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Sabato 22 Maggio 1999
MA CI SI PUO' FIDARE
DELLA RUSSIA?
GUERRA E PACE
Barbara Spinelli
inviata a MOSCA
S ERGEJ Kovaljov non ha smesso di essere un dissidente, nella Russia che
si finge post-comunista e che sta per esser afferrata - ancora una volta - dal
demone del nazionalismo panslavo e antioccidentale. Quando il comunismo parve
svanire, nel '91, abbandonò per un attimo l'abito dell'oppositore, e divenne il
rappresentante di Eltsin per i diritti dell'uomo. Ma Kovaljov aveva conosciuto i
Lager sovietici, sapeva scorgere il reale dietro l'apparente, e non faticò a
riconoscere, presto, il ritorno vittorioso delle nomenclature comuniste. Stessa
arroganza, stesse forme di autarchia mentale, stesso sprezzo di qualsiasi regola
dello stato di diritto: nonostante le promesse di Eltsin e il teatro del
multipartitismo, il Vecchio Regime sopravviveva - impunito, inviolato - e
mostrava di possedere i medesimi istinti di un tempo. Così il dissidente
ricominciò il pellegrinaggio interrotto, nella solitudine e nell'inflessibilità:
accadde tra il '94 e il '96, quando l'esercito russo invase la Cecenia e scatenò
una autentica guerra di sterminio contro il popolo nel Caucaso.

Sabato 29 Maggio 1999
LA MEMORIA PERDUTA
GUERRA E PACE
Barbara Spinelli
inviata a MOSCA
N EL piazzale che è di fronte alla sede dell'ex Kgb, non lontano dalle
mura del Cremlino, c'è uno spazio alberato e nel suo mezzo si erge il monumento
in onore dei perseguitati del comunismo. Di colore giallo, la sede del Kgb si
chiamava anche Grande Palazzo: perché incessanti erano i suoi meandri e
corridoi, e le vittime usavano sparirvi d'improvviso - per decenni, o per una
vita - inghiottiti come polvere dalle pareti del palazzo. Si era convocati o
trasportati alla Lubjanka, per essere interrogati. Si finiva fucilati, o nei
Gulag, o processati per crimini antirivoluzionari. Nella grande maggioranza, i
condannati venivano a sapere solo in quell'occasione di esser divenuti - di
punto in bianco - nemici assoluti agli occhi del comunismo: nemici da liquidare.
Questa insondabilità del nemico prescelto è un tratto essenziale che separa
l'esperienza comunista da quella nazi-fascista.
Il monumento eretto nello spazio alberato consta di una sola pietra, di colore
rosato, discreta. Fu trasportata qui dalle isole Solovki, che per secoli
albergarono monasteri e che nell'epoca comunista vennero adibite a Gulag di
morte e annientamento psichico.

Domenica 30 Maggio 1999
IL MONDO
E LORO
Barbara Spinelli
DA quando le nuove Brigate rosse hanno assassinato Massimo D'Antona,
si è aperta una sorta di tavola rotonda in Italia sulle grandi differenze che
sussistono fra terrorismo di ieri e di oggi. Sono invitati alla conversazione ex
brigatisti, che rievocano gli Anni di Piombo e sono i primi a sottolineare
queste essenziali diversità. Ieri i terroristi avevano progetti non privi di
una loro razionalità - ricorda ad esempio Germano Maccari - e possedevano
addirittura una "cultura politica" suscettibile di creare consensi
sociali. Oggi la violenza è inane, è ripetizione di un passato che non deve,
che non può ripetersi in modi a tal punto farseschi. Oggi i terroristi non
nuotano agili in acque accoglienti, come accadeva ai guerriglieri
maoisti-leninisti negli Anni Settanta e Ottanta, dunque non sono in fondo
terroristi doc. Quel che è irrazionale non ha realtà, come Hegel insegna, e la
Storia insegnerebbe proprio questo: che indietro non si torna, visto che le sue
strade sono indiscutibilmente diritte e "vanno" verso un qualche
traguardo. Che non si deve, che non si può ricadere nel passato, visto che
quest'ultimo illumina il presente e insegna pur sempre qualcosa di utile,
edificante, o consolante.
Stupefatte, colte di sorpresa, le classi dirigenti camminano alla maniera di
Orfeo - la testa rivolta all'indietro - e rischiano come Orfeo di fallire nella
propria impresa. Razionalizzano il terrorismo di ieri, nella speranza recondita
di razionalizzare quello di oggi. Si aggrappano al ricordo di gesti già visti,
di esperienze già osservate. Sono attratte dalle diverse psicologie criminali,
non dalla somiglianza degli uccisi o feriti. Un giornale nazionale, l'altro
ieri, titolava a caratteri cubitali che "D'Antona non doveva essere
assassinato". Che gli esecutori erano "andati oltre il mandato
ricevuto". Che il piano prevedeva "solo di gambizzarlo". Ecco
dunque l'evento individuato, circoscritto, e banalizzato-razionalizzato. Ecco un
gruppo di esecutori che avevano forse un loro innocente incarico
("solo" ferire D'Antona, "solo" condannarlo alla sedia a
rotelle) e che purtroppo non hanno rispettato le più ragionevoli direttive dei
mandanti. Con mandanti così si può discutere, come si discute con gli ex
brigatisti sulla cultura politica della violenza, o sulle sue irrealistiche
nonché irreali imitazioni odierne. Si discute con gli ex brigatisti e si
prospettano indulti, negli stessi giorni in cui si apprende che la loro
direzione strategica ancora non ha detto l'intera verità agli italiani, sul
sequestro di Aldo Moro. Surrettiziamente assolto, il passato rende più
sopportabile e semplificabile il presente. A questo d'altronde servono le
testimonianze di tante ex Br. A non vedere altro che un segmento del tempo:
quello fra oggi, e ieri. A salvaguardare l'idea di una storia che va avanti, che
fa tesoro delle esperienze, che nel suo cammino dal passato al presente si
esaurisce e provvidenzialmente si conclude.
