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Domenica 30 Aprile 2000
Macbeth in Parlamento
di Barbara Spinelli
Per un politico che abbia buon senso, e che osservi il nostro Paese da una certa distanza,
quel che sta accadendo nei palazzi del potere italiano deve apparire non solo arduo da
capire, ma del tutto anomalo e non poco deviante. Non è normale il linguaggio che le
opposizioni hanno adoperato alla Camera, per squalificare il governo Amato. Non è normale
ed è perverso il ricorso metodico, insistente, a aggettivi che non si limitano a
criticare il nuovo Presidente del Consiglio e la sua maggioranza parlamentare, ma che
negano ad ambedue ogni legittimità, ogni diritto a rappresentare formalmente la nazione.
Colpisce non solo la metodicità, ma la spensieratezza con cui il capo
dellopposizione parla di democrazia sequestrata, commissariata, vulnerata. Il
centro-destra ha vinto le elezioni regionali prima che la legislatura finisse - evento
ordinario in altri Paesi europei - ma da noi il terremoto coinvolge la totalità dei
rappresentanti, quasi che un voto valesse laltro. Il centro sinistra riceve
lintimazione a lasciare subito il posto di comando, che si è guadagnato non in uno
scrutinio locale bensì nazionale. E il rifiuto di ottemperare deturpa irrimediabilmente
la figura dei governanti. Il sovrano perde prestigio,non incarna più autorità: diventa
maschera di un balletto ingannatore, come dice Berlusconi. Le maggioranze parlamentari
sono denominate abusive, simulate. Nelle parole dellopposizione il potere non è che
finzione, artificio, e precisamente questo eccesso di valori formalistici è sentito come
intollerabile. Tutto quel che nella democrazia è forma, procedura convenzionale, regola
codificata e condivisa, ha sapore in Italia di usurpazione oppure di rinuncia ai veti
incrociati fra partiti: risulta dunque ostico, impraticabile. Formalmente non si esclude
che Ciampi abbia ragione, e che il governo Amato possa sussistere avendo ottenuto i
consensi alla Camera. Ma sostanzialmente cè crimine di lesa volontà elettorale.
Minaccioso, Bossi si rivolge ai «tecnocrati al servizio della Triplice sindacale, dei
poteri forti, della Nato, del Superstato mondiale», e annuncia: «Presto verrete
cancellati dal disprezzo del popolo!» Non si aggirano che usurpatori, a Palazzo Chigi e
in Parlamento. Già oggi non hanno potestà di farsi obbedire - ammonisce il leader della
Lega - a cospetto dei governatori regionali che maggioritariamente sono di destra: anche
qui lItalia costituisce un caso a parte, e le regioni prevalgono sulle autorità
centrali. Kohl non fu giudicato illegittimo perché la Camera dei Länder era di sinistra.
Schröder neppure, quando i democristiani riconquistarono molte regioni. Il federalismo
italiano promette altro. La grande guerra contro le sorpassate, ingombranti procedure
della democrazia formale può cominciare. Vocabolari di questo genere fanno pensare a
Weimar, e alle accuse di illegittimità lanciate contro la debole democrazia tedesca fra
le due guerre. Solo che in Italia il fenomeno non è nuovo, non nasce con
lopposizione di centrodestra e con la figura del suo leader, con i postfascisti o
con Bossi. E un morbo antico, oscuro che dal dopoguerra si è installato stabilmente
nel Paese e che imprigiona le menti dellintera classe dirigente, di destra come di
sinistra. Berlusconi non è che la caricatura di un vizio che non solo precede la sua
ascesa politica, ma che lha resa possibile, e lha favorita. Il potere e lo
Stato con le sue convenzioni sono sempre ritenuti in qualche modo abusivi, usurpatori:
dissonanti dalla democrazia reale, quale si esprimeva di volta in volta nel popolo di
sinistra o di centrodestra, in questa o quella classe sociale. Loffensiva contro il
formalismo della democrazia ha radici nella tradizione leninista dellex partito
comunista, come in quella di destra. Di queste tradizioni la classe politica non si è
liberata, e il loro peso è assai più destabilizzante della mancanza di progetti, o di
anima, o di identità. La stortura mentale che regna in Italia scaturisce dal sospetto -
diffuso, accanito - che grava sulla legittimità di chi detiene il potere. E la
stortura di cui ha patito il partito egemone del centrosinistra, da quando è al governo.
