

Domenica 21
Novembre 1999
I nipotini del Grande Progetto
Smarriti nella pericolosa bonaccia europea
Barbara Spinelli
SI discute degli Universali, simulando governabilità
planetarie non poco remote. Ci si compiace innanzitutto, perché gli antichi
tempi polverosi non sono più, e nessuno può accusare i presenti di far parte
del mondo di ieri.
I convitati non son più né comunisti, né post comunisti, né collettivisti, né
statalisti. Non si sa bene quel che siano, e per che scopo alla lunga si battano,
ma un fatto è certo: pur essendo sproporzionatamente fieri della rinascita
socialdemocratica in fine secolo, i riformatori europei hanno un rapporto
difficile, tortuosamente ossessivo, con il passato. Per questo vogliono esser
tutti assolutamente moderni, e hanno bisogno di Clinton come garante di
unincessante rigenerazione. Per questo vivono le prove di maturità -
lEuro, o la guerra Nato in Kosovo - come esami vinti una volta per sempre,
non destinati a ripetersi come succede nei fatti e nella vita politica ordinaria.
Son venuti a Firenze soprattutto per dire questo progetto di modernità
realizzata.
Ma i riformatori europei hanno dimenticato di immettere le realtà e gli eventi
del nostro mondo, nel loro piano altisonante di modernità realizzata. Hanno
riempito il Grande Progetto di questioni astratte, decisive appunto per il
riesame del proprio passato: se si debba accettare o no il mercato, se si debba
accettare o no la globalizzazione - il che è come chiedere ad un individuo se
debba camminare sul marciapiede oppure no, se debba scambiare merci oppure no -
ma hanno trascurato lessenza odierna del nostro continente, che non è fermo
ma sta mutando con sbalorditiva celerità. Sta disordinatamente mutando dal
1989-90, quando cadde il Muro di Berlino e i regimi comunisti si ritirarono
volontariamente dal potere in Europa Centro-orientale. Sta estendendo verso Est
i propri confini e riunificandosi con laltra parte del continente, che a
Yalta fu svenduta al dispotismo comunista. Sta minacciosamente scoprendo, lungo
tali modificate frontiere, la verità di nuove guerre e nuovi crimini contro
lumanità: prima nel decennale conflitto dei Balcani, ora nella seconda
guerra che i russi conducono contro il popolo caucasico in Cecenia.
Su tutti questi eventi i riformatori apparentemente vogliono tacere, per
vergogna apatia o indifferenza. Moltiplicano non senza qualche ipocrisia
lappello ai Valori che trasportano nelle rispettive bisacce - il senso
dellequità, i diritti delluomo, la liberazione dal dominio arbitrario,
dalle guerre daggressione, dal colonialismo - ma questi innumeri valori sono
come congelati, sono come le parole sparse nello stagno ghiacciato del Gargantua
di Rabelais. Sono parole che non dicono più nulla: flebili ombre di quel che un
tempo significavano. E come se la caduta del Muro non avesse insegnato strade
veramente inedite, ai progressisti europei che tanto si affaccendano attorno a
una «terza via» tra liberismo e stato sociale immutato. E come se
lOttantanove non avesse alzato il sipario su una civiltà europea di pensieri,
meditazioni, revisioni, che sconvolgono ben più radicalmente le sinistre
occidentali e le loro idee tradizionali attorno alla volontà generale,
allinteresse collettivo, allidea di Nazione, di sovranità statale
inviolabile. Gli ex dissidenti dellEst hanno avuto modo di meditare a fondo e
sulla propria pelle le perversioni di queste idee generali, le perversioni dei
collettivi e dei divieti di ingerenza negli affari interni nazionali. Hanno
avuto modo di rivalutare lindividualismo, la persona umana tirannicamente
assistita, la necessità di riapprendere la libertà-responsabilità. Ma quel
che hanno da dire uomini come Havel non ha peso, a Firenze. Ha più peso quel
che dice DAlema quando si felicita per il «fallimento delle ricette ultra
liberiste nei Paesi dellEuropa orientale», e per la «nascita di formazioni
di ispirazione social-democratica alla guida delle tumultuose trasformazioni di
quei Paesi». Unanalisi monca, che finge di ignorare il capitalismo delle
nomenclature comuniste, e gli opportunistici travestimenti socialdemocratici di
numerosi partiti unici colpevoli di grandi misfatti.
La riunificazione dellEuropa costituisce in realtà un non-evento, a Firenze.
E questo malgrado le professioni di fede unitarie, e i ripetuti festeggiamenti
dellOttantanove. Malgrado la questione sia di massima urgenza, nei tempi di
crisi russo-occidentale che si stanno preparando. Eppure il Presidente della
Commissione Prodi è stato assai esplicito, il 10 novembre al Parlamento Europeo:
ha detto che lUnione deve darsi al più presto una Costituzione più salda ed
efficace, se vuole estendere i propri confini alla data che si è prefissata che
è il 2002. Ha messo in guardia contro la pratica abituale dei rinvii, che
manderebbe a monte lallargamento-riunificazione. E un impegno dunque, che
le sinistre europee sono chiamate a prendere, fin da ora, sulla rinnovata
Costituzione Europea. E improbabile che abbiano lardire di assumerselo,
tanto forti sono le tendenze alla rinazionalizzazione dei socialismi in Francia,
Germania, oltre che Inghilterra. E più probabile che Prodi abbia ragione di
temere: «I nostri concittadini reagirebbero con fastidio e perplessità di
fronte ad unEuropa che sembra passare il tempo ripiegata su sé stessa, alle
prese con una riforma istituzionale che non finisce».
Così come è improbabile che i convitati di Firenze abbiano alcunché da dire
sullultima guerra coloniale del secolo, che i Russi combattono in Cecenia con
lapprovazione degli americani e in prima linea degli europei. Non è una
guerra diversa da quella che i francesi condussero in Algeria, e che si concluse
con la lungimirante concessione dellindipendenza da parte di De Gaulle. Anche
il popolo caucasico lotta per lindipendenza da più di un secolo, e basta
leggere il piccolo splendido racconto di Tolstoj, Hadj Murat, per
scoprire le radici e limmensa potenza di un antico, nobile combattimento.
Anche il popolo caucasico è estraneo alla Russia, come gli algerini si
sentivano ed erano ormai estranei alla Francia. Scrive Zbigniew Brzezinski, ex
capo del Consiglio di sicurezza Usa, che lobiettivo finale dei dirigenti
russi è un genocidio, e che non è esclusa una guerra chimica contro le
popolazioni civili. Lautodeterminazione della Cecenia, aggiunge, è
nellinteresse di Mosca: è la sola maniera per evitare che nel Sud del Paese
si formi una durevole, militante ostilità anti-russa tra 200 milioni di
musulmani, e tra i 20 milioni di musulmani che vivono in Russia stessa (Herald
Tribune, 20-11-99).