Invece la storia non finisce, né ha speciali traguardi. Continua i suoi
contorti sentieri, e il presente non è solo colmo di passato ma è gravido di
avvenire. E' precisamente questo presente che i neo-terroristi comunisti temono,
che guardano con orrore pensando non al passato ma al futuro che esso sembra
contenere. E' questo presente che annuncia lo sfaldarsi rapido, visibile, di
tutti i riferimenti tradizionali cui l'estremismo violento era abituato: il
riferimento dello Stato-Nazione in prima linea, con i suoi poteri sovrani
intangibili, sacralizzati, conquistabili con metodi appresi su Manifesti. E poi
il riferimento al comunismo, come ideologia e prassi che rischia di esser
davvero colpita mortalmente, in un mondo dove gli spazi si restringono per le
culture politiche fondate sulla gestione efficace, nazionalmente limitata, del
risentimento, dell'umiliazione, dell'impotenza vendicativa dei reietti, dei
piccoli, nel terzo mondo o nelle società sviluppate.
Non è dunque solo il riformismo delle sinistre, a suscitare quelle che
Nietzsche chiama le "furie insensate del ressentiment", dell'odio
rientrato, del rancore impotente. E' qualcosa di ben più vasto, decisivo. E' lo
straordinario senso di inutilità, di rancore inane, di collera inerte, che
suscitano oggi due processi storici apparentati e paralleli: la mondializzazione
crescente dell'economia, e la mondializzazione del diritto quale si manifesta
nella guerra che le democrazie liberali stanno conducendo contro il regime
nazional-comunista di Milosevic. Ambedue i processi amputano drasticamente - e
non senza la creatività distruttiva che secondo Marx caratterizza le
rivoluzioni del capitalismo mondialista - le prerogative certificabili,
irremovibili, dei sovrani nazionali. Non è più possibile fare quel che si
desidera e che l'ideologia raccomanda, entro i confini dello Stato-Nazione. Non
sono consentiti laboratori separati, mondi a parte dove si reinventa da capo
un'economia politica, o dove si commettono crimini di guerra o contro l'umanità
senza che nessuno infranga le porte. La guerra fredda è finita, con la sua
negazione di qualsiasi diritto d'ingerenza nelle vicende interne degli imperi
totalitari. I muri sono caduti, e cominciano a divenire operative, con celerità
impressionante, le convenzioni internazionali sul genocidio, sulla tortura,
sulle deportazioni, sulle discriminazioni razziali, religiose. In nome di questo
diritto che lentamente va internazionalizzandosi Milosevic è incolpato da un
Tribunale internazionale che indaga sulle guerre in ex Jugoslavia, e per la
prima volta un criminale di origine comunista deve rispondere di quel che ha
fatto.
Questa è la svolta minacciosa, che gli eredi del totalitarismo comunista vedono
arrivare e che desiderano a tutti i costi arrestare. Questa impunità che viene
improvvisamente negata non solo a Pinochet, ma anche a un comunista convertitosi
al razzismo etnico. La vetusta maschera internazionalista cade infine, come
menzogna che subitamente si disfa, e viene alla superficie quello che veramente
interessa l'ideologia comunista violenta: poter fare i suoi esperimenti
impunemente, grazie ai poteri conferiti da intangibili sovranità nazionali e da
chiare suddivisioni di sfere di influenza. Poter difendere con le unghie i muri
intorno allo Stato-Nazione segretamente idolatrato: muri che soli possono
permettere gli assalti ai Palazzi d'Inverno, le società disfatte e rifatte da
zero. Quello che interessa è scansare ogni ingerenza di leggi esterne,
soprattutto se esercitata dalla democrazia americana e dalla sua vocazione a
trasgredire - economicamente, culturalmente, militarmente - le frontiere
classiche degli Stati sovrani. In nome di questi Muri che sono oggi a rischio,
vengono esecrati in particolar modo capi di sinistra come D'Alema, o come il
ministro della Difesa tedesco Scharping. L'estremismo affida ad ambedue
l'epiteto di "assassino", perché ambedue hanno rotto con vecchie
abitudini, e mostrano di voler adattarsi alla duplice mondializzazione: a quella
dell'economia, che impone alle società nuovi Patti Sociali anti-protezionisti.
E soprattutto alla mondializzazione della giustizia, con il diritto di ingerenza
che essa comincia a legittimare. Il terrorismo riappare in Italia ma potrebbe
riemergere anche in Germania: in entrambi i casi i leader politici sono
considerati assassini perché grandi massacratori delle illusioni messianiche
dell'anti-imperialismo.