E la stortura che molesterà anche Berlusconi, fatalmente, il giorno in cui il Polo
dovesse entrare a Palazzo Chigi. E il permanere e lestendersi di questo male
che spiega limpossibilità degli uni come degli altri di divenire normali. Che
spiega lincapacità di lavorare sulla memoria storica della nazione, con un comune
senso di responsabilità. Che accentua linattitudine ad archiviare il passato
apprendendo qualcosa dagli errori commessi. Così vediamo tornare in scena i socialisti
legati a Craxi, ma senza che sia avvenuta unanalisi delle sue degenerazioni, oltre
che delle sue virtù di statista. Così vediamo defenestrato DAlema, dopo che questi
contribuì a defenestrare Prodi, ma senza che il suo partito abbia seriamente battagliato
per difenderlo sul piano delle procedure democratiche. Le dimissioni di DAlema,
unitamente al congedo dei due unici ministri che avevano tentato opere riformatrici - il
ministro della sanità Bindi, il ministro delleducazione Berlinguer - sono vizi di
nascita del governo Amato. Questi sì, sono un vulnus alle forme della democrazia
rappresentativa, e un omaggio alle false dottrine sulla democrazia sostanziale. La
rinuncia di DAlema equivale al riconoscimento esplicito della propria
illegittimità, dellassenza di fondamento morale e consensuale della propria
autorità. Lex Presidente del Consiglio aveva perso certo le primarie, e non poteva
più candidarsi Premier nel 2001. Ma aveva perso le primarie, non Palazzo Chigi. Quanto al
congedo dei due ministri riformatori, Vittorio Foa ha commentato giustamente
latteggiamento suicida della coalizione di governo: «Nel centrosinistra cè
lidea che la riforma della scuola debba servire agli insegnanti e quella della
sanità ai medici, mentre tutte le riforme dovrebbero servire al Paese». Anche
lapertura ai tecnici medici o accademici è frutto di un rapporto patologico con la
legittimità. Quando questultima è messa in causa, sono le corporazioni a farsi
avanti. O sono le figure provvidenziali, apolitiche, che con la società degli elettori
non hanno più alcun rapporto: figure come lex presidente Cossiga, o il governatore
Fazio. La salvezza politica che si invoca da un banchiere centrale, nelle democrazie,
somiglia alla salvezza che si invoca dai militari in America Latina. Questa mancanza di
cultura democratica formale, questa perenne confusione tra procedure convenzionali e
vicende sostanziali o morali, è palese in Italia fin dal dopoguerra. Il partito comunista
era eccessivamente saldo e pericoloso, perché potessero valere pienamente le forme della
democrazia: era necessario porre la questione della legittimità sostanziale accanto a
quella della legalità, per evitare che il Pci prendesse democraticamente il potere. Al
tempo stesso, anche nel comunismo era vigorosa la cultura ostile alla legalità formale,
unita allesaltazione della democrazia vera, reale: la stessa cultura di cui si
appropriano oggi Berlusconi, Fini, Bossi. Sicché si è formata una sorta di santa
alleanza partitica, che si è aggrappata a queste abitudini trasformandole in armi
quotidiane della lotta politica. In altri Paesi europei esiste una sorta di selezione
naturale dei leader adatti a governare, per esperienza e dignità. O esistono regole
condivise, che vietano agli illegittimi (lestrema destra e i comunisti, nella
Germania del dopoguerra) di accedere ai vertici dello Stato. In Italia è diverso. Il
blocco di destra ha bisogno di un avversario da poter delegittimare, e non a caso
Berlusconi ha detto una volta: «Per poter vincere, abbiamo bisogno di un comunista o un
ex comunista a Palazzo Chigi». E anche le sinistre hanno il bisogno vitale di
fronteggiare un avversario con il maggior numero di difetti, magari indagato dalla
giustizia - Berlusconi, appunto - per poter maneggiare sempre, se necessario, la carta
della legittimità. Una nazione matura democraticamente non sceglierebbe Berlusconi come
candidato alla Presidenza del consiglio. Scriverebbe regole che proibiscono le massime
cariche pubbliche ai grandi padroni dei mezzi di comunicazione. Queste regole non sono mai
state imposte dal centrosinistra. Tanto viva è ancora la nozione della democrazia
«autentica», e il desiderio di poter ricorrere alla spada della delegittimazione.