Proviamo a immaginare un vertice democratico-socialista durante la guerra
dAlgeria. E probabile che si sarebbe concluso con un appello anti
colonialista, accompagnato forse da qualche riserva di Mitterrand che per anni
difese lAlgeria francese. Decenni dopo, a Firenze, le sinistre mondiali
taceranno sulla liberazione della Cecenia. Perché avranno scordato tutto della
propria storia, tutto della caduta del Muro, e i loro ostentati Valori saranno
finiti nel lago ghiacciato di Rabelais.

Domenica 6
Febbraio 2000
Ma i mostri possono tornare
di Barbara Spinelli
Per le sinistre che sono al potere, nellUnione europea, questi sono giorni
non da barricate, non da soddisfatte rivincite di politica interna, ma sono
giorni gravi, di meditazione profonda su quel che significa - per il continente
- laccordo di governo con Haider e il castigo che esso ha ricevuto dagli
alleati europei. Inutile dire a se stessi o agli elettori: siamo noi i
depositari della memoria dEuropa, dunque dei valori che fondano il suo
unificarsi dopo il genocidio e la guerra. Inutile e menzognero manipolare il
caso austriaco come avviene in Italia, andare col lumicino alla ricerca del
nostro Haider: un Haider che in Italia assumerebbe il volto di Bossi o di Fini,
un Lucifero nostrano da abbattere e demonizzare, per costruirci sopra una
campagna elettorale con la sinistra antifascista che si unisce attorno a
politici tuttaltro che liberali come Cossutta, per battagliare fieramente
contro la Bestia che ovunque avanza. Sarebbe, una reazione di tal genere, letale
non solo per lItalia ma per lEuropa. Confermerebbe due perversioni non
nuove della sinistra, oltre che la sua scarsa attitudine al rinnovamento, e a
unautentica memoria storica. La prima perversione consiste nellimpulso a
metter sullo stesso piano persone come Bossi, Fini, Haider. Haider che si
compiace negli elogi delle SS, che non solo in età infantile tira frecce su
pupazzi di Wiesenthal, o che parla di «campi di correzione» nazisti, nasce da
un fango che non ha eguali nella storia dEuropa. Le sue dichiarazioni non
sono paragonabili a quel che è stato detto in passato da Bossi o Fini, e non è
per capriccio che Europa e Stati Uniti mostrano una durezza a tal punto speciale
verso Vienna. Altra perversione: la sinistra tende a nutrirsi dello spettro
dellestrema destra. A volte sembra quasi evocarlo, invocarlo. Il suo
inconfessato desiderio, spesso, è di avere un deserto, fra sé e leventuale
pericolo fascista: dunque di non avere a che fare con una destra moderata solida,
sufficientemente legittimata, che freni e contenga le frange estremiste. Questo
fu il ragionamento di Mitterrand, quando per un breve tempo introdusse la
proporzionale al fine di gonfiare i voti di Le Pen, di dar loro visibilità, e
di infrangere il fronte dellopposizione. Eppure non può che venire da destra,
la riduzione e laddomesticamento dellestrema destra. Così come non può
che venire da sinistra, laddomesticamento e la riduzione dellestremismo di
sinistra. La sinistra, in parte per interesse in parte per i programmi libertari
o permissivi che propaga, combatterà gli elementi fascistoidi della società,
ma contribuirà anche a suscitarli, a risvegliarli. E quindi sulla destra
moderata che conviene fare affidamento, è sulla sua forza civilizzatrice che
urge scommettere, è lei che occorre legittimare con tutte le proprie forze,
anche quando si compete con essa. Lo si è visto nelle ultime ore, in Francia:
ripetutamente, il premier socialista Jospin ha elogiato la tenace, costosa
politica del gollista Chirac, che ha sempre rifiutato alleanze elettorali con Le
Pen, e che su questa base può mettere in guardia la coalizione viennese. Ed è
precisamente per questo che la settimana che sta finendo è stata grave,
difficile. Non tanto per Berlusconi o per il Ccd di Casini, che pur
confondendosi hanno pur sempre messo in guardia contro «le derive xenofobe in
Europa», e votato per la sospensione del partito democristiano di Schüssel al
vertice dei popolari europei a Madrid: una decisione condivisa dai vari partiti,
con lesclusione dei soli tedeschi. La settimana è stata grave, plumbea,
perché in tutta larea della cultura tedesca e Nord europea - dallAustria
di Haider alla Germania e alla Svizzera del neofascista Blocher, per passare poi
alla Danimarca dellestrema destra di Pia Kjersgaard - la destra moderata
vacilla e si chiude malmostosa, offesa, orfana di idee e di memoria, in se
stessa. Soprattutto in Germania questo accade, ed è una vera svolta rispetto
agli anni di Brandt, Schmidt e Kohl. Il partito popolare è maggioritario al
Parlamento europeo, la democrazia cristiana è la forza che ha fondato
lEuropa unita come principale depositaria della memoria delle guerre, ma oggi
è alle prese con una delle sue più gravi crisi postbelliche. Un evento di tale
portata non è un bene per nessuno, nemmeno per la sinistra. E un pericolo
acuto che Schüssel si sia sentito talmente debole, inerme, da non poter
inventare una coalizione originale - non più partitocratica, soffocante,
consociativa - con i socialisti. E uno scandalo non meno grave che Haider
diventi determinante, quando il 73 per cento ha votato contro di lui. Ma ancor
più funesta è la degenerazione che minaccia la Dc tedesca. Degenerazione
dovuta alla caparbia con cui Kohl insiste a non chiarire le proprie
responsabilità, a non uscire di scena, e allambigua sopravvivenza della
segreteria Schäuble. I più giovani socialdemocratici hanno una reazione simile
a quella di parte delle nostre sinistre, e in segreto gioiscono. Già vedono gli
elettori Cdu fuggire verso lestrema destra, e un fronte
socialista-verde-liberale resistere a unestrema destra stile haideriano. Ma i
più anziani, che hanno ancora vivi i ricordi, come lex presidente della Spd
e ministro della Giustizia Hans Jochen Vogel, sono smarriti , inquieti: «Se si
disintegra la Cdu la situazione sarà buia» - ha detto - e il crollo sarà
tanto più esiziale, nellopinione pubblica, proprio perché Kohl è stato un
grande uomo di Stato: «Io non voglio assolutamente che lopposizione
democratica in Germania scompaia». I primi effetti di questa degenerazione già
si sono sentiti, in questi giorni. Sono già il segno che lera Kohl è finita,
che preziosi tabù cadono, che antiche pulsioni di risentimento si scatenano.
Che la Germania della memoria e della solidarietà europea su questa memoria ha
tendenza a ritrarsi, a non esser più protagonista. Ai tempi di Kohl il governo
tedesco avrebbe aderito allavvertimento dei quattordici Europei contro la
coalizione austriaca, e in simile delicato momento si sarebbe palesato come
leader dellUnione. Questo vuoto è oggi completamente disertato. Nessuno,
nemmeno Chirac, ha avuto lardire di riempirlo. Tutti temono di apparire come
i difensori di unEuropa federale, delle sovranità limitate. Al vertice di
Madrid si sarebbe vista, ai tempi di Kohl, una chiara guida capace di dire e
decidere sanzioni contro i democristiani austriaci, e non la confusa leadership
dello spagnolo Aznar, che per ovvi motivi non può essere allaltezza.
