombardamenti e distruzioni continuano.
«Ho parlato a lungo di Cecenia con Putin, e mi è parso che
la sua sensibilità sui diritti umani sia fortissima. Naturalmente le posizioni
divergono: io non credo che si possa combattere il terrorismo islamico colpendo
anche civili estranei, e penso sia indispensabile un negoziato politico sulla
Cecenia. Ma non vedo perché non fidarmi di lui, quando mi indica i pericoli di
un integralismo che non minaccia solo la Russia». Il nostro dialogo con Amato
finisce qui. Molti disaccordi resterebbero da chiarire: specialmente sul sovrano,
che per lui è un animale in via di estinzione.
«Non rimanga alle categorie di Hobbes - mi ha detto - Non
cerchi un Principe al quale delegare il potere». Non è facile: almeno finché
resteranno sovrani come Putin, che annientano impunemente popoli interi
trincerandosi dietro linviolabilità delle sovranità nazionali. Fino a
quella data è rassicurante, sapere che esistono Stati antiquati come gli Stati
Uniti, e personalità arcaiche come Fischer e Cohn-Bendit, che vogliono un
governo europeo non completamente, ma sufficientemente sovrano. Non sono del
tutto sicura che sia un mondo davvero migliore, ricco di umanità, il Brave New
World senza più Principi né gerarchie che Amato sogna per il giorno in cui le
democrazie si libereranno di Hobbes, e del suo Stato-Leviatano.