LItalia non ha né le regole, né il comportamento naturale di una classe dirigente
capace di selezionare i capi. Berlusconi ha ottenuto uno spazio dalle sinistre, che in
democrazie più autodisciplinate non avrebbe. Si discute molto in questi giorni di vulnus,
di ferita inferta a una volontà popolare sprezzata dal potere politico. Ma il vero
vulnus, nella biografia di DAlema presidente del Consiglio, è altrove. E la
maniera disinvolta, disattenta, anchessa suicida, con cui lex capo del governo
gettò via lesperienza dellUlivo nel 98, e assistette inerte,
consenziente, allattacco mortale di Bertinotti contro Prodi. E a
quellepoca che la sua legittimità venne scalfita in profondità, e DAlema
deve averlo presagito: cedendo alle pressioni di dimettersi, ha ammesso indirettamente che
unusurpazione grave aveva avuto luogo. LUlivo era il primo tentativo fatto a
sinistra di riconquistare un elettorato riformista, di diminuire preminenza e ricatti dei
singoli partiti. Prodi univa legalità e legittimità. Il contributo di DAlema alla
sua destituzione lo ha indebolito nella coalizione, e ha esposto inutilmente un
postcomunista sul fronte della legittimazione, quando ancora il suo partito non era
completamente maturo per la democrazia formale. Dicono che lex capo di governo abbia
incrociato due spettri, che lo avrebbero visitato il giorno della sconfitta alle
regionali: quello di Occhetto e di Prodi. «Faccio i conti con loro, adesso. Nel momento
dellamarezza, quando molte sono le tentazioni e spesso tutte legittime, devo e
voglio fuggire da questi due fantasmi. Non farò prevalere né la tentazione di uscire di
scena, né quella di preparare il terreno a una mia personale rivincita». Ma gli spettri
gli sono apparsi come il fantasma di Banquo, che Macbeth ha ucciso e che vede apparire nel
banchetto finale. DAlema paga oggi la lesione alla democrazia italiana - accaduta
con la deposizione di Prodi - come i Ds pagano la lesione inferta a un socialismo italiano
troppo demonizzato, e poi troppo usurpato. Lo stesso Berlusconi che mima i discorsi
classici della sinistra sulla democrazia sostanziale, è una delle tante nemesi, che
percuotono una sinistra postcomunista alle prese con le forme, difficili, della
democrazia.
| From: G.
Losio [mailto:xxxxx@xxxxx.xxx]
Sent: Sunday, April 30, 2000 10:20 AM
To: 'lettere@lastampa.it'
Cc: 'gianni.riotta@lastampa.it'
Subject: Macbeth
in Parlamento, di Barbara Spinelli
Spett. La Stampa,
trovo la sensibilità di Barbara
Spinelli per gli avvenimenti nazionali davvero straordinariamente profonda nella sottile e
dettagliata analisi ed esemplare per la sua chiarezza espositiva, l'articolo di oggi ne è
alto esempio.
Mi permetto tuttavia una considerazione, del tutto personale e forse non oggettiva, dato
che una conoscenza diretta dei fatti mi manca.
Quando la Giornalista scrive:
"E la maniera disinvolta, disattenta,
anchessa suicida, con cui lex capo del governo gettò via lesperienza
dellUlivo nel 98, e assistette inerte, consenziente, allattacco mortale
di Bertinotti contro Prodi."
La mia sensazione è che D'Alema sia stato di fatto costretto a coprire la falla di Prodi
per le stesse ragioni per le quali Amato oggi è intervenuto. E D'Alema non si è fatto
pregare troppo, ma chi potrebbe condannare anche il suo coraggio? E poi come ha governato?
A parte l'affare Kossovo, io ritengo abbastanza bene e con classe da leader soprattutto.
Il vero gomitolo di ragioni dal quale si è svolto il filo della disfatta dell'Ulivo, è
da far partire dalla caduta del governo Prodi per un solo voto. Da Parisi contabile
dell'Ulivo, o più giustamente dal dilettantismo politico, per quando riguarda le manovre
per ottenere e mantenere il consenso, di quel "moralista random" di Prodi, che
si è a quel tempo evidenziato in due eventi particolari:
- Lo
sdegnoso rifiuto del voto del peones della Lega che offriva il supporto in cambio di un
piatto di lenticchie.
- L'orgogliosa
difesa della moralità della sua scelta, fatta da Prodi con quel NOOOOOOOOOOOO! scandito
dal palco del consesso di Bologna.
In quel momento, io,
sostenitore dell'Ulivo dalla prima ora, mi sconfortai profondamente e scrissi agli amici
dell'Ulivo le seguenti frasi, che oggi mi ritornano ancora più grevi e significative per
tutto quello che è avvenuto dopo e non solo perché esse furono e sono la vera causa del
tracollo di oggi, secondo il mio modesto parere:
QUOTE
From:
G. Losio [mailto:xxxxx@xxxxx.xxx]
Sent: lunedì 12 ottobre 1998 7.14
To: pro-prodi mailing list (Posta elettronica)
Subject: L'altra faccia della medaglia
Amici cari,
No alla tragedia della malavita
organizzata che strozza sul nascere lanelito di vita di tanti nostri fratelli!!!