Probabilmente infine, le nazioni di lingua tedesca come la Svizzera avrebbero
riflettuto due volte, prima di prendere le distanze dalla figura - monumentale -
dellex Cancelliere. Oggi le cose mutano segno. Oggi prevale Stoiber, il capo
della democrazia cristiano-sociale bavarese che da tempo consigliava
lalleanza Schüssel-Haider. Schäuble, il debole presidente della Cdu, ha
seguito il suo esempio, denunciando la violazione europea della sovranità
austriaca. Allo stesso modo hanno reagito, stizziti, i grandi giornali di lingua
tedesca: in Germania la «Frankfurter Allgemeine» parla di isteria europea, in
Svizzera la «Neue Zürcher Zeitung» denuncia loltraggio alla democrazia e
la sovranità limitata imposta dal Superstato europeo. Così è un intero arco
di Paesi che si ribella, agitando la bandiera della democrazia senza limiti e
del Sacro Stato Sovrano. Un arco essenzialmente di lingua tedesca, ai confini
centro-orientali dellUnione. Sono Paesi indispensabili per il farsi
dellEuropa, e per la sua prossima unificazione con lEst. Il cuore tedesco
dellEuropa trema, si rinazionalizza, e al cancelliere Schröder toccherà un
compito assai poderoso. Sarà importante che gli alleati gli stiano accanto, ma
ben valutando il significato del gesto appena compiuto. Il gesto ha, certo,
componenti di politica interna. Ma è principalmente un messaggio, unimmagine
di sé che lEuropa trasmette non solo ai Paesi membri, ma anche e soprattutto
alle nazioni che stanno per entrare nellUnione. E linizio dellEuropa
politica, e costituisce un precedente di rilievo. E lesperimento di
unEuropa federata che ancora non esiste, ma che scommette sulla diminuzione
dei poteri sovrani assoluti degli Stati, come avviene appunto nelle Federazioni.
In prima linea tuttavia, il gesto è un avvertimento - forte - lanciato
allEuropa dellEst che sta per riunificarsi con la vecchia Comunità.
LEuropa dellEst è stata disabituata dal comunismo alla regole della
democrazia, alla tolleranza, allautolimitazione. E per essi che dovrà
valere il monito: non tollereremo partiti xenofobi, che maltrattano zingari,
ebrei, minoranze. Vaclav Havel e Milan Kucma Presidente della Slovenia lo hanno
capito e hanno approvato, entusiasti, liniziativa dei Quattordici. Non molti
li seguono, a Est. La reazione più diffusa è dubbiosa: parecchi responsabili -
a Praga, Budapest - hanno visto una sorta di dottrina della sovranità limitata,
di dottrina Breznev, nelle mosse europee, e si sono impauriti. La verità è però
proprio questa: lUnione ha vocazione ad avere una dottrina della sovranità
limitata, anche se democratica. La sovranità è già abolita nella politica
monetaria, economica, agricola, commerciale. Comincia ad esser limitata nella
strategia, con il Trattato di Amsterdam. La democrazia stessa non è illimitata,
in nessuno Stato liberale che funzioni. Sono necessarie regole, limiti potenti,
continue manipolazioni delle discipline, continui doveri che controbilancino i
diritti, perché un sistema sì fragile non si rompa. Quando tutto è permesso,
quando ogni vilipendio e ogni dismisura e ogni trasgressione sono consentiti,
quanto tutte le porte sono aperte, la democrazia è condannata per forza di cose
a generare mostri micidiali: ad aprire spazi a forze palingenetiche che
richiuderanno porte e finestre, di estrema destra o sinistra. LEuropa ha
memoria di come Hitler conquistò con ineccepibili metodi democratici il potere,
raccogliendo un terzo dei suffragi. Per questo ha limitato e manipolato in più
occasioni la propria idea di democrazia, per meglio custodirla. Già lha
fatto una volta verso lAlgeria, approvando linterruzione delle elezioni
nel 92 quando il Fronte islamico di salvezza - il Fis che prometteva uno
Stato islamico e labolizione di future elezioni pluraliste - rischiava
democraticamente di prendere il potere. Tutto questo lEuropa lo sa. Ma non ha
strumenti davvero efficaci per agire. Devono ancora intervenire gli Stati, con
moniti, carte ad hoc sui diritti delluomo, per sottolineare la discrepanza
che può crearsi fra legalità di un voto e legittimità democratica effettiva.
Non esiste ancora una Costituzione europea, con un preambolo o una Carta di
diritti-doveri fondamentali, che ciascun partito candidato a governare deve per
forza sottoscrivere. Solo in questo modo sanzioni e vincoli sarebbero fecondi:
perché i governi sarebbero in infrazione costituzionalmente, non sarebbero
isolati da nessuno Stato specifico. Solo unEuropa federata con una
Costituzione può esser credibile, e far coincidere legalità e legittimità.
Non siamo ancora a tal punto, ed è un peccato che manchino partiti e grandi
statisti che propongano questa via, piuttosto che perdersi in piccole cacce
casalinghe a Haider, utili per una stagione elettorale. Ma stiamo forse andando
in questa direzione. E già molto, che una vita politica europea cominci
attorno al caso viennese. E linizio della costituzionalizzazione
dellEuropa. E al limite importa poco se nel breve termine Haider prenderà più
voti. Gli austriaci avranno finalmente ascoltato - grazie allirruzione della
collera europea e alle manifestazioni di piazza in patria - un linguaggio di
verità. Tredici anni di menzogna e di diplomatica indifferenza silenziosa non
hanno certo svantaggiato Haider, che dal 5 per cento è passato al 27. Magari
Haider guadagnerà qualche voto in più, ma nel frattempo lEuropa avrà
ridestato qualche austriaco, ammaestrato pian piano un mostro sin qui
indisturbato, mandato capitali avvertimenti allEuropa orientale o alla
Turchia, e lanciato infine segnali alla vicina Russia, dove la xenofobia
razzista ha addirittura partorito, negli ultimi mesi, una guerra di sterminio.