L'internazionalizzazione del diritto come quella dell'economia non sfocia subito
nello Stato mondiale descritto da Kant. Ma moltiplica una serie di regole e
doveri comuni, cui tutti sono chiamati ad attenersi. Per il momento non impone
una norma morale, un Bene universale - ed è una fortuna - ma consente di
dirimere conflitti sanguinosi, di sventare mali, di porre limiti ai diritti
assoluti, autarchici, di questa o quella élite nazionale. E' il motivo per cui
tale internazionalizzazione può mettere spavento: essa accresce enormemente il
senso di impotenza, di irrilevanza politica, in chi era abituato a esercitare il
proprio potere di disturbo e di intralcio entro confini geografici precisi. Da
questo punto di vista, il terrorismo rinascente è il grido di rivincita, di una
teologia comunista violenta che non vuol morire. Che può adattarsi a difendere
ideologie neo-nazionaliste, razziste, ma una sola cosa rifiuta categoricamente:
che il comunismo sia trascinato in tribunale, che debba rispondere delle proprie
azioni passate o presenti. Che perda quella che è ancora, esotericamente, la
sua forza: il suo diritto, inalienabile, a gestire e sfruttare il risentimento
degli oppressi, degli umiliati, degli esclusi.
Dice Nietzsche che il ressentiment è la patologia di chi si vede negata una
vera azione, e che compensa tale inattitudine con la finta azione creatrice che
promette la vendetta. Vendetta ebbra, che permette di sormontare l'abissale noia
dell'inattività, della vita eccessivamente normale, prosaica, ovvero
riformista. Il risentito ha bisogno di crearsi un nemico criminalizzato, per
trasformare la propria reattività passiva in illusione di azione. Ha bisogno di
immaginare illustri vendette, per abbassare un avversario che ritiene troppo
forte, felicemente attivo. I sacerdoti-cultori del ressentiment hanno bisogno di
falsificare l'avversario, ingigantendolo. "La loro anima ha uno sguardo
strabico", racconta Nietzsche nella Genealogia della Morale: la loro azione
si indirizza al di fuori, invece che all'indietro dentro di sé. E' un'azione
essenzialmente reattiva, è un disinteressarsi alle conseguenze delle proprie
mosse. In principio l'agire si dice animato da senso di giustizia, ma tale senso
è trasferito sul piano del ressentiment e quel che infine prevale è un
profondo disgusto della persona umana, delle sue prosaiche accettazioni, dei
suoi compromessi. Se un giorno le due passioni del ressentiment si sposassero -
dice Nietzsche - se si sposassero "il grande schifo dell'uomo e la grande
compassione dell'uomo (...) ne nascerebbe inevitabilmente qualcosa di mostruoso,
''l'estrema volontà'' dell'uomo, la sua volontà del nulla, il
nichilismo".
Ne nascerebbe la nichilista noia assetata di azioni eccitanti, incendiarie, che
da sempre ha partorito dèmoni nella cultura italiana, o tedesca, o russa. E' lo
stesso nichilismo che oggi si risveglia: non sotto forma di notturno sterile
incubo ma di permanente tentazione diurna. Tentazione di mimare leniniste
conquiste del potere. Tentazione di godere di tutti i vantaggi offerti
dall'inazione, dall'irresponsabilità. Tentazione di gettare sassi dai
cavalcavia, o bombe. Questo monopolio sul rancore spiega certe forze di
resistenza del neo-comunismo: il fascino che ha esercitato, che ancora esercita
agli occhi del terrorismo o di alcuni estremisti occidentali; delle nomenclature
in Serbia, Bielorussia o Russia. Il mondo di ieri non si ripete tale e quale, e
le prove per le democrazie liberali non sono mai le stesse. Ma di certo non
bastano le testimonianze degli ex brigatisti, per capire le sfide che riserva il
futuro. Di certo non è di utilità alcuna, questa loro diffusa propensione a
decretare la fine del Vero terrorismo politico, la fine della Grande Noia, la
fine della Storia, e la fine delle loro personali illusioni e responsabilità.

Martedì 2 Giugno 1999
USA PIU' LONTANI
Barbara Spinelli
SARA' ricordato come un anno di turbamenti densi e repentini, questo
fin de siècle che ha visto affiancarsi tra gennaio e marzo due eventi decisivi
per i cittadini dell'Unione: la nascita dell'Euro, che d'un colpo abolisce
antiche sovranità monetarie negli Stati Nazione; e l'inizio del combattimento
della Nato contro le guerre razziali di Milosevic in Serbia. Sono turbamenti che
mettono in questione non poche certezze, come appare chiaro nel sondaggio che La
Stampa pubblica alla vigilia delle elezioni europee. Che tendono a modificare le
abitudini mentali, le inquietudini, le aspettative delle varie opinioni
pubbliche. Muta quasi dappertutto il rapporto con l'America: questa superpotenza
che per la seconda volta in un secolo aiuta il vecchio continente a liberarsi
dei suoi mostri, e che tuttavia non ha necessariamente gli stessi suoi
interessi, le stesse sue irrequietudini.