No alla tragedia della devastazione esercitata dal bisogno e dalla malattia sulla luce
delle coscienze, sui corpi straziati abbandonati in mezzo alla strada nel nostro stato
civile!!!
No al vile prevalere del tornaconto personale nella gestione della vita pubblica, che
calpesta, che stermina, che tradisce!!!
Sono questi i NOOOOOOOO
che io preferirei sentir gridare in primis da un uomo di stato nel pieno del suo vigore
politico.
O per meglio entrare nel misero caso specifico.
No allo scandalo della concentrazione del potere mediatico nelle mani di un solo manifesto
interesse personale o di clan consentito ed ossequiato da uno stato democratico!!!
Se poi un piccolo uomo, con le mani nel sacco ruba la marmellata, non scagliamoci tutti
addosso a lui, nella tristezza di una sconfitta.
Costui ha chiesto quei miseri status symbol o quei miti che la nostra inettitudine nel
gestire i valori pubblici ha posto in primo piano.
Costui ha voluto forse surrogare infantilmente, forse in buona fede, per salvare un
governo tutto sommato accettabile anche per lui, quella trattativa politica che il governo
dellUlivo ha dimenticato, e che lo avrebbe altrimenti potuto salvare insieme al
paese che ora corre ben maggiori pericoli.
Scusaci povero "peones" della Lega, scusaci per la nostra miopia, non
preoccuparti, la colpa non e tua.
G.
Losio
UNQUOTE
Grazie.
G. Losio, 52 anni, ingegnere e dirigente d'azienda, che ha aperto un sito per
trattare i problemi e le speranze per il suo Paese all'indirizzo.
www.losio.com
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Domenica 21 Maggio 2000
La lunga battaglia con il cattolicesimo
Il comunismo come religione di Barbara Spinelli
Se sia possibile vivere senza Dio, e se il Novecento sia il secolo che
tentò precisamente questo: agire nel mondo come se non esistesse una potenza
ultraterrena, non voler credere, non voler abitare una religione. Sopra la propria testa:
cieli inabitati, non privi di misteri ma senza divinità. Se gli orrori del secolo siano
discesi dallesaltazione dellateismo e da quel che esso cerca o pretende: fare
a meno della trascendenza, non solo intellettualmente ma nellesistere pratico, e
politico. Sono i quesiti apparsi negli ultimi giorni, a seguito del pellegrinaggio di
Giovanni Paolo II in Portogallo e della rivelazione del cosiddetto terzo segreto di
Fatima. E stata una settimana allinsegna di questo pensiero: dominante,
controverso, comunque fonte di turbamenti. Non solo a causa della credibilità o meno
delle verità che Maria Vergine avrebbe comunicato ai tre piccoli pastori di Fatima, nel
pieno della guerra 14-18 e in coincidenza con lavvento del comunismo in
Russia. Al di là delle obiezioni sensate che Gian Enrico Rusconi ha mosso su questo
giornale - il Novecento non si scioglie e non si spiega tutto a Fatima - resta il
turbamento, suscitato dalla domanda iniziale. Se davvero questo sia un secolo che si è
azzardato a esistere negando Dio e la religione. Se davvero la Chiesa ha combattuto
unimmensa battaglia contro la miscredenza. Le parole del comunismo annunciano questa
volontà negatrice di Dio, indubbiamente. Non meno delle parole del nazionalsocialismo,
daltronde. I teorici comunisti si sentono figli dei Lumi, di Voltaire, e pretendono
di nutrire dubbi già sorti nellumanesimo rinascimentale: la ragione deve esser
messa su un piedistallo più alto della fede, la religione è «oppio dei popoli». Hitler
avrebbe espresso un sentimento di estremo disprezzo per linsieme delle religioni
monoteiste, e non solo per lebraismo che si propose di liquidare. I doveri che le
grandi religioni impongono, i limiti che esse fissano alla peripezia umana, lui li
considerava alla stregua di intollerabili ostacoli, lungo il cammino prometeico che
intendeva imboccare. Lavversione per i «doveri» ricorre frequente anche in Marx,
accompagnata dallavversione per gli «interessi». Ma le fraseologie non dicono mai
quel che il totalitarismo nel fondo pensa, e in genere hanno un rapporto conflittuale con
quello che esso di fatto è. Questo è particolarmente vero nel comunismo, che ha abusato
in maniera abnorme dei vocabolari e si è macchiato di autentici crimini contro la parola.