Domenica 20 Febbraio 2000
Da Jörg ai gulag
di Barbara Spinelli
Non è del tutto chiaro se i responsabili europei sappiano,
davvero, la storia che stanno facendo: se sappiano sul serio come mai hanno
ammonito e isolato lAustria di Jörg Haider, come mai hanno ricordato le
proibizioni morali e politiche che fondano la Comunità creata nel dopoguerra,
come mai hanno definito lUnione come uno spazio non solo di libero scambio,
ma di civilizzazione. Hanno parlato molto di Valori, nelle ultime settimane, ma
valore è vocabolo sommamente indistinto, nebbioso: lEuropa è stata
inventata e si è sviluppata su divieti, proibizioni, dinieghi. E stata un no
opposto al nazismo, al fascismo. E stata un no opposto al sistema comunista,
nei decenni della guerra fredda. Non è del tutto chiaro se i responsabili
europei sappiano che cosa per esattezza vogliono proibire, quale spazio vogliono
edificare e custodire, quando alzano la loro voce contro la minaccia che
rappresenta un politico come Haider. Diceva Raymond Aron che gli uomini fanno la
storia ma non sanno la storia che fanno, e precisamente questo sembra accadere
nelle capitali europee: una decisione che resta ardita e dotata di un forte
senso del passato, nei confronti di Vienna, rischia di divenire banale, dunque
non sempre comprensibile: comunque provinciale, incapace di sguardo attento,
allaltezza del dramma che denuncia. In unintervista al settimanale Die
Zeit, il Cancelliere Gerhard Schröder si preoccupa assai giustamente della
rovina democristiana in Germania, delle complicità esistenti tra il cattolico
bavarese Stoiber e le estreme destre austriache, ma poi paragona il pericolo
Haider e il pericolo Fini in Italia, senza badare troppo a quel che ha detto
luno e a quel che ha detto laltro, senza mostrare di conoscere il diverso
peso che hanno i tabù in Austria e in Italia. Fini non si è mai sognato di
giudicare Churchill un criminale: giudizio che Haider ripete spensieratamente,
anche dopo laccordo di governo. Fini non ha elogiato le Waffen SS né ha
banalizzato i campi di sterminio, e DAlema ha fatto bene a respingere con
stizza le sbadate analisi tedesche. Ma neppure in Italia si riescono a evitare i
parallelismi superficiali: ed ecco che abbiamo anche noi i nostri Haider,
personificati da Bossi. Ecco che anche Berlusconi o Pannella vedono incarnarsi
negli avversari i mostri di ieri, e nelle sinistre hanno limpressione di
scorgere tanti piccoli Stalin, o Haider. E così che un dramma austero corre
il pericolo di trasformarsi in farsa, poi in scherzo, poi magari in risata.
Certo Haider non è Hitler, e non è per questo che i quattordici Stati europei
hanno voluto emarginarlo preventivamente. Lo hanno bandito perché cè in lui,
nelle sue parole e nei suoi programmi, qualcosa di radicalmente incompatibile
con quelle proibizioni - quelle tavole di comandamenti - che sono la ragion
dessere dellUnione. Lo hanno avvertito fin dallinizio perché quel tipo
di veleno non è ammesso nemmeno se versato a minuscole gocce, minuscole frasi,
nelle arterie delle democrazie europee. Se i leader dellUnione conoscessero
con intensità quel che stanno facendo, se fossero consapevoli delle memorie che
hanno deciso di risvegliare, ben altri sarebbero oggi i raffronti, in ben altre
direzioni potrebbero andare di questi tempi i loro sguardi. Dovrebbero guardare
oltre il proprio naso, oltre le loro piccole beghe partitiche o elettorali,
oltre le loro piccole e riservate faccende comunitarie, e alle porte di casa,
nella vicina Russia, vedrebbero il secondo male del secolo risorgere dalle
ceneri: male inaspettato dai più, sfacciato, di una violenza inaudita.
Vedrebbero, agli albori del Duemila, sotto gli auspici di un ex capo del Kgb di
nome Vladimir Putin, rinascere in terre caucasiche i Gulag. Gli stessi che si
son già visti nel Novecento - questo secolo che tanti immaginavano finito,
sorpassato, e che Haider addirittura crede di poter ignorare, cancellare. Gli
stessi Gulag di cui hanno narrato Shalamov, Solzenicyn. E quando Schröder parla
di minacce alla civilizzazione europea e confronta Haider e Fini, quando
DAlema replica citando Bossi, quando Berlusconi o Pannella alludono a Haider
italiani, non sarebbe sconveniente che scrutassero un po oltre i propri
confini, oltre i propri clan, e vedessero quel che sta succedendo nei nuovi
campi di tortura che i russi chiamano Lager, e i ceceni Gulag. Non sarebbe
inopportuno che serbassero il ricordo, appunto, della duplice proibizione che in
questa seconda metà del secolo ha generato lUnione fra europei occidentali:
duplice proibizione di Auschwitz e del Gulag, giacché anche la guerra fredda e
non solo la Resistenza antifascista è stata il cemento dellavventura
comunitaria. Duplice proibizione che non dovrebbe prevedere speciali esoneri o
indulgenze, per uno dei mali supremi. Non dovrebbe prevedere quella che
Jean-François Revel chiama, parlando dellimmunità di cui tuttora gode il
passato comunista, «la clausola del totalitarismo più avvantaggiato».
Istituiti verso la metà di gennaio, i Lager sono denominati ufficialmente «campi
di filtrazione» - filtratsionye lageri - perché dovrebbero separare i
combattenti ceceni dai civili. In realtà non sono relegati nei nuovi Gulag che
i civili, compresi bambini, donne, e anziani. Ve ne sono a Chernokozovo, presso
Grozny. A Chali, vicino a Tolstoj-Iourt. A Mozdok, una base militare: da
questultimo dicono non si esca vivi. Le prime notizie sono apparse sul
quotidiano Le Monde (11, 15, 16, 19 febbraio 2000) e le informazioni sono state
confermate nei dettagli dallorgano Human Rights Watch, nonché dal capo della
commissione Onu per i diritti delluomo, Mary Robinson. Le autorità russe
avrebbero manifestato la volontà che almeno 150.000 ceceni passino in una prima
fase attraverso i Lager, e un decreto è stato redatto per ciascun prigioniero,
sul quale è scritto che i relegati «devono uscire dal campo invalidi a vita».
Le torture inflitte sono, tra varie altre: le mutilazioni, le scosse elettriche
applicate nellacqua, e percosse prima con manganello poi con martelli
dacciaio, la limatura dei denti e la sodomizzazione fra i detenuti.