Le nostre élite sono rapide a condannare le ambiguità americane, la passione
per le guerre a zero morti, o quello che Jean Clair chiama - efficacemente - il
mito igienista dell'immortalità. Ma spesso si dimentica che l'America non
combatte in Kosovo per interessi davvero vitali, mentre gli europei sì. Una
nostra maggiore autonomia può dunque significare più fermezza, in zone per noi
vitali.
Ovunque diminuisce il desiderio di vicinanza agli Stati Uniti, se si esclude il
Regno Unito. Mentre aumenta - perfino tra gli inglesi - la volontà di
allontanarsene. E' in Germania Federale che avviene un'autentica rivoluzione
mentale, non molto diversa da quella che conobbe Parigi ai tempi di De Gaulle:
nel giro di pochi mesi, i tedeschi ansiosi di vicinanza passano dal 66 al 38 per
cento, mentre gli aspiranti al commiato passano dal 22 al 50 per cento. Anche
qui il bisogno d'Europa prevale ormai sul bisogno d'America.
Tranne in Grecia, questa premura autonomista non coincide obbligatoriamente con
neutralismi antiamericani, come nella guerra fredda. Gli Europei sono da anni
ostili alle aggressioni panserbe di Milosevic, sin dall'aggressione contro la
Bosnia invocano interventi militari, e la maggioranza favorisce oggi la guerra
in Kosovo. Le società più determinate sono proprio quelle che sentono la
necessità di prendere le distanze dall'America. Certo non mancano pulsioni
neutralistiche: da molti mesi, i giornali tedeschi sottolineano ad esempio
l'esistenza di un profondo neutralismo antioccidentale, in ex Germania
comunista. Resta che il 54 per cento della nazione approva l'intervento alleato.
Ma sono i dati sulla Francia e la difesa, a chiarire quel che sta avvenendo
nelle menti europee. Dopo gli inglesi, i francesi sono i più convinti assertori
della guerra contro Milosevic - guerra egemonizzata politicamente e tecnicamente
dalla Presidenza Usa - e al contempo rivendicano con più forza sia la creazione
di una difesa comune, sia l'allontanamento dagli Stati Uniti. Il paradosso è
apparente. I francesi chiedono una politica europea più attiva nel mondo, ma
sanno di non poterla fare - oggi - senza la Casa Bianca.
Questa tendenza è meno accentuata in Stati deboli, come il nostro. Non che gli
italiani siano contrari alla guerra o alla difesa europea, ma la voglia di
vicinanza americana supera la voglia di autonomia, come in Inghilterra, Spagna o
Portogallo. Non a caso, anche sui poteri sovrannazionali sono gli Stati meno
solidi (Italia, Belgio) a sognare autorità federali forti. In genere, i
cittadini sono allergici a ulteriori cessioni di sovranità: specie in Grecia,
Inghilterra, Francia e - anche questo è inedito - in Germania.
Probabilmente è l'avvento dell'Euro che ha moltiplicato i timori di nuove
perdite di sovranità. Le inquietudini economiche restano vaste, e lo Stato
Nazione dà forse superiore sicurezza, se democratico. Incutono timore la
disoccupazione, poi la povertà, il crimine, l'immigrazione clandestina. E'
significativo che la paura dell'immigrato si attenui in Francia: forse, i
partiti xenofobi di Le Pen e Megret potrebbero indebolirsi. E non meno
significativo è l'umore del Regno Unito: perché le sue ansie di oggi saranno
le nostre ansie di domani. Meno inquieti sulla disoccupazione e le tasse -
grazie alla Thatcher, a Major, a Blair - gli inglesi si preoccupano ora per gli
effetti delle politiche adottate: aumento della criminalità, diseguaglianze,
svanire dello Stato sociale.
Altro paradosso: il sondaggio sembra confermare una preponderante attenzione ai
problemi interni, nella campagna elettorale. Ma può essere un'impressione
ingannevole, perché oggi non c'è vera frontiera tra politica interna ed
europea. Aveva detto Kohl che l'Euro era per tutti noi "una questione di
pace o di guerra" nel XXI secolo e la storia gli ha dato prematuramente
ragione. Resta da rispondere alla sfida di Vaclav Havel, secondo cui l'Europa
dovrà "federalizzarsi e parlamentarizzarsi", per contare nel mondo.
Dovrà avere un governo, e divenire più controllabile, più democratica. I
cittadini sono precursori anche in questo. Il 62 per cento vuole un presidente
dell'Unione eletto a suffragio universale: soprattutto in Italia e Germania.
Vuole che finalmente anche il Politico si internazionalizzi, in un mondo dove già
Moneta e Giudici sono europeizzati o internazionalizzati.