Il principale giornale dellUrss si chiamava «Pravda»: verità. Lessere
umano era al centro di ogni cura, poteva infine reputarsi re delluniverso, e per
questo Dio era stato estromesso: ogni catena era destinata a cadere, compresa quella
religiosa. Così lontane dal reale erano simili terminologie che si creò tra parole e
fatti un baratro, tuttora non colmato. Ancor oggi si tende a analizzare le parole o le
intenzioni, e a lasciar nella nebbia la natura dei totalitarismi: la natura delle loro
promesse, dei loro costumi, delle loro militanze. La natura dei totalitarismi è di
carattere sommamente religioso, e con la miscredenza e lassoluta centralità
delluomo ha poco a vedere. Comunismo e miscredenza sono disposizioni dellanimo
radicalmente opposte, incompatibili tra loro. Si può entrare nel comunismo come
miscredente, ma non si può restare aggrappati ad esso neppure un anno, senza
lardore della credenza. Anche il male che il comunismo reale ha arrecato, le vette
di crudeltà cui è giunto: non sono concepibili senza unalta dose di
infervoramento, detto anche fanatico in quanto «ispirato da una divinità».
Lestasi che consente di sormontare la vergogna e il disgusto di sé, il fanatico
lha provata nel fanum, nel tempio dove si apprende la strada, anche violenta, per
strappare il Bene supremo ai giorni futuri. La fede è il dispositivo cardinale del
comunismo, e senza di essa nessuno avrebbe mai potuto divenirne un praticante. Bisognava
credere senza dubitare, senza ragionare, senza badare allevidente insensatezza delle
promesse finali: «Credo proprio perché è assurdo», credo quia absurdum, era la
risposta - presa in prestito dal cristianesimo - che i comunisti opponevano a chi cercava
di dimostrare linesistenza del Nuovo Mondo, e del Nuovo Uomo, profetizzati dal
dogma. Il Nuovo Mondo e lapoteosi della Storia progressista erano stati messi sul
trono al posto di Dio. Erano attesi come si aspetta il Messia, anche se il messia era
secolarizzato, scristianizzato. Mettere in dubbio il messianesimo politico-sociale
costituiva peccato di miscredenza, esattamente come dubitare dellesistenza di Dio è
ritenuto peccaminoso nella Chiesa. Il totalitarismo comunista non ha inaugurato né
forgiato un secolo senza Dio. Ha riempito di Dei e di fideismi il Novecento, e anche se
ambedue avevano false sembianze erano pur sempre vissuti come Dei, come fedi: tanto più
credibili quanto più inetti, credibile quia ineptum, diceva Tertulliano. Tali furono i
totalitarismi contro cui il cristianesimo si è battuto, da cui è stato martirizzato, e
che ha contribuito ad abbattere: non sistemi di pensiero atei, miscredenti, ma sistemi
fideistici resi pressoché invulnerabili dalla loro vocazione allirrazionalità,
alloscurantismo, alla credenza ottenebrata. La guerra antitotalitaria dei papi di
Roma - e di Giovanni Paolo II in modo speciale - è stata una guerra tra religioni. Una
guerra contro la setta messianica che il comunismo ha incarnato, con la sua teologia
politica costruita sullimitazione-perversione dellesperienza cristiana.
E quello che accomuna daltronde i totalitarismi e gli integralismi religiosi:
ambedue sono il tentativo di fermare una secolarizzazione troppo spinta, una miscredenza
individualistica potenzialmente sovversiva, una modernità eccessivamente dura da
sopportare. Né il comunismo né il nazismo hanno contemplato la possibilità di vivere
senza un Dio. Hanno piuttosto voluto il contrario: hanno desiderato fermare il divenire
della Storia, restaurare recinti, abitudini di fede. Hanno dato altri Dei, a persone e
popoli che volevano sottomettere: il Dio della razza, o della classe, o della Storia.
Hanno voluto porre un argine alla secolarizzazione e alla miscredenza, già iniziata da
secoli. I totalitari usano sognare rivoluzioni, e se possono le fanno. Usano spregiare il
diverso, e se possono lo eliminano. Calcolano il tempo in termini di millenni, non di anni
di legislature. Hanno dunque bisogno di fedeli pronti a tutto, di invasati. Anche nel
cristiano Ruanda, sei anni fa, fu necessario un fervore semireligioso per trucidare in
poche settimane quasi un milione di tutsi: ministri della Chiesa parteciparono al
genocidio. Solo la fede può dare un sovrappiù damore: è quel che ha detto
Giuliano Amato, e forse non ha torto. Ma la fede può dare anche un sovrappiù di
efferatezza, quando le sue virtù e i suoi ardori si moltiplicano e rompono le dighe. Il
Novecento si conclude con il fallimento non di una rivoluzione atea, ma di rivoluzioni
millenariste. Quel che finisce in Europa non è una guerra contro la miscredenza, ma un
conflitto tra diverse teologie: da una parte la cristiana, dallaltra le totalitarie.