Questultima era pratica corrente nei Gulag comunisti. Si chiamava, nel
vocabolario dei segregati, opouskanie: nella prima guerra cecena, fra il 94 e
il 96 quando furono aperti i primi campi, era occasionale. Oggi è applicata
sistematicamente. I soldati danno a ogni recluso un nome di donna, e li
convocano a turno per loperazione, che - confessano i carcerati - «uccide
lanima». I torturatori sono capaci di uccidere le vittime sul posto, se non
rispondono subito allappello. In ottobre, numerosi contingenti di esperti in
correzione di prigionieri sono stati trasferiti dalla Siberia in Cecenia. I
reclusi liberati in cambio di danaro dicono che latmosfera nei campi è tale
e quale a quella che il popolo caucasico visse nei Gulag di Stalin, in
Kazakistan, quando il comunismo già una volta volle sterminare i ceceni nel
44. E non è tutto. Dopo aver incenerito Grozny, in modo che nulla possa
esservi ricostruito, Mosca ha dato lordine di radere al suolo per vendetta
altre città, tra cui Katyr-Iourt, colpevoli di aver accolto combattenti e
civili ceceni in fuga dalla capitale. Si dice che Putin non può esser messo sul
medesimo piano di Haider, perché la Russia non è in Europa. Che la sua
sovranità non può essere infranta allo stesso modo in cui sono intaccate, per
mutuo consenso, le sovranità che compongono lUnione. Ma la Russia è
presente in molteplici organismi, di cui gli europei sono parte: è nel
Consiglio dEuropa, nellOrganizzazione per la sicurezza e la cooperazione
europea (Osce), nel Gruppo dei Sette Paesi industrializzati. Potrebbe esser
messa al bando da queste entità. Invece è lesatto contrario che avviene. Il
consiglio dEuropa ha di recente fatto un elogio sperticato di Putin,
descrivendolo come lo statista che con più vigore sa fare la critica della
storia russa. Il ministro degli Esteri francese Védrine è andato a Mosca nei
giorni in cui Grozny giaceva nella polvere, mentre il giornalista indipendente
Andrei Babitski scompariva nei nuovi Gulag, e alla televisione di Mosca
descriveva Putin come un «patriota animato da una grande idea del proprio paese».
Putin celebra lanniversario di nascita della Ceka, la polizia politica
staliniana, infiora ipocritamente la tomba di Sacharov e sinceramente quella di
Andropov, e in cambio gli europei lo trattano meglio di quanto abbiano mai
trattato i capi sovietici. Ci fu un tempo in cui lOccidente negoziava visti
di uscita per gli ebrei. Oggi il Cremlino ha chiesto alle diplomazie di non
concedere visti ai ceceni, e per questi ultimi è in pratica irrealizzabile la
fuga dalla Russia. LEuropa, assieme agli Usa, si inchina davanti ai Gulag che
riaprono e a Grozny annientata come nessuna città lo è stata dopo la guerra.
Per questi motivi ben vengano lostracismo a Haider e le vaste manifestazioni
europee, soprattutto viennesi, contro il neofascismo austriaco. E un memento
mori indispensabile: per Vienna, per le destre che in Germania vorrebbero
profittare della fine dellera Kohl, per le nazioni ex comuniste che stanno
per riunificarsi con lEuropa. Ma è un memento mori che scava solo in
apparenza, nelle memorie del Novecento. Che evita di elencare tutte le
proibizioni, su cui lEuropa è fabbricata. Xavier Solana, plenipotenziario
dellUnione per la politica estera, si felicita per lardimentosa condotta
europea verso lAustria: «LEuropa ha mostrato che nelle questioni
importanti, quando si discute di principi e valori, non sono possibili
compromessi». Sono possibili invece, e un enunciato così appagato è
inevitabile si colori di grottesco. Da simili intimi giubilei converrebbe sempre
guardarsi: almeno da quando Pascal ci ha ricordato che molto facilmente chi vuol
far langelo fa la bestia. I compromessi sono possibili, e
lautosoddisfazione è fuori luogo. Nello stesso momento in cui esecra Haider,
lEuropa eleva un monumento in onore di Putin, larchitetto dei nuovi Gulag,
e pratica una vera strategia dellappeasement. Haider ha costruito le sue
fortune sulla voglia di dimenticare un secolo intero: è un vizio suo, ed è un
vizio nascosto dellAustria a cominciare dallepoca del socialista Kreisky,
che già patteggiò con i postnazisti e con Waldheim. Putin ha unanaloga
tendenza alloblio, ed è la tendenza recondita della Russia postcomunista.
Per vie tortuose, è quel che rischiano di fare anche gli europei, che pure
hanno ricordi più vivi del proprio passato. Rischiano di dimenticare la storia
nella sua interezza, portandone alla luce una parte soltanto. Ma la storia si
vendica, ripresentando i mali che aveva partorito e ricominciando da capo,
circolarmente, i secoli che qualcuno desiderava per sempre conclusi, sormontati,
e senza rimorsi - alla maniera austriaca o russa - spensieratamente scordati.

Domenica 27 Febbraio 2000
L'Africa, il debito e il rap
Diplomazia punk
di Barbara Spinelli
Jovanotti che al suono del rap invita DAlema ad azzerare i
debiti del Terzo Mondo, e in special modo di quel largo reietto continente che
è lAfrica, ha riempito dun tratto le prime pagine dei giornali italiani.
Non esisteva ormai altro che questa iniquità: planetaria, inafferrabile,
onnivora. Che questo male, globalizzato al pari delle finanze e dei profitti
accumulati dalle nazioni più ricche, fortunate, ed avare. In simultanea, dalla
Guinea e dalla Costa dAvorio, Walter Veltroni annuncia che tale è
lorizzonte della sinistra a venire: lAfrica appunto, emblema di quella
povertà, di quella sofferenza immutabile, di quelle «cose inaccettabili», che
restituiranno ai progressisti lanima smarrita. Per questo il segretario dei
Ds è andato lì, a rigenerarsi presso la Comunità di SantEgidio in Guinea:
perché nella vasta lotta contro la fame nel mondo tutto diventa evidente,
limpido come nella canzone di San Remo al suono di rap. Lì, nellindistinta
Africa, è permesso dire tutto, anche quel che la mente fredda solitamente non
dice senza separare, differenziare, sottoporre a condizioni: «Ciò che
distingue la destra dalla sinistra è il rapporto con la realtà di chi soffre,
di chi ha bisogno, di chi non ha: la sinistra deve essere nei luoghi dove ci
sono cose inaccettabili». Ecco perché Veltroni è lì come un cantante rap,
come Bob Geldof durante la grande carestia in Etiopia nell85, come un nunzio
di SantEgidio o della Caritas: per deplorare le dittature a volte, ma in
prima linea per condonare il debito che il continente nero ha con gli
occidentali strozzini. Per sgravare la cattiva coscienza delluomo bianco. Non
per curarsi in concreto - adesso che quel continente è nella zona Euro -
dellenorme tragedia africana. Meglio lAfrica che non ti chiede
nientaltro che questeloquio terzomondista piuttosto che andare nelle ben
più spigolose, politicamente scabrose zone di conflitto: nei nuovi Gulag in
Russia, nei campi dei rifugiati dove i ceceni ammassati in porcili muoiono di