Domenica 6 Giugno 1999
LA GENERAZIONE DEI DIRITTI UMANI
Barbara Spinelli
LA prova delle armi è stata aspra, solitaria, non di rado
deprimente, per i capi occidentali che hanno infine deciso - il 24 marzo scorso
- di reagire militarmente alla quarta guerra razziale di Milosevic. Non è
neppure una prova finita, perché le trappole della pace non sono inferiori a
quelle belliche: c'è il rischio che Milosevic non mantenga le promesse, il che
non stupirebbe vista la disinvoltura insolente con cui il leader serbo ha
stracciato almeno una dozzina di accordi solennemente firmati, in otto anni. C'è
il rischio che le élite serbe nascondano a se stesse la disfatta subita, che
non siano in grado di edificare su di essa una nuova strategia fondata sull'autolimitazione,
sul senso della misura, sul rispetto democratico delle diversità razziali,
religiose, ideologiche. C'è il rischio che le aperture di Viktor Cernomyrdin
siano sconfessate a Mosca da militari e politici nazional-comunisti, che già
rimproverano al mediatore di aver svenduto la Russia, di averla asservita alla
Nato, all'America: non sarà cosa semplice per gli Alleati, negoziare con i
russi un comune protettorato militare che eviti la spartizione del Kosovo, che
non divida la provincia in zone più o meno utili a Belgrado, che scongiuri il
persistere di clandestini patteggiamenti serbo-russi e la vittoria di fatto
delle pulizie etniche di Milosevic. Il temporaneo proseguimento dei
bombardamenti serve precisamente a questo: a mantenere la pressione su Belgrado,
fin quando i suoi soldati resteranno in Kosovo. A scongiurare che la pace si
riveli una truffa, e che centinaia di migliaia di deportati albanesi-kosovari
siano sbeffeggiati e non tornino più a casa.
Ma l'affastellarsi di trappole non invalida la lezione principale, di questa
controffensiva bellica che americani ed europei hanno lanciato dopo anni di
impassibilità, di irresponsabilità inerte, di disattenzione, di fronte alle
guerre razziali dei serbi e al vasto disordine creatosi nel Sud Est europeo sin
dall'abolizione dell'autonomia kosovara nell'89. Esistono ancora pericoli sul
cammino dei governanti europei, ma la direzione che essi hanno seguito si è
rivelata giusta, e per il momento premiata. Valeva la pena mostrare fermezza
durevole per 72 giorni, e perseveranza, vigilanza relativamente paziente, di
fronte alle tentazioni della stanchezza, dello sconforto, del disfattismo.
Valeva la pena mostrarsi solidali con la strategia statunitense - a dispetto di
non poche improvvisazioni, difetti - e con l'aiuto dell'America restituire un
grande compito politico all'Europa, restituirle spazi inediti di manovra, di
azione, di protagonismo strategico. Spazi cui il vecchio continente non avrebbe
mai potuto aspirare, se fosse rimasta a guardare la Storia che passava: se non
avesse replicato in prima persona, militarmente, alla battaglia dei dirigenti
serbi contro le idee dei diritti dell'uomo, della nazione territoriale anziché
etnica, della convivenza civile, del contratto sociale che fonda in Europa lo
Stato moderno. Forse valeva persino la pena di puntare sulla moderna aviazione,
che tanti hanno giudicato irrimediabilmente improduttiva, perdente. Anche se è
vero: Cernomyrdin ha potuto infine piegare Milosevic perché Clinton minacciava
la guerra di terra, e dunque i disastri sarebbero stati minori per i deportati
se la minaccia fosse venuta già il 24 marzo. Ma molti detrattori delle scelte
Nato saranno forse indotti a rivedere giudizi, certezze a volte impazienti,
assolute. Solo uno lo ha fatto, con ammirevole umiltà, sulla Stampa di ieri: e
non è tra i minori, giacché si tratta dello storico inglese delle guerre John
Keegan.
Per la generazione di capi che guida l'Occidente, per le sinistre
socialdemocratiche o laboriste che sono ai comandi nell'Unione, questa guerra è
stata una scuola, decisiva, di politica e leadership, di responsabilità e
indipendenza di giudizio. Indipendenza da ampli fronti pacifisti in Germania,
Italia, parzialmente in Francia. Indipendenza dal Vaticano, in Italia. Così
come è stata una sorta di battesimo, per l'Europa che già aveva compiuto un
passo non irrilevante, in gennaio, dotandosi di una Moneta unica e di una Banca
centrale sovrannazionale.
Si parla molto di sconfitta degli europei, condannati sempre ad agire a
rimorchio degli americani. Ma ben più grande e suicida sarebbe la loro
disfatta, qualora non fossero passati attraverso simile prova iniziatica. Se
oggi si parla di edizioni europee del Piano Marshall concepito dagli Americani
dopo il '45 per ricostruire il nostro continente, se alcuni accennano non senza
fierezza al prossimo Piano Prodi per la guarigione non solo economica ma
psichica, mentale, democratica, dei Balcani e dell'Europa postcomunista, vuol
dire che l'Unione non esce né assente né perdente né serva, dalle
tribolazioni balcaniche. La politica anzi ricomincia, soprattutto se gli europei
condizionano gli aiuti per Belgrado alla democratizzazione serba e alla
dipartita di Milosevic, come chiesto da Blair, Chirac e Schroder.