Da una parte la forma che si è data la Chiesa, dallaltra le sue informi escrescenze
eretiche. Le guerre religiose volgono al termine ed è oggi che comincia, per il
cristianesimo, la sfida dellateismo. Sette ed eresie sono lievito e fonte di
arricchimento, per le grandi religioni. Sarà importante vedere come la Chiesa reagirà
alla nuova situazione. E nella conferenza presinodale del 99 e non in epoca
totalitaria che Giovanni Paolo II constata, inquieto, che il continente europeo vive ormai
«come se Dio non esistesse»: Etsi deus non daretur . Questo non significa che
lateismo sia sempre innocuo. Può infervorarsi anchesso, incrudelirsi.
Veramente inoffensiva è solo la laicità: perché non è un persuasione ma un metodo, che
apre spazi dove le religioni possono incontrarsi senza farsi violenza. Ma finché è
miscredenza, lateismo non dovrebbe rappresentare una minaccia, né per le religioni
né per lumanità. E un mondo a parte, frequentato da chi vuol vivere senza
Dio in maniera non ostile ai credenti: lateo è un uomo che non ha mezzi invisibili
di appoggio, è stato osservato. Lo stesso San Paolo mostrò indulgenza nei suoi
confronti, denunciando lesclusione dal diritto di cittadinanza che Israele riservava
a atei e pagani (Lettera agli Efesini, 2, 11-12). Anche lateo può credere: le
battaglie di Voltaire per la libertà di opinione lo dimostrano. La minaccia insorge
quando la negazione dellesistenza di Dio sfocia in negazione di ogni autodisciplina
morale, di ogni autolimitazione. Quando si usa Dio per dichiararne la morte, e annunciare
che stando così le cose, «tutto è permesso». E il momento in cui lateismo
cessa di essere miscredenza, e si tramuta in nichilismo. Nichilismo che distrugge non solo
Dio, ma qualsiasi cosa esista e prenda forma di tradizioni, di leggi. Il nichilista non è
capace, in realtà, di vivere senza Dio: lavventura è per lui troppo difficile, e
lo spinge prima alla disperazione poi alla ricerca di identità e fedi sostitutive. Dopo
aver demolito ogni cosa deifica se stesso, come il suicida Kirilov nei «Dèmoni» di
Dostojevski. Lo scrittore Paul Bourget, nel 1885, definiva il nichilismo «una mortale
fatica di vivere, una mesta percezione della vanità di qualsiasi sforzo». Il nichilismo
è una patologia dellateismo ma può anche infettare il credente religioso. E
la vera malattia del secolo, e scaturisce dalla rinuncia combinata al panico. Nietzsche,
che lannunciò e ne subì il fascino, la definisce purtuttavia «una bassezza del
pensiero». Il nichilista, lo chiama «lacchè del pensiero». E una malattia che
nasce da una doppia incapacità: incapacità di vivere senza Dio, e incapacità di vivere
con Dio senza cadere nel fideismo, nellinfatuazione che disconosce limiti. «La
religione di uno non porta ad altri né danni né vantaggi»: fu il precetto di
Tertulliano, nel I secolo del cristianesimo, e il precetto resta prezioso ogni volta che
riappare la tentazione totalitaria di sfuggire allo scoramento nichilista fondando una
nuova fede, un nuovo uomo, e un nuovo Dio.

Domenica 04
Giugno 2000
Leuropeo che viene da fuori
di Barbara Spinelli
Ricevendo il premio Carlomagno per il contributo alla costruzione
europea, venerdì davanti al Duomo di Aquisgrana, Clinton ha riempito di gioia i leghisti:
ha parlato infatti delle nuove identità regionali, che stanno prendendo corpo nel
continente, e assieme a Galles o Catalogna ha citato anche - tra le province rinascenti -
il Piemonte e la Lombardia.
Il suo discorso non si esaurisce tuttavia qui, e ancor meno esalta il localismo e le
radici etniche, come i compiaciuti dirigenti della Lega sembrano supporre. Accanto alla
novità delle regioni divenute più intraprendenti, Clinton ne constata una seconda, che
va crescendo con eguale forza: accanto alla devoluzione del potere democratico verso il
basso, ha detto, «lunità europea sta producendo istituzioni comuni più grandi
degli Stati-nazione».
Manca dunque il culto delle radici, nella sua allocuzione. Manca laffezione etnica e
qualsiasi ideologia fondata sulla separatezza o lelezione di una stirpe. Manca anche
la predilezione per unEuropa delle Regioni, capace di corrodere non solo
lautorità degli Stati-nazione ma anche di istituzioni sovrannazionali come la
Commissione di Bruxelles o il Parlamento europeo.