fame e di malattie in Inguscezia, nelle aree dove si espande il rancore dei
serbi mai disarmati e dove stanno per riaccendersi tensioni bellicose tra
Occidente e Milosevic, a Mitrovica in Kosovo. In tutti questi luoghi si
distinguerebbe la sinistra italiana, se facesse politica. Ma la sinistra sta
fuggendo la politica. Sta correndo dietro le orme di SantEgidio o dei simboli
dellantipolitica che sono Lady D, o Jovanotti, o Bob Geldof. Sta riscoprendo
le proprie radici terzomondiste: le stesse radici che facevano dire al sociologo
svizzero Jean Ziegler, durante la carestia in Etiopia nell85: «Il mondo in
cui viviamo è un immenso campo di sterminio: 40.000 esseri umani muoiono di
fame ogni giorno. Lordine del mondo è abitato da una dialettica negativa: i
ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri». Simili parole
disse Veltroni durante il Congresso dei Ds a Torino, in gennaio, citando Grozny
assediata solo in una o due righe. La sinistra sta prendendo una vacanza dalla
politica. Sta disertando - in un momento di massima emergenza europea, di fronte
alla triplice sfida dellAustria di Haider, della Russia di Putin, della
Serbia incapace di apprendere alcunché dalle sconfitte - i propri compiti di
nazione italiana, e di Paese fondatore dellUnione. Ai tempi della carestia in
Etiopia, quando il prosovietico Mengistu provocò la carestia affamando le
proprie genti e trasferendo intere popolazioni da un villaggio allaltro - il
costo fu di 100.000 morti - fu Bob Geldof a mobilitare i sentimenti con le sue
canzoni, i suoi cori (We are the world) e con quella che lui stesso chiamava: la
«diplomazia punk». Anche Geldof sfidava i potenti, come Jovanotti e Bono degli
U-2. Anchegli dava del tu a Margaret Thatcher e lesortava, sfrontato, a
compiere il suo dovere: a porgere la mano a popoli che perivano nella fame,
nello squallore. Gli unici che non sfidava mai erano i potentati corrotti e
dispotici del Terzo Mondo: i dittatori che erano allorigine di tutto quel
patire, di tutti quegli aiuti occidentali che cronicamente finivano nelle tasche
di signorie, dittatori, banditi indigeni, istigatori di guerre e carestie. Bob
Geldof andò ad Addis Abeba, vide con i propri occhi la dismisura del dolore, ma
anche quel che accadeva con lassistenza dellOvest. Percepì la strategia
di deportazione forzata, alla cambogiana, praticata da Mengistu, e decise di
aiutare tacendo sulle efferatezze di cui era venuto a conoscenza. Così
Jovanotti in questo inizio del 2000. «Cancella i debiti», si limita a
martellare la canzone, e sembra così bello, sembra talmente anticonformista, se
non fosse che sempre vengono cancellati i debiti senza andare a vedere quale
regime - disumano o umano, totalitario o democratico, corrotto o saggio - è
destinatario di quei sostegni che non sosterranno, non allevieranno i tormenti.
Anche i debiti privati della Russia di Putin son stati cancellati, e ora ci si
appresta ad azzerare i suoi debiti pubblici: quel giorno saranno i contribuenti
italiani e occidentali a finanziare con il proprio denaro - con il proprio
lavoro, i propri risparmi, con quella che Veltroni chiama la giusta «rivoluzione
nella redistribuzione delle ricchezze mondiali» - lannientamento delle città
cecene, la riapertura dei Gulag, le fosse comuni scoperte dalla Bbc. Niente di
nuovo in Occidente: Putin non è forse lesatta copia di Stalin anche se le
sue atrocità sono analoghe, ma il conformismo dellaccomodamento regna
sovrano come sempre in Occidente. Così propone cantando Jovanotti,
propagandando una bontà al di là delletica, della strategia. E così dietro
di lui il governo italiano, e Veltroni sul modello della comunità di
SantEgidio: comunità che non di rado nelle sue azioni diplomatiche cerca di
accordare le parti avverse senza distinguere tra aggressori e aggrediti. Lo ha
già fatto in Algeria, inimicandosi buona parte degli algerini liberi e della
classe dirigente. Lo ha già fatto tra serbi e albanesi. La politica delle
ambizioni forti è bandita, da questo sentimentalismo che mette al proprio
centro - unica discriminante - non i diritti della persona e neppure la
democrazia liberale bensì la carità non-vedente, un vago terzomondismo alla
Ziegler, e il rap che reinventa il finto impegno, docile verso i tiranni, stile
Bob Geldof e Lady D. Le organizzazioni umanitarie più serie hanno smesso da
tempo questo comportamento a prima vista imparziale, tanto spesso corrivo verso
i despoti. Medici Senza Frontiere, ad esempio, ha deciso di ritirarsi dalla
Guinea, il 10 gennaio, dopo undici anni di lavoro locale: ha denunciato la
manipolazione esercitata sullaiuto umanitario dal regime del presidente
Teodoro Obiang Nguema, e limpossibilità per i Medici di accedere alle
popolazioni che soffrono di un regime che non rispetta i diritti delluomo, e
che sprezza le necessità basilari delle proprie genti. E la stessa Guinea da
dove Veltroni lancia i suoi appelli alla sinistra, perché rifiorisca presso gli
uomini che penano, e cancelli a occhi chiusi - giusto per colpire le
immaginazioni - i debiti particolarmente alti che questo Stato africano ha verso
lItalia. La diplomazia punk si compiace di se stessa, perché si muove -
assicura Veltroni - verso «i luoghi dove esistono cose inaccettabili»: la
miseria, la povertà nuda. In realtà è una singolare diplomazia, nella quale
si mescolano emozioni pre-politiche, attrazione per i Paesi lontani, vecchi
riflessi anticapitalistici, e soprattutto recondita paura. Paura della vera
politica, che oggi richiede discussioni, scelte impervie della comunità
occidentale. Oggi tocca ripensare da capo il conflitto del Kosovo, perché la
guerra non è finita e toccherà forse ricominciarla, o minacciarla. Senza più
credere nellimmediata, impossibile convivenza etnica dopo un tentato e non
riconosciuto genocidio. Oggi tocca ripensare i rapporti con la Russia, perché a
Mosca si sta installando un potere autoritario, basato sul dominio restaurato e
ancora una volta capillarmente diffuso dellex Kgb guidato da Putin: dominio
ricostituitosi attorno allimmolazione-genocidio del popolo ceceno, che sotto
i nostri sguardi spenti sta traversando tribolazioni inaudite. E verso quelle
sofferenze e complicazioni che varrebbe la pena correre, con massima urgenza.
Per segnalare le cose che lEuropa non tollera, ai confini del proprio spazio
di civilizzazione. Per non perdere nella vergogna, la duplice vittoria strappata
nell89 quando cadde il Muro e nel 99 nei cieli balcanici. I governanti
serbi non hanno capito, come i tedeschi nel 45, la sconfitta riportata:
bisogna che infine comprendano. Bisogna che smettano le provocazioni separatiste
a Mitrovica, che accettino di essere disarmati e separati dai rifornimenti di
Belgrado. Non ci sarà tregua nella provincia, se i serbi non ricorderanno
lesorbitanza del crimine che per primi hanno commesso, e non se ne dorranno.