E' una prova iniziatica per le sinistre, ed è allo stesso tempo una nuova
immagine dell'Europa che si fa strada. Un'immagine che incorpora infine quel che
è accaduto nell'89, e che permette di cominciare a pensare il fondamentale:
dove comincia e dove finisce l'Europa, non solo dal punto di vista dei territori
ma della civilizzazione, dei costumi. Dove si collocano i suoi confini
necessariamente estesi, dopo la fine del comunismo e quello che Vaclav Havel
chiama: il ritorno della Storia e dell'Occidente, nell'Europa centro-orientale e
sud-orientale, nella stessa Russia e Ucraina. Sono stati quesiti ripetutamente
ignorati, tra il vertice fondatore della Moneta europea a Maastricht e il marzo
di quest'anno. Tanto son durate anche le guerre balcaniche, e oggi alle domande
non si sfugge. E' nel confronto bellico cui hanno consentito, è nella
contrapposizione di due modelli alternativi di società - modello di Stato laico
che organizza le diversità, modello di Stato etnicamente puro e militarizzato -
che le nazioni dell'Unione hanno potuto cercare in queste settimane il senso
della loro comunanza, e la natura delle loro prossime frontiere.
Il fatto che la maggior parte dei leader occidentali provenga dal Sessantotto
non è indifferente, in tali ricerche e consapevolezze. Questa è la generazione
che si lasciò affascinare dalle false liberazioni nazionali mao-leniniste, ma
è anche la generazione che ha interiorizzato l'importanza dei diritti umani, la
centralità dell'individuo, la preminenza della singola persona sulle
prerogative di antichi o recenti collettivi come lo Stato, la nazione, i partiti
teocratici, ideocratici. Questa è la generazione che in Europa occidentale ha
assistito a un evento di capitale importanza: lo sfaldarsi sistematico, e
liberamente consentito nei Paesi dell'Unione, degli attributi di sovranità cui
ancor ieri lo Stato Nazione era avvezzo. La lenta codificazione del diritto di
ingerenza è conseguenza logica di questi ridimensionati Stati sovrani.
L'incriminazione per tortura o per crimini contro l'umanità - ieri di Pinochet,
oggi di Milosevic - conferma quello che vanno dicendo personalità come Havel,
Habermas, o in Italia Andreatta con il suo insistere sul "nuovo diritto
pubblico europeo": il diritto della persona prevale - in circostanze
estreme di conflitto - sui diritti della nazione, della non ingerenza, delle
sovranità intangibili protette dall'Onu. Con molto ritardo, responsabili come
D'Alema e Blair, Jospin e Schroder, riscoprono quel che Thomas Mann disse già
nel '40: "Vorrei attrarre l'attenzione sul fatto che la scelta delle grandi
democrazie - di non fare la pace con l'attuale governo tedesco - rappresenta una
ben più profonda, decisiva innovazione. In effetti, siamo di fronte all'epocale
rinuncia a un principio che l'Europa continuava a difendere con letale
conservatorismo, nonostante fosse evidente a tutti il suo anacronismo e la sua
dannosità: il principio della non ingerenza, della sovranità assoluta delle
nazioni". (Questa Guerra, 1940) .
Le sinistre che governano hanno anche appreso a pensare le guerre: cosa che non
erano abituate a fare, neppure quando pacifisticamente appoggiavano le violenze
belliche sovietiche. Proprio in questo Milosevic si è radicalmente sbagliato,
come d'altronde si sbagliò Hitler quando puntò sulla decadenza morale
dell'Occidente. Poco prima dei bombardamenti Nato, il capo serbo disse al
ministro degli Esteri Joschka Fischer: "Io sono pronto a camminare sui
cadaveri, mentre l'Occidente no. Ecco perché alla fine vincerò". Per ora
non ha vinto. Magari resterà ancora al potere e potrà intralciare la pace, ma
uno statista così - ricercato per crimini contro l'umanità dal Tribunale
dell'Aia - è divenuto un personaggio con cui è imbarazzante allearsi, per
chiunque. Un personaggio così non potrà più lasciare la Serbia contando
sull'impunità.
- Con riferimento all’articolo che
apparve lunedì 5 aprile 1999 su
La Stampa di Torino di Barbara Spinelli:
<<Urge adattare gli obbiettivi bellici
allo scopo finale della guerra, o come avrebbe detto Clausewitz: è
necessario che gli obiettivi (i Ziele dell'Occidente) servano lo
scopo, lo Zweck dell'operazione. Urge comunque una svolta mentale,
politica, bellica, se si vuole scongiurare il disastro più
probabile: la sconfitta della Nato, la vittoria di Milosevic, e la
Soluzione Finale della questione albanese. >>
Questo equivale in tutto a quanto più
sopra dice Milosevic:
<<Io sono pronto a camminare sui cadaveri,
mentre l'Occidente no. Ecco perché alla fine vincerò>>.
Che differenza c'è tra due posizioni
come queste? La difesa e l'offesa, forse? I modi dell'offesa? E
quelli della difesa? Ché, forse non troveremo più qualcuno pronto a
camminare sui cadaveri, come voi due, per mille buone ragioni di
icredibile "civiltà"?
Con tutto il doloroso rispetto che
meritano le vostre posizioni, credo proprio che, di questo passo, non si
vada da nessuna parte, dove valga la pena andare.
Perchè invece non si è voluto trattare,
millantando la trattativa? Ah la civiltà! Forse quella di
sessantottini-rossi o dei quarantottisti della storia! Ma non avete
occhi per vedere che cosa genera la guerra? Una guerra, per di più,
contro il 100% di un intero popolo, sia esso in casa sua, sia disperso
nel mondo che, nonostante la propaganda NATO, non si è spostato di un
solo millimetro nella condanna della aggressione "hitleriana"
(Aleksandr Solzenicyn) della NATO?