Tanto più importante è la premiazione carolingia, che Clinton riceve dagli alleati a
undici anni dalla caduta del muro di Berlino. Importante proprio perché la concezione del
Presidente diverge in modo radicale, da quella di Bossi o di altri politici stregati da
patrie piccole ed epurate. Perché le sue parole - malgrado le lentezze, le ignavie
nellazione - contengono pur sempre il meglio che lEuropa abbia prodotto negli
ultimi duecento anni.
Non il centralismo, ma la tradizione federale o girondina che scongiura gli appetiti
assolutisti dei despoti: una virtù che già Tocqueville ammirava nella democrazia
americana. Non la sacralizzazione delle radici e il localismo come fuga
dallinteresse generale, non il Sangue e il Territorio - il Blut und Boden - ma
lopposto che è la promessa universalista.
La frase più significativa pronunciata da Clinton è quella che riassume la sua filosofia
dellEuropa: «Non un luogo geografico, ma unidea unificante». Le idee possono
esser formulate lontano dal territorio, ed è per questo che «lAmerica è parte
dellEuropa». Possono addirittura entrare in conflitto con i perimetri geografici, e
per questo De Gaulle scelse lesilio londinese per difendere quella che chiamò:
«Una certa idea della Francia».
Primo Presidente americano a ricevere il premio Carlomagno, Clinton è sembrato vicino non
tanto a Bossi quanto a Alberto Savinio: "Lo spirito europeo non è chiuso dentro il
circuito geografico chiamato Europa - scriveva questultimo -. Ha un suo movimento da
oriente a occidente. E attirato dal sole che tramonta. Respinge quanto ha carattere
orientale. Si accende e brilla prima in Grecia. Quindi inizia la sua marcia guidata dal
sole.
Passa in Italia. DallItalia passa in Francia e in Inghilterra. DallInghilterra
passa attraverso lAtlantico in America: ultima tappa delleuropeismo"
(Savinio, Nuova Enciclopedia, Adelphi,1977). "Leuropeo viene da fuori.
DallAmerica viene lEuropa a combattere e a distruggere il non-europeo che su
lEuropa si era formato". Non con Clinton si sono associati i leghisti negli
ultimi anni, ma con epuratori o nazionalisti come Milosevic o Haider.
Per due volte lAmerica europea venne a combattere i non-europei del nostro
continente, nella prima parte del secolo, e lo stesso si è ripetuto negli anni Novanta
sotto Clinton. E accaduto nonostante molteplici ritrosie, e di sicuro furono
difettose le nozioni storiche e la preparazione bellica con cui Washington si presentò
allappuntamento.
Ma gli americani hanno pur sempre traversato lAtlantico, per la terza volta, al fine
di riportare ordine in un continente che lEuropa non volle stabilizzare con le
proprie forze: è grazie alla loro volontà che le milizie serbe hanno smesso di uccidere
in Bosnia e Kosovo, e che i deportati kosovari hanno potuto tornare in patria.
E stata lamministrazione Usa e non lUnione a curarsi dellaltra
parte dellEuropa, liberata dal comunismo e inquieta per la sua sicurezza. Senza
Clinton, senza il rapporto che egli seppe mantenere con Havel e Walesa, la Nato non
avrebbe accolto la Polonia, lUngheria, la Repubblica céca. A tali nazioni si
aggiungano non poche ex repubbliche sovietiche, che osservano la distruttività imperiale
di Putin in Cecenia e che sentono pericolante la propria indipendenza: i Baltici, la
Georgia, lAzerbaigian, e lUcraina. Spaventati dalla cruenta caduta di Grozny,
questi popoli sperano in Clinton, più che nellEuropa.
Il Presidente andrà a Kiev, lunedì dopo aver visto Putin a Mosca, e sarà il suo terzo
viaggio nella nazione intimorita da Mosca. Non è una visita intesa solo per
riconfortarla. Rafforzare lUcraina o la Georgia è un mezzo per tenere a bada la
Russia, e per attirarla progressivamente - sullesempio di Kiev - nellorbita
europea. Queste politiche Clinton non intende farle da solo. Esiste naturalmente
uninclinazione egemonica in Usa - è una bramosia classica, nelle successive
capitali dellIdea Occidentale elencate da Savinio - ma non è assente il desiderio
simultaneo di condividere responsabilità, di veder maturare lUnione europea.
La nascita della Moneta Unica non piacque, eppure lamministrazione la favorì. Oggi
Clinton invita lUnione a fare la sua parte nella diplomazia globale, e a inventare
nuovi rapporti con la Russia, la Turchia, lEuropa centro-orientale.