Nato e Onu non sono riusciti a renderli edotti di questa semplice verità, ma la
resa dei conti potrebbe avvicinarsi. Quanto al Caucaso, certo la prova è più
ardua. La Russia è una potenza nucleare. Ma anche qui vale la pena accorrere,
perché gli aiuti sono urgenti e le «cose inaccettabili» si affastellano. Cè
lo sgomento delle regioni e degli Stati indipendenti che temono la scioltezza
inumana esibita da Putin in Cecenia: sgomento delle nazioni caucasiche come
lInguscezia (320.000 abitanti), priva di mezzi per assorbire 180.000
rifugiati ceceni; sgomento della Georgia, dellUcraina, dei baltici, cui
potrebbe andare, adesso e subito, la solidarietà economica e politica europea.
Invece le sinistre italiane vanno in Africa: un obbligo impellente, ma espletato
con effimere, sbrigative buone volontà. QuellAfrica che ci rammenta le
nostre colpe originarie. QuellAfrica che Ziegler vede come unimmane campo
di sterminio, dove ogni giorno muoiono decine di migliaia di esseri umani. Se le
cose stanno in tal modo, siamo noi gli aguzzini, noi i guardiani del Lager di
morte che è il mondo. I piccoli Gulag nel Caucaso scompaiono, di fronte
allatrocità globalizzata. Se fosse intelligente, la destra italiana
manderebbe convogli in Inguscezia, per aiutare i profughi della Cecenia. Lì,
sfidando i soldati di Putin, verrebbe incontro alla sofferenza in maniera ben più
effettiva, e questo li distinguerebbe davvero. Lì una donna rifugiata ha detto
allinviato del settimanale polacco Tygodnik Powszechny: «Magari fossimo
animali! Perché se fossimo animali, forse qualcuno ci mostrerebbe aiuto e
compassione. Forse Greenpeace si occuperebbe di noi!» La paura imprigiona le
menti, e sospinge i pellegrini politici verso lAfrica musicata in fretta.
Paura del regime rosso-bruno in Serbia: i comunisti di Cossutta e Rifondazione
sono fieri di Veltroni lAfricano, ma accorrono poi - con la Lega - al
Congresso del partito socialista di Milosevic a Belgrado. Paura-attrazione di
Putin: della sua forza, dei suoi successi bellici, dei coltelli che regala ai
soldati russi la notte di Natale. Un misto di paura, di fascino, e di dispregio
verso chi in questo preciso momento soffre come un cane, e sogna di essere quel
cane: perché almeno avrebbe Greenpeace dalla sua parte. La paura fa miracoli.
Trasforma un cantante rap in ministro degli Esteri, e un capo di partito in
predicatore cieco della generale estinzione di debiti e responsabilità.

Domenica 5 Marzo 2000
A un anno dalla guerra contro Milosevic
Europa e America
Dov'è la vittoria?
di Barbara Spinelli
Quasi un anno è passato dalla guerra della Nato in Kosovo, e
una singolare mescolanza di scetticismo e di oblio esercita il proprio dominio
sulle menti dEuropa. Chi si era illuso ha conosciuto lasprezza del
disinganno: tanto grandi si sono rivelati gli ostacoli del dopoguerra, le
fatiche della ricostruzione, gli attriti tra serbi e albanesi nella provincia
governata dallOnu. Chi aveva sperato nel subitaneo espandersi di un originale
diritto delle genti - il diritto di ingerenza, giustificazione delle nuove
guerre umanitarie - ha dovuto ricredersi presto: le democrazie liberali hanno
avuto laudacia di intromettersi nelle patologie politiche serbe o indonesiane,
ma sono impassibili di fronte ai crimini contro lumanità che il regime russo
commette in Cecenia. Lesempio kosovaro ha suscitato nei popoli aspettative
ingenti, cui ha fatto seguito un profondo arretramento sia giuridico che
politico. La cittadinanza cosmopolita che il filosofo Jürgen Habermas aveva
preannunciato non senza euforia, durante i bombardamenti atlantici, stenta a
vedere la luce. Un anno è trascorso, e la Repubblica Mondiale ha smesso di
adornare le disinvolte, sbrigative immagini della globalizzazione. Il concetto
torna ad essere quello che fu sempre, da quando Kant lo meditò: un difficile,
scabroso pensiero. Non approdo, ma tensione e sforzo da mettere alla prova ogni
volta. Cè infine il senso di rivalsa di chi sin da principio biasimò
loperazione atlantica. Nato, dovè la tua vittoria? domandano questi
ultimi, e puntano il dito su Milosevic che rimane impunito sul trono,
sullopposizione serba che non sa farsi uno spazio né un nome, su Onu e Nato
che non riescono a restaurare ordine o armonia nella provincia delle vendette
postume. Tutti questi disinganni e sentimenti di rivincita nascono da una
persuasione diffusa, radicata: che la controffensiva iniziata da americani ed
europei il 24 marzo del 99 non fosse una guerra normale, classica, dettata da
interessi strategici e nazionali. Ma che fosse un conflitto affatto nuovo,
conforme alle più intime aspirazioni di una sinistra di governo formatasi nel
Sessantotto, nelle campagne pacifiste. Una sinistra che quasi ovunque, lanno
scorso, aveva le redini del comando. Vero è che fu questultima ad affrontare,
con coraggio, solitaria, unoperazione che non fu dappertutto popolare. Ma fu
la stessa sinistra a creare equivoci, attorno allintervento balcanico: a
parlare di guerra etica, completamente disinteressata, diversa da qualsiasi
altro scontro bellico. A dar vita a quelle illusioni che sono allorigine,
adesso, di melanconici disincanti o di soddisfatte rivalse. Venne infatti
introdotto nel conflitto un elemento religioso, angelico - più adeguato a una
guerra santa che a una guerra necessaria, interessata - e tale elemento
danneggiò in modo grave sia la definizione degli obiettivi durante le ostilità,
sia luscita dai combattimenti, sia la ricostruzione democratica postbellica.
Non solo: il confuso angelismo con cui fu ingaggiata loffensiva e lassenza
di chiari concetti militari contaminò il comportamento degli occidentali verso
il regime russo, quando Eltsin e Putin scatenarono la decisiva guerra di
annientamento in Cecenia. Si vide in quel momento che la vittoria in Kosovo non
rappresentava un atout, un vantaggio, nelle mani di europei e americani.