(Firmato da un cinquantenne, ospite
non-rosso della Casa dello Studente di Viale Romagna a Milano nel
"sessantotto"...)
| Aleksandr
Solzenicyn è nato nel 1918. Laureatosi in matematica,
combatté nella seconda guerra mondiale. Liberato e riabilitato
nel 1956, espulso dall'Urss nel 1974 dopo la pubblicazione di Arcipelago
Gulag, ha vissuto negli Stati Uniti dal 1976, ed è tornato
in patria nel 1994, continuando a svolgere il suo ruolo di
intransigente coscienza critica. Nel 1970 gli è stato assegnato
il Premio Nobel per la Letteratura. Tra le sue opere: Reparto
C («Nue»), Una candela al vento («Collezione di
teatro»), La «questione russa» alla fine del secolo xx
(«Einaudi Contemporanea»), Egó e Sul limitare («I
coralli»). |
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Molti intellettuali contrari alla guerra e molti
conservatori che custodiscono l'intangibilità degli Stati sovrani non avevano
fatto i conti, con questa classe di cinquantenni giuristi, mondializzatori del
diritto, meno complessati sulle scelte belliche. Ma nemmeno Milosevic aveva
calcolato quel che è successo nelle menti della prima generazione di leader
nati in tempo di pace. Questa guerra ha liberato Jospin da Mitterrand, Schroder
dall'esigente ombra di Kohl, D'Alema da Berlinguer e Bertinotti. Significativa
per molti è la scoperta fatta da Fischer, nella guerra in Bosnia. Fu allora che
il capo dei Verdi annunciò che lo slogan delle sinistre e della Germania doveva
mutare: " Mai più Auschwitz " doveva prendere il sopravvento, sul
superato e pericoloso: " Mai più la guerra ".
Anche per questo il Kosovo è stato equivalente a una laurea, per i governanti
di sinistra. Lo è stato molto più dell'Euro, che essi hanno accettato con
relativa convinzione ma senza aver avuto l'impressione di forgiare con le
proprie mani la storia. La Moneta Unica è stata fatta dai padri del '68. E' il
grandioso completamento della scommessa postbellica, di metter fine alle guerre
tra europei e soprattutto tra francesi e tedeschi. Ma i figli dei fondatori
hanno incrociato nuove guerre, nuove sfide, nuovi orrori della storia: gli
orrori rosso-bruni che il comunismo, cadendo, ha ingenerato nei Balcani. Gli
orrori del Ruanda, della Cecenia.
I capi europei hanno appena cominciato a rispondere, e molto resta da fare. Non
solo in campo di difesa, per consentire in futuro azioni ferme senza gli
americani. Né sarà sufficiente un Piano Prodi per i Balcani. Si tratta di
occuparsi finalmente dell'essenziale, il che vuol dire della Russia. Questo è
il momento in cui la Russia oscilla: può avvicinarsi all'Occidente e
ricostruirsi un proprio spazio di grande potenza, o può allontanarsene e curare
le proprie ferite con il risentimento dell'umiliato e dell'offeso. L'accordo fra
Nato e Cernomyrdin sembra premiare la soluzione occidentale, ma tutto a Mosca
traballa e tanti russi ancora non sembrano comprendere che Cernomyrdin è stato
maestro nel piegare Milosevic perché alle spalle aveva l'inflessibilità di
Clinton e della Nato. Sicché anche qui sarà probabilmente urgente un Piano
Prodi, diverso da quello per i Balcani ma simile nello spirito. Come il Piano
Marshall pensato per l'Europa, esso potrebbe favorire gli sviluppi democratici,
penalizzare gli estremismi, premiare etnie e nazioni che collaborano le une con
le altre. Progetti di questo tipo sono urgenti, perché gli occidentali non si
sono battuti e non si battono solo per la liberazione del Kosovo. Si sono
battuti per un'idea di civiltà, e per precisi interessi continentali-strategici.
Si son battuti anche per la democrazia in Russia, nella speranza che i tanti
imitatori di Milosevic escano un po' più scoraggiati, dalla visione di questo
conflitto nei Balcani.

Venerdì 11 Giugno 1999
IL PREZZO DELLA RICOSTRUZIONE
Barbara Spinelli
NON sarà cosa semplice, ricostruire la pace dopo dieci anni di
aggressioni panserbe perpetrate da Belgrado, dopo otto anni di guerre razziali
condotte dalle truppe di Milosevic, e dopo undici settimane di bombardamenti
Nato sul territorio della Repubblica jugoslava. Si tratta per la popolazione
serba di guardare in faccia la disfatta che ha subìto, e di fecondarla senza
risentimenti e rancori, come seppe fare la Germania dopo il '45. Si tratta per
gli albanesi deportati dal Kosovo di tornare alle loro terre in condizioni
militarmente assicurate, senza temere i coltelli di Arkan o la vergogna degli
ostacoli amministrativi, dietro gli angoli delle case incendiate che toccherà
con pazienza, con tenacia, pietra su pietra, riedificare. Si tratta, per le
nazioni e province limitrofe, di ritrovare ragione di sperare, dopo un conflitto
che albanesi, macedoni, montenegrini, ungheresi, hanno vissuto a fianco
dell'Alleanza occidentale assumendosi chi l'onere di ospitare centinaia di
migliaia di deportati, chi il rischio di tensioni gravi - insidiose per le
minoranze di connazionali nel caso ungherese - con il nazionalismo di Belgrado.