Anche gli sforzi di autonomia militare sono seguiti senza eccessiva indisposizione:
"Penso sia una cosa buona se gli Europei, dopo la guerra in Kosovo, decideranno di
rafforzare le proprie capacità di agire con più autorità e responsabilità in
situazioni di crisi. Non cè contraddizione fra unEuropa forte e una forte
alleanza transatlantica". Lincognita non è dunque rappresentata dagli Stati
Uniti, ma dallEuropa.
E questultima che non riesce a sbarazzarsi delle comodità e inerzie garantite
dalla dipendenza politica, strategica, intellettuale, ereditata dalla guerra fredda e
dallombrello atomico americano. Gli Stati dellUnione si indignano, appena
Washington accenna alla possibilità di proteggersi con scudi antimissili da attacchi di
Stati criminali come la Corea del Nord o lIraq.
Paventano unulteriore proliferazione nucleare, e un disimpegno europeo
dellAmerica. Ma quel che non vedono è lora delle verità, che per loro è
venuta. Lora in cui allEuropa tocca prendere in mano la propria sorte,
occuparsi del proprio retroterra europeo orientale, russo, centro-asiatico, nord-africano,
senza più contare esclusivamente sullOltre Atlantico.
Per lUnione il passo è arduo, perché la svolta deve avvenire nelle menti prima
ancora che nelle opere. E deve avvenire nelle menti di chi ha maggiormente profittato
delle false grandezze assecondate nella guerra fredda, quando lEuropa era sotto
tutela Usa e la Germania era solo debitrice. In quel grande giardino dinfanzia, la
Francia poteva parere grande e fiera del suo passato nazionale. LInghilterra poteva
occultare la fine dellimpero.
E tutti potevano comportarsi come minorenni senza obblighi né responsabilità. Fu un
clima propizio per costruire la casa dellUnione, perché lEuropa poteva badare
alle proprie ferite e concentrarsi sul prioritario: la fine dellannoso conflitto
franco-tedesco, il lavoro sulla memoria del totalitarismo di destra.
Con la caduta del muro comunista gli orizzonti sono mutati e ne urgono di nuovi, che diano
senso e prospettiva allUnione sempre più stretta che si punta a edificare con
riaccesa convinzione. Urgono decisioni politiche rapide, e questo per vari motivi. Perché
Clinton è probabilmente lultimo Presidente che ha studiato nel vecchio continente,
che è appassionato dEuropa, della sua cultura.
Perché lEuropa sovranazionale non può limitarsi alla moneta e alla Banca federale
di Francoforte. Perché più di un decennio è trascorso dall89, e dovrà venire il
giorno in cui gli Europei occidentali compiranno il loro dovere, che è quello di
riunificarsi con lEuropa svenduta a Yalta nel dopoguerra. E quello che alcuni
Stati membri stentano a capire.
Il nazionalismo antitedesco del socialista Chevènement in Francia conferma il permanere
incaponito di uno stato danimo minorenne, che teme lerosione della fittizia
grandeur sciovinista, e i compiti aggiornati che conviene darsi nelle "istituzioni
comuni più grandi degli Stati-nazione". Il ministro degli Interni si aggrappa
ossessivo al vecchio orizzonte - la riconciliazione Francia-Germania, la mansione affidata
a Parigi di contenere il dèmone tedesco - e non si accorge che lottica non è più
quella.
Che altre sono le incombenze, le minacce. Il giardino dinfanzia degli Europei è
possibile finché lAmerica si occupa di loro, e questa è laltra faccia -
oscura - della medaglia carolingia meritata da Clinton. Finché cè lAmerica
come guardiano, numerosi giochi sono permessi. I dirigenti italiani possono accogliere
Putin in pompa magna, domani, senza dir nulla sulla Cecenia, sulla libertà di stampa
nuovamente soffocata in Russia, sullUcraina o i Baltici in pericolo,
sullAfghanistan intimidito.
LUnione può permettersi un ministro come Lamberto Dini, così spesso pronto a
dialogare prima degli altri con i despoti. Può permettersi Chevènement, che perpetua il
processo antinazista di Norimberga senza esser stigmatizzato né dal Premier Jospin, né
dal Presidente Chirac.
Può permettersi un Premier come Blair, che in ore di decisione e di rappresentanza rimane
a casa per badare al neonato. Sono giorni difficili per lEuropa, ma per lei pare una
vacanza. "Bisogna dar tempo al tempo", consiglia Chevènement a Joschka Fischer
che vuol accelerare lUnione politica. Non cè fretta, nellasilo
dinfanzia: tanto i veri Europei verranno quasi tutti da fuori.
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