Rappresentava il contrario: per vie misteriose, la propaganda post-sovietica era
riuscita a trasformare il marzo 99 in una data di vergogna, non di fierezza
delle democrazie liberali. E questo perché lobiettivo dellentrata in
guerra non era mai stato del tutto limpido neppure per gli occidentali. Non era
chiaro se il fine fosse puramente etico. O se esistesse un interesse preciso per
cui si combatteva. Non era chiara la valutazione dellavversario, la cui
pericolosità e le cui condotte criminose erano state indecentemente
sottovalutate per dieci anni. Leggibili erano solo le parole, secondo le quali
la guerra doveva essere moralmente buona, e il dopoguerra sarebbe avvenuto
allinsegna di una lesta, generosa riappacificazione. Era fatale che un
progetto simile - istituire ex nihilo una società riconciliata, senza previo
pentimento dei serbi, senza memoria del crimine iniziale, senza lammissione
da parte di Belgrado della sconfitta subita, senza un numero sufficiente di
investimenti e di polizia - avrebbe finito per spezzarsi, come accade a
illusioni e miraggi. Bernard Kouchner, governatore dellOnu in Kosovo, non ha
torto quando ricorda che ci vollero decenni per riappacificare i libanesi, gli
irlandesi, i tedeschi e i francesi. Altrettanti ce ne vorranno in Kosovo, fin
quanto durerà lirredentismo di un regime che rifiuta qualsiasi lavoro sul
proprio passato, in Serbia, e sui dieci anni di guerre razziali che impunemente
Belgrado ha condotto in ex Jugoslavia. Se la guerra morale era lo scopo
occidentale, certamente non esiste ragione di gioire e la disillusione è
motivata. Ma in realtà non fu per questo che gli euro-americani andarono a
combattere, e allora il giudizio per forza muta. In realtà andarono a
combattere per ragioni strategiche oltre che etiche: per evitare che il modello
Milosevic venisse imitato nei Paesi postcomunisti. Da questo punto di vista
lintervento fu un semifallimento: troppo dilazionato, esso non impedì che
sorgessero - in Russia, Bielorussia - gli emuli di Milosevic che sono oggi Putin
e Lukashenko. Ma andarono anche, e in prima linea, per motivi più che terreni,
cogenti: per evitare di esser sommersi da flussi incontrollabili di fuggitivi
kosovari (già i profughi erano 300.000 prima che la Nato intervenisse). Aver
evitato simile calamità migratoria non è cosa da nulla, e rammentarlo
smentirebbe non pochi disincantati o scettici, assetati entrambi di irreali
aspirazioni al Bene Sovrano. Quel che oggi manca ai responsabili europei è
l«entusiasmo negativo», che il filosofo Lichtenberg insegnò senza gran
fortuna alla cultura tedesca del 700. Lentusiasmo negativo insegna che il
massimo che si possa fare è limitare i guasti, e far fronte al male incombente.
In questa guerra, era togliere larma dalla mano assassina, era riportare a
casa un milione di profughi. Ma è un entusiasmo che non fece breccia nei bravi
e tuttavia pudibondi vincitori del conflitto. I capi occidentali avevano
mostrato coraggio, ma non abbastanza da dire a se stessi la verità del proprio
combattimento. Lessenza umana, troppo umana, dei propri interessi. Il loro
interesse era di evitare lirruzione in Europa di un milione di immigrati
albanesi: un disastro - soprattutto per le sinistre - qualora la guerra non
fosse stata fatta. Non vi fu separazione delletica dagli interessi. La
coincidenza fu piena, solo che non fu confessata e non si tradusse in lineari
mete e piani di battaglia. Accadde in tal modo che il conflitto non insegnò
alcunché di visibilmente utile per il mondo imperfetto che abitiamo, e fu
vissuto di contro come guerra santa, idealizzata. Come sommo Valore, esposto a
tutte le trasvalutazioni. Di qui limpressione di fallimento, di battaglia
degenerata in onta. Non portò la pace perpetua, né la giustizia istantanea,
né larmonia morale che alcuni avevano avuto lardire di profetizzare.
Avendo propositi assai mondani - scongiurare unondata di migranti -
lintervento si limitò a contenere i danni, e in ciò fu guerra a tutti gli
effetti: né santa né diabolica, con i suoi errori cruenti, le sue menti
sconvolte, i suoi dopoguerra sporchi, lenti, da edificare. Fu senza dubbio un
successo, nellottica dellentusiasmo negativo. Si era proposta di arrestare
massacri e deportazioni, di vietare in questo spazio del dopoguerra fredda
alcuni comportamenti incompatibili con la civilizzazione continentale. Non si
era proposta di creare un paradiso nellangolo kosovaro dei Balcani, e neppure
di abbattere il dittatore che ha per nome Milosevic: non era una guerra totale,
come contro Hitler. E fermò la mano degli assassini. Arrestò i massacri
perpetrati dalle milizie di Belgrado. Queste ultime furono costrette a rientrare
in una Serbia rimpicciolita, mentre i deportati poterono rientrare in patria
assistiti dalla Nato e dallamministrazione Onu. Ma erano angeli e non
strateghi, gli euro-americani che si erano battuti nei Balcani. Angeli inebetiti,
che alla vista di tante e tali complicazioni successive non poterono credere ai
propri occhi, e provarono vergogna. Era dunque davvero sporca la guerra che
avevano fatto, e lo stesso si poteva dire dello spinoso dopoguerra. Non era
dunque etica e impeccabilmente in regola, come le sinistre avevano propagandato.
I kosovari non abbracciavano i serbi, e neanche viceversa. I serbi colpevoli di
crimini non si pentivano, provocavano gli albanesi a Mitrovica, si ritagliavano
zone separate, non si lasciavano disarmare. Inevitabili ritorsioni avevano luogo,
e il tentativo di genocidio non era dimenticato in un sol giorno per il semplice
fatto che qualcuno, dallalto dei cieli, aveva decretato lavvento
dellEden su terre strappate al sangue e alla morte. La guerra morale perdeva
lo smalto delleticità, e con il passare dei mesi limpresa intera svaniva
dalle coscienze. Svaniva al punto che nessuno sinalberò a Occidente, quando
i militari russi e Vladimir Putin ebbero la sfacciataggine di paragonare
lassalto in Cecenia non già alle aggressioni razziali di Milosevic negli
Anni 80 e 90, ma alla contro-offensiva Nato in difesa di massacrati e deportati.
Quale contro-offensiva del 99? La guerra Nato, quella angelica, non aveva mai
avuto luogo. Smarrita, dimenticata, rimossa. Nessun Occidentale invitato al
Cremlino fu capace di difendere i fondamenti strategici di una scommessa tardiva
e però opportuna: i danni erano stati già fatti - le copie di Milosevic già
esistevano - ma anche in tal caso si trattava di circoscrivere i guai, di
rammentare lavversione democratica per le pulizie etniche. Forse il compito
apparve troppo laborioso, dopo le fatiche di una guerra a tal punto inedita,
sublimata. Chi aveva voluto far langelo era cascato in un cantuccio
istupidito e frastornato come una bestia, e i dirigenti del Cremlino lo avevano
capito alla perfezione: di questa nostra fenomenale caduta profittarono non poco,
lanciandosi in unimpresa che sarebbe stata ben più ardua, senza le amnesie
di un Occidente dimentico di tutto, perfino delle proprie azioni del giorno
prima. Incapace di memoria lunga come di quella brevissima. Incapace di
comprendere unoffensiva che aveva pur intrapreso con ardimento, anche se
concetti e obiettivi erano stati così malfermi. Lavventura occidentale nei
Balcani non era mai esistita perché i suoi stessi artefici non avevano mai
compreso la guerra complicata - etica e interessata, tardiva ma pur sempre
appropriata - che avevano combattuto.