Ma il compito sarà scabroso anche per l'Europa occidentale, che in queste
settimane ha scoperto in fin dei conti se stessa, dopo aver nascosto la testa
nella sabbia per almeno un decennio. L'Europa ha scoperto i suoi nuovi confini,
non tanto geografici ma di civiltà, di difesa della persona umana, di
contrattazione del vivere insieme. Ha scoperto le sue più vaste responsabilità
continentali, per la prima volta e seriamente dopo la caduta del Muro di Berlino
nell'89. L'Europa unita non si è costruita nel ferro e nel fuoco dopo il '45, e
in questo essa è un modello per le nazioni postcomuniste che si lasciano
tentare da bellicosi deliri nazionalisti, che non condividono la memore sapienza
e l'autolimitazione dimostrate da Havel a Praga, nell'ultimo decennio. Ma è nel
ferro e nel fuoco che in queste settimane il modello europeo di convivenza
civile, nazionale, si è purtuttavia affermato. E' a Pristina e nei cieli sopra
la Serbia che l'Europa - pochi mesi dopo aver architettato la Moneta Unica, con
l'assistenza ancora determinante degli americani - nasce come possibile Unione
politica: Unione con caratteristiche più imperiali-federaliste che nazionali,
chiamata non solo ai dolci commerci ma a tracciar frontiere, a pacificare propri
retroterra, a federare e stabilizzare nazioni europee disabituate da mezzo
secolo di comunismo alle regole del contratto, del civile conversare, del
diritto-dovere spettante all'individuo. E' in questo conflitto del Kosovo che il
vecchio continente si è trovato a raggiungere la maggiore età, sotto
l'ombrello statunitense ma già oltrepassando l'epoca - per gli europei
occidentali così confortante, deresponsabilizzante - della guerra fredda e
della dissuasione nucleare amministrata a Washington. Su alcuni volti di capi
europei tale cambiamento è visibile. E' come fossero divenuti un po' più
vecchi, un po' meno dipendenti dallo sguardo del mondo adulto. Soprattutto i
volti di Joschka Fischer, di Massimo d'Alema, di Tony Blair: in questa guerra
sono stati tra i più tenaci, più decisi. E tra i più solitari - in Germania e
Italia in primo luogo - nell'ora delle scelte strategiche sovrane.
-----Messaggio
originale-----
- Da:
G. Losio[mailto:xxxxx@xxxxx.xxx]
- Inviato: 11 giugno 1999 11.20
- A:
La Stampa (Posta elettronica)
- Oggetto: Barbara Spinelli,
prego
<< Soprattutto i volti di Joschka
Fischer, di Massimo d'Alema, di Tony Blair: in questa guerra sono stati
tra i più tenaci, più decisi. E tra i più solitari - in Germania e
Italia in primo luogo - nell'ora delle scelte strategiche
sovrane.>>
<<Uccidere chi uccide è un castigo
senza confronto, maggiore del delitto stesso. L'assassinio legale è
incomparabilmente più orrendo dell'assassinio brigantesco>>
Principe Myskin all'inizio dell'Idiota di Dostoevsky.
Non si costruisce nulla di duraturo sulla
sabbia delle macerie dei valori dell'uomo.
Ognuno ha il diritto di bearsi della
propria erudizione, ma la cultura e' un'altra cosa, ha tempi piu'
lunghi, ma mai infiniti, purtroppo.
Ricordatevi di chi ha sofferto per le
morti inutili causate dalle primedonnette della politica europea,
Joschka Fischer, Massimo d'Alema, e Tony Blair appunto. Ma forse e'
tutta l'Europa "donnetta" di Cinton. Ed allora capirei meglio,
spero che sia questa la vera chiave di lettura dell'articolo.
Non mi ero mai spinto prima cosi' a fondo
nel giudizio su un D'Alema, stimato prima e tuttora come artefice del
possibile, tuttavia ora, in una immensa tristezza, non tanto per la
guerra ormai, trovo uno spazio di respiro e di maggiore chiarezza di
giudizio.
Mi scuso infinitamente, e spero che
nessuno mi legga, ma è impellente in me e per me la necessita' di
evidenziare il paradosso che vedo in queste posizioni.
Non lo faro' piu'.
www.losio.com
Fyodor
Mikhailovich Dostoevsky (1821-1881)
1821: Fyodor Mikhailovich Dostoevsky is born in Moscow
on October 30 in Hospital for the poor, the second of seven
children.
1831-37: : Fyodor and his older brother,
Mikhail (b. 1820), together attend boarding schools in Moscow.
Following the death of their mother in 1837, they are sent to a
preparatory school in St. Petersburg.
1838: Fyodor, but not Mikhail, is admitted to St.
Petersburgs Academy of Military Engineers.
1839: Father possibly murdered by his own serfs at his
estate, Chermashnya, in province of Tula.
Bibliography
of Dostoevsky's Works
Poor Folk [Poor People] (1846)
The
Double (1846)
Mr. Prokharchin (1846)
A Novel in Nine Letters (1847)
The Landlady (1847)
The Stranger-Woman (1848